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Dall’episodio 7x03
«”Buongiorno, mi chiamo Kora Angeli e da oggi…” no, no, troppo scontato…» Prese un grosso respiro mentre il bus si avvicina man mano alla sede dell’FBI. «Riproviamo… “Salve, sono Kora Angeli… entro oggi a far parte della squadra…”»
Ritentò il discorso diverse volte. Quasi non perse la sua fermata. Si precipitò giù dalle porte che si chiusero appena dietro di lei. Guardò verso l’edificio. «O la va o la spacca…»
Superò il portone principale. Quasi non sbagliò a premere il pulsante dell’ascensore. Ricordò l’ultima volta in cui era stata lì, per seguire una delle lezioni in collaborazione con il corso di Criminologia della George Washington University. Due anni prima, ormai…
«A che piano va, signorina?» Un uomo la riscosse dai suoi pensieri.
«Oh, ehm, mi scusi… BAU, Unità Analisi Comportamentale.»
Lui premette il tasto “B”: Basement.
Quando le porte si riaprirono, Kora si voltò per ringraziare l’agente che l’aveva aiutata e si diresse verso la porta a vetri che tanto aveva sognato di superare, con sopra la scritta in oro “Behaviour Analysis Unity”.
Si prese di coraggio e spinse la porta.
Aveva immaginato tante volte il suo ingresso, aveva preparato e ripreparato la presentazione in modo da fare da subito bella figura con i suoi nuovi colleghi. Tutto inutile.
Le scrivanie della squadra di Aaron Hotchner erano vuote. O meglio, sui tavoli era pieno di scartoffie, documenti, cartelle, fascicoli, ma seduto non vi era nessuno. Rimase con un palmo di naso, e le parole bloccate sulla punta della lingua. Si guardò attorno. Alzò lo sguardo verso la scalinata che portava agli uffici rialzati del Capo Unità e del Senior Agent. E lì li vide: Spencer Reid, Derek Morgan, Emily Prentiss, intenti ad entrare in uno dei due. Si spostò sulla base della scala. Quella stanza le parve vuota.
Sapeva che dopo che Jason Gideon aveva lasciato l’unità, alla squadra si era unito David Rossi, che con lui anni prima aveva fondato la prima squadra della BAU. Immaginò l’ufficio in questione fosse il suo, ancora in ristrutturazione.
Si chiese se fosse il caso di unirsi a quello spettacolo bizzarro o se rimanere lì ferma in mezzo alla stanza come un’idiota senza sapere cosa fare. Nessuna delle due possibilità le parve molto allettante.
Era così tesa che quando avvertì una mano poggiarsi sulla sua spalla quasi non gridò spaventata. Si voltò e vide un uomo vestito elegantemente, con barba e capelli ben curati, portarsi un dito davanti al labbro. Sentì il cuore perdere un battito quando riconobbe il volto stampato sulle copertine dei libri che aveva letto e riletto mille volte. Annuì. Lui le fece cenno di seguirlo ed entrambi salirono le scale in silenzio, avvicinandosi di nascosto al trio intento a spettegolare.
«…pareti grigio topo.» Stava dicendo la Prentiss. «È un colore negativo. Freddo. Distante. In senso emotivo, il grigio topo rappresenta la solitudine e il desiderio di fuggire dal mondo.»
Kora notò che effettivamente la targhetta sulla porta presentava il nome “David Rossi”. Stavano cercando di fare un profilo del loro nuovo capo? Si voltò verso l’uomo accanto a lei che pareva divertito dalla cosa. Accennò lei stessa un sorrisetto, capendo ora quali erano le sue intenzioni.
«Pensavo avrebbero coperto i muri di targhe e premi.» Continuò Morgan, il giovane uomo di colore.
«Forse non vuole evidenziare i suoi successi.» Propose Prentiss. «È un nuovo inizio per lui.»
Il giovane Spencer Reid, che era rimasto indietro, chiaramente a disagio in quella situazione, chiese: «Non avevamo smesso di fare profili ad altri membri della squadra?»
Gli rispose Morgan: «Ma dai, Reid. Squadra? Questo tizio non sa nemmeno cosa vuol dire la parola “squadra”.»
Kora, nascosta con il suo nuovo capo, non vide cosa stavano osservando ma sentì di nuovo Derek Morgan parlare: «Ho trovato una cosa. Sembra un’opera d’arte sacra. Si direbbe autentica. Sicuramente è costosa.»
Reid confermò: «Arte rinascimentale. Se è autentica…»
«E lo è?» Chiese la voce della Prentiss.
«Non lo so. È difficile dirlo così. Vuol dire che ama i classici.»
«E poi?»
«È italiano. Rigida educazione cattolica, probabilmente crede nella redenzione.»
«Oh, credo in tante cose.» Rossi finalmente entrò nella stanza, interrompendo quel divertente spettacolo.
Kora lo seguì.
«Lei cosa dice di questo profilo, signorina Angeli?» Il fondatore della BAU si voltò verso di lei.
Kora rifletté. Osservò il quadro che Reid teneva in mano, beandosi anche dell’espressione imbarazzata dei suoi futuri tre compagni. Si sentì un po’ in colpa ma era tutto troppo divertente: «Cattolico, sì. Italo-americano. 52 anni.» Parlò, ricordando la biografia che aveva letto e studiato già da quando studiava in Italia. «Educazione rigida? Non così tanto.» Ricordò le voci sul vecchio play boy che si diceva essersi portato a letto persino la rigida Strauss. E poi, guardandolo, Rossi sembrava tutto fuorché rigido, purché elegante. «L’opera d’arte…» La prese dalle mani di uno sconvolto Reid. La osservò per bene. Era stata anche lei un’appassionata di arte. «Autentica, sì. Originale del… quindicesimo secolo?» Si voltò verso Rossi che confermò con un sorriso.
«Costa più della mia prima casa.»
«Riguardo la tinta…» Riprese Kora guardandosi attorno. «Quello è l’intonaco.» Restituì l’opera al suo legittimo proprietario e lo affiancò di nuovo.
«Promossa a pieni voti, signorina Angeli.» Rispose lui con un sorriso. «Gli imbianchini verranno a finire domani.»
Entrambi guardarono soddisfatti gli sguardi che i tre si stavano lanciando, chiaramente a disagio per essere stati colti sul fatto e per di più zittiti dalla nuova arrivata.
Dopo qualche istante di silenzio, Rossi riprese: «Ora, se avete finito, credo che JJ e Hotch ci stiano aspettando.» Si voltò verso Morgan. «Non è questo, il lavoro di squadra?»
I tre uscirono, in fila indiana, uno alla volta, tenendo gli sguardi bassi.
Kora si voltò verso David Rossi. Ora che erano da soli, e che quel giochetto era finito, si sentì in imbarazzo all’improvviso: «Io…» Provò a parlare ma non trovò le parole per rivolgersi al proprio mito, colui che l’aveva ispirata a fare quel lavoro.
«Grazie per avermi appoggiato, signorina Angeli.» Lui le parlò in italiano, con una nota di accento americano.
«Mi chiami Kora!» Si affrettò a dire, forse con troppo entusiasmo: «Voglio dire… può chiamarmi Kora, agente Rossi…» Rispose, nella stessa lingua.
«Kora. Siciliana, giusto?»
«Sì, signore.»
«Chi era americano? Tuo padre o tua madre?»
«Mia madre era italo-americana ma io sono nata e cresciuta in Italia.»
Lui annuì: «Avremo modo di parlarne. Ora andiamo.»
Kora lo seguì, nervosa, fino alla famosa sala della Tavola Rotonda, come la chiamavano le giovani reclute che aspiravano a quel lavoro.
Erano tutti riuniti lì, compresa la famosa Jennifer Jerau, detta JJ, che si occupava della stampa e delle comunicazioni.
Aaron Hotchner si alzò dal tavolo con il suo portamento rigido e severo che le causò un déjà-vu e un senso di disagio.
«Ragazzi, vorrei presentarvi Kora Angeli. Da oggi entrerà a far parte della squadra. Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche, magistrale in Psicologia Criminologica e Forense a Roma e Master di Secondo Livello in Forensic Criminology alla George Washington University. Dopo aver concluso gli studi ha lavorato come assistente psicologa alla Alexandria City Jail, seguendo da vicino Karl Arnold durante tutto il processo e aiutandoci ad incriminarlo.»
La stanza cadde nel silenzio, tutti la stavano fissando, solo allora Kora si rese conto che aspettavano lei dicesse qualcosa. Chinò leggermente la testa e parlò: «Per me è un onore conoscervi. Ho sentito parlare molto di tutti voi… e ho sempre sognato di entrare in questa unità…»
Solo allora, gli altri si sciolsero un po’ e si avvicinarono per stringerle la mano:
«Emily Prentiss, puoi chiamarmi Em.»
«Derek Morgan. Tutti mi chiamano semplicemente Morgan.»
«Spencer Reid.» Il giovane dottore fu l’unico a non stringerle la mano e la salutò solo con un cenno.
«Jennifer Jerau, per tutti JJ.»
Aveva ovviamente già conosciuto Hotchner durante i processi di Karl Arnold e aveva appena conosciuto Rossi.
Finite le presentazioni, si sedettero allora tutti attorno al tavolo.
Morgan la guardò: «Caffè?»
Lei osservò la tazza di caffè annacquato che lui aveva in mano e scosse la testa: «No, grazie.» Non voleva offendere, ma da italiana non sopportava il caffè americano.
JJ iniziò a presentare loro il caso: «Great Falls, nel Montana. Negli ultimi 14 mesi, tre donne sono state dichiarate scomparse.» Mostrò loro le foto proiettate al televisore. «Michelle Lawford, Jennifer Hillbridge e Darcy Cranwell. Tutte giovani donne bianche e castane.»
Kora, che aveva i capelli castani, si incupì.
«Dopo una ricerca a tappeto, la polizia locale presume siano morte.»
«Almeno sappiamo che ha un tipo.» Commentò Prentiss.
«E ora c’è una quarta donna.» Riprese JJ, mostrando un'altra foto: «Angela Miller. Stamattina, lei e la sua auto sono scomparse davanti ad un alimentari, mentre il marito e il figlio erano dentro.»
«Stamattina?» Spencer parve sconvolto.
«Chiedono il nostro aiuto in Montana?» Rossi parlò con tono casuale ma tutti lì dentro, essendo profiler, compresero che qualcosa non andava, persino Kora, soprattutto perché li vide tutti voltarsi verso di lui come se sapesse qualcosa, che a lei però sfuggiva in quel momento.
«Quaranta minuti dopo la polizia di stato ha intercettato l’auto di Angela Miller.»
A quel punto, intervenne Hotchner: «Mentre tentavano di catturarlo, il guidatore si è fatto saltare in aria con una bomba a mano. Un agente è grave.
«Sicura che lei non fosse nell’auto?» Reid si voltò verso JJ.
«Hanno esaminato la carcassa e lei non c’era.»
«Gli agenti lo hanno visto?» Chiese Morgan.
«Razza bianca, tarchiato, castano, baffi. Sui quarant’anni. Una cicatrice sul lato sinistro della faccia.»
Spencer, accanto a Kora, provò a fare uno schizzo. Era bravo, notò lei, che invece era terribile e si limitava a prendere appunti.
«Pensi che Angela Miller sia ancora viva?» Morgan guardò Aaron Hotchner.
«Dato che le altre non sono mai state trovate, non si sa. È stata in mano al rapinatore solo quaranta minuti, quindi dobbiamo sperare che lo sia.»
Kora ascoltava attenta ma non riusciva a togliere gli occhi dalle foto delle donne nella sua copia del fascicolo.
«Io voglio sperare lo siano tutte…» Ma non lo disse ad alta voce. Non voleva fare la figura della ragazza ingenua.
~◉~
Durante il decollo, artigliò i braccioli del suo sedile con forza tale da lasciare il segno delle unghie nella pelle.
Hotchner le passò una tazza di tè, preparata nel cucinino del jet privato.
Un lusso, avrebbero detto molti. Una trappola di ferro volante mortale, lo definiva lei. A dire il vero, era una definizione che dava a tutti i mezzi di trasporto aerei.
«Grazie…» Mormorò prendendo la tazza. Il calore quantomeno le diede un po’ di conforto, come anche il profumo di vaniglia.
«Paura di volare.» La guardò Rossi. «Problemi di controllo fortemente radicati.»
«Non proprio… cioè, anche… non amo le altezze in generale.» Ammise, sorseggiando il tè bollente senza preoccuparsi di scottarsi la lingua.
Morgan la osservava divertito, forse godendosi la sua vendetta dopo ciò che era accaduto quella mattina.
«Me lo merito.» Si disse lei e gli accennò un lieve sorriso.
Reid stava tracciando una mappatura del rischio, per provare ad individuare, in base ai luoghi dei rapimenti, al percorso dell’auto rubata durante l’inseguimento e le tempistiche, quali potessero essere i luoghi in cui il rapitore poteva tenere Angela Miller. Lui lo aveva spiegato con termini molto più tecnici che Kora non sarebbe mai riuscita a ripetere e che non avrebbe mai ricordato.
Gli altri studiavano i fascicoli. Kora poggiò la tazza e si costrinse a fare lo stesso.
«Qui dice che quel tizio aveva una pistola carica.» Rifletté Morgan. «Poteva scegliere. Perché la bomba a mano?»
«Voleva essere ricordato.» Spiegò Rossi. «E fare in modo di far fuori più poliziotti possibile.»
Mentre parlava, Kora immaginò la scena.
«Sa di essere in stato di inferiorità, quindi aspetta. Aspetta fino all’ultimo secondo e… bum.»
L’auto che esplodeva, i poliziotti che venivano sbalzati via… immaginò un lurido ghigno sul volto sfigurato di quel viscido individuo.
«Da quelle parti c’è gente molto motivata.» Continuò Rossi.
«Amano le loro armi.» Spiegò Hotchner.
«Quasi quanto odiano noi.»
Kora li osservò, non comprendendo.
«Milizie.» Alla parola di Morgan, impallidì.
«Milizie…?»
Ecco cosa non andava in Montana. Le era del tutto passato dalla mente.
Da quando si era trasferita in America, lei aveva visto solo la Virginia.
«Armate fino ai denti.» Spencer parlò con nonchalance e lei gli rivolse uno sguardo turbato. Come faceva ad essere tanto tranquillo?
«Sì, ma… le bombe a mano.» Prentiss sembrava l’unica sconvolta quanto lei.
«Spesso i membri delle milizie hanno passati militari.»
Kora ripensò al proprio padre: Lorenzo Angeli. No… non ce la faceva a vederlo passare da membro rigido e austero dell’esercito a terrorista o a rapitore di donne e stupratore seriale.
«Non sopportano la disciplina, vengono congedati e formano organizzazioni paramilitari.»
JJ mandò un messaggio con il proprio cellulare: «Ho inviato le impronte dentali a Garcia, controllerà negli archivi militari.»
Hotchner distribuì le squadre: «Prentiss ed io andremo dal marito.»
«Io sui luoghi dei precedenti rapimenti.» Si offrì Morgan.
«Gli altri al distretto.» Stabilì il loro capo. «Lavorate sui profili geografici, parlate con i locali e muovetevi con cautela. Ci tengono d’occhio.»
E con quell’ultima, confortante affermazione, la riunione finì, l’aereo iniziò la sua discesa e Kora tornò ad artigliare i sedili, chiedendosi se non avesse preferito morire in un incidente aereo piuttosto che venire fatta esplodere dalle milizie del Montana.