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La mattina di venerdì, il cambio turno al seminterrato di Charlottenburg avvenne sotto un cielo plumbeo che minacciava neve.
Erich attese che il suo collega di guardia prendesse posto davanti al Rohde & Schwarz prima di salire le scale in ferro verso gli uffici della direzione. In mano teneva il modulo blu per la richiesta del Tagesaufenthalt, il permesso di visita giornaliera destinato ai residenti di Berlino Ovest.
Il supervisore lo guardò sopra la montatura degli occhiali da lettura, sorseggiando del caffè d'orzo stantio.
«Un permesso giornaliero per il settore orientale, Hoffmann? Proprio di venerdì?»
«Ho accumulato dodici ore di recupero straordinario dopo il turno di notte di martedì, Herr Inspector», rispose Erich con tono piatto, la voce perfettamente addestrata a non lasciar trasparire alcuna fluttuazione d'ansia. «Vorrei approfittarne prima che scadano. C'è una libreria antiquaria vicino a Französische Straße che ha messo in vendita una collezione completa di spartiti per piano di Bach della casa editrice Peters di Lipsia. Roba introvabile da questa parte.»
Il capo rimase in silenzio per un paio di secondi lunghissimi. Poi firmò il tagliando in calce con un tratto d'inchiostro nero e glielo spinse dall'altra parte della scrivania. «Fai attenzione all'ora di rientro. E vedi di non portarti dietro niente di sospetto. Quei cani della Grenztruppe non aspettano altro che un pretesto per trattenere il personale dell'Ovest per accertamenti.»
«Jawohl, Herr Inspector. Sarò di ritorno ben prima di mezzanotte.»
Tre ore dopo, Erich si trovava dentro il padiglione in vetro e acciaio della stazione di Bahnhof Friedrichstraße, nel celebre fabbricato d'accesso soprannominato dai berlinesi Tränenpalast — il Palazzo delle Lacrime.
Il contrasto tra i due lati della città lo colse con la forza di uno schiaffo gelato non appena varcò la linea di demarcazione. A Charlottenburg l'aria profumava di benzina ad alto numero di ottani, di caffè tostato, delle insegne al neon sfavillanti della Kurfürstendamm e del brusio frenetico del consumismo occidentale.
Lì, nell'atrio delle dogane dell'Est, l'aria era un denso miscuglio di odori inconfondibili e oppressivi: il fumo acido della lignite bruciata per il riscaldamento, il vapore stantio dei detersivi di stato e l'odore metallico dei tubi di scarico delle poche Trabant che circolavano all'esterno.
Dopo il controllo ossessivo del miliziano della Grenztruppe nella cabina rialzata e il cambio obbligatorio dei venticinque marchi, Erich fu finalmente fuori.
Camminò a passo svelto tagliando verso Unter den Linden, immergendosi nella nebbia sottile che iniziava a salire dalla Sprea, fino a sbucare nella desolata vastità di Alexanderplatz.
Erano le 20:40.
Della Stasi, almeno per il momento, non c'era alcuna traccia visibile. Nessun agente in vista, nessuna Lada scura parcheggiata negli angoli. Ma Erich sapeva che la cautela non era mai troppa. Si diresse verso una panchina di pietra coperta da una tettoia poco distante dal Weltzeituhr — l'Orologio Mondiale Uranico. Si sedette, alzò il bavero del pesante cappotto grigio e aprì davanti al viso una copia della Neues Deutschland, il quotidiano ufficiale del partito acquistato all'ingresso della stazione.
Dietro la carta stampata, i suoi occhi perlustravano i passanti che camminavano in fretta sotto la torre della televisione.
Fu allora che Erich realizzò una verità disarmante: non sapeva che faccia avesse Elena.
L'aveva ascoltata per mesi. Ne conosceva ogni sfumatura di voce, il respiro trattenuto tra un verso e l'altro, il suono secco delle sue dita che pizzicavano le corde di metallo della chitarra, persino il passo leggero con cui attraversava la stanza del suo appartamento a Prenzlauer Berg. Ma non l'aveva mai vista.
Il cuore gli batté un colpo a vuoto. E se la incrociassi e non la riconoscessi?
I minuti scivolarono via veloci. Alle 20:58, un giovane alto in parka verde con una borsa a tracolla si fermò esattamente sotto il quadrante dell'Orologio Uranico, guardandosi intorno con fare visibilmente agitato. Lo studente svedese.
Pochi istanti dopo, dalla scalinata della S-Bahn emerse una ragazza con un cappotto verde scuro, la testa avvolta in una sciarpa di lana chiara e una grande borsa di cuoio a tracolla.
Passò a meno di tre metri dalla panchina di Erich.
Erich non fece in tempo a scrutarne il viso, schermato dalla sciarpa, ma quando la ragazza si avvicinò allo svedese e pronunciò le sue prime parole, Erich sentì un brivido corrergli lungo la colonna vertebrale:
«Guten Abend. Hai avuto difficoltà ad arrivare?»
Quella voce. Non ci furono dubbi. Era la stessa voce limpida, calda e leggermente velata che per centinaia di ore era risuonata dentro le sue cuffie Sennheiser nel buio di Charlottenburg. Sentirla risuonare lì, nell'aria vera e gelida di Alexanderplatz, senza il filtro del fruscio di fondo della radio, gli provocò una scossa quasi fisica.
I due parlarono a voce bassissima per non più di trenta secondi. Elena sfilò con gesto rapido dalla tasca interna del cappotto un piccolo involucro avvolto in carta di giornale — la cassetta con i suoi brani — e la fece scivolare nella borsa del ragazzo. Un cenno della testa, un breve sorriso tirato, e lo svedese si allontanò a passo svelto verso la fermata del tram.
Elena rimase sola per un istante sotto l'orologio, respirando il vapore della propria voce.
Erich avrebbe dovuto alzarsi e incamminarsi subito verso la stazione di Friedrichstraße per mettersi al sicuro. Il suo compito era finito: lo scambio era avvenuto e non c'era stata alcuna irruzione. Ma quando vide Elena incamminarsi a passo deciso verso la fermata della S-Bahn in direzione Prenzlauer Berg, Erich fu travolto da un impulso irreprimibile.
Invece di tornare all'Ovest, la seguì.
Salì sul suo stesso vagone due porte più indietro, tenendosi nascosto dietro i passeggeri. La seguì fino alle strade buie di Prenzlauer Berg, tra i palazzi alti con le facciate sbrecciate. La vide entrare nel portone di un vecchio edificio in stile Altbau.
Pochi minuti dopo, dall'interno del cortile interno, Erich scorse la luce calda di una finestra al primo piano che si accendeva. Si avvicinò con cautela al piano terra, dove una porta a vetri opachi lasciava intravedere un piccolo scantinato adibito a circolo o salotto privato.
Era un Wohnzimmerkonzert clandestino.
Attraverso lo spioncino e la fessura della porta sul retro, Erich la vide per la prima volta chiaramente. Elena s'era tolta il cappotto e la sciarpa. Aveva i capelli ramati sciolti sulle spalle e stringeva tra le mani la sua chitarra acustica. Attorno a lei, seduti per terra su cuscini e sedie spaiate, c'erano una quindicina di giovani che la ascoltavano in un silenzio quasi religioso.
Quando Elena attaccò a cantare — a voce bassa, sottile, accompagnata solo dal folclore della sua chitarra — Erich rimase pietrificato nell'ombra del cortile gelato. Vedere i movimenti delle sue labbra e delle sue mani sincronizzarsi perfettamente con la musica che conosceva a memoria fu un'esperienza quasi ipnotica.
Poi, improvvisamente, un rintocco lontano lo scosse dal trance.
Erich fece scorrere la manica del cappotto per guardare il quadrante del suo orologio. I fosfori verdi delle lancette indicavano le 23:12.
Un colpo al cuore.
Il valico di Friedrichstraße chiudeva tassativamente a mezzanotte. Se fosse arrivato al Tränenpalast anche solo un minuto dopo le 24:00, la sua autorizzazione giornaliera sarebbe scaduta. Sarebbe stato arrestato sul posto dalla Grenztruppe per violazione dei termini di soggiorno, perquisito e trattenuto per interrogatori. E a quel punto la sua identità di operatore dell'intelligence dell'Ovest sarebbe emersa in un baleno.
Staccandosi a fatica dalla finestra, Erich si voltò e cominciò a correre nella notte buia e nebbiosa di Berlino Est.