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Creato il 01/09/2026, 14:40 · Aggiornato il 01/09/2026, 14:40

Capitolo 4: Codici di sopravvivenza

@bloodymary79bloodymary79
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  • Morte
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Dopo ventiquattro ore di silenzio spettrale che avevano ridotto i nervi di Erich a brandelli, il canale 104.2 MHz tornò finalmente a riempirsi di vita.

Prima ci fu il rumore secco della chiave nella toppa, poi i passi veloci di Elena. Non erano i passi incerti di chi si sente piegata. Erano passi decisi, quasi rabbiosi. Erich sentì il tonfo pesante della custodia della chitarra appoggiata a terra e, subito dopo, la voce calda di un uomo che l'aveva seguita fin dentro l'appartamento.

Era Thomas, il suo amico più fidato, uno dei pochi con cui condivideva la passione per la musica non allineata e le serate clandestine nei salotti di Prenzlauer Berg.

«Cosa ti hanno detto a Normannenstraße, Elena? Ti prego, dimmi che non ti hanno trattenuto i documenti!» La voce di Thomas era tesa, spezzata dall'ansia.

La risata di Elena arrivò attraverso le cuffie con una nota di immensa stanchezza, ma incredibilmente limpida.

«Mi hanno tenuta tre ore in una stanza spoglia a leggere foglio per foglio», raccontò, versando dell'acqua in un pentolino. «Volevano a tutti i costi che ammettessi che "Der Nebel fällt auf die Spree" fosse un attacco al Muro. Ho fatto la parte della sprovveduta, Thomas. Gli ho detto che è una semplice canzone triste perché il mio ragazzo mi ha lasciata per andare a studiare a Lipsia. Ho pianto un po' davanti al verbale, ho chiesto scusa per non aver compilato i moduli giusti dell'AWA... e mi hanno liquidata con una multa e la sospensione della licenza.»

Nel seminterrato di Charlottenburg, Erich lasciò andare un respiro lungo, profondo, che sembrava trattenere dal giorno prima. Si appoggiò allo schienale della sedia in finta pelle, chiudendo gli occhi nel buio. Ce l'ha fatta. È a casa.

«Ti hanno lasciata andare troppo facilmente, Elena», insistette Thomas, abbassando la voce. «L'HA XX non dimentica. Se ti hanno tolto la licenza ufficiale, significa che ora sei finita nei loro registri. Non potrai più cantare nei circoli.»

«E allora canteremo nelle case», replicò lei con una caparbietà sommessa che fece salire un sorriso amaro sulle labbra di Erich. «I Wohnzimmerkonzerte non hanno bisogno del timbro dell'AWA. Ci ritroveremo nei salotti, a porte chiuse. E c'è di più...»

Ci fu una pausa. Si sentì lo strofinolio di una sedia avvicinata al tavolo.

«Ho parlato con quel contatto... lo studente svedese che viene agli incontri di poesia a Mitte», mormorò Elena. «A dicembre torna a Stoccolma. S'è offerto di portare fuori alcuni dei miei testi registrati su nastro. Se non posso cantare qui, le mie parole usciranno comunque da questa prigione.»

Erich si raddrizzò di scatto sulla sedia, il cuore che ricominciava a battere all'impazzata. È una follia, pensò, stringendo le mani sul bordo della console. Un'ingenuità mortale.

Analizzando il segnale sul Rohde & Schwarz, Erich notò un'anomalia sottile: una spia di sovraccarico che indicava la presenza di un ponticello d'ascolto passivo della Stasi sulla linea. La stavano sorvegliando. Se avesse continuato a parlare, gli agenti la avrebbero incastrata prima dell'alba.

«Non farlo qui, Elena, taci...», sussurrò Erich nel buio.

Allungò la mano verso il generatore di radiofrequenza ausiliario per iniettare sul canale un rumore bianco artificiale e coprire la conversazione. Ma proprio mentre le sue dita calibravano la frequenza di disturbo, la porta pesante del corridoio si spalancò con uno scatto metallico.

La sagoma del suo supervisore di turno si stagliò sulla soglia, illuminata dalla luce al neon del corridoio.

«Hoffmann! Che diavolo stai facendo con il generatore ausiliario a quest'ora?» La voce del capo rimbombò nella stanza, gelida e sospettosa. «La tua scheda di settore risulta priva di traffico, eppure stai spingendo i filtri di banda al massimo.»

Un sudore freddo scese lungo la schiena di Erich. Con una lentezza studiata, senza staccare del tutto le dita dai comandi, si volse verso il supervisore con un'espressione scocciata.

«È una sottoportante instabile proveniente dal settore di Karlshorst, Herr Inspector», rispose Erich con voce ferma, improvvisando la spiegazione tecnica. «Un vecchio ripetitore dell'Est difettoso. Sta sbordando con armoniche spurie sulla nostra banda di riserva. Sto iniettando una frequenza di abbattimento per evitare che il rientro di massa saturi la nostra linea di registrazione di fondo. Se non la pulisco ora, domattina ci troviamo i nastri di guardia illeggibili.»

Il supervisore rimase immobile sulla soglia per tre lunghissimi secondi, poi scosse la testa con disprezzo burocratico.

«Quei vecchi rottami russi a valvole...» borbottò. «Pulisci quel canale e chiudi il turno. E ricordati di firmare il registro delle interferenze prima delle sei.»

«Jawohl, Herr Inspector.»

La porta si richiuse. Erich tirò un sospiro di sollievo, ma l'illusione di sicurezza durò pochissimo.

Nelle cuffie, nonostante il disturbo che aveva parzialmente attenuato il segnale, Erich riuscì a captare le ultime parole di Elena, pronunciate a voce bassissima mentre l'interferenza diminuiva per un istante:

«...venerdì sera, alle ventuno. Alla fermata della S-Bahn di Alexanderplatz, sotto l'orologio uranico. Gli consegnerò la cassetta con le demo originali.»

Il sangue di Erich si pietrificò nelle vene.

Nonostante la sua schermatura provvidenziale, quella frase era stata pronunciata un attimo prima che il disturbo fosse del tutto operativo. C'era un margine terribile, una possibilità su due che la microspia della Stasi avesse registrato quel dettaglio: venerdì, ore 21:00, orologio uranico di Alexanderplatz.

Quando Thomas se ne andò e l'appartamento di Prenzlauer Berg sprofondò nel silenzio, Erich si staccò lentamente le cuffie, il respiro ancora corto.

Non poteva più limitarsi ad ascoltare. Non poteva restare al sicuro a Charlottenburg, protetto dai suoi quadranti e dai muri di Berlino Ovest, mentre Elena camminava a occhi chiusi verso una trappola dell'HA XX.

Se la Stasi avesse intercettato quel frammento, venerdì sera ad Alexanderplatz ci sarebbe stata una squadra di agenti in borghese pronta a coglierla in flagrante con il materiale di contrabbando. E per quel reato la prigione di Hohenschönhausen non le avrebbe risparmiato nulla.

Erich aprì il cassetto della scrivania, prese il suo taccuino nero e vi annotò a matita:

28 Novembre – Elena ha fissato lo scambio: venerdì ore 21:00, S-Bahn Alexanderplatz (Weltzeituhr).

Non so se l'HA XX ha captato l'orario. Devo vederci chiaro.

Venerdì userò il mio pass di servizio per passare il Checkpoint Charlie. Sarò lì prima di lei.

Chiuse il quaderno. Per la prima volta dopo anni, Erich si guardò allo specchio della stanza di guardia: non era più un fantasma che viveva nelle cuffie. Aveva deciso di attraversare il Muro per diventare il suo angelo custode, a costo di trovarsi faccia a faccia con i suoi peggiore incubi.


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