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Le ciottolate umide di Prenzlauer Berg riflettevano i deboli bagliori dei lampioni a gas mentre Erich correva, con i polmoni che bruciavano nell'aria gelida di novembre.
Ogni passo rimbombava nel silenzio irreale di Berlino Est. Guardò di nuovo il quadrante dell'orologio: 23:28. Gli restavano esattamente trentadue minuti per percorrere più di due chilometri, raggiungere la stazione di Friedrichstraße e superare le forche caudine dei controlli della Grenztruppe prima che scattasse la mezzanotte.
Se il valico avesse chiuso, il suo permesso giornaliero si sarebbe trasformato in un mandato di cattura per soggiorno illegale nel territorio della DDR.
Riuscì a intercettare al volo un tram della linea 22 in corrispondenza di Schönhauser Allee, balzando sulla pedana proprio mentre le porte in legno si richiudevano con un sordo colpo pneumatico. Durante i dieci lunghissimi minuti di corsa sulle rotaie, Erich rimase con la testa appoggiata al vetro appannato, il cuore che gli martellava nelle orecchie e il terrore che gli serrava la gola.
Quando scese a Friedrichstraße, l'orologio della stazione segnava le 23:47.
Ammassata nel lungo corridoio del Tränenpalast, c'era ancora una piccola folla di residenti di Berlino Ovest in trepidante attesa di rientrare. Erich si mise in coda, tentando disperatamente di regolarizzare il respiro e di asciugare il sudore freddo che gli bagnava la fronte sotto la tesa della coppola.
Alle 23:54, toccò a lui.
Invece del solito controllo di routine, ad attenderlo nella cabina con i vetri riflettenti c'era un sottufficiale della Stasi con i gradi dell'HA VI — la divisione addetta alla sorveglianza dei valichi di confine — affiancato da due guardie armate di MPi-KM.
L'ufficiale prese il passaporto e il tagliando di transito di Erich, facendoli scorrere sotto una lampada ad ultravioletti. Poi sollevò lo sguardo, fissandolo con occhi piccoli e inespressivi.
«Herr Hoffmann. Lei è arrivato al punto di controllo con soli sei minuti di anticipo sulla scadenza del permesso», disse l'agente con una calma studiata, quasi innaturale. «Perché tanta fretta nell'ultimo tratto? Il suo modulo d'ingresso dichiarava una semplice visita a librerie antiquarie nel settore di Mitte.»
«Mi sono trattenuto in un locale a consumare un pasto calmo e ho calcolato male i tempi dei mezzi pubblici, Herr Officer», rispose Erich, sforzandosi di mantenere la voce piatta e ferma, l'intonazione tipica di un cittadino dell'Ovest un po' sprovveduto. «Il tram ha subito un rallentamento lungo il percorso.»
L'ufficiale non rispose. Fece un cenno con la testa a uno dei miliziani. «Incolonnamento speciale. Stanza 3. Perquisizione d'accertamento.»
Il sangue di Erich si trasformò in ghiaccio.
Venne scortato in uno stanzino spoglio dalle pareti piastellate di verde sanitario, illuminato da un lungo tubo al neon che ronzava sinistramente. Un tavolo in metallo, due sedie e un telefono d'epoca in bachelite nera sul davanzale della finestra opaca.
«Vuoti le tasche. Tolga il cappotto e le scarpe», ordinò l'agente.
Mentre le guardie perquisivano minuziosamente le cuciture del suo cappotto, gli spartiti di Bach acquistati per copertura e la fodera delle calzature, Erich rimase immobile in calzettoni sul pavimento di linoleum gelato. Ma il vero terrore non veniva dalla perquisizione fisica: sapeva di non avere addosso nulla di incriminante.
Il terrore puro esplose quando l'ufficiale si avvicinò al telefono nero e posò la mano sulla cornetta.
«Dobbiamo verificare la sua posizione lavorativa a Charlottenburg, Herr Hoffmann», disse l'ufficiale dell'HA VI, facendo ruotare lentamente il disco combinatore. «L'ora tarda e l'ansia dimostrata al varco richiedono una conferma telefonica con il suo datore di lavoro o con le autorità di polizia dell'Ovest prima di autorizzare il suo rientro.»
In quel preciso istante, il mondo di Erich crollò.
Se la Stasi avesse chiamato il centralino di Charlottenburg o il posto di guardia di servizio, avrebbe risposto il suo supervisore o il turno di notte e sicuramente il suo capo non solo gli avrebbe fatto una ramanzina, ma sarebbe andato a fondo sul motivo del suo viaggio a Est e se avesse controllato le sue ultime attività lo avrebbe fatto arrestare.
La sua carriera, la sua libertà e la possibilità stessa di continuare a proteggere Elena sarebbero finite per sempre in quell'istante.
«Non c'è alcuna necessità di disturbare il mio comando a quest'ora, Herr Officer», disse Erich, la voce che tremò impercettibilmente prima che riuscisse a ricomporla. «Lavoro come semplice impiegato tecnico civile presso gli uffici comunali di Charlottenburg. A quest'ora della notte troverà solo un centralino automatico. Potete trattenere i miei documenti fino a domattina se dovete fare verifiche, ma vi assicuro che la mia è stata solo un'imprudenza legata agli orari dei tram.»
L'ufficiale mantenne le dita sul disco del telefono. Per dieci secondi, il ronzio del tubo al neon sul soffitto fu l'unico suono all'interno della stanza. Gli occhi della guardia di confine passarono dal volto di Erich all'orologio a parete, che aveva ormai superato la mezzanotte.
L'agente lasciò andare la cornetta con uno scatto secco.
«Lei è un occidentale irresponsabile, Hoffmann», ringhiò l'ufficiale, timbrando con violenza il foglio di via. «Avrebbe dovuto calcolare i tempi della capitale della DDR con più rispetto. Se si ripresenterà al varco con un minuto di ritardo la prossima volta, la sbatto in una cella di isolamento per quarantotto ore.»
Gli riavvicinarono i documenti e il cappotto.
Cinque minuti dopo, Erich varcava il cancello di metallo della stazione e metteva piede sulla banchina del treno per la S-Bahn diretta a Berlino Ovest. Quando il vagone attraversò la fascia buia del Muro e le luci calde di Bellevue ed Zoo Station riempirono i finestrini, Erich si accasciò sul sedile di pelle, nascondendo il viso tra le mani tremanti.
Era salvo. Ma la certezza di aver sfiorato il baratro gli rimase appiccicata addosso come una seconda pelle per tutta la notte.