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Creato il 01/08/2026, 06:49 · Aggiornato il 01/08/2026, 06:50

Capitolo 3: La busta chiusa

@alexisnovariaeAlexis Novariæ
GeneraleCompleta

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9:55

Mentre inizio a comporre il numero, tu rapida poggi il pacchetto sul tavolo, mi passi davanti senza guardarmi e prendi la mia mano, delicatamente ma con decisione, riapri la porta e mi trascini fuori. Mi cade il telefono sull'uscio, ma non te ne accorgi. Non ti ho mai vista così, mai.

L. – No, amore, aspetta! Che vuoi fare??

Ma non mi ascolti, nonostante io fatichi a tenere il passo. Di fronte all'altra porta bussi, tenendomi sempre per mano. Sto tremando. Provo un poco a divincolarmi, ma la tua mano ancora fredda è salda alla mia come una morsa, mentre fissi la porta. Il nodo allo stomaco si fa più forte.

La porta si apre e compare quell'uomo. Lo sguardo è accigliato, come ieri sera. Nota subito che mi tieni per mano, osserva entrambe dritte negli occhi. Ha certamente sentito quello che ho detto! C'è quasi... un'invidia rabbiosa in quel viso scuro, perché non può averti tutta per sé! Maledetto...

P. – Papà, lei è Luna: la mia ragazza.

Mi volgo a te di scatto. Mi si blocca il respiro.

P. – Piccola, lui è Umberto: mio papà.

Riporto lo sguardo su di lui, rimanendo a bocca aperta. Non è... possibile.

Lui allunga la mano, mentre sul suo viso appare un velo di soddisfazione. Gliela stringo appena, quasi meccanicamente. Non mi rendo conto di quello che faccio. Con l'altra mano chiude la propria e la mia. È... una stretta calda, che dura a lungo. Mi scruta, mi scruta a fondo, e stranamente la cosa non mi infastidisce. Ritrovo l'uomo di ieri sera, che pur senza dir nulla non mi metteva a disagio.

U. – Molto piacere.

La voce profonda mi riscuote, mentre lo fisso inebetita. Cosa devo dire? Cosa devo fare? Amore, aiutami! È tuo padre: cosa s'aspetta che gli dica??

L. – P-piacere.

Non mi viene altro. Lui sorride compiaciuto e divertito alla mia risposta banale.

Volgo lo sguardo a te, in cerca di supporto, ma non te ne accorgi. Ci osservi entrambi, invece, e torni a sorridere, mentre ancora tieni una mia mano e lui stringe l'altra tra le sue. Anche la tua mano ormai si è scaldata.

Tuo padre si volge a te, socchiudendo gli occhi.

U. – Hai dato retta alla mamma.

Guardo te. Guardo lui, che ti sorride. Torno a guardare te, amore. Non capisco. Vedo solo le tue labbra che si riaprono in un sorriso magnifico, quando d'un tratto prendi il mio viso tra le mani e mi baci sulle labbra, senza darmi il tempo di rendermene conto. Sgrano gli occhi, mentre ti volgi subito a lui, poggiando la tua guancia sulla mia e annuendo decisa.

P. – Sì!

Mi scosto un poco e ti guardo, tremante di vergogna, con un'espressione oltremodo interrogativa.

P. – Quando mamma litigava con papà, finiva sempre per raccomandarmi "Sposati una donna!".

Ridi beata, gioiosa come ti vedo sempre. Lui ride assieme a te, più contenuto. Rido anch'io con voi, ma parecchio incredula... non può essere così semplice! Cosa sta succedendo?? Amore, abbi pietà! Non riesco a reggere tutto questo! E poi... perché...? Perché...?

L. – *con un filo di voce* Perché... non me l'hai... detto?

Fai per rispondere, ma non dici nulla, fissandomi per un attimo a bocca aperta. Volgi appena il capo verso tuo padre, senza distogliere lo sguardo da me.

U. – Sono stato io a non volere.

A quel tono sicuro guardiamo entrambe lui, che è rivolto a me.

U. – Ieri sera non era il momento: eravate troppo scosse.

Ti sento rabbrividire a queste parole e mi stringi forte la mano, mentre annuisci sorridendomi incerta.

Mi riscuoto improvvisamente, perché riconosco subito questa tua reazione. Ti abbraccio e ti tengo stretta per un attimo, chiudendo il tuo viso tra il mio e la mia spalla — sei così dolce, amore mio, avvolta nelle mie braccia, ancora tutta imbacuccata nella tua giacca col cappellino colorato... come un pulcino... — Ricaccio frattanto quel maledetto imbarazzo che da sempre mi perseguita. Poco a poco sento le tue spalle rilassarsi e dal leggero solletico sul collo capisco che chiudi gli occhi e torni a sorridere, abbracciandomi a tua volta. Odo alle mie spalle un lungo sospiro di tuo padre. Mi pare felice.

Senza dir nulla, lui richiude la porta e scompare, lasciandoci sole con l'eco dei suoi passi che si allontanano. Esattamente come ieri sera, non son riuscita nemmeno a salutarlo.

Mi riprendi per mano e mi trascini dolcemente in casa, senza dir nulla.

10:05

Richiudo la porta dietro di noi.

L. – Amore, è sempre così di poche parole?

Mi sorridi, mentre togli giacca e cappello e li sistemi sull'appendiabiti.

P. – Sì, soprattutto da quando ha perso la mia mamma.

Gelo un istante: non me l'hai mai detto...

L. – Oh... scusami. Quando è successo?

P. – Non scusarti, piccola. Son passati molti anni ormai. Non è mai stato un chiacchierone, ma da allora è certamente diventato più... orso.

Ne parli così tranquillamente. Non so cosa significhi perdere un genitore, amore, ma vedendoti così posso solo pensare che tu sia semplicemente stupefacente, di nuovo. Se te ne chiedessi ragione, mi risponderesti che è un momento della vita come gli altri, che ci passano tutti, oppure che non si può esser sempre felici, o che bisogna comunque guardare avanti, come tu fai ogni giorno...

P – E... questo? *indichi la pirofila sul tavolo*

Seguo il tuo dito, sforzandomi di allontanare il pensiero triste. Guardo la pirofila e ridacchio tra me e me, ripensando ai miei piccoli rivali, mentre sollevi curiosa il coperchio.

L. – Giù le mani, non è per te! Due giovani scolari l'hanno portato alla maestra Patrizia. *calco di importanza le ultime parole*

Mi guardi stupita, sorridendo di gioia, e richiudi subito il coperchio.

P. – La maestra Patrizia aspetterà. Prima c'è una bocca da sfamare.

Riprendi il tuo pacchetto rosso e me lo riporgi orgogliosa, esattamente come quando sei rientrata.

P. – Buon anno, piccola.

Lo prendo, con una certa emozione, e ci sediamo al tavolo, fianco a fianco. Lo scarto con delicatezza — non voglio rovinare la carta — mentre mi osservi con la guancia nel palmo, sorridendo beata. Noto il tuo rossetto ormai sbavato verso la guancia, che ti rende buffa e tenerissima al tempo stesso.

Sotto la carta compare un vassoio di pasticcini, di tante forme diverse, uno più bello dell'altro. Sulla cima troneggia un grande biscotto di pasta frolla coperto di glassa rossa su cui leggo "Buon anno al mio amore". Non avrò mai il coraggio mangiarlo...

Rimiro il vassoio senza alzare lo sguardo. Questa volta però non ti darò la soddisfazione di vedermi piangere! Mi alzo di scatto, facendoti sobbalzare, corro allo stereo e premo PLAY.

I feel good, I feel fine...

Rimango ferma a guardarti con una punta di sfida, in piedi davanti allo stereo, mentre ascoltiamo la nostra bellissima canzone. Ti avvicini senza dire nulla, mi abbracci e chiudi gli occhi. Ti abbraccio anch'io, mentre faccio di tutto per trattenere i singhiozzi — devo farcela! E... balliamo, amore mio, balliamo dondolandoci a ritmo di musica, nei nostri elegantissimi abiti da sera — un pigiama e una tuta — che non potrebbero essere più adatti all'occasione. Balliamo accompagnate da questa dolcissima voce che può essere solo tua. Volevo, ma non sarei riuscita ad ascoltarla un'altra volta da sola, sai? È troppo, troppo, troppo... noi.

La nostra canzone finisce. Ti scosti un poco e sorridi divertita: non avrò singhiozzato, ma le mie lacrime imperlano tutto il tuo viso!

P. – Adesso devi farmi un piccolo favore, però, se sei d'accordo.

Annuisco, cercando invano di darmi un contegno. Asciugo le lacrime con la manica e tiro su col naso. Ne approfitto per asciugare anche il tuo viso, che luccica del mio proposito miseramente fallito.

P. – Porta qualche pasticcino a papà. Gli farebbe molto piacere, e non solo perché è un gran golosone.

È una richiesta strana, a dire il vero, ma non me la sento di obiettare: non sono in condizioni.

Prendo il vassoio ed esco. Faccio per bussare, ma ho un lampo: non posso presentarmi così a tuo padre!

Torno veloce in casa, e... appena mi vedi nascondi fulminea le mani dietro la schiena. Ti guardo, senza capire. Tu mi fissi, sgranando poco a poco gli occhi. E stai diventando tutta rossa!

L. – Amore... tutto bene?

Annuisci nervosamente, tenendo le mani dietro la schiena.

Inarco un sopracciglio, poi ti fisso, socchiudendo gli occhi.

L. – Cosa nascondi... lì dietro?

Fai cenno di "niente" con la testa, rigida come un palo. Ormai sei paonazza.

Poggio il vassoio e mi avvicino a te, che ti scosti veloce, tenendo sempre le mani nascoste. Indietreggio di un passo, con aria di sfida, pronta a caricare.

L. – Peggio per te: mi ci hai costretta!

Mi butto su di te e affondo le dita nei tuoi fianchi, dove so che non reggi il solletico, e non ti do scampo mentre ti dimeni, finché tra le risa e le urla non stacchi le mie mani, lasciando cadere alcuni quadratini di carta.

P. – No! Nooo...

Ne raccolgo due e mi allontano prontamente — non vorrei me li strappassi di mano! — mentre tu recuperi affannosamente gli altri. Mi guardi sconsolata, mentre noto la faccina arrabbiata disegnata sul primo e leggo:

Ecco, sapevo che l'avresti svegliata!
Ora ti senti le tue: vai allo stereo e premi PLAY.

Alzo lo sguardo verso di te, incredula, mentre sospiri delusa.

P. – Cattiva...

Sorrido divertita e intenerita della tua delusione per il trucco svelato, mentre rileggo i biglietti, che ovviamente sono uguali.

L. – Ma... quanti ne hai fatti?

Il tuo broncio non mi lascia sperare in una risposta. Mi guardo in giro, ma non riesco a vederne nessuno: son ben nascosti!

L. – Li voglio... tutti!

Sbuffi, corrucciata.

P. – E va bene... però non ti dico dove sono!

Storco il naso, poi annuisco sospirando rassegnata.

P. – Chiudi gli occhi.

Li chiudo, trattenendomi dal ridere divertita. Ti sento muovere in casa per alcuni minuti, spostando oggetti, aprendo e richiudendo armadi e cassetti... ma quanti sono??

P. – Puoi riaprirli.

Rimango attonita: nelle tue mani stanno... decine di biglietti! Protette dalle tue dita, le loro faccine arrabbiate mi guardano torve, parteggiando chiaramente per la tua delusione.

Seguita da quegli sguardi minacciosi, corro in camera, lasciandoti per un attimo spaesata, scelgo una bella busta dalla scrivania e torno da te. Prendo delicatamente tutti i biglietti dalle tue mani e li ripongo nella busta, mentre mi osservi curiosa, senza capire. Sigillo la busta, prendo una penna, anzi una penna rossa, e scrivo: "Magia del 1º gennaio".

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