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Lanciò un sasso in mare. Un gesto d’ira, infantile, se ne rese conto. Eppure in quel momento voleva solo fare male a suo padre, per quanto sapesse fosse impossibile.
«Sei contento?!» Gridò. «Hai lanciato il colpo di grazia, hai ufficialmente finito di rovinare la mia vita!»
Poseidone. Avrebbe preferito mille volte Ermes. Quantomeno, non sarebbe stata trattata da tutti come un errore, un abominio. Proprio quando aveva trovato un posto in cui poteva essere compresa e accettata…
Per dodici anni non aveva mai voluto saperne nulla di suo padre, convinta che fosse un mascalzone che aveva abbandonato sua madre, e si era sentita sbagliata per tutta la vita. Poi, aveva scoperto di essere la figlia di un dio greco, e questo in qualche modo l’aveva rassicurata. Certo, si trattava di una divinità che aveva passato una notte con sua madre per poi andarsene ma il fatto che lei non fosse l’unica in quella situazione… aveva reso le cose più facili, per un po’, e aveva iniziato a desiderare di conoscerlo.
Tutto le era stato strappato via nel giro di una notte e proprio da suo padre. Aveva scoperto di essere sbagliata persino per il Campo Mezzosangue: il segno che Poseidone avesse infranto il proprio giuramento allo Stige.
Quella mattina, Chirone l’aveva trasferita nella cabina tre. Un posto tutto per lei. Aveva vari ricambi, un beauty case, spazio per le sue cose senza pericolo che le venissero rubate. Poteva fare la doccia quando voleva senza aspettare il proprio turno, scegliersi da sola le attività… lo odiava.
Avrebbe dato chissà cosa per tornare nella cabina unici, senza sapere chi fosse suo padre.
«Avrei dovuto immaginarlo, con la mia fortuna!» Gridò, sempre rivolta al mare. «Insomma, se Zeus non è riuscito a tenerselo nei pantaloni, perché avresti dovuto riuscirci tu?!»
Forse fu una risposta, forse solo un caso dovuto al brutto tempo che continuava a girare attorno alla barriera del campo, ma un’onda enorme giunse sulla spiaggia e la travolse.
«Bravo, davvero molto maturo!» Gridò quando fu riuscita a sputare tutta l’acqua di mare.
Un’altra onda si preparò. Zale risalì di corsa la spiaggia per evitarla e sentì anche un tuono in lontananza.
«Oh, andate agli Inferi! Tutti quanti!»
Fradicia, tornò verso la cabina per cambiarsi. Notò qualcosa poggiato sull’uscio, un giornale. Lo raccolse e lesse il titolo:
MADRE E FIGLIO ANCORA DISPERSI DOPO UN INSPIEGABILE INCIDENTE D'AUTO
Di Eileen Smythe
Si guardò attorno ma non vide nessuno. Entrò e dopo essersi cambiata si sedette sul letto a leggere.
A una settimana dalla misteriosa scomparsa, Sally Jackson e sua figlia Zale sono ancora introvabili. La Camaro del ' 78 di famiglia, gravemente danneggiata dalle fiamme, è stata ritrovata sabato scorso in una stradina a nord di Long Island, con il tetto squarciato e l' asse anteriore rotto. La macchina si è ribaltata ed è scivolata per parecchi metri prima di esplodere. Madre e figlia erano partiti per un weekend a Montauk, ma si sono allontanati in fretta, in circostanze misteriose.
Piccole tracce di sangue sono state ritrovate in macchina e vicino alla scena dell' incidente, ma non ci sono altri segni dei dispersi. I residenti dell' area rurale non hanno riferito niente di insolito nella zona all' ora dell' incidente.
Zale Jackson è stata dichiarata, da chi l’ha conosciuta, una ragazza difficile, che manifestato momenti di mancanza di lucidità e di aggressività, espulsa da numerose scuola, dall’ultima per aver aggredito fisicamente un’insegnante in un raptus di rabbia.
La polizia non ha voluto chiarire se la ragazza è indagata per la scomparsa della madre, ma non lo ha nemmeno escluso. Il marito della signora Jackosn, Gabe Ugliano, si rifiuta però di accettare che la figliastra, che ha cresciuto come se fosse sua, possa essere capace di fare del male alla madre e chiede di poterla riabbracciare presto.
Pubblichiamo qui di seguito delle foto recenti di Sally e Zale Jackson. La polizia invita chiunque abbia informazioni al riguardo a chiamare il numero verde della sezione anticrimine.
Con un pennarello, qualcuno aveva cerchiato il numero di telefono.
Stracciò il giornale e lasciò cadere i pezzi di carta a terra. Si stese sul letto.
Gabe stava recitando la parte del marito e padre apprensivo, preoccupato per la moglie e la figliastra. Di sicuro, quell’attenzione mediatica gli stava giovando. Se avesse saputo che Sally era morta… come avrebbe reagito? Avrebbe sofferto? Sotto sotto, la amava, le era quantomeno affezionato? Era davvero preoccupato per loro?
«Non sa cosa sia l’affetto, non sa cosa sia l’amore, se non quello per il cibo, la birra e la sua Camaro. Starà piangendo più per l’auto che per noi, in questo momento.»
Sua madre avrebbe meritato di meglio. Prima di morire, avrebbe dovuto vivere come una regina… invece Gabe e lei stessa, le avevano rovinato la vita. Ed era morta strangolata da un mostro uscito da un libro di mitologia.
«Anche questa è stata colpa di Poseidone. L’ha vista, ci ha passato una notte e poi l’ha abbandonata con una figlia maledetta in ventre.»
Prese un grosso respiro. Si alzò dal letto ed uscì.
La sua lezione di greco con Annabeth fu alquanto imbarazzante.
Zale sapeva che Atena e Poseidone non andavano per nulla d’accordo, ma non credeva questo potesse influenzare i rapporti tra i figli. Lei e Annabeth non erano andate d’accordo dal primo istante ma in qualche modo la rivelazione aveva reso i loro rapporti ancora più freddi.
Quando la figlia di Atena se ne andò, iniziò a borbottare qualcosa: «Poseidone… è un problema… devo escogitare un piano…»
Zale saltò il pranzo. Attese Luke all’anfiteatro, da sola, in silenzio.
Si stese su uno dei gradini in pietra, il sole quel giorno sembrava essere svanito nel nulla. Forse Apollo aveva deciso di scioperare quel giorno, o era semplicemente Zeus di cattivo umore che aveva deciso di nasconderlo alla vista.
Era strano riflettere sui fenomeni meteorologici in quei termini, immaginò avrebbe dovuto farci l’abitudine. Chiuse gli occhi. In lontananza, tuoni risuonavano, poteva quasi sentire l’agitarsi del mare e delle onde, oltre le risate e le grida provenienti dal padiglione del pranzo. Tutti si stavano divertendo con i loro fratelli e sorelle, tranne lei.
Dopo un po’, le grida scemarono e sentì dei passi avvicinarsi. Alzò lo sguardo e vide Luke, spade in mano.
«Non hai pranzato oggi.» Le lanciò uno sguardo di rimprovero.
«Non avevo fame.»
«Devi essere in forze per allenarti.»
Non la risparmiò quel giorno, Zale si trovò a terra più volte, dolorante, e temette Luke ce l’avesse con lei…
«No, non anche lui…» Non avrebbe potuto sopportarlo.
«Ti servirà tutto l’allenamento possibile, Zale. Semmai tornerai là fuori… gli scagnozzi del sovrano degli Inferi non ti daranno mai pace. Così come non hanno mai dato pace a Talia.» Le porse la mano e la aiutò ad alzarsi. «Di nuovo.»
Accettò il suo aiuto e annuì, con una nuova convinzione. Le faceva piacere sapere che lui si preoccupava… Si asciugò il sangue dal labbro e si rimise in posizione: «Vai.»
Luke la fece a pezzi.
Quella sera, provò a mangiare ma venne fatta sedere da sola al tavolo tre e questo, unito agli sguardi degli altri, le chiuse subito lo stomaco. Andò a letto senza aver toccato cibo.
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Correva di nuovo lungo una spiaggia, in mezzo a una tempesta.
Stavolta c'era una città alle sue spalle ma non si trattava di New York, la conformazione era diversa: edifici radi e sparpagliati, palme e basse colline in lontananza.
A un centinaio di metri lungo la risacca, due uomini stavano combattendo. Sembravano due lottatori di wrestling della tv, muscolosi, con la barba e i capelli lunghi. Tutti e due indossavano delle ampie tuniche greche, una bordata di azzurro, tenuta da una spilla a forma di saetta, e l'altra di verde, la cui spilla era a forma di tridente.
Si avvinghiavano l'uno all'altro, lottavano, calciavano e tiravano testate. Ogni volta che si toccavano, un fulmine lampeggiava, il cielo si scuriva e si levava il vento, onde si alzavano alte, la terra tremava.
«Padre!» Provò a gridare verso l’uomo con la tunica verde.
Doveva fermarli, l’istinto le diceva di interrompere quella pazzia il prima possibile. Ma più si sforzava di correre, più il vento le soffiava contro, spingendola indietro, facendola cadere e rotolare nella sabbia.
Zeus, perché era lui il secondo uomo, lo sapeva, continuava a urlare: «Ridammela! Ridammela!»
Le onde si ingrossarono, infrangendosi sulla spiaggia, spruzzandola di salsedine.
Zale gridò di nuovo: «Fermi! Smettete di battervi!»
La spiaggia tremò. Da un punto imprecisato del sottosuolo si levò una risata, e una voce profonda e malvagia che le fece gelare il sangue nelle vene: «Vieni giù, piccola eroina.» Cantilenava: «Vieni giù!»
La sabbia sotto i suoi piedi si divise, un cratere profondo fino al centro della terra si spalancò, scivolò e le tenebre la inghiottirono.
Si svegliò con la sensazione di star cadendo. Era ancora nel suo letto nella casa numero tre.
Fuori, la luce indicò che era quasi mattina ma i tuoni rimbombavano fra le colline. Si stava preparando una tempesta.
«Non è stato solo un sogno...»
Sentì un calpestio di zoccoli all'esterno e qualcuno bussò alla porta.
«Avanti...»
Grover entrò, con la faccia preoccupata: «Il signor D vuole vederti.»
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«Bene bene, la nostra piccola celebrità.»
Dioniso la guardò con un ghigno divertito sul volto: «Fatti avanti, cugina.»
Fu strano sentirsi chiamare in quel modo. Zale però obbedì e si accomodò al tavolo, vicino a Chirone. Stavolta, Grover rimase indietro, appoggiato alla ringhiera del portico.
«Se si facesse a modo mio…» Continuò il dio: «…le tue molecole avrebbero già preso fuoco. Saremmo qui a raccogliere le ceneri e ci risparmieremmo un sacco di problemi. Ma Chirone sembra convinto che vada contro la maledetta missione che mi è stata affidata: evitare che a voi mocciosi venga fatto del male.» Iniziò a mescolare con eleganza il drink che aveva davanti, con una cannuccia.
«E la combustione è una forma di male.» Precisò il centauro.
Dioniso scosse la mano: «Sciocchezze, la piccola non si renderebbe conto di nulla. Comunque, la seconda alternativa sarebbe trasformarti in delfino e rispedirti da tuo padre…»
«Se devo essere trasformata in animale, posso decidere io quale…?» Sapeva che avrebbe dovuto avere paura ma tentò comunque la sorte.
«Preferisci un pesce rosso?»
«Mi piacciono le tartarughe, ad essere sincera…»
«Mh, non ci ho mai provato, potrebbe essere interessante…»
«Signor D.» Chirone lanciò ad entrambi un’occhiata di ammonimento.
«Oh, e va bene.» Dioniso si arrese. «C'è un'altra opzione. Ma è pura follia.» Si alzò in piedi. «Salgo sull'Olimpo per la riunione d'emergenza. Se la ragazza sarà ancora qui al mio ritorno, la trasformerò in una tartaruga. Ci siamo capiti? Quanto a te, Zale Jackson, se hai un minimo di cervello come hai dimostrato fino ad ora, capirai che è una scelta molto più ragionevole di quello che Chirone pensa che tu debba fare.» Dioniso raccolse una carta, la piegò e quella si trasformò in un rettangolo di plastica. Una carta di credito…? No… un pass. Schioccò le dita con eleganza. L'aria si piegò, avvolgendolo. Diventò un ologramma, poi un soffio di vento… e lasciandosi alle spalle solo il profumo del mosto appena spremuto e il bicchiere di Diet Coke ghiacciata.
Chirone le sorrise ma Zale riconobbe nei suoi occhi una certa stanchezza.
«State bene, Chirone…?»
«Sì Zale, non preoccuparti per me. È a te che devi pensare, adesso. Grover, unisciti a noi.»
Quando furono tutti e tre attorno al tavolo, Chirone iniziò a parlare.
«Dimmi, Zale… che effetto ti ha fatto il segugio infernale?»
Il brivido che le attraversò la schiena al ricordo, fu abbastanza come risposta. Quegli artigli che affondavano nella sua carne, gli occhi rossi e pieni di furia, le zanne, la bava che colava dalla sua bocca
«Incontrerai cose peggiori là fuori, prima che tu abbia finito…»
«Finito cosa?»
«La tua impresa, naturalmente. Hai intenzione di accettarla?»
Zale sbiancò: «Impresa… che genere di impresa?»
«Beh, questa è la parte difficile: i dettagli.»
Un tuono rimbombò in tutta la valle. Le nuvole temporalesche avevano raggiunto il confine della spiaggia. Fin dove riuscisse a spingere lo sguardo, il cielo e il mare ribollivano insieme.
«Poseidone e Zeus… stanno litigando per qualcosa di prezioso... qualcosa che è stato rubato, vero?»
Chirone e Grover si scambiarono uno sguardo, il centauro si chinò in avanti, spostandosi sul bordo della sedia: «Come lo sai?»
Zale parlò senza togliere gli occhi dal mare all’orizzonte: «Il tempo sta facendo il matto da Natale, come se il mare e il cielo stessero litigando. In giro per il campo si dice che sia stato rubato qualcosa di prezioso durante il solstizio d’inverno… e poi… ho fatto dei sogni…»
«Sogni?»
«La notte in cui… abbiamo affrontato il Minotauro… ho sognato un’aquila d’oro e un cavallo bianco che combattevano, e poi stanotte… li ho visti… mio padre e Zeus. E Zeus gridava a Poseidone: “Ridammela, Ridammela!”.»
«Lo sapevo!» Esclamò Grover.
«Silenzio, satiro.» Ordinò Chirone.
«Ma l'impresa è sua!» Gli occhi di Grover scintillavano di eccitazione. «È evidente!»
«Solo l'Oracolo può determinarlo.» Chirone si accarezzò la barba ispida e chiuse lì la questione. «A ogni modo, Zale, hai ragione. Tuo padre e Zeus stanno avendo la loro peggiore lite da secoli. Litigano per qualcosa di prezioso che è stato rubato. Per la precisione: una folgore.»
«Una folgore…?» Zale non intendeva sminuire la questione ma sul momento non capì.
«Bada, non sto parlando di una saetta rivestita di alluminio di quelle che si vedono alle recite della scuola elementare. Sto parlando di un cilindro di sessanta centimetri di purissimo bronzo celeste, coronato alle due estremità di esplosivi dalla potenza divina.»
«Cosa…?»
«La Folgore di Zeus, il simbolo del suo potere, il modello di tutte le altre folgori. La prima arma forgiata dai Ciclopi per la guerra contro i Titani, la folgore che ha scoperchiato la cima dell'Etna e che ha spodestato Crono dal suo trono; la folgore originale, dotata di una potenza tale che le bombe a idrogeno mortali sono fuochi d'artificio al suo confronto.
«Un’arma così potente è sparita?!»
«Rubata.» Specificò Chirone.
«Ma… da chi?!»
«Da te.»
Zale spalancò la bocca, senza parole.
«O almeno…» Sollevò una mano il centauro. «…questo è ciò che pensa Zeus.»
Poi, iniziò a raccontare.
«Durante il solstizio d'inverno, all'ultimo Consiglio degli dei, Zeus e Poseidone hanno litigato. Le solite sciocchezze: "Sei sempre stato il cocco di nostra madre Rea"; "I disastri aerei sono più spettacolari dei disastri marittimi" eccetera, eccetera…»
Zale non poté credere suo padre fosse tanto infantile.
«Dopo, Zeus si è accorto che la Folgore era sparita. Qualcuno l'aveva presa nella sala del trono sotto il suo stesso naso. Ha incolpato subito Poseidone. Ora, un dio non può usurpare il simbolo del potere di un altro dio direttamente: è proibito dalle più antiche leggi divine. Ma Zeus crede che tuo padre abbia convinto un eroe umano a farlo.»
Zale provò a ribattere, trovava ingiuste quelle accuse: «Ma io non...!»
«Abbi pazienza e ascolta, ragazza mia. Zeus ha buone ragioni per sospettarlo. Le fucine dei Ciclopi sono sotto l'oceano, il che dà a Poseidone una certa influenza sui costruttori dei fulmini di suo fratello. Zeus crede che Poseidone abbia rubato la folgore originale e che adesso, in gran segreto, stia facendo costruire ai Ciclopi un arsenale di copie illegali, con l'intenzione di usarle per rovesciare Zeus dal trono. L'unica cosa di cui Zeus non era sicuro era l'identità dell'eroe che Poseidone potesse aver usato per rubare la Folgore. Ora Poseidone ti ha ufficialmente riconosciuta come figlia. Tu eri a New York durante le vacanze invernali. Ti saresti potuta facilmente intrufolare nell'Olimpo. Zeus crede di aver trovato il suo ladro.»
«Ma io non ho mai messo piede sull'Olimpo! Zeus è…» Si interruppe e rivolse uno sguardo al cielo, le nuvole sembravano non voler girare attorno al campo, quella volta, ma si avvicinarono imperterrite: «…è saltato forse troppo velocemente alle conclusioni…?»
«Capisco cosa tu intenda, Zale.» Chirone parve apprezzare la moderatezza delle sue parole: «Poseidone ha già tentato di spodestare Zeus, in passato. Credo che fosse la domanda numero trentotto del compito d'esame.»
«Trentotto…?» Zale dovette sforzarsi di ricordare la domanda in questione. «C'entra una rete d'oro, per caso? Poseidone, Era e qualche altro dio... hanno intrappolato Zeus e l'hanno liberato solo quando ha promesso di essere un sovrano migliore. Giusto?»
«Esatto, e Zeus non si fida più di Poseidone, da allora. Naturalmente, Poseidone nega di aver rubato la Folgore. Si è offeso mortalmente per l'accusa. I due continuano a litigare da mesi, ormai, minacciando guerra. E adesso sei spuntata fuori tu... la proverbiale ultima goccia.»
«Ma io…!»
«Zale.» Intervenne Grover. «Se tu fossi Zeus e pensassi già che tuo fratello stia tramando per spodestarti, e all'improvviso lui ammettesse di avere infranto il sacro giuramento pronunciato dopo la Seconda guerra mondiale e di aver generato un nuovo eroe mortale che potrebbe essere usato come arma contro di te... non ti sentiresti un po' preso per il divino naso?»
«Zeus ha rotto il patto per primo e a rimetterci è stata sua figlia! Io non ho fatto niente. Poseidone, mio padre, non ha davvero ordinato di rubare questa Folgore, vero?» Zale osservò disperata Chirone.
Lui rispose con un sospiro: «La maggior parte degli attenti osservatori concorderebbe che il furto non è nello stile di Poseidone. Ma il dio del mare è troppo orgoglioso per cercare di convincere suo fratello. Zeus pretende che Poseidone restituisca la Folgore entro il solstizio d'estate, ovvero il ventun giugno, fra dieci giorni. Poseidone esige delle scuse per l'offesa arrecatagli entro la stessa data. Speravo che alla fine la diplomazia avrebbe prevalso, che Era, Demetra o Estia avrebbero fatto ragionare i due fratelli. Ma il tuo arrivo ha scatenato la collera di Zeus. Ora nessuno dei due fratelli ha intenzione di fare un passo indietro. Se non interviene qualcuno, se la Folgore non viene trovata e restituita a Zeus prima del solstizio, sarà la guerra. E tu sai come sarebbe una guerra sull’Olimpo?»
Zale provò a pensarci: «Immagino la Seconda guerra mondiale… moltiplicata per un numero a seicifre?»
«Immagina il mondo nel caos. La natura in guerra contro se stessa. Gli dei dell'Olimpo costretti a schierarsi fra Zeus e Poseidone. Distruzioni. Carneficine. Milioni di morti. La civiltà occidentale trasformata in un campo di battaglia tale che la guerra di Troia al confronto sembrerà una bravata coi gavettoni.»
«…facciamo dieci cifre…»
«E tu, Zale Jackson, saresti la prima a subire la collera di Zeus.»
Cominciò a piovere. I ragazzi sul campo di pallavolo smisero di giocare e scrutarono il cielo in un silenzio sbigottito.
Zale alzò gli occhi al cielo: «Sono stata io… ho portato la pioggia in una terra dove non piove mai…» Sospirò. «Quindi devo trovare quella stupida Folgore. E restituirla a Zeus.»
«Quale migliore offerta di pace della figlia di Poseidone che restituisce il maltolto a Zeus?»
«Ma se mio padre non l'ha presa, che fine ha fatto?»
«Io credo di saperlo.» L'espressione di Chirone si incupì. «Parte di una profezia che ho ricevuto anni fa... alcuni di quei versi finalmente hanno trovato un senso. Ma prima che possa dire altro, devi intraprendere ufficialmente l'impresa. Devi consultare l'Oracolo.»
«Perché non mi dice prima dov'è la Folgore?»
«Perché se lo facessi, avresti troppa paura per accettare la sfida.»
Zale deglutì: «Ottima ragione.»
«Allora accetti?»
Zale guardò verso Grover, che annuiva con fare incoraggiante.
Se non voleva farlo per sé, lo doveva al campo, e a Grover che rischiava di dover rinunciare al suo sogno a causa sua.
«Va bene, accetto.»
«Allora è giunto il momento di consultare l'Oracolo.»
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Le quattro rampe di scale terminavano sotto una botola verde.
Zale tirò la corda, la botola si spalancò e venne giù una scaletta di legno cigolante. Fu investita da un odore di muffa e legno marcio, misto a qualcos'altro... un odore che ricordavo dalle lezioni di biologia. Rettili. L'odore dei serpenti. Trattenne il fiato e salì.
La soffitta era piena di ciarpame mitologico: armature coperte di ragnatele, scudi un tempo scintillanti macchiati di ruggine, vecchi bauli di cuoio tappezzati di adesivi con su scritto “ITACA, L'ISOLA DI CIRCE E LA TERRA DELLE AMAZZONI”.
Un lungo tavolo era zeppo di barattoli di vetro pieni di cose inquietanti sottovuoto: artigli pelosi e mozzati, grossi occhi gialli, vari altri pezzi di mostri. Un trofeo polveroso attaccato alla parete somigliava alla testa gigantesca di un serpente, provvisto però di corna e di una dentatura simile a quella di uno squalo. Sulla targa lesse: “TESTA DI IDRA N.I, WOODSTOCK, NY, 1969”. Accanto alla finestra, seduto su un treppiede di legno, c’era una mummia.
Zale si paralizzò, non tanto per la paura, benché in un primo momento l’impatto fu inquietante, ma per la curiosità. Si avvicinò.
Era il corpo di una donna, rinsecchito, che indossava un abito stampato, una moltitudine di collanine colorate e una fascia sopra i lunghi capelli neri. La pelle del volto si tendeva in uno strato sottile e ruvido sul cranio, e gli occhi erano due fessure lucide e bianche, come se qualcuno li avesse sostituiti con delle biglie. Sembrava morta da molto, molto tempo.
Il suo cuore perse un battito quando la schiena della donna si drizzò e la sua bocca si spalancò.
Un vapore verdognolo fuoriuscì dalle sue labbra, riversandosi sul pavimento in fitte volute che sibilavano come migliaia di serpenti. Sentì una voce insinuarsi nella sua mente:
«Io sono lo spirito di Delfi, portavoce delle profezie di Febo Apollo, uccisore del possente Pitone. Avvicinati, cercatore, e chiedi.»
«L’oracolo di Delfi!» La paura lasciò spazio alla meraviglia.
Zale si avvicinò, mise un ginocchio a terra: «Oh, divino oracolo… devo partire per un’impresa. Dimmi, qual è il mio destino?»
Il vapore roteò in volute ancora più dense e si raccolse davanti a lei, attorno al tavolo con i barattoli di parti di mostro. A un tratto, seduti attorno al tavolo, apparvero quattro uomini intenti a giocare a carte. I loro volti si definirono: erano Gabe, il suo patrigno, e il suo gruppetto.
Gabe si girò verso di lei e parlò con la voce roca dell'Oracolo: «Andrai a occidente e affronterai il dio che ha voltato le spalle.»
L’uomo sulla destra alzò gli occhi e, con la stessa voce, disse: «Troverai ciò che è stato rubato e lo vedrai restituito.»
Fu il turno di quello sulla destra: «Sarai tradita da qualcuno che ritieni amico.»
Infine, Eddie, il custode del condominio, pronunciò il verso peggiore di tutti: «E alla fine non riuscirai a salvare ciò che più conta.»
Le figure cominciarono a dissolversi. Zale si sentì troppo scosso per dire qualcosa, osservò il vapore ritirarsi nella bocca della mummia.
Erano mille le domande che le frullavano in testa quando scese e tornò da Chirone e Grover.
«Ebbene?» Il centauro la osservò, ansioso.
Zale crollò su una sedia al tavolo del pinnacolo: «Ha detto che recupererò ciò che è stato rubato…»
Grover si sporse sul bordo della sedia, masticando tutto eccitato i resti di una lattina di Diet Coke: «Fantastico!»
«Che cos'ha detto l'Oracolo, esattamente?» Insistette Chirone. «È importante.»
Zale si passò una mano sul viso: «Ha detto... ha detto che devo andare a occidente e che affronterò il dio che ha voltato le spalle. Che recupererò ciò che è stato rubato e che lo vedrò restituito.»
Chirone non sembrava soddisfatto. «Nient'altro?»
Zale lo guardò negli occhi: «Ha detto che… che alla fine non riuscirò a salvare ciò che più conta.»
Scese il silenzio, interrotto solo dai fulmini ormai sopra le loro teste.
«Non credo parli della folgore, quella dovrebbe essere l’oggetto rubato e restituito.»
«L’oracolo non sempre è chiaro, Zale. Varie sono le letture che le persone possono dare alle sue parole.»
«Allora, dove vado? Chi è questo dio a ovest?»
«Rifletti, Zale.» Rispose Chirone. «Se Zeus e Poseidone si indeboliscono l'un l'altro in una guerra, chi ci guadagnerà?»
«Qualcuno che vuole prendere il comando?»
«Sì, esattamente. Qualcuno che cova rancore, qualcuno che è scontento di quello che gli è spettato quando il mondo è stato diviso secoli fa, e il cui regno diventerebbe potente grazie alla morte di milioni di persone. Qualcuno che odia i suoi fratelli per averlo obbligato al giuramento di non generare figli, un giuramento che entrambi hanno infranto.»
Zale ripensò ai suoi sogni, alla voce malvagia che proveniva dal sottosuolo. «Ade.»
Chirone annuì. «Il Signore dei Morti è l'unica possibilità.»
Zale non rispose ma… «Troppo facile… troppo ovvio…»
Un brandello di alluminio scivolò fuori dalla bocca di Grover: «Aspetti un momento… cosa?!»
«Zale è stato braccata da una Furia.» Gli ricordò Chirone. «Una Furia che l'ha tenuta d'occhio finché non è stata certa della sua identità, e poi ha cercato di ucciderla. Le Furie rispondono a un unico padrone: Ade.»
«Sì, ma... Ade odia tutti gli eroi.» Protestò Grover. «Poi se ha scoperto che Zale è figlia di Poseidone...»
«Un segugio infernale è penetrato nella foresta.» Continuò Chirone. «E i segugi si possono evocare solo dai Campi della Pena, e da qualcuno all'interno del campo. Ade deve avere una spia, qui. Probabilmente sospetta che Poseidone cercherà di usare Zale per ristabilire il suo buon nome. Ade sarebbe molto, molto contento di uccidere questa giovane mezzosangue prima che possa intraprendere l'impresa.»
Il ragionamento tornava, e poi la voce sottoterra nei suoi sogni…
Cioè, Ade era sempre dipinto come il cattivo, in film, fumetti, romanzi… e di certo non era puro, rispetto agli altri suoi due fratelli. Ma era tutto davvero troppo scontato, troppo ovvio, troppo perfetto.
«Chirone è suo fratello, lo conosce meglio di me… devo avere fiducia in lui.»
«Ade ha inviato un suo scagnozzo a rubare la Folgore.» Insistette Chirone. «E poi l'ha nascosta negli Inferi, sapendo molto bene che Zeus avrebbe dato la colpa a Poseidone. Non pretendo di comprendere perfettamente i motivi del Signore dei Morti o il perché abbia scelto questo particolare momento per cominciare una guerra, ma una cosa è certa: Zale deve scendere negli Inferi, trovare la Folgore e scoprire la verità.»
Zale azzardò: «Senta, ma se sappiamo che è stato Ade, perché non lo diciamo agli altri dèi? Zeus o Poseidone potrebbero scendere negli Inferi e indagare.»
«Sospettare e sapere non sono la stessa cosa. Inoltre, anche se gli altri dei sospettano di Ade, e immagino che tuo padre sia tra questi, non possono recuperare la Folgore di persona. Agli dei non è consentito varcare i rispettivi territori senza un invito. È un'altra regola antica. Gli eroi, d'altro canto, hanno certi privilegi. Possono andare ovunque, sfidare chiunque, purché abbiano il coraggio e la forza di farlo. Nessun dio può essere ritenuto responsabile per le azioni di un eroe. Per quale altro motivo pensi che gli dei operino sempre attraverso gli umani?»
All’improvviso, Zale ricollegò tutto: «Oh, certo… ora è chiaro…» Si voltò verso il mare in lontananza. «Ti serviva solo qualcuno che facesse il lavoro sporco al posto tuo, eh?»
«Zale, non prenderla a male.» Chirone le strinse una mano. «Prendilo come un segno di fiducia da parte sua.»
«Lei lo aveva sempre saputo…?»
«Avevo solo qualche sospetto, nessuna certezza.»
Zale si voltò verso Grover. «Sembra terrorizzato…»
«Grover, non sei costretto a venire.»
Lui sembrò riprendersi e scosse la testa: «Ti devo la vita. E se potrò ritornarti il favore e finalmente compiere la mia, di missione… verrò con te.»
Zale sorrise: «Bene. Dove andiamo? A Ovest, ma dove di preciso?»
«L’ingresso degli inferi si sposta insieme all’Olimpo, ovviamente adesso è qui in America. A Los Angeles.»
Strana ironia, Zale dovette ammetterlo.
«Come ci muoviamo? Aereo, treno, autobus…? Abbiamo dieci giorni…»
«Aereo? Spero tu non stia dicendo sul serio, Zale.» Chirone sollevò un sopracciglio. «Dimmi, tua madre ti ha mai portata in aereo?»
«No… non ha mai voluto…»
«Perché sapeva chi fosse tuo padre. In aereo saresti nel regno di Zeus, acerrimo nemico di Poseidone, non faresti in tempo a decollare, un fulmine vi farebbe precipitare nell’Atlantico.»
Zale annuì: «Ho capito. Allora ci sposteremo a terra.»
«Meglio. Puoi portare due compagni con te. Grover è uno. Per il secondo, ci sarebbe una volontaria.»
«Chissà mai chi sarà…»
Ci fu uno scintillio nell'aria, alle spalle di Chirone. Annabeth diventò visibile, posando il berretto da baseball nella tasca posteriore.
«È da tempo che aspetto un'impresa, Testa d'Alghe.» Esordì. «Atena non è un'ammiratrice di Poseidone, ma se hai intenzione di salvare il mondo, io sono la persona giusta per impedirti di rovinare tutto.»
Zale assottigliò lo sguardo, si alzò in piedi, le si avvicinò a passo lento, poi la guardò negli occhi: «Cosa ti fa credere che io lo voglia, il tuo aiuto?»
«Sai bene quanto me che ne avrai bisogno.»
«Ho bisogno di una terza persona, non vuol dire che debba essere per forza tu.»
«Avrai bisogno del mio cervello.»
«Da quando sono arrivata qui, Annabeth…» Zale le si avvicinò di più. «Non hai fatto altro che farmi sentire una stupida, usarmi per i tuoi scopi, per le tue strategie.» La guardò dritta negli occhi. «Mi hai appena chiamata Testa d’Alghe, hai reso chiaro e tondo che non mi credi in grado di salvare il mondo… e ti aspetti che io accetti di portarti con me in un’impresa?»
Annabeth esitò un attimo, poi ribatté: «Hai bisogno di qualcuno che sia in grado di fare scelte difficili! Che ragioni con freddezza!»
Zale si morse il labbro e alzò lo sguardo su Annabeth. Non lo avrebbe mai detto a parole, ma con gli occhi la stava implorano. Le fece quasi pena. Ricordò le parole di Luke, il fatto che Annabeth volesse a tutti i costi partecipare ad un’impresa e dimostrare le proprie abilità. Da quando lei era arrivata, l’aveva tenuta d’occhio, osservata, cercato di comprendere le sue capacità. Tutto solo per capire se potesse essere la persona giusta, che avrebbe potuto portarla fuori dal campo alla prima occasione.
Fece un altro passo avanti… e la superò, urtandola con la spalla.
«Dove stai andando?!» Le gridò dietro la figlia di Atena.
«A chiedere a qualcuno che merita quest’impresa più di te!»