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Terra-13
Kara era atterrita. Davanti a lei, inerme e sfregiato, giaceva il cadavere dell'ultimo parente biologico che le era rimasto dopo la distruzione del suo pianeta natale: Krypton. Suo cugino giaceva ora ai suoi piedi, privo di vita e lei, sopraffatta dalla disperazione, non sapeva cosa fare di fronte a quella scena straziante.
Anche Barry era rimasto pietrificato: Kal-El, meglio conosciuto come Superman, il più grande supereroe del mondo, era morto. Era tutto fuorché un buon segno; anzi, rappresentava un triste monito che persino i più potenti tra loro potevano soccombere al gelido abbraccio della morte.
Prima che Flash potesse trovare le parole per consolare la sua amica, il cadavere aprì gli occhi e si alzò in piedi con una calma innaturale. Gli occhi risplendevano di un inquietante verde scuro, e la pelle cadaverica, solcata da profonde cicatrici, non lasciava alcun dubbio: ciò che avevano davanti era uno zombie, o comunque un non morto.
<< Rao... >> mormorò sconvolta la Kryptoniana.

Superman, con un grido che avrebbe fatto impallidire i peggiori mostri dell'orrore, si scagliò su sua cugina a una velocità appena inferiore a quella di Barry, scomparendo dalla strada in un istante. Le mani del più grande eroe della Terra serravano con forza il collo della sua avversaria, mentre Kara si dimenava, tentando inutilmente di liberarsi. Ogni suo colpo, per quanto potente, si infrangeva contro le braccia del non morto senza risultati.
Poi, un'idea improvvisa attraversò la mente di Kara: con uno sforzo disperato, concentrò il suo sguardo calorifero azzurro sul volto di Superman. Il colpo, bruciante e inatteso, lo costrinse ad allentare la presa. Liberatasi, Kara crollò a terra, boccheggiando per l'aria che le era mancata. Senza perdere tempo, si alzò in volo, allontanandosi verso il cielo per impedire che lo scontro causasse danni ai civili.
Il non morto la raggiunse immediatamente e cominciò a colpirla con tutta la forza che aveva nel corpo. Kara cercava di difendersi come poteva, ma presto si rese conto, con rammarico, del divario di forza che esisteva tra lei e suo cugino. Era sempre stata convinta di essere la più forte, e lo scontro dell'anno precedente lo aveva confermato, eppure... ora tutto era cambiato. Superman, la stava sopraffacendo e Kara si trovò impotente.
La distrazione, per quanto breve, fu fatale. Superman, sfruttando una breccia nelle sue difese, le afferrò una gamba e la scagliò verso il basso con una potenza devastante. Kara si schiantò nel centro di una cittadina, creando un cratere profondo che generò un'onda d'urto, radendo al suolo le case vicine.
Fortunatamente, l'intervento tempestivo dell'uomo più veloce del mondo evitò una catastrofe. Barry, frustrato dalla sua incapacità di volare, aveva seguito lo scontro, concentrandosi su ciò che poteva fare: salvare le vite dei civili. Grazie alla sua velocità, riuscì a mettere in salvo tutti prima che lo scontro tra i due titani causasse danni irreparabili.
Dall'alto, lo zombie Superman piombò sul cratere come una meteora, deciso a infliggere un colpo finale. Barry, da terra, osservava impotente, sperando che Kara trovasse la forza di reagire.
Distesa e stordita, Kara rifletteva ancora una volta sul divario di potere tra lei e suo cugino. Ma questa volta, anziché paralizzarla, quei pensieri le offrirono una nuova chiarezza. L'adrenalina, la disperazione e la vista del pugno mortale che stava per schiacciarla le diedero la spinta necessaria: con un grido, alzò la mano destra e bloccò l'attacco. L'impatto generò un'altra onda d'urto, che fece tremare il terreno.
Supergirl comprese in quell'istante una verità che aveva sempre ignorato: vivere tra gli umani le aveva imposto limiti che lei stessa si era creata. Ogni giorno doveva trattenersi per non ferire nessuno, persino nei momenti più banali. Crescere sulla Terra era stato come abitare in un palazzo di vetro, dove ogni gesto imprudente poteva causare danni irreparabili. Anche nelle battaglie, il suo obiettivo era sempre stato catturare i nemici, mai distruggerli. Ma ora, di fronte alla furia del non morto, capì che non c'erano più freni. Non poteva più permettersi di pensare in termini di limitazioni. La sua forza doveva essere liberata, o sarebbe stata sopraffatta. Supergirl lasciò tutte le sue incertezze e, con una determinazione nuova, scagliò un colpo che fece tremare l'aria. L'impatto colpì lo zombie Superman in pieno volto, scagliandolo verso il cielo.
Dal basso, i cittadini salvati da Flash guardavano con crescente orrore lo scontro tra i loro due beniamini blu con il mantello rosso. Le onde d'urto generate facevano piangere i bambini, mentre i raggi laser blu e verdi che si scontravano illuminavano il cielo diurno con strani e tenui colori. Dopo aver "riposato" per un istante, i due alieni scomparvero in un baleno sonico, proseguendo la loro battaglia altrove. L'aria tremava ancora per l'intensità del conflitto, ma ben presto il rumore si spense, lasciando solo il silenzio spettrale, rotto dalle grida di paura e dalla polvere che si alzava dai resti delle case distrutte.
Flash, rimasto accanto al cratere per assicurarsi che nessun civile fosse rimasto sotto le macerie delle abitazioni distrutte, si accorse di un piccolo drone, decisamente sospetto, che volava solitario. Per non farsi notare, si allontanò da lì, dirigendosi verso un luogo sicuro e toccandosi il fulmine sulla parte destra della sua maschera.
<< Felicity, ho bisogno che rintracci le mie precedenti coordinate. C'è un drone lì, devi scoprire di chi è. >>
<< Ricevuto. Barry, ma perché i due supercugini si stanno picchiando? È... solo wow, è assurdo! >> rispose lei.
Barry sospirò. << Superman sembra essere stato posseduto, se non peggio. Ora devo andare, nel caso lo scontro provochi altre vittime innocenti. Fammi sapere quando scopri qualcosa sul drone. >> Detto ciò, il velocista scomparve da lì, con il cuore sempre più pesante. Una parte di lui si incolpava per tutto questo, temendo che potesse essere un altro degli effetti negativi di Flashpoint.
Metropolis
Mentre i due Kryptoniani combattevano nei cieli di tutto il mondo, nella città natale del Daily Planet, il giornale più letto d'America, se non del mondo, due persone si trovavano all'interno di quello che sembrava un normalissimo condominio, davanti alla porta di uno dei tanti appartamenti. Le due figure erano un uomo di colore, rasato e dal volto serio, e una bellissima donna con i capelli castani corti. Lui era l'ex direttore del D.E.O. e l'ultimo sopravvissuto della razza dei Marziani Verdi, mentre lei era la sorella adottiva di Supergirl e probabilmente la migliore agente del D.E.O. in circolazione. I due si trovavano lì perché i sistemi di sicurezza dell'appartamento avevano iniziato a suonare a tutto volume, allarmando sia il condominio che l'organizzazione. Essendo quella la casa dell'eroe più famoso del mondo, nonché alieno, il D.E.O. si preoccupava sia della sua sicurezza che di quella della sua compagna: Lois Lane, una delle giornaliste più famose della sua generazione.

Dopo aver suonato il campanello più volte senza ricevere risposta, i due decisero di fare irruzione. J'Onn J'onzz si rese intangibile, attraversò la porta e la aprì dall'interno per far passare la collega. Lei lo ringraziò con un cenno del capo e avanzò, ma si bloccò immediatamente alla vista del mostruoso spettacolo davanti a sé.
Un cadavere orribilmente mutilato, appartenente a una donna, o almeno ciò che ne restava, giaceva riverso in modo sgraziato sopra il divano. L'occhio destro era uscito dal cranio ed era tenuto attaccato alla testa soltanto dalla retina; l'occhio sinistro, grigio e vitreo, sembrava ancora intriso di orrore.
<< Lois... >> sussurrò a fatica la maggiore Danvers, con la voce soffocata dall'emozione, mentre fissava il corpo senza vita della fidanzata di Superman.
Il marziano, sconvolto oltre ogni misura, non poté fare a meno di chiedersi chi fosse capace di compiere un gesto tanto efferato.
<< È stato uno spettro >> disse una voce beffarda, accompagnata da un tanfo di fumo.
I due si girarono di scatto e si trovarono davanti un uomo biondo, con un'aria sfrontata e un sorriso sarcastico interrotto da una sigaretta accesa. Indossava un trench marrone sopra una camicia bianca e una cravatta rossa.

<< John Constantine... >> pronunciò il marziano con voce seria.
Terra-0
L'appartamento di Andrey era pieno di agenti federali. Gli uomini, in tenuta militare rigorosamente nera, stavano mettendo a soqquadro l'ambiente. Non che ci fosse molto da incasinare: si trattava di un appartamento minuscolo, con solo due stanze, di cui una era il bagno.

I vicini del ragazzo si erano saggiamente barricati in casa, spaventati dalla presenza dei militari in nero. Una di loro, osservando dallo spioncino della porta, riuscì a notare uno strano simbolo sulle loro uniformi: un logo costituito da tre frecce curve che puntavano verso il centro, formando un cerchio.

Quegli uomini appartenevano alla Fondazione SCP, un'organizzazione dedita alla cattura, allo studio e al controllo delle entità anomale, nota al pubblico soltanto come una leggenda metropolitana, una sorta di "creepypasta". Nascondersi in bella vista era sempre stata una delle loro strategie più efficaci per passare inosservati.
Improvvisamente, i soldati si fecero da parte, interrompendo le loro attività. Una donna entrò nell'appartamento: bellissima e autorevole, aveva lunghi capelli neri e un volto che era al contempo splendido e terribile. A differenza degli altri, non indossava un'uniforme, ma abiti "casual": una lunga giacca azzurro chiaro sopra una camicia bianca e pantaloni marroni. Era Darla, la direttrice dell'organizzazione.

Uno degli agenti le fece un saluto militare prima di avvicinarsi:
<< Signora, il soggetto ci è sfuggito >>.
<< Grazie per aver sottolineato l'ovvio >> rispose lei glaciale. "Disgustoso e inutile mortale," avrebbe voluto aggiungere, ma si trattenne. Non era ancora il momento di rivelare la sua vera natura. In fondo, non le importava poi molto: per lei, la parola di un umano valeva quanto quella di una zecca. Lo avrebbe ucciso alla prima occasione utile.
<< Fuori di qui >> ordinò, e i soldati si dileguarono senza fiatare.
Rimasta sola, i suoi occhi si illuminarono di una potente luce blu brillante mentre scandagliava la zona, rilevando una traccia di energia vibrazionale recente. Il multiverso, dunque. Una vera seccatura. Tuttavia, per il momento, il ragazzo aveva smesso di essere un suo problema. Almeno per ora. Per sicurezza, avrebbe fatto rapire la famiglia e gli amici di Andrey: così, al suo ritorno, sarebbe stato costretto a cercarla. Già sapeva chi avrebbe incaricato per la missione.
Come previsto, il prescelto si teletrasportò alle sue spalle, accompagnato dal suo compagno di scorribande.

Emanuele era... strano. Un ragazzo più interessato alla sua stessa vita che a quelle degli altri, al punto da privarne gli altri senza rimorso, assorbendone la forza vitale. Era alto, con un viso paffuto ma carino e capelli biondi perennemente spettinati. Indossava un elegante completo nero e teneva le mani in tasca con fare sfrontato.
Accanto a lui c'era Slenderman, la creepypasta più famosa e letale. Riconoscerlo non era difficile: altissimo, con un volto senza lineamenti, grigio e un completo nero con una cravatta rossa.
<< Devi rapire la famiglia e gli amici di Andrey, capito? >> ordinò Darla al mostro, che annuì. Poi rivolse il suo sguardo al ragazzo. << Uccidi Blue Pheasant, scinceramente è ridicolo che dopo tutto questo tempo nessuno abbia abbattuto quel Variante disgustoso >>.
Emanuele annuì ridacchiando, aveva sempre odiato gli eroi e per lui era un piacevole smontare il loro ridicolo modo di pensare.
Terra-1
Il luogo in cui era imprigionato il figlio della donna era una vecchia prigione situata nel cuore di una foresta. La struttura aveva l'aspetto tipico delle prigioni americane, o almeno di quelle viste nei film, e infatti, ad Andrey sembrava di vivere in una pellicola cinematografica. Era come un sogno che si stava realizzando: non riusciva a credere di trovarsi in un mondo di fantasia, circondato da personaggi straordinari. L'unica eccezione era Samarium, che, come lui, proveniva dal mondo reale e dal futuro.
Tutto sembrava straordinariamente strano ed eccitante al tempo stesso, ma Andrey non si sentiva davvero all'altezza della situazione. Pensava di essere fuori posto, eppure non vedeva l'ora di scoprire cosa sarebbe successo di lì a poco. In fondo, erano pochi i fortunati che potevano vivere un'avventura di questo tipo. Michael, il suo migliore amico, sarebbe morto di invidia quando gli avrebbe raccontato ogni dettaglio di questa incredibile esperienza. Anche se... forse non sarebbe stato saggio rivelargli quel segreto.
Pensare a Michael lo intristì per un momento. Il suo amico, poco tempo prima, era finito in coma e Andrey sperava ardentemente che si risvegliasse. Fortunatamente, i genitori di Michael gli avevano detto che una simpatica vecchina lo aveva portato a casa sua per prendersi cura di lui. La donna sembrava essere una dottoressa in pensione, o almeno era quello che Andrey sperava, perché altrimenti la situazione sarebbe stata decisamente strana.
Comunque, non era il momento di perdersi in quei pensieri: era in missione.
<< Perfetto, ancora una prigione... >> borbottò Daryl, ricordando ciò che era accaduto al suo gruppo quando si erano trovati in una prigione simile. Andrey ripensava a quell'episodio e a quella prigione: un'ex struttura di massima sicurezza che, dopo l'apocalisse zombie, era diventata un rifugio fondamentale per un gruppo di sopravvissuti guidati da Rick Grimes. Situata in una zona isolata e circondata da alte mura di cemento armato, offriva una protezione notevole contro gli attacchi dei vaganti.
La prigione era stata adattata per la sopravvivenza: celle trasformate in alloggi, corridoi spaziosi, una mensa comune, un'infermeria e persino un'area agricola all'interno delle mura. Tutto ciò rendeva il gruppo relativamente autosufficiente. Erano state implementate misure di sicurezza come barricate, trappole e punti di guardia. La somiglianza con la prigione che aveva davanti era impressionante, inclusa la torre di guardia.
<< Anche io ho brutti ricordi legati alle prigioni >> disse River. Se doveva essere onesta, un po' le era piaciuto stare rinchiusa a Stormcage, la prigione spaziale del cinquantesimo secolo. Non era stata una vera prigionia, considerando che suo marito la faceva evadere quasi ogni sera. Tuttavia, le notti passate a pensare al motivo per cui si trovava lì erano state una vera condanna. Aveva ucciso il Dottore, l'uomo che amava e questo era stato sufficiente a tormentarla con incubi. Per fortuna, tutto si era risolto per il meglio, ed era finalmente libera, con suo marito vivo.
<< Voi americani avete tutte le prigioni identiche o cosa? >> ironizzò il mutaforma. Gli altri risero, tranne Samarium, come al solito.
<< Ci sono decisamente molte guardie >> osservò Wanda, indicando l'entrata e le mura del carcere, brulicanti di uomini armati.
<< Ho un piano >> annunciò l'arciere, ma non fece in tempo a spiegarlo. Samarium evocò una fiammata blu che distrusse sia l'entrata che le guardie.
<< E poi sarei io l'impulsivo >> borbottò Raffaello.
<< Secondo me si è solo stufato di questa missione e vuole salvare il bambino il prima possibile >> disse la sua Andrey, che non aveva affatto dimenticato gli scleri del bendato riguardo la missione.
<< È il caso che entriamo anche noi >> disse Wanda, notando che Samarium aveva già oltrepassato l'ingresso. Per lei, Samarium ricordava una versione caucasica di Nick Fury, ma molto più arrabbiata con la vita. Non poteva biasimarlo, valutando la sua situazione.
Mentre si avvicinavano all'entrata, quattro nemici li intercettarono. Uno di loro parlò:
<< Vi conviene sparire finché siete in tempo! >> minacciò, sfoderando una pistola.
<< Sentilo questo. Chi si crede di essere? >> lo sbeffeggiò Raffaello, notando l'ironia della situazione. Uno del loro gruppo aveva appena distrutto un portone con una fiammata e quei tizi avevano ancora il coraggio di opporsi.
<< È come quei ladri che sparano a Superman e poi cercano di colpirlo con un pugno >> ridacchiò Cisco. << A volte la gente è davvero stupida >>.
<< Vi abbiamo avvertiti >> ribatté uno dei nemici, iniettandosi una sostanza con una siringa. I quattro si trasformarono in super soldati giganteschi, lasciando alcuni Difensori dell'Infinito sorpresi, specialmente Andrey, che non si aspettava una scena così "alla Bane" da questo universo. Cisco, dal canto suo, ricordava vagamente di una sostanza simile che circolava a Gotham.

<< Finalmente la cosa si fa interessante! >> esclamò Deadpool, sguainando le spade.
<< Lasciamo che se ne occupi Quark. Noi entriamo a cercare quel genio del nostro presunto leader >> propose River. Il biondo annuì, un po' teso per la sua prima battaglia ufficiale.
<< Ma che palle! >> sbottò il mercenario mentre si dirigevano verso l'ingresso, seguiti dagli altri, eccetto Daryl.
<< Ehi Daryl, perché non li segui? >> chiese curioso Andrey.
<< Penso che sarò più utile da lassù >> rispose l'arciere, indicando una torretta con un cecchino.
<< Ok, allora preparati al lancio >>.
<< Cosa?! >> esclamò Daryl, giustamente preoccupato.
<< Tranquillo, scherzavo. Sarebbe stata una scena figa, ma sei solo umano e io ho poco controllo sui miei poteri. Ti saresti potuto fare davvero male >> lo rassicurò Andrey. Dopo aver fatto spuntare due ali bianche sulla sua schiena, afferrò l'arciere e lo portò sulla la torretta, per poi tornare la punto di partenza.
Atterrato, Daryl eliminò il cecchino con un coltello e poi colpì un altro nemico con una freccia. Nel frattempo, uno dei potenziati attaccò il ragazzo, ma lui con una mano bloccò il suo pugno.
<< Ci hai provato, palestrato >>
In quel momento, però, gli altri tre gli si buttarono addosso, pestandolo. Il ragazzo si trasformò allora in un gigantesco colosso di pietra e li spedì via ruggendo. Poi si accanì contro uno di loro, spaccandogli letteralmente la faccia. A quella visione, uno di loro cercò di scappare, ma il ragazzo allungò il braccio, che nel frattempo divenne di gelatina, e lo afferrò per la testa, spezzandogli involontariamente il collo. I due super soldati rimasti decisero di attaccare il mostro da due direzioni, ma il bersaglio divenne intangibile e i due si colpirono tra loro.
<< Maledizione! >> disse uno di loro, mentre si riprendeva dal pugno subito. << Questo qui è nettamente superiore a noi >>.
<< Quel Marcus ci ha dato questo siero promettendoci che saremmo stati imbattibili! >> sbottò l'altro.
<< Se sopravviviamo, gli spacco la faccia con le mie mani! >>
Nel frattempo, Andrey, che era ritornato normale, guardava in stato di shock il cadavere del Nerboruto e non credeva a ciò che vedeva. Sul serio, aveva ucciso un uomo? Togliere una vita era così facile? Inutile dire che in quel momento il biondo si sentiva un assassino e non sapeva come reagire. Ovviamente, non lo aveva ucciso volontariamente, ma lo aveva comunque fatto! Feccia o meno, era una vita umana e lui l'aveva spenta con una facilità disarmante.
<< Che ti prende, ragazzo? È la prima volta che uccidi qualcuno? >> lo prese in giro uno dei palestrati, ma Andrey nemmeno lo sentì, tanto era scosso. << Ahahah, lo prendo come un sì >>.
L'omaccione, insieme al suo amico, si sfogarono contro il biondo che poco prima li aveva messi alle strette e ora era lì inerme a prenderle di santa ragione. Il suo cervello era come se si fosse spento. Ben presto la sua visuale si offuscò, fino a quando una voce gentile non lo ridestò. Davanti a lui apparve quello che sembrava un elfo blu palestrato, vestito come un guerriero di altri tempi.

<< Non abbatterti per così poco >> gli disse, con una voce echeggiante, quasi ultraterrena. << Questi incidenti capitano nella vita di un Pilastro. Basta imparare dai propri errori ed evitare di ripeterli. Inoltre... quell'uomo meritava la fine che gli è toccata. Non colpevolizzarti e combatti! >>
L'urlo fu come un boato misto a una doccia di acqua gelata per il giovane, che subito si ridestò, si ritrasformò nel colosso e spazzò via i suoi due assalitori. Dopo di che, divenne interamente fatto di gas e soffocò i tre facendoli svenire. Non voleva altre vite umane sulla coscienza, che se lo meritassero o meno.
Esausto, il ragazzo si inginocchiò a terra per riprendere fiato, ancora scosso da quello che gli era successo. Inoltre... chi era quello strano tipo blu? Sentiva che erano collegati, ma come? Andrey non ebbe nemmeno il tempo di rifletterci troppo, visto che tutto il trambusto creato dal suo combattimento aveva attirato diversi vaganti.
Sospirando, il ragazzo si rialzò e si mise in guardia, pronto per un'altra battaglia.
Mentre il biondo affrontava i suoi sensi di colpa, nella prigione regnava il caos. I rapitori cercavano in tutti i modi di difendere la loro base, ma i loro avversari erano chiaramente superiori. Samarium era già arrivato nei sotterranei della prigione, dove si trovava rinchiuso il povero ragazzo. Due rapitori gli si avventarono contro, cercando di colpirlo con un pugno, ma il bendato li bloccò entrambi con le mani. Dalla destra fece sprigionare fiamme azzurre che incenerirono il primo all'istante; con il braccio sinistro spinse l'altro verso il fuoco, condannandolo alla stessa fine del compagno.
"Che dilettanti" pensò con disprezzo.
Poco dopo, Samarium si fermò davanti a una delle celle. All'interno c'era un ragazzino che piangeva. Sia la cella che il bambino era in uno stato miserevole. Aveva i vestiti strappati, il volto sporco di polvere e lacrime. I suoi capelli castani, tagliati a caschetto, gli conferivano un'aria pateticamente dolce, o almeno così pensava Samarium mentre lo osservava. A lui i bambini non piacevano: li trovava noiosi e rumorosi e sinceramente quella scena non gli suscitava pena, ma solo fastidio.
<< Ehi, tu! >> gridò il vecchio. << Sei Dennis, vero? >>
Il bambino alzò lo sguardo, vide quell'uomo inquietante davanti a sé e ricominciò a piangere. Credeva che fosse un altro dei suoi rapitori e l'aspetto minaccioso del bendato non faceva che peggiorare le cose.
"Fantastico", pensò Samarium. "Pensa che sono uno di loro. Certo, la benda non aiuta. Maledizione, mancava solo questo: ora devo fare pure la babysitter. Qui stiamo perdendo solo tempo, dannazione!"
Con un gesto esasperato, Samarium bruciò le sbarre della cella. Il ragazzino, terrorizzato, iniziò a tremare.
<< Ascolta ragazzino, sono qui per riportarti da tua madre, quindi smuovi il culo da quella panca e seguimi! >>
<< No... non...non posso venire >> disse piangendo il bimbo che era più impaurito che mai.
<< Non fare storie e seguimi! >> ordinò ancora più innervosito il vecchio, se fosse stato per lui avrebbe incenerito anche il moccioso, ma dopo i suoi compagni di squadra lo avrebbero infastadito non poco.
Il ragazzino face come gli fu ordinato, seguendo mestamente quel tipo poco raccomandabile.
Raffaello, appena entrato nella prigione, aveva notato un gruppo di persone che combattevano all'interno di un'arena e, dato il suo amore per i combattimenti, decise subito di partecipare. L'arena, palesemente improvvisata, era delimitata da una recinzione esagonale situata al centro del cortile della prigione. Al suo interno si trovavano uomini e donne dall'aspetto poco raccomandabile, intenti a picchiarsi con ferocia.
Agli occhi della tartaruga, tutti sembravano identici: vestiti di pelle, ricoperti di tatuaggi, il classico aspetto dei teppisti di strada che lui ei suoi fratelli erano abituati a mettere al tappeto ogni notte.
<< Ragazzi! Posso partecipare anch'io? >> gridò Raffaello, eccitato.
Uno dei combattenti, un uomo robusto e calvo, lo vide e scoppiò a ridere. << Lo sai che Carnevale è passato da un pezzo, vero? >> disse con sarcasmo, facendo scoppiare una risata generale.
<< Vediamo se dopo averti conciato per le feste avrai ancora voglia di scherzare >> gli rispose il rettile mentre entrava nell'arena, scavalcando con un salto la recensione e mettendosi davanti al suo interlocutore.
<< Hai fegato ad affrontarmi, io sono il Trita Ossa! >> disse il nerboruto pelato mentre alzava entrambe le mani per ricevere il tifo dal suo pubblico. Gli altri però sembravano poco covinti. Ovviamente c'era chi aveva fatto il tifo più sguagliato, ma alcuni si resero presto conto che quello non era un semplice tipo in costume, ma una vera e propria taratargua umanoide. I più scettici erano comunque spaventati dal fatto che lo stranieiero aveva scavalcato con un salto la recinzione, cosa di per se umanamente impossibile.
<< Ma che paura che mi fai >> lo prese in giro il ninja << vediamo se riesci a tritare le mie di ossa >>.
Il Trita Ossa non si fece pregare. Con un grido, si lanciò contro Raffaello e gli assestò un pugno al petto. Il ninja rimase immobile, senza nemmeno barcollare.
<< Cavolo tu sì che sei forte >> lo prese in giro il rettile.
<< Come osi canzonarmi, ora ti faccio vedere io! > sbraitò l'uomo continuando a tirare pugni al suo avversario, ma lui gli mise la sua mano a tre dita in faccia e lo allontanò da se, facendolo cadere a terra.
<< Senti, a quanto pare ti ho sopravalutato, finiamola qui >> poi, con un pugno ben assestato, lo mise KO davanti a tutti, zittendo il pubblico.
Un uomo tra gli spettatori si fece avanti. << Come hai osato picchiare il nostro amico?! >> gridò, visibilmente indignato. Un altro aggiunse: << Ragazzi, facciamolo fuori! >>
La folla si riversò nell'arena, cercando di sopraffarlo. Raffaello, per nulla intimorito, sguainò i suoi sai con un sorriso. << Fatevi sotto! >>
Con agilità, Raffaello cominciò a colpire gli avversari uno alla volta, utilizzando i suoi sai con una precisione letale. Afferrò per le gambe uno dei combattenti e lo usò come un'arma per abbatere altri due. Quando uno degli assalitori cercò di sparargli, Raffaello deviò la pallottola con un sai e, con un lancio preciso, inchiodò la pistola alla rete di metallo dell'arena. Infine, con l'altro sai, bloccò il cappuccio dell'ultimo rapitore contro la rete, immobilizzandolo.
Da una delle torrette, Dixon osservava la scena con il suo arco in mano. << Vai dentro dagli altri, ti copro io lucertolina >> urlò con un sorriso sarcastico.
Raffaello sbuffò, guardando verso l'alto. << Non sono una lucertola, sono una tartaruga! >> rispose, prima di voltarsi verso l'ingresso della prigione.
Dixon scrollò le spalle. << Per me, voi rettili siete tutti uguali >> lo prese in giro, sputando per terra con nonchalance.
Raffello sbuffò e dopo aver visto che non era rimato nessuno in piedi, andò dentro in cerca degli altri.
Nel frattempo, l'arciere ripensò al combattimento tra Quark ei "super pomati" che si era svolto pochi minuti prima. Aveva potuto ammirare la furia con cui il ragazzo aveva abbattuto i quattro super soldati, rimanendo stupito. Non si aspettava una simile determinazione da qualcuno che gli era sembrato così gentile.
Ne aveva avuto la conferma quando aveva visto il biondo tormentato dai sensi di colpa. Per fortuna, al momento si era rialzato e aveva messo fuori gioco quei colossi, ma si ripromise di parlargli in futuro. Il primo omicidio non è mai facile, soprattutto per una persona giovane e buona come lui.
Nel disgustoso e sporco bagno della prigione, due rapitori erano entrati per fare le loro cose, quando uno dei due aprì la porta di un gabinetto e trovò Deadpool che si lamentava.
<< Cavolo, non mangerò mai più chimichanga comprati da un venditore ambulante, neanche il mio fattore rigenerante può nulla contro di loro! >>
<< Ehi, cretino! Non so cosa tu stia facendo nei nostri bagni, ma ora verrai dal nostro capo! >> disse una donna alta e palestrata.
<< Che maniere! Un povero mercenario non può nemmeno fare la cacca in santa pace? >> si lamentò Wade.
<< Hai sentito cosa ha detto? >> chiese l'altro, un tizio pelato, rivolto alla sua compagna.
<< Sì, ha detto che è un mercenario >>.
<< Appunto, magari è qui per ucciderci. Dobbiamo...>> Non fece in tempo a finire la frase che Deadpool gli aveva già sparato in testa, uccidendolo sul colpo.
<< Oh no! Che hai fatto? >> chiese lei, ora davvero impanicata.
<< L'ho ucciso >> disse Wade, alzando le spalle.
<< Perché? >> gli chiese, anche se non era così stupida da non conoscere la risposta, o almeno quella che pensava fosse la risposta.
<< Perché mi ha chiamato cretino e perché mi ha disturbato in un momento poco consono >> spiegò lui, lasciandola basita. La rapitrice credeva che l'uomo dallo strano costume rosso e nero avesse delle motivazioni più serie per uccidere, ma a quanto pare si sbagliava di grosso.
<< Ma... ma lui era mio amico da quando tutto questo era iniziato! >>
<< Che storia commovente, peccato che non me ne freghi un cazzo. Ora chiudi la porta e vattene! >> le ordinò lui e lei ubbidì prontamente. Subito dopo, Wade sparò attraverso lo spioncino della porta, prendendola in pieno, visto che si era chinata per portare via il cadavere dell'"amico".
Nella mensa della prigione, anch'essa vuota e desolata, perlomeno il luogo dove i rapitori mangiavano era tenuto leggermente più in ordine, ma solo leggermente, visto che sopra le lunghe tavolate c'erano ancora dei resti di cibo di due giorni fa. Wanda camminava tra i tavoli, osservando il posto con volto tetro e triste. Quella mensa le ricordava fin troppo i rifugi per senza tetto che lei e suo fratello Pietro erano soliti frequentare durante la loro solitaria gioventù. Non erano bei posti affatto, ed era raro non venire attaccati da qualche barbone ubriaco o, peggio, da qualcuno di più pericoloso.
<< Ehi, bella fanciulla >> la prese in giro un uomo, appena arrivato alle sue spalle, insieme ad altri brutti ceffi. << Se vuoi, ti proteggo io dai brutti pensieri >>.
Lei, urtata, fece schiantare un tavolo contro di lui. Successivamente, sempre con la telecinesi, che si manifestava come una nube magica rossa che avvolgeva gli oggetti, rimosse i caricatori dai fucili che le erano stati puntati contro un secondo prima, quando l'uomo aveva parlato.
<< Adesso sparite! >> disse con tono minaccioso la ragazza.
Gli uomini, spaventati dal suo enorme potere, si diedero alla fuga, tranne uno che si rese conto di essere avvolto dal potere di Wanda. Fu trasportato davanti a lei, sospeso nell'aria.
<< Che cosa vuoi da me, strega?! >>
<< Dove si trova il ragazzino che avete rapito? >> chiese lei con voce ferma.
<< Ahahaha, lo abbiamo seviziato e ucciso >> le disse lui, nella speranza che quelle forti parole destabilizzassero la ragazza e la costringessero a mollare la presa, ma, come avrebbe dovuto immaginare, l'aveva solo fatta incazzare ancora di più.
Con un urlo di rabbia, Wanda spazzò via lui e il resto dei tavoli, facendoli schiantare contro il muro. L'uomo svenne all'istante e forse morì, ma Wanda, a differenza di Andrey, aveva già ucciso in passato, sebbene prevalentemente per autodifesa. La morte di quello schifo umano non la tangeva più di tanto.
Nell'ufficio del capo, l'uomo stava sbraitando ad alcuni dei suoi uomini.

<< Siete degli incapaci! Come è possibile che un intero gruppo di persone armate si faccia mettere in difficoltà da delle semplicissime persone? >>
<< Ma capo, queste persone sembrano avere poteri fuori dal comune! >> disse tremando uno dei suoi uomini, facendo impallidire anche il capo. E se... no, non era possibile.
<< Non mi importa! Siete comunque degli incapaci! Inoltre, che fine hanno fatto i miei quattro potenziati? >>
<< Sono morti, signore, quel coso là fuori li ha massacrati >> disse un altro, anche se solo uno di loro era morto, mentre gli altri erano solo svenuti, ma questo il minion non aveva modo di saperlo.
<< Quale coso?! >> chiese il capo, sempre più irritato.
<< È questo il punto, signore! Come le abbiamo già detto, quelle persone hanno delle abilità con le quali non possiamo competere! >>
<< Ha ragione, quindi è meglio che vi arrendiate ora >> disse una voce ironica dietro di loro.
Il gruppo si girò e vide un ragazzo con addosso degli occhiali e degli strani guanti.
<< Cosa aspettate! Fate fuoco! >> ordinò il loro capo in preda alla paura.
Il gruppo sparò, ma il ragazzo, allungando entrambe le braccia, emise delle vibrazioni che rispedirono indietro i proiettili verso le gambe degli aggressori, facendoli accasciare per terra dal dolore. << Siete fortunati che non uccido le persone >> disse Cisco con un sorriso, << ma non posso dire lo stesso per lei... >>
Dietro di lui, infatti, comparve River che subito andò in maniera seducente verso il capo, buttandolo contro la poltrona del suo ufficio, che era l'unico posto che sembrava quanto meno decente e ben curato.
<< Ora, dolcezza, libera subito il ragazzino e nessuno si farà del male, forse...>> disse, puntandogli contro la pistola.
<< Mai! >>
<< Ehm, River, vieni a vedere >> disse Vibe.
<< Cisco, sto interrogando un uomo >> disse, per poi estrarre un'altra pistola laser dalla fondina sinistra e sparare in testa a tutti i minion che erano acasciati li a terra, tanto per essere sicuri.
<< È questo il punto, non c'è bisogno di interrogarlo, ho già scoperto i loro piani hackerando i computer >> le disse lui, ignorando deliberatamente la carneficina di River. Lui era contro qualsiasi forma di omicidio, ma in quel caso, oltre a non voler fare il moralista in una situazione del genere, poteva anche vedere l'utilità futura di quel gesto. Era meglio non avere rogne aggiuntive.
<< Non mi avevi detto che eri un piccolo genio >> disse sorpresa lei.
<< Che cosa hai scoperto, ragazzo? >> chiese Samarium, che era appena entrato nell'ufficio con il bimbo frignante appresso. Che grazie agli dei se ne andò poco dopo con la madre, che dopo averli ringraziati se ne andò via da li il più velocemente possibile. La donna evidentemente, al posto di restare nella foresta al sicuro, aveva deciso di seguirli.
Mentre madre e figlio se ne andavano, dal corridoio arrivarono anche Raffaello e Wanda, mentre Andrey , che si era creato due paia di enormi ali, atterrava con Daryl in braccio nel balconcino lì vicino, per poi entrare tutti quanti nella stanza. Tutti poterono notare il morale del biondo, ma per ora c'erano cose più importanti a cui pensare.
<< Sentiamo cosa ha scoperto Cisco >> disse Samarium e tutti annuirono in accordo.
<< Allora, aprendo alcuni file criptati, ho scoperto che il macchinario di Marcus, che a proposito è il tipo che River sta tenendo sotto stretta sorveglianza. Che fortuna, eh? E pensare che Samarium nemmeno ci voleva venire qui! >> Tutti erano sorpresi, davvero il capo di questo posto era colui che stavano cercando? Definirsi fortunati era riduttivo. << Comunque, almeno inizialmente il macchinario non apriva portali dimensionali, ma portava roba di altre dimensioni in questa reltà, causando però dei terremoti >> finì di spiegare Cisco.
<< Effettivamente, in questo ultimo mese ci sono state alcune scosse >> disse il sopravvissuto, ripensando anche allo scossone che avevano sentito poco fa.
<< Scommetto che quel siero che ha trasformato i soldati in bestioni è uno degli oggetti di un altro mondo >> disse Raffaello.
<< Esatto, però la cosa più importante è una sorta di progetto chiamato U.L.T.R.O.N. >> disse Cisco e Andrey e Wanda sbiancarono.
<< U-u-u Ultron? >> chiese la strega, non sicura di aver capito bene. Non poteva essere vero che uno dei suoi peggiori incubi fosse in qualche modo tornato.
<< Wanda, stai bene? Sai per caso che cos'è questo progetto? >> le chiese Cisco, che ovviamente non conosceva questo U.L.T.R.O.N.
La ragazza aprì la bocca, ma non riuscì a parlare che Deadpool irruppe nella stanza con la sua solita fretta.
<< Ragazzi, che mi sono perso? Sapete, ho avuto un'emergenza gastrica e son dovuto restare nel bagno per un po'! >> Gli altri lo guardarono male, ma decisero di ignorarlo, in primis per la loro sanità mentale.
Andrey, vedendo Wanda ancora scossa, decise di intervenire per placare i dubbi dei suoi compagni di squadra. << Ultron è un robot assassino del suo universo che voleva distruggere l'umanità per portare la pace. Avete Terminator nei vostri universi? ULTRON è Skynet o qualsiasi altra IA pazza che vuole portare la fine del mondo >> spiegò lui, per poi continuare. << Ultron riporta a galla brutti momenti di Wanda, quindi non stressatela con le domande >> concluse e la strega gli annuì grata.
<< Questo scemo in giacca e cravatta non doveva essere ad Atlanta, che ci fa qui? >> chiese giustamente Raffaello, mentre guardava Samarium.
River puntò la pistola in faccia a Marcus che gemette dalla paura.
<< Ultron ha preso il controllo della città e noi siamo scappati appena in tempo. Quel mostro meccanico ha convertito in sue copie sia i vivi che i morti e presto questo mondo sarà sotto il suo totale controllo. Per fortuna...>> Estrasse velocemente un piccolo dispositivo che brillava di luce blu. << Anche se Ultron ha rubato il mio progetto per il viaggio multiversale, io sono riuscito a tenere il primo e, a quanto pare, l'ultimo progetto >> disse, premendo il pulsante. Un portale blu si aprì sotto i piedi di tutti quanti, facendoli precipitare su un terreno fangoso.

Una volta ripresisi, si accorsero di essere poco fuori da quella che sembrava una Londra vittoriana, piena di nebbia, strane urla e ruggiti. Tutti quanti rimasero basiti a osservare il luogo, chiedendosi dove si trovassero.
Da qualche parte nel multiverso
Trevor Stain, questo era il nome del "giovane" vampiro rapito e torturato dalla Tata. Trevor non era mai stato tra le persone più intelligenti: incarnava il classico stereotipo del palestrato americano, interessato solo a ragazze e feste universitarie dove ubriacarsi. Fu proprio a una di queste feste che commise l'errore fatale: provarci con la ragazza sbagliata, che lo trasformò in un non-morto assetato di sangue.
La vita da vampiro, però, gli piaceva. Gli permetteva di fare tutto ciò che voleva e ottenere tutto ciò che desiderava. Si unì ai Pure Blood solo per divertimento: non condivideva le loro idee di purezza del sangue, non per una questione morale, ma semplicemente perché non gli importava nulla. Finché si divertiva, per lui andava bene così. Certamente non si aspettava di essere rapito e torturato dalla donna più folle e terrificante che avesse mai incontrato.
Il Guardiano era... indefinibile, una creatura che sembrava fatta di pura oscurità, maligna e sadica, che sembrava trarre piacere dalla sua sofferenza. Il bellissimo volto della donna era ormai per Trevor sinonimo di paura e incubi. Per sua fortuna, quel terribile periodo era ormai un lontano ricordo.
Non sapeva se fosse riuscito a fuggire grazie a un colpo di fortuna o una qualche benedizione dall'alto, forse entrambe. Durante un momento di distrazione della sua aguzzina, era riuscito a spezzare le catene che lo tenevano legate a una croce di legno. Con la sua velocità sovrumana, era scappato dalla casa a gambe levate.

L'abitazione era la classica casa da film horror che si poteva trovare in America: legno scuro e fatiscente, con un portico avvolto da erbacce e finestre oscurate che sembravano occhi ciechi. Due piani incombevano minacciosi sotto un tetto spiovente e un'insegna arrugginita oscillava cigolando sotto il vento gelido. La casa era circondata da alberi spogli, i cui rami ricordavano dita scheletriche e sorgeva letteralmente in mezzo al nulla, ma per fortuna non troppo distante dal lugo dove era stato rapito.
Una volta scappato, raggiunse uno dei rifugi del suo gruppo e spiegò ai compagni in che guai si erano cacciati. Nei giorni successivi, si riprese lentamente. La guarigione fisica fu quasi istantanea, visto che era un vampiro, ma quella mentale richiese più tempo: il trauma subito era stato profondo.
<< Ragazze, volete sapere come ho fatto a non spifferare alcune informazioni alla mia pazza rapitrice? >> si vantò Trevor, mentre due vampirelle svampite ridacchiavano accoccolate sul suo petto. << Mi ha torturato, anche troppo, ma io ho resistito come un vero leone. >> Sapeva bene che stava cercando di fare lo splendido solo per mascherare il terrore ancora fresco che gli stringeva lo stomaco, ma in quel momento il suo amore per il gentil sesso aveva preso il sopravvento.
<< Richard ci ha detto che sei troppo stupido e fifone perché ti rivelassero l'ubicazione della tribrida >> disse una delle due, ridacchiando. << Così, se ti avessero catturato, non avresti potuto spifferare niente >>.
<< Digli a quel testa di cazzo di tuo fratello che io ero lì quando abbiamo rapito Hope e so perfettamente dove l'hanno portata, visto che c'ero! >> sbottò lui, infuriato. Detestava Richard: si credeva il migliore al mondo e lo trattava sempre come un sottoposto. Un tipo davvero odioso!
<< E dov'è? Dai, sai che a noi puoi dire tutto >> miagolò l'altra, che probabilmente era la vampira più svampita della nazione, se non del mondo intero. Si diceva che avesse addirittura cercato di sedurre il terribile e famoso Klaus Mikaelson, il quale non l'aveva decapitata solo perché troppo impegnato in quel momento.
<< È in un vecchio supermercato della H-Mart, ormai chiuso. Questo posto è poco fuori New York. Volete l'indirizzo preciso, puttanelle? Non me lo ricordo, okay? >> sbuffò Trevor. << Adesso basta parlare, diamoci da...>>
La scena attorno a lui si dissolse improvvisamente come per magia. La stanza calda e accogliente, con il comodo letto dove si trovava insieme alle sue due "amichette", il caldo e scoppiettante camino e i vari mobili, svanirono in una dissolvenza dai toni blu.

Dove prima c'era un ambiente caldo, ora si trovava un gigantesco stanzone più grande di una palestra comunale. Le pareti grigie erano attraversate da sottili linee azzurre che, intrecciandosi, formavano grandi quadrati. In alto c'era una sola "finestra", che in realtà non era una finestra, ma un vetro che separava quello che sembrava essere un centro d'osservazione. Al di là del vetro, immobile e glaciale, c'era colei che Trevor sperava di non rivedere mai più: la Tata, nella sua oscura magnificenza.
Lei lo osservava con quegli occhi gelidi e senz'anima.
<< Visto che sembri confuso, lascia che ti spieghi cosa è successo davvero >> disse la Tata, attivando gli altoparlanti. << Questa stanza in cui ti trovi è il mio ponte olografico, utile per simulare qualsiasi ambiente. Nel tuo caso, l'ho usato per creare l'ambientazione adatta alla tua "fuga" >> fece le virgolette con le dita mentre pronunciava la parola "fuga".
Trevor si rese conto, con orrore, di non essere mai scappato davvero. La pazza aveva semplicemente cambiato strategia: l'aveva fatto sentire al sicuro, colpendo il suo punto debole... le donne. Fregato e umiliato, realizzò che il peggio doveva ancora venire, quando la sua aguzzina riprese a parlare.
<< Prima di liberarmi di te, voglio svelarti un segreto: non è stata la tua forza di volontà a impedirmi di ottenere ciò che volevo. Una magia vincolante ti impediva di rivelare certe informazioni a un nemico. Per questo ho creato un ambiente familiare, per aggirare quella barriera >>.
Schioccò le dita e una porta si aprì accanto a Trevor. Subito, un potente risucchio lo trascinò via, facendolo precipitare nel vuoto più assoluto. Con terrore, vide davanti a sé quella che sembrava una gigantesca palla di fuoco, ma non ebbe tempo di osservarla a lungo: fu bruciato vivo.
Trevor morì a otto minuti luce dalla Terra, consumato dallo stesso sole che permetteva la vita sul suo pianeta.
La Tata, senza nemmeno degnare di uno sguardo la fine di quell'essere inutile, si diresse con passo deciso verso la sala console. Era pronta, finalmente, a salvare la sua protetta o, almeno, colei che sperava sarebbe diventata tale.
Le due si erano conosciute quando Hope era ancora una bambina e la Tata era nella sua sesta incarnazione: una donna bionda, moralista e miope verso la dura realtà del cosmo. Odiava quella versione di sé: troppo bianca, troppo gentile, troppo... materna. Una parte di lei sospettava che l'odio verso la Sesta derivasse dalla nostalgia per quei tempi più semplici, prima che tutta quella merda le piovesse addosso.
Ma poi si scosse. Se era cambiata, c'era un motivo. Forse non era migliorata, ma ora era più forte e aveva il coraggio di fare ciò che era necessario per aiutare chi lo meritava. La sesta versione di sé non avrebbe mai salvato Hope: la sua morale stupida e ingenua le avrebbe impedito di torturare un rifiuto come Trevor.
Raggiunse la sala console ancora più irritata di prima. Non vedeva l'ora di sfogarsi contro i Pure Blood. Fece per azionare i comandi, quando qualcuno bussò alla porta.
Chi poteva essere? Si trovava accanto al sole: quasi nessuno poteva raggiungerla lì. Quasi. Alcune entità erano capaci di farlo e molte di loro erano sue nemiche o, nella migliore delle ipotesi, una rottura di scatole, come gli Angeli o gli Arcangeli. Ma loro si sarebbero teletrasportati all'interno... o, almeno, ci avrebbero provato, finendo bloccati dal suo sistema di difesa runico, creato con l'aiuto di Kósmos Il Guardiano dell'Omniverso, suo vecchio amico e costante rottura di scatole.
Sbuffando, azionò la telecamera esterna sul monitor. Venne accolta dall'immagine di un gufo che beccava con insistenza la porta grigia del cilindro, una lettera tra le zampe.

Un gufo? Sul serio?
Decise di aprirgli. Il pennuto volò dentro, posandosi con eleganza sul suo braccio destro. Lei gli tese il braccio, prese la lettera e iniziò a leggerla:
Caro Signore del Tempo, conosciuto come il Guardiano,
Mi permetta di rivolgermi a lei con il rispetto che merita un vecchio amico. Sono Albus Percival Wulfric Brian Silente, Preside della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Sebbene gli anni ci abbiano separati, il ricordo delle nostre conversazioni e delle sfide condivise è rimasto vivo nel mio cuore.
Le scrivo per una questione di estrema urgenza, che richiede la sua esperienza unica e il suo straordinario ingegno. Ci sono forze oscure in movimento e credo che la sua presenza sia fondamentale per affrontarle. Preferirei discutere i dettagli di persona, per evitare che informazioni delicate finiscano nelle mani sbagliate.
La invito quindi a venire nel mio ufficio, dietro il gargoyle della fenice, appena le è possibile. La parola d'ordine sarà "Aurora Eterna". Spero che comprenderà la gravità della situazione e risponderà al mio appello.
Con il massimo rispetto e fiducia nella sua saggezza,
Albus Percival Wulfric Brian Silente, Preside di Hogwarts, Ordine di Merlino, Prima Classe, Supremo Pezzo Grosso della Confederazione Internazionale dei Maghi,Capo del Wizengamot.
Quella lettera sorprese non poco la donna, soprattutto perché non si aspettava che Multiverse-0 fosse la casa di Albus Silente. Era convinta che si trovasse nel suo multiverso d'origine, noto ai più come Multiverse-DV (Dimensional Vortex). Ma ai tempi, quando era ancora nella sua pigrissima e cicciottella terza vita, non possedeva la conoscenza omniversale che aveva ora, quindi era certa di essersi semplicemente sbagliata. Ricordava quel gufo, chiamato Anacletobot, un robot di sua invenzione che poteva viaggiare per il multiverso e raggiungerla in caso di necessità.
Ora come ora, però, non poteva andare da Albus. Doveva prima salvare Hope, poi aiutare Mark e se ne avesse avuto ancora voglia, sarebbe andata dal suo vecchio amico mago.
Il cilindro scomparve dall'orbita solare, guidato dalla sua padrona, pronta a fare una strage di non-morti per salvare una giovane anima tormentata.
Terra-3

L'unica cosa che Artù ricordava era di star morendo. Morendo per colpa di un cavaliere che un tempo gli era stato fedele e della sua amata sorella: Morgana. Il leggendario Re ancora non riusciva a capacitarsi del cambiamento di Morgana, né del suo tradimento, una ferita che non aveva mai superato davvero. Un altro colpo al cuore era arrivato poche ore prima della sua morte: il tradimento di Merlino. Tuttavia, a differenza degli altri, il suo più caro amico, che considerava come un fratello, aveva agito così per un motivo ben preciso. Merlino non gli aveva mai rivelato i suoi poteri magici perché la magia, a Camelot, era bandita sotto pena di morte.
Eppure... Artù avrebbe voluto che Merlino gli parlasse del suo segreto. Chissà quante cose sarebbero potute cambiare. Era certo che, alla fine, avrebbe accettato i poteri del servitore e, insieme, avrebbero potuto fare grandi cose. Si era reso conto troppo tardi che Merlino lo aveva salvato innumerevoli volte, sempre nell'ombra. Tanto valeva che l'avesse fatto alla luce del sole.
Artù sapeva di nutrire ancora delle riserve nei confronti degli stregoni, ma comprendeva che tutto ciò derivava dalla sua infanzia. Suo padre lo aveva ossessionato con racconti di stregoni malvagi e mostri ancora peggiori, spingendolo a credere che quella fosse l'unica verità. Eppure, non era mai stato completamente convinto di questo. Quando aveva salvato Mordred, sapeva che il ragazzo poteva essere un mago. Non tutti i druidi lo erano, ma la possibilità era alta. Forse aveva scelto di essere cieco per la sua sanità mentale... o forse solo per paura.
Questa riflessione, che per Artù durò pochi istanti, ma che in realtà durò secoli, fu interrotta bruscamente. Si sentì affogare e, con uno sforzo, riemerse dal lago, boccheggiando e sputando acqua. Confuso, si guardò intorno. In lontananza, vide stagliarsi imponente la Torre Nera dell'Isola al centro del Lago di Avalon, un luogo che conosceva bene. Se la memoria non lo ingannava, Merlino doveva averlo portato lì per guarirlo. Ma allora, dove si trovava adesso?

I suoi pensieri vennero interrotti da un rumore insolito, simile a un rombo. Ben presto, davanti a lui apparve una sorta di bestia rettangolare, al cui interno si intravedevano alcune persone. La vista lo spaventò a morte. Da quella strana creatura scese un uomo anziano, vestito in modo bizzarro, che si avvicinò a lui con uno sguardo misto di incredulità e divertimento.
Dopo aver sguainato la spada e messosi sull'attenti, il Re chiese:
<< Che cos'è quella bestia? Come fai a domare il suo potere? >>
Il vecchio scoppiò a ridere, seguito dagli altri che si trovavano all'interno della strana creatura.
<< Ragazzi, a quanto pare il Re del passato e del futuro è tornato! >> esclamò il vecchio, con un tono che sembrava una presa in giro.
Urtato, Artù si avvicinò minaccioso al vecchio. << Stregone, io sono Artù, Re di Camelot, e pretendo che tu mi dica chi sei e come fai a dominare una simile creatura. Chi sono quelle persone? Sono state forse assorbite e soggiogate dal tuo crudele mostro? >>
<< Se tu sei Artù, allora io sono Merlino >> ridacchiò il vecchio, divertito.
<< Non sei lui. So riconoscere il mio servitore quando lo vedo. Ora... rispondi con sincerità alla mia domanda! >>
Il vecchio, a quel punto, si fece più serio. Sembrava che il Re dicesse sul serio e non stesse scherzando. Forse era ubriaco... del resto, era appena uscito dal lago nel bel mezzo di dicembre. Solo un pazzo farebbe una cosa simile.
<< Io sono solo una guida turistica. Questo è il Viaggio di Albione, un tour che ripercorre la storia di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Tu devi essere un'aggiunta speciale organizzata dall'agenzia, un attore che interpreta la parte di Re Artù! >>
<< Un attore?! Io sono Re Artù! >> tuonò il biondo, offeso. Come osava quel ciarlatano definirlo un impostore? Inoltre... che cos'era una guida turistica? Decidendo di ignorare quell'insolita definizione, Artù chiese:
<< Avete visto un ragazzo magro e impacciato aggirarsi qui attorno? Sto parlando di Merlino, quello vero. Sono quasi certo che dietro tutto questo ci sia lui, con uno dei suoi vili scherzi! >>
Era sicuro che fosse così e quando avrebbe trovato Merlino, gliela avrebbe fatta pagare come si deve. Amico o no, questa volta aveva passato il limite. Solo Merlino poteva evocare una creatura metallica di quel genere.
<< Perché non entri e...>> iniziò a dire il vecchio, provando a convincerlo gentilmente.
Ma per Artù entrare in quella "bestia" era come firmare una condanna a morte. Senza esitare, si avventò sul vecchio, spada alla mano, deciso a eliminare lo stregone. Tuttavia, prima che potesse colpirlo, sentì una potente scossa al collo. Il dolore improvviso lo sopraffece e crollò al suolo, perdendo i sensi.
Quando il Re rinvenne, il panico lo avvolse. Si trovava all'interno di quella strana creatura, circondato da persone dall'aspetto insolito. Ai polsi portava delle manette, sorprendentemente piccole e leggere, che stringevano i polsi coperti dai suoi guanti neri. Provò a liberarsi, ma senza successo. Irritato, cercò con lo sguardo la sua fidata spada, Excalibur, e la scorse poco distante, appoggiata dietro alcune strane sedie dall'aspetto incredibilmente comodo.
Ora che ci faceva caso, si trovava anche lui seduto su una sedia sorprendentemente confortevole. Quale tipo di magia poteva rendere una sedia così comoda? E a proposito di magia... fuori dalla finestra della creatura, Artù vedeva il paesaggio muoversi a una velocità mai vista prima. Come era possibile? Riflettendoci, capì che non era il paesaggio a muoversi, ma la creatura stessa. L'aveva vista muoversi e ora ne era certo.
La priorità era liberarsi, sconfiggere il padrone del mostro e tornare a Camelot, dalla sua amata moglie e dai suoi fidati cavalieri.
Più il tempo passava, più il panorama al di fuori cambiava. Comparivano edifici mai visti prima, strade fatte di una pietra liscia e scura, case sconosciute e strani pali metallici che reggevano fili in alto. Altre creature di metallo sfrecciavano accanto a quella in cui si trovava lui. Artù si sentiva sempre più a disagio. Tutto era sbagliato, tutto sembrava alieno. Si chiese se quello fosse davvero il suo mondo. Una terribile idea iniziò a prendere forma nella sua mente: e se non fosse la sua realtà? E se si trovasse in un mondo dominato da stregoni e strane diavolerie?
Ecco perché Merlino non si trovava da nessuna parte... E se fosse rimasto nel loro mondo?
I suoi pensieri furono interrotti da una giovane dai capelli rossi, vestita con quella che sembrava una sorta di uniforme. Era diversa dagli altri passeggeri, i quali si tenevano a distanza da lui, visibilmente intimoriti. Tra di loro, Artù notò due persone di statura minuta, con capelli neri, pelle "giallastra" e occhi a mandorla, particolarmente sottili. Non aveva mai visto nessuno con caratteristiche simili.

<< Smettila di fissarli in quel modo! >> lo ammonì la ragazza dai capelli rossi. << Non hai mai visto un giapponese? >>
<< Un che? Da quale reame vengono? >> chiese confuso Artù.
La ragazza sbuffò, incrociando le braccia. << Senti, smettila di interpretare Re Artù. Altrimenti sarò costretta a stenderti di nuovo con il mio taser! >> Gli mostrò uno strano oggetto metallico che, agli occhi di Artù, sembrava un'arma magica.
<< Io sono Re Artù di Camelot! >> ribatté spazientito. << E gradirei davvero essere liberato. Non ho fatto nulla alla tua gente per meritare questo comportamento >>.
<< Hai cercato di attaccare l'autista e arrestare i pazzi è il mio lavoro >> rispose secca la ragazza.
<< Il tuo lavoro? Sei una sorta di guardia? Ma... sei una donna! >> esclamò Artù, sorpreso. Non aveva nulla contro le donne: conosceva bene la forza e la determinazione del gentil sesso. Morgana era una spadaccina straordinaria e sua moglie, una Regina unica, potente e generosa. Tuttavia, una donna guardia era qualcosa di nuovo per lui.
<< E allora? Siamo nel ventunesimo secolo, o te lo sei dimenticato?! >> sbraitò la ragazza.
<< Cosa? Ti sbagli. Ci troviamo nel quinto sec... >> Artù si interruppe, sbiancando. E se quello non fosse un altro mondo, ma il futuro? Un futuro avanti di secoli, in cui tutti quelli che conosceva erano... morti? Lui stesso era morto. Forse si era risvegliato dopo secoli.
Questa spiegazione dava un senso a tutto. Preso dalla tristezza, Artù si accasciò ancora di più sulla strana sedia, gli occhi lucidi. Pensò al suo regno e a tutte le persone che aveva perso. Stava quasi per abbandonarsi all'angoscia più assoluta, quando una voce maschile, proveniente apparentemente da ogni direzione, lo scosse.
<< Benvenuti anche oggi su Capital FM, il vostro programma radiofonico preferito! Oggi abbiamo con noi l'Arcangelo Gabriele, membro della band Metal Rock Paradox, capitanata dalla pazza Emily Paradox! Gabriele, però, è anche un solista e come avrete intuito, è un cristiano, a giudicare dal nome d'arte che ha scelto >> il conduttore ridacchiò. << Dimmi, cosa ti porta qui? >>
<< Beh, Greg, oggi c'è un'anima in pena che ha bisogno della mia guida. Per questo ho una canzone per lui, si chiama Verso una nuova era >>.
<< Ottimo, allora ascoltiamola! >>
La musica partì con vigore:
Dal cielo discesi, messaggero di luce
Per guidarti, Artù, in un nuovo viaggio
Lascia il passato, le antiche leggende
Insieme scriveremo una nuova storia
Ovviamente il Re rimase stupito da questa canzone, perché parlava direttamente a lui! Anche la ragazza rimase sorpresa e non solo loro, visto che quella era una coincidenza fin troppo assurda. Prima trovano una persona che si dichiara il mitologico Re Artù, poi la radio si accende da sola e parte questa canzone? Era decisamente troppo strano.
Verso una nuova era, io ti guiderò
Un mondo da scoprire, un futuro da inventare
Con la tua spada, tu troverai la tua strada
Un re senza regno, ma con un cuore da cavaliere
Nel 21° secolo, un mondo così diverso
Ma la tua forza, Artù, non è mai persa
Con la mia guida, tu sarai l'ispirazione
Per un'umanità che cerca una nuova direzione
Quindi era vero... si trovava davvero nel futuro. Ma chi era questa misteriosa figura? Ora che ci pensava, gli Arcangeli erano figure cristiane, una religione che nel suo tempo stava diventando sempre più influente, ma che era ancora contrastata dai miti locali, con la Triplice Dea in primis. Non che lui credesse in lei; era la dea della magia e fino al giorno prima, lui odiava tutto ciò che fosse magico.
La cupola ti attende, un mistero da svelare
Ascolta il tuo cuore, non aver paura
La mia voce ti indica la via
Ora, Artù, è tempo di volare da solo
"La cupola?" pensò. Quale cupola? Era lì che doveva andare?
Verso una nuova era, io ti guiderò
Un mondo da scoprire, un futuro da inventare
Con la tua spada, tu troverai la tua strada
Un re senza regno, ma con un cuore da cavaliere
La leggenda continua, in una nuova veste
Un re e un mago, uniti dal destino
"Un mago?" si chiese Artù. Parlava di Merlino? Magari anche lui era risorto. Se era così... forse non era solo...
Verso una nuova era, io ti guiderò
Un mondo da scoprire, un futuro da inventare
Con la tua spada, tu troverai la tua strada
Un re senza regno, ma con un cuore da cavaliere
<< Che bella canzone! >> esclamò il presentatore. << E anche molto mitologica, forse si riferisce alla leggenda del Re del Domani o dell'Oggi, o come si chiama? >>
Gabriele ridacchiò. << Mito, realtà... non c'è poi tutta questa differenza, fidati. Ora parlo a quelli del furgoncino turistico. Sì, lui è davvero colui che afferma di essere. E sì, Rachel, tua nonna ti guarda sempre dal cielo. So che la sua morte e altri brutti avvenimenti ti hanno fatto perdere la fede che prima era così forte, ma Dio non ti ha mai abbandonata e mai lo farà. Tua nonna ti saluta e dice che ti aspetta in paradiso con la tua tazza di cioccolato preferita, ma aggiunge di non avere fretta a raggiungerla. Goditi la vita e questo è un messaggio che porgo a tutti. Ora devo andare: antichi... dèi stanno tornando e c'è bisogno del mio aiuto >>.
Detto ciò, si sentì un forte battito d'ali, seguito dall'urlo sorpreso del presentatore. << È... è scomparso!! >>
Tutti nel pulmino erano basiti, Artù più di tutti. << Che cosa è questa Cupola? >> chiese.
<< È una strana cupola formata da una cortina di nebbia e nubi. Si trova in una foresta. >> spiegò sommariamente la ragazza, che non si era ancora del tutto ripresa dalla parole dell'Arcangelo? Sul serio sua nonna stava bene ed era in Paradiso?
<< Portatemi lì >> ordinò.
<< Guarda che non è esattamente dietro l'angolo! >> protestò lei, ma il biondo sembrava più che determinato. Anche se si trovava in un tempo a lui sconosciuto, aveva una missione e come cavaliere non poteva tirarsi indietro.
<< Non importa, questa bestia è veloce, molto più di un cavallo. Sono certo che non ci vorrà molto >>.
L'autista sospirò, rassegnato. Era troppo vecchio per questo genere di follie. Doveva andare in pensione il prima possibile.
Terra-14

L'Avengers Compound era una struttura moderna e tecnologicamente avanzata immersa in un paesaggio verdeggiante. L'edificio presentava un design architettonico futuristico, caratterizzato da grandi pannelli di vetro, strutture metalliche eleganti e il logo iconico degli Avengers ben visibile.
All'esterno si trovavano ampi spazi aperti con alberi, un'area per l'atterraggio di elicotteri e veicoli high-tech. Gli interni comprendevano un laboratorio avanzato, una sala di controllo all'avanguardia e aree di addestramento per le missioni. La struttura univa tecnologia e natura, trasmettendo un senso di innovazione e tranquillità.
In breve, rappresentava un simbolo di potere e progresso, perfetto come quartier generale degli eroi più potenti della Terra, o almeno di ciò che ne restava dopo la Guerra Civile.

All'interno, nella sala delle conferenze, Tony Stark, alias Iron Man, membro fondatore degli Avengers e una delle persone più ricche del mondo, era seduto al tavolo di un lungo tavolino di legno. Appariva stanco e stufo della situazione in cui si trovava. Aveva sempre detestato avere a che fare con mercanti d'armi, generali e figure simili, specialmente dopo l'incidente in Afghanistan che lo aveva spinto a cessare la produzione di armi.
Ora, però, a seguito del caos della Guerra Civile tra gli Avengers e delle azioni di Steve Rogers, che una volta considerava uno dei suoi più grandi amici, era stato costretto a prendere provvedimenti. Questi prevedevano la creazione di nuove armi per fermare i super-esseri non registrati. Per Tony, ciò significava sviluppare nuove armature e reclutare membri per una squadra di Avengers più controllata, non certo costruire robot progettati per eliminare mutanti.

Il colonnello Ross era arrivato con un progetto denominato Progetto Sentinelle: una serie di enormi robot armati fino ai denti, il cui scopo era identificare e stanare qualsiasi mutante sul pianeta. Secondo il generale, i robot potevano essere ulteriormente potenziati per rintracciare altre categorie di superumani, come gli Inumani.
<< Mi dispiace, generale, ma devo rifiutare l'offerta >> disse Tony con un sorrisino, irritando il baffuto generale.
<< Stark! La mia non era una proposta! >>
<< Tony, il generale ha ragione. Queste sentinelle sono ciò che ci serve per far rispettare gli accordi >> intervenne James "Rhodey" Rhodes, alias War Machine, con tono serio. Era il migliore amico di Tony, ma ultimamente il loro rapporto era cambiato. Dopo l'incidente che lo aveva quasi paralizzato durante la Guerra Civile, Rhodey sembrava comportarsi in modo sempre più distante e strano. Tony aveva inizialmente attribuito il comportamento al trauma, ma con il tempo aveva iniziato a sospettare che ci fosse qualcosa di più.
<< Ricordate il progetto Iron Legion? Quello che, a causa di un mio errore, si trasformò in Ultron? Queste sentinelle sono fin troppo simili. No, grazie >> dichiarò Tony fermamente. Credeva negli Accordi di Sokovia, considerandoli un modo per espiare i suoi errori con Ultron e altre sue colpe, ma questa proposta rappresentava un passo nella direzione sbagliata.
<< Appunto. È già successo, ma avrai imparato dai tuoi errori. Questa volta andrà tutto bene >> cercò di convincerlo Rhodey.
<< STARK! Il governo vuole quelle armi e tu gliele fornirai! >> urlò il generale. Tony notò una scintilla di luce rossa negli occhi dell'uomo, ma la attribuì al riflesso o a un gioco della mente. << E non è un ordine! >> aggiunse il generale prima di girarsi ed uscire furibondo.
<< Ora devo andare anche io. Ma sul serio, Tony, per una volta fai la cosa giusta >> disse Rhodey prima di seguirlo.
Rimasto solo, Tony scese nel suo laboratorio, pieno di armature di tutti i colori e altre apparecchiature scientifiche disposte in modo caotico. Se Pepper fosse stata lì, lo avrebbe sicuramente rimproverato. Pensare a Pepper gli provocava ancora dolore; la loro "separazione" era una ferita aperta.
<< Signore, ho finalmente rintracciato i misteriosi progettisti del Progetto Sentinelle. Si fanno chiamare Orchis >> annunciò con voce femminile e seducente Friday, l'assistente IA di Stark.
<< Bene. Grazie, Friday. Mettiamoci al lavoro >> rispose Tony, con il solito tono determinato.