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Mehmet Yilmaz rimase in silenzio, paziente, con lo stesso mezzo sorriso sulle labbra, in attesa della mia descrizione. Io, invece, ero lì, in mezzo a decine di tappeti preziosi, completamente incapace di dire una sola frase sensata su di lei. E per la prima volta capii quanto fossi cieco. Una cecità non degli occhi, ma dell’anima, una incapacità di vedere il reale, di essere presente.
Fu allora che, come un lampo in una notte buia, un’intuizione mi attraversò. Non era un pensiero, ma una sensazione, una certezza che saliva dal profondo. Non dovevo pensare a lei, dovevo sentirla. E le parole, finalmente, iniziarono a fluire, non dalla mente, ma da un luogo più viscerale.
«È alta circa un metro e settantacinque,» dissi, e la mia voce, prima flebile, acquisì una strana sicurezza. «Magra, ma non scheletrica. I capelli neri, sempre raccolti in qualche modo, ma non ho mai visto esattamente come. E gli occhi neri, profondi. Di un nero che assorbe la luce, non la riflette. È bella, sì. Di una bellezza che non è appariscente, ma essenziale. E veste sempre elegante, anche quando indossa una tuta da operaia. Una semplicità che rasenta la perfezione.» Mehmet mi guardò, e il suo sorriso si allargò, rivelando una fila di denti bianchissimi. Una risata calda e roca gli scosse il petto. «Ah! Bene! Bene! Vai avanti, Davide! Vai avanti!» mi incoraggiò, battendo le mani con entusiasmo, il suo italiano incerto che si mescolava al suono delle campanelle della porta che annunciavano nuovi clienti.
Ero partito. La diga si era rotta. Le parole si accavallavano, cercando di dare forma a qualcosa che era sempre stato lì, ma che non avevo mai osato esprimere. «Ha una voce rauca, sì. Ma non è sgradevole. È come come il crepitio di un fuoco. E un’espressione un’espressione che ti fa venir voglia di prenderla a schiaffi, a volte. Perché ti guarda come se sapesse tutto di te, e non ti lascia scampo. E il suo vocabolario è forbito, sì. Sembra sempre sul punto di prenderti a parolacce, ma poi si ferma, a un passo dal farlo. È come se giocasse con le parole, le usasse come armi affilate. E parla sempre con enigmi, con frasi che sembrano non avere senso, ma poi poi si capisce perfettamente quello che ti vuole dire. È come se ti sapesse leggere dentro, come se ogni tua difesa fosse trasparente ai suoi occhi.»
Mehmet mi interruppe, alzando una mano. Il suo volto era un misto di divertimento e una sorta di soddisfazione. «Stop! Stop, Davide!» disse, scuotendo la testa e gesticolando con le mani, come per afferrare le mie parole e rimetterle in ordine. «Io io ti ho chiesto descrizione fisica! Tu tu mi parli di dentro! Di come ti fa sentire! Ma va bene, va bene» E rise di nuovo, una risata contagiosa che mi fece sorridere per la prima volta in quella giornata surreale.
Intorno a noi, il negozio era un alveare brulicante. Nonostante non avesse le vetrine scintillanti di Missoni Home o il lusso ostentato di Bisazza, era un luogo vivo, pulsante.
Clienti di ogni età e provenienza si muovevano tra le pile di tappeti, toccando le lane, discutendo con i commessi. Si sentiva il brusio di diverse lingue, il fruscio dei tessuti, il profumo di spezie e legno antico che si mescolava all’odore di caffè turco che proveniva da un angolo. Era un via vai costante, un flusso di energia che contrastava con il silenzio quasi monastico degli altri negozi. Questo posto, seppur meno appariscente, era autentico, vibrante, pieno di vita. E io, per la prima volta, mi sentivo parte di qualcosa, anche se non sapevo ancora esattamente cosa. Mehmet mi fece un cenno, indicandomi un angolo del negozio. «Ora, Davide. Ora tu vendi tappeti....ora ti presento chi ti salverà la vita oggi.»
Da dietro una pila di tappeti anatolici spuntò una ragazza. Aveva i capelli biondo cenere trattenuti a malapena da una pinza e un paio di occhiali dalla montatura sottile che le scivolavano leggermente sul naso. Indossava un maglione oversize e dei jeans scoloriti, ma si muoveva in quello spazio stracolmo con una grazia naturale, quasi felina.
«Lei è Isolde,» disse Mehmet, con un tono carico di affetto e rispetto. «Inglese. È venuta a Milano per studiare giurisprudenza. Doveva diventare un grande avvocato internazionale. Ma non ha mai passato gli esami del secondo anno. E sai cosa? È la cosa migliore che le sia mai successa. Ora è qui con me, ed è l'unica in tutta la via che sa ascoltare la lana prima ancora di guardarla.»
Isolde mi sorrise. Non c'era traccia di vergogna, di rimpianto o di fallimento in quel sorriso. Era un’espressione pulita, radicata. Come se il fatto di aver deluso le aspettative della società le avesse finalmente dato il permesso di essere semplicemente se stessa.
«Piacere, Davide,» disse, con un leggero e musicale accento britannico. Mi porse la mano; la sua stretta fu ferma, rassicurante.
In quel preciso istante, il campanello d'ottone sopra la porta d'ingresso tintinnò.
Entrarono due uomini, portandosi dietro uno sbuffo di aria fredda e profumo costoso. Il primo, sulla cinquantina, indossava un cappotto sartoriale di cachemire scuro e scarpe di pelle lucidate a specchio che stonavano con la polvere dei tappeti; camminava con il mento sollevato e lo sguardo impaziente di chi è abituato a comprare il tempo e l'attenzione degli altri. Il secondo era più giovane, forse trentacinque anni, vestito con un dolcevita nero e occhiali di design; stringeva una grossa cartellina di pelle sotto il braccio e si muoveva un passo dietro l'altro, come un’ombra obbediente. Sembravano due squali finiti per sbaglio in un acquario di pesci rossi.
Mehmet mi diede una spintarella tra le scapole, un colpo secco. «Il tuo turno. Vai e vendi.»
Il pavimento sembrò improvvisamente trasformarsi in sabbie mobili. I miei piedi pesavano quintali. Mentre accorciavo le distanze tra me e i due uomini, il respiro mi si bloccò nel petto e la mente iniziò a vorticare.
Le parole di Stefania mi martellarono il cranio. È un esercizio di presenza. È una misurazione del tuo intento. Davanti a te non c’è un uomo, ma solo un’altra macchina. Se riesci a vendere, significa che per un istante la tua presenza ha superato la sua. Significa che hai smesso di essere automatico.
Ci provai. Feci un respiro profondo cercando disperatamente di "esserci", di non fuggire. Ma non appena il cinquantenne piantò i suoi occhi freddi e giudicanti su di me, la mia misera presenza andò in frantumi.
«Buon... buongiorno,» gracchiai. La voce mi uscì troppo acuta, esitante. Non era la voce di un uomo che misura il suo intento; era la voce dell'impiegato della Bartolini, quello che si piega davanti al caporeparto.
«Cerchiamo qualcosa per un loft in zona Tortona,» disse l'uomo più anziano, senza nemmeno rispondere al saluto. Parlò guardando oltre la mia spalla. «Lui è il mio architetto. Abbiamo bisogno di un pezzo grande, moderno, ma con un richiamo orientale. Colori freddi. E, possibilmente, senza perdere mezza giornata.»
L'architetto annuì, sfogliando nervosamente dei fogli.
L'imbarazzo mi assalì come una secchiata di acqua gelida. Le mani cominciarono a sudare, il collo mi bruciava. Volevo recitare una parte, volevo dominarli, ma mi sentivo nudo e ridicolo. La mia mente si svuotò.
«Sì... certo. Abbiamo... abbiamo delle lane afghane molto belle,» balbettai, indicando a casaccio una pila alla mia destra. Mi abbassai goffamente per sollevare un lembo pesante, rischiando di inciampare nel tappeto vicino. «Questo... questo è sul blu... e grigio...»
«È un Kilim vecchio di quarant'anni e ha i colori caldi della terra, ragazzo,» mi interruppe il cliente, il tono intriso di un compatimento che mi tagliò le gambe. «Non c'entra assolutamente nulla con quello che le ho chiesto.»
Il calore mi divampò sulle guance. Stavo tremando. Non stavo osservando le loro macchine, la mia stava semplicemente urlando di terrore. Volevo scappare, volevo che mi dicessero di sì per alleviare quel disagio insopportabile che mi mangiava lo stomaco.
«Scusate,» annaspai, spostandomi precipitosamente verso un'altra sezione. «Forse... forse questo in seta... so che costa un po' di più, ma se volete possiamo parlarne con Mehmet, magari vi fa uno sconto sostanzioso...»
Mi fermai da solo. Mi stavo umiliando. Stavo svendendo un oggetto prezioso che non conoscevo, e stavo svendendo me stesso, offrendo sconti ancor prima che me lo chiedessero. Ero completamente in balia della loro arroganza. Loro non erano "altre macchine" ai miei occhi; erano giudici implacabili, e io ero sul banco degli imputati a mendicare clemenza pur di non essere disprezzato.
«Non ci siamo,» sospirò l'uomo, guardando con ostentazione un orologio d'oro massiccio. Fece un cenno secco all'architetto. «Andiamo. Qui stiamo solo perdendo tempo.»
«Permettete?»
La voce di Isolde si inserì tra noi, morbida e decisa. Mi aveva affiancato senza che me ne accorgessi. Non sembrava minimamente scalfita dall'aura intimidatoria e sprezzante dei due clienti.
Si rivolse direttamente all'architetto, ignorando per un momento il cinquantenne. «Lei cerca qualcosa che spezzi il rigore del loft senza tradirne lo stile industriale, immagino. Qualcosa che dica 'lusso', ma in modo imperfetto. Che abbia una storia.»
L'architetto sbatté le palpebre, colto di sorpresa da quell'analisi chirurgica. «Esatto. Una texture particolare, ma toni neutri.»
Isolde non si affrettò. Non sorrise per compiacerli. Con movimenti lenti, calmi e perfettamente integrati, tirò fuori un tappeto persiano sovratinto, un pezzo in cui il disegno originale era stato quasi cancellato dal tempo per lasciare spazio a un grigio argento metallico e profondo. Non disse una parola sul prezzo. Lo srotolò a terra con un gesto secco e lo guardò lei stessa, in silenzio, come se stesse ammirando un'opera d'arte.
L'uomo più anziano si fermò. Abbassò lo sguardo. Il fastidio sul suo volto lasciò il posto a un genuino e silenzioso interesse.
«Questo,» disse lui, con una voce improvvisamente priva di arroganza. «Questo ha carattere.»
Isolde aveva preso il controllo. Non per sottomissione, non per foga, ma perché lei era radicata lì, presente a ogni suo gesto, mentre io galleggiavo in balia del mio terrore.
Mi ritirai lentamente verso il bancone di Mehmet, con il sapore amaro della bile in bocca. L'imbarazzo mi bruciava la pelle, ma ora si mescolava a una consapevolezza più oscura e spietata. Avevo fallito.
E in un istante, l'umiliazione si coagulò in una rabbia cieca, acida. Pura e semplice.
Quella stronza.
I muscoli del collo mi si indurirono d'improvviso, tesi come cavi d'acciaio. Strinsi i pugni dentro le tasche dei pantaloni con una forza tale che le unghie mi scavarono dolorosamente i palmi, quasi fino a farli sanguinare. Sentivo il calore divamparmi sulle guance e il sangue pulsarmi contro le tempie, un tamburo sordo e martellante che mi chiudeva le orecchie. Il respiro era diventato un rantolo corto, affannoso, che mi grattava il petto a ogni inspirazione.
Che cazzo si aspettava? Come potevo vendere un fottuto tappeto persiano da migliaia di euro a due snob del cazzo se non sapevo nemmeno la differenza tra lana e seta? Non conoscevo un prezzo, non conoscevo la storia di un singolo pezzo lì dentro, non avevo una fottuta nozione di quello che stavo facendo.
Mi aveva mandato al macello.
La mia mente iniziò a girare a vuoto, sputando fiele. Mi aveva spinto in questa situazione di merda con la lucida, gelida consapevolezza che sarei stato fatto a pezzi. Non c'era nessun "esercizio di presenza", nessuna cazzata sulla "misurazione dell'intento". Era solo un gioco sadico. Voleva vedermi strisciare, voleva farmi schiacciare da quei due stronzi per dimostrarmi quanto facessi schifo, quanto fossi inutile e incapace persino di spiccicare parola. E ci era riuscita. Mi aveva messo nudo davanti a un plotone di esecuzione, senza darmi nemmeno un'arma per difendermi.
Sentivo lo stomaco contorcersi in un crampo doloroso. Volevo spaccare qualcosa. Volevo prendere uno di quei fottuti tappeti e dargli fuoco. La mia macchina interiore stava andando fuori giri, completamente ubriaca di vittimismo, alimentata dal senso di ingiustizia. Odiavo lei, odiavo la sua finta superiorità, odiavo quel suo abito bianco.
Mi voltai verso Mehmet, muovendomi a scatti, rigido e goffo come se avessi la ruggine nelle giunture. Il padrone del negozio era fermo dietro la cassa, le braccia incrociate. Non sorrideva più. Non mi stava giudicando, ma in quel momento la sua sola presenza mi faceva sentire ancora più miserabile, un intruso patetico nel suo mondo perfetto.
«Io...» la voce mi uscì incrinata, impastata di rabbia trattenuta e catarro. Deglutii a fatica, distogliendo lo sguardo, incapace di sostenere i suoi occhi neri. «Mi dispiace, Mehmet. Davvero. Ti chiedo scusa per la scena. Ma io non... non so fare questa merda. Non fa per me.»
Non aspettai nemmeno la sua risposta. Non guardai Isolde, che in fondo alla sala stava accarezzando la frangia del tappeto venduto.
Recuperai il mio giubbotto da sopra una sedia con uno strattone violento, tirandolo con tanta forza che per poco non feci cadere tutto a terra.
Uscii dal negozio a passo di carica, abbassando la maniglia con brutalità e sbattendomi la porta a vetri alle spalle con una spinta che fece tintinnare il campanello d'ottone come un allarme.
L'aria fredda di via Solferino mi schiaffeggiò la faccia, ma non servì a spegnere l'incendio che avevo dentro. Camminavo a falcate rabbiose verso la metro, pestando i talloni sul marciapiede, con la mascella così serrata che mi dolevano i denti. Ero un ingranaggio rotto, un circuito bruciato che sprizzava veleno e disperazione. Odiavo il mio lavoro, odiavo quella via di ricchi, ma più di ogni altra cosa odiavo Stefania Ishkode e il momento esatto in cui si era seduta di fianco a me al The Grid, distruggendo quel poco di anestesia che mi permetteva di sopravvivere.
L’ingresso del The Grid mi accolse con la solita sferzata di aria condizionata e quel riverbero ambrato di LED che tagliava il buio come una cicatrice. Le pareti in cemento a vista e le tubature di rame che correvano sul soffitto, simili a vene scoperte di un gigante tecnologico, mi sembrarono l’unica cosa reale in un mondo di tappeti e illusioni.
Mi diressi al bancone con i muscoli ancora contratti, una corda tesa pronta a spezzarsi.
Alex, il barista, era impegnato a ridere con due ragazze sedute sugli sgabelli alti. Erano giovani, molto disinibite, con vestiti che sembravano fatti di un nulla lucido e trasparente. Lui stava versando del gin con un movimento teatrale, gli occhi fissi sulla scollatura della più vicina. Poi, per la prima volta in anni di silenziose bevute, alzò lo sguardo e i suoi occhi si fermarono sui miei.
«Davide!» esclamò, e la sorpresa nella sua voce mi arrivò come uno schiaffo. «Ma guarda chi si rivede. Che fine hai fatto? È una settimana che non passi di qua, pensavo ti fossi trasferito o che fossi finalmente schiantato.»
Mi fermai con la mano tesa verso il bancone. Quelle parole mi rimbombarono in testa. Una settimana. Era passata solo una settimana da quando Stefania si era seduta accanto a me? Mi sembravano secoli. In quei sette giorni avevo sofferto, avevo tremato e mi ero sentito umiliato come mai prima d'ora. Il fatto che Alex – uno che di solito mi serviva come si serve un distributore automatico – se ne fosse accorto, mi diede un brivido di nausea.
«Ero... impegnato,» risposi secco. La voce era ancora quel grumo di fiele che non riuscivo a sputare. «Il solito. Doppio.»
Lui fece un cenno alle ragazze, quasi a voler mostrare che conosceva anche i "tipi strani" del locale, e fece scivolare il bicchiere verso di me.
Non mi fermai al primo. Nemmeno al secondo.
Mentre il liquido mi bruciava la gola, cercavo di affogare l'immagine di Isolde e il disprezzo dei due clienti, ma soprattutto cercavo di cancellare il pensiero di domani. Franco e Marco. I faldoni della Bartolini. Il magazzino che mi avrebbe rihiottito come una balena di lamiera e grasso. Non ero pronto. Non volevo tornare a essere l'impiegato perfetto dopo aver scoperto di non essere capace nemmeno di vendere un tappeto.
Bevvi finché le luci ambrate non diventarono scie confuse, finché il rumore del locale non si trasformò in un ronzio indistinto.
Tornai a casa barcollando, sentendo il sapore del gin che risaliva acido. Mi buttai sul letto ancora vestito, con le scarpe che sporcavano le lenzuola. Mentre la stanza cominciava a girare vertiginosamente, un ultimo pensiero meccanico riuscì a farsi strada nella nebbia alcolica prima del buio totale: Domani mattina Marco urlerà. E io starò zitto. Come sempre.