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Creato il 13/07/2026, 00:49 · Aggiornato il 13/07/2026, 00:50

Capitolo 6: La frammentazione del sé

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

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La porta si chiuse dietro Stefania con un clic leggero, quasi gentile. E improvvisamente il silenzio del mio bilocale diventò assordante.

Rimasi in piedi in mezzo alla sala, ancora con le mani sui fianchi, il respiro corto. Il cuore mi batteva nelle orecchie. Per qualche secondo non riuscii a muovermi. Poi, come un’onda che rompe gli argini, arrivarono tutti insieme.

Devi chiamarli. Subito. Di’ che hai la febbre. Di’ che hai avuto un imprevisto. Non puoi sparire così.

Mi passai una mano sulla faccia. Erano le otto e venti. A quell’ora avrei già dovuto essere sul tram. Invece ero lì, in camicia azzurra e pantaloni grigi della Bartolini, fermo nel mio appartamento come un idiota.

Andai in cucina, aprii il frigo, lo richiusi senza prendere niente. Mi versai un bicchiere d’acqua e lo lasciai sul tavolo senza berlo. I piedi, ancora nelle calze, mi davano fastidio. Me le tolsi e iniziai a camminare scalzo sul parquet freddo e rovinato.

Ma che cazzo stai facendo? urlò una voce dentro. Sei impazzito? Stefania se n’è andata e tu obbedisci come un cagnolino?

Camminai fino alla finestra del soggiorno. Scostai la tenda beige ingiallita dal tempo. Via Brera sotto di me era già viva. Una donna con il cappotto cammello camminava veloce tenendo per mano un bambino. Un ragazzo in scooter Deliveroo zigzagava tra le macchine. Due turisti asiatici si fermavano davanti a una vetrina di una galleria d’arte. Le foglie degli alberi erano ancora verdi ma già stanche. Il cielo era quel grigio milanese tipico, basso e pesante.

Guarda quanta gente sta andando a lavorare, disse un’altra voce, più sottile e velenosa. Tutti normali. Tutti con un posto dove stare. Tu invece sei qui a fare il ribelle con una sconosciuta vestita di bianco.

Mi allontanai dalla finestra e accesi la televisione. Il volume era troppo alto. Un talk show mattutino, gente che rideva per niente. Cambiai canale tre volte, poi spensi. Il silenzio tornò, ancora più denso.

Sei patetico. A trentacinque anni ti fai comandare da una donna che hai visto tre volte. E se ti licenziano? E se chiamano per controllare?

Cominciai a camminare avanti e indietro per la casa. Dal soggiorno alla cucina, dalla cucina al piccolo corridoio, dal corridoio alla camera da letto. I piedi nudi producevano un rumore leggero sul parquet. Sentivo ogni imperfezione del legno, ogni granello di polvere.

Presi in mano il telefono. Lo schermo si illuminò. Rubrica. Bartolini – Ufficio Personale. Il pollice rimase sospeso sopra il nome.

Chiama. Inventati qualcosa. Non è difficile. Una gastroenterite. Un lutto. Qualsiasi cosa.

Strinsi il telefono così forte che le nocche diventarono bianche. Poi lo lanciai sul divano come se bruciasse.

«No,» dissi ad alta voce. La mia stessa voce mi sembrò estranea.

Andai in camera e presi un libro dal comodino. Lo aprii a caso. Lessi due righe. Le parole passavano davanti agli occhi ma non entravano. Provai con un altro, più spesso. Stessa cosa. Dopo tre pagine mi resi conto che non avevo capito nulla. La mente correva altrove. Richiusi il libro con rabbia e lo gettai sul letto.

Vedi? Non riesci nemmeno a leggere. Sei vuoto. Sei niente senza il lavoro.

Mi sedetti sul bordo del letto, poi mi rialzai subito. Andai in bagno, mi lavai la faccia con l’acqua fredda. Nello specchio vidi un uomo con gli occhi spalancati, la camicia stropicciata, i capelli in disordine. Sembravo uno che sta per avere un crollo nervoso.

Tornai in sala e mi sedetti sul divano. Per dieci minuti rimasi immobile, le mani sulle ginocchia, cercando di sentire i piedi sul pavimento, il respiro, il battito cardiaco, come mi aveva detto lei. Ma gli “io” non tacevano.

Cretino. Hai buttato via quindici anni di stipendio fisso per una pazza che ti ha riempito la testa di stronzate. E se domani non ti fanno più rientrare? E se Franco ti sostituisce e tu diventi inutile?

Mi alzai di nuovo e ricominciai a camminare. Passavo davanti alla finestra ogni giro. Vedevo le stesse macchine passare, le stesse persone che andavano di fretta. Una signora anziana trascinava un carrello della spesa. Un uomo in giacca e cravatta parlava al telefono gesticolando. Tutti avevano uno scopo. Tutti sapevano dove andare.

Io no.

Guarda come sei ridotto. Scalzo in casa alle nove del mattino. Con la camicia del lavoro. Sembri un pazzo.

Ripensavo continuamente a Stefania. All’abito bianco che sembrava emanare luce propria. Al modo in cui si muoveva, come se lo spazio intorno a lei fosse più denso. Al suo profumo di sandalo che era rimasto nell’aria per qualche minuto dopo che se n’era andata. Alla sua voce fredda che mi trattava come un emerito cretino… e al fatto che, nonostante tutto, pendevo dalle sue labbra.

Perché le dai tutto questo potere? ringhiò un io furioso. Perché non la mandi affanculo e torni alla tua vita?

Un altro io, più debole, quasi piagnucolante, rispondeva: Perché se la perdo… non mi resta più niente.

Camminai. Camminai ancora. Contai i passi. Arrivai a centoventisette giri completi dell’appartamento. Il parquet sotto i piedi era diventato tiepido nei punti dove passavo più spesso.

Provai a sdraiarmi sul divano. Dopo due minuti ero di nuovo in piedi. Aprii il frigo, mangiai due biscotti secchi senza gusto. Bevvi l’acqua che avevo lasciato sul tavolo. Era tiepida.

Ogni tanto guardavo l’orologio del telefono. Le nove e quaranta. Le dieci e cinque. Le dieci e trentotto. Il tempo sembrava dilatato, appiccicoso. Ogni minuto era una piccola tortura.

Chiama. Ormai è tardi. Di’ che hai avuto un problema familiare. Ti crederanno. Ti hanno sempre creduto.

Strinsi i pugni. Le unghie si piantarono nei palmi.

«No,» ripetei tra i denti. «Non devo giustificarmi.»

Ma la voce dentro rideva di me. Bravo. Fai il ribelle. Vediamo quanto resisti quando arriverà la bolletta a fine mese.

Mi fermai davanti alla finestra. Appoggiai la fronte al vetro freddo. Fuori, Milano continuava a scorrere indifferente. Io invece ero fermo. Bloccato. Diviso in mille pezzi che litigavano tra loro.

E in mezzo a tutto quel rumore interiore, per un brevissimo istante, sentii qualcosa di diverso. Un piccolo spazio. Un silenzio minuscolo ma reale.

Poi gli “io” ricominciarono a urlare ancora più forte.

Le ore erano scivolate via senza che me ne accorgessi. Ero talmente immerso nel caos delle mie voci interne, talmente distrutto dalla lotta continua contro l’impulso di prendere il telefono, che il tempo aveva perso ogni significato. Camminavo, mi sedevo, mi rialzavo, guardavo fuori dalla finestra, tornavo a camminare. Le voci non tacevano mai. Si sovrapponevano, si contraddicevano, mi insultavano, mi supplicavano.

Quando finalmente guardai l’orologio del telefono, sobbalzai.

Le due e dieci.

«Cazzo…» mormorai.

Stefania aveva detto le quattordici. Dovevo essere già uscito. Il panico mi afferrò alla gola. Non sapevo nemmeno quale fosse esattamente il negozio di tappeti in via Solferino. Ce n’erano più di uno? Era grande? Piccolo? E soprattutto… come cazzo ci si veste per andare a vendere tappeti?

Mi guardai allo specchio del corridoio. Ero ancora con la camicia azzurra stropicciata e i pantaloni grigi da ufficio. Sembravo un impiegato fallito in piena crisi esistenziale. Mi spogliai in fretta, lasciando i vestiti ammucchiati sul letto. Aprii l’armadio stretto e caotico. Camicia bianca? Jeans? Scarpe da ginnastica? Andava bene? O sarei sembrato ancora più ridicolo?

Un venditore di tappeti deve sembrare affidabile. O creativo? O serio?

Alla fine scelsi una camicia bianca pulita, un paio di jeans scuri e le mie sneakers bianche, quelle più anonime che avevo. Mi vestii con gesti frenetici, le mani che tremavano leggermente. Mi guardai di nuovo allo specchio: sembravo un uomo che sta andando a un colloquio di lavoro per qualcosa che non ha mai fatto in vita sua.

Uscii di casa quasi di corsa. Presi la linea gialla della metro a Lanza, direzione Rho Fiera. Il vagone era mezzo vuoto. Mi sedetti in fondo, le mani strette sulle ginocchia. Il treno sobbalzava sui binari, le luci artificiali mi ferivano gli occhi. Ogni fermata — Moscova, Cadorna, Conciliazione — faceva aumentare l’ansia. Non sapevo cosa avrei dovuto dire una volta arrivato. Non sapevo nemmeno se il negozio esistesse davvero.

Ma soprattutto, non sapevo se sarei riuscito a resistere per tutto il pomeriggio senza scappare.

Quando scesi a Pagano e imboccai via Solferino, il cuore mi batteva così forte che sembrava volesse uscirmi dal petto.

Stavo per imboccare via Solferino quando il telefono vibrò.

Messaggio di Marco: «Dove cazzo sei finito?! Ci sono tre camion che attendono le tue bolle e nessuno è in grado di farle. È un lavoro che sai fare solo tu.»

Pochi secondi dopo squillò Franco. Lasciai suonare all’infinito, lo sguardo fisso sullo schermo, finché non smise. Un istante dopo arrivò il messaggio WhatsApp: «Domani facciamo i conti!»

Ottimo. Mi ero appena rovinato la vita lavorativa per andare dietro a una pazza della quale non sapevo bene l’esistenza e nemmeno se fosse realmente reale. Con tutto questo nella testa mi diressi verso il negozio di tappeti che vedevo campeggiare all’inizio di via Solferino.

Via Solferino era piena di gente elegante, turisti, mamme con passeggini costosi. Io camminavo con le sneakers bianche che sembravano urlare “fuori posto” a ogni passo.

Il primo negozio fu Missoni Home al numero 9. Vetrine luminosissime, tappeti con zig-zag colorati esposti come quadri. Entrai. Una commessa vestita di nero mi guardò con sufficienza.

«Mi manda Stefania Ishkode,» dissi con voce già troppo alta e stridula. «Ha detto che devo vendere tappeti qui per tutto il pomeriggio.»

La donna alzò un sopracciglio e mi liquidò in meno di trenta secondi.

Proseguii. Al numero 22 entrai da Bisazza. Lusso minimal, mosaici e tappeti coordinati. Un uomo giovane in completo slim mi ascoltò mentre ripetevo la stessa frase ridicola. Mi guardò come si guarda un clown e mi accompagnò gentilmente verso l’uscita.

Il terzo colpo fu il più duro. MetroQuality, sempre al 24. Showroom enorme, professionale, pieno di campionari.

Appena dissi «Mi manda Stefania Ishkode, devo vendere tappeti qui oggi», la signora dietro al bancone scoppiò a ridere forte. Un riso genuino, sguaiato. Anche il collega accanto a lei si unì.

«Ma guarda questo poveretto,» disse l’uomo, divertito. «Arriva con le scarpe da ginnastica e dice che deve vendere tappeti. Amico, se non esci subito chiamiamo la polizia, va bene? Forza, fuori, fuori!»

Mi spinsero praticamente fuori dal negozio tra risate e sguardi di compatimento. Uscii con le guance che bruciavano, la gola chiusa e la sensazione di essere l’essere più patetico di tutta Milano.

Camminai ancora qualche metro, mortificato, con le voci nella testa che mi urlavano contro. Finché non vidi l’insegna più discreta: Idee & Parquet.

Entrai. L’odore di lana antica, legno di cedro e un leggero sentore di incenso mi avvolse subito. Il negozio era più tradizionale, meno luccicante degli altri: tappeti arrotolati verticalmente, altri stesi a terra, pile ordinate ovunque.

Andai dritto alla cassa.

«Scusate… mi hanno detto che qui c’è qualcuno che si occupa dei tappeti. Mi manda Stefania Ishkode.»

La ragazza alla cassa mi indicò con il mento un uomo in fondo al negozio.

«Quello è il responsabile dei tappeti.»

Mi voltai. Era un uomo basso, sui cinquantacinque anni, con pochi capelli pettinati all’indietro e una calvizie lucida al centro. Indossava una camicia nera perfettamente stirata, pantaloni neri eleganti e mocassini neri lucidi. Aveva un atteggiamento rilassato, quasi regale nonostante la statura modesta.

Mi avvicinai. Appena fui a pochi passi sentii chiaramente il suo odore: un misto caldo di fritto, tabacco dolce, spezie e un fondo di acqua di colonia maschile.

L’uomo si girò verso di me con calma.

«Buongiorno,» dissi, la voce ormai flebile e stanca. «Mi manda Stefania Ishkode. Ha detto che devo vendere tappeti qui per il pomeriggio.»

Nel momento in cui pronunciai il nome completo, gli occhi dell’uomo si illuminarono di colpo. Un sorriso caldo e sincero gli illuminò il volto.

«Ah!» esclamò, battendo le mani una volta sola. «Stefania Ishkode!»

Solo allora si presentò, tendendomi la mano con energia:

«Io sono Mehmet. Mehmet Yilmaz.»

La sua voce era calda, roca, con un italiano incerto ma comprensibile. Accompagnava quasi ogni parola con piccoli gesti espressivi delle mani, come per dare forma ai concetti.

Mi guardò dritto negli occhi, sempre sorridendo.

«Stefania mi ha avvisato di te. Però prima di farti iniziare…» fece una pausa, incrociando le braccia sul petto, «devi descrivermi lei. La sua voce. Il suo aspetto. Dimmi esattamente com’è Stefania Ishkode.»

Rimasi pietrificato in mezzo ai tappeti.

La mente mi si svuotò di colpo. Aprii la bocca, ma non uscì nulla. Provai a richiamare la sua immagine.

È bellissima… ha i capelli scuri… no, legati stretti… l’abito bianco… ma com’era esattamente la stoffa? E gli occhi? Neri, profondi… ma quanto profondi?

Le immagini arrivavano frammentate, confuse. Riuscivo a ricordare la sensazione che mi dava la sua presenza, il calore che emanava, il modo in cui lo spazio sembrava curvarsi intorno a lei… ma non riuscivo a tradurlo in parole. Tutto ciò che pensavo suonava banale, riduttivo, insufficiente.

Come fai a non saperla descrivere? L’hai vista tre volte!

Mi resi conto, con un senso di nausea crescente, che in realtà non l’avevo mai guardata veramente. L’avevo vista come si vede un’apparizione, come si vede qualcosa di troppo grande per essere contenuto. Non avevo osservato i dettagli. Non avevo memorizzato. Ero stato troppo occupato a reagire, a difendermi, a pendere dalle sue labbra.

E non era solo con lei.

Non guardavo davvero nessuno. Né Marco, né Franco, né i colleghi, né le persone per strada. Vivevo in mezzo a sagome, a macchine, a figure sfocate. Guardavo solo quanto bastava per sopravvivere, per non scontrarmi, per mendicare considerazione.

Stefania mi aveva dato un altro esercizio. E io lo stavo fallendo anche in quel momento.

Mehmet Yilmaz rimase in silenzio, paziente, con lo stesso mezzo sorriso sulle labbra, in attesa della mia descrizione.

Io, invece, ero lì, in mezzo a decine di tappeti preziosi, completamente incapace di dire una sola frase sensata su di lei.

E per la prima volta capii quanto fossi cieco.

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