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Capitolo 3 – L’Assenza
Mi svegliai alle sei e quaranta, come sempre. Il corpo era pesante, il braccio sinistro ancora segnato dai lividi violacei del giorno prima. Mi alzai dal letto singolo che occupava quasi metà della camera da letto e andai in bagno.
Il mio appartamento era un classico bilocale in zona Brera, di quelli che a Milano costano un occhio anche se sono minuscoli. Due stanze più servizi, pareti bianche sporche di anni di umidità, pavimenti di parquet rovinato ai bordi. Il soggiorno era dominato da un enorme televisore da 55 pollici che avevo comprato in un momento di debolezza e che ormai usavo solo per addormentarmi davanti a trasmissioni inutili. Sul mobile basso c’erano pile di libri mai finiti — Osho, Krishnamurti, alcuni tascabili di filosofia — coperti di polvere. La cucina era minimalista per forza: un piano cottura a due fuochi, un frigo piccolo che ronzava troppo forte, un tavolo di legno chiaro con due sedie. Sul ripiano c’erano sempre le stesse cose: caffè solubile, biscotti secchi, una bottiglia di olio extravergine quasi vuota. Il bagno era l’unico ambiente ordinato: tutto pulito, asciugamani piegati, sapone neutro. Sembrava la casa di un uomo che cercava di mantenere una parvenza di controllo sulla propria vita.
Mi lavai i denti guardandomi allo specchio. La faccia era quella di sempre: occhi stanchi, barba di tre giorni, espressione spenta. Feci la doccia calda, lasciando che l’acqua mi battesse sulla nuca per qualche minuto di troppo. Mi vestii con la solita camicia azzurra e i pantaloni grigi della Bartolini, preparai un caffè nero e due fette di pane tostato con la marmellata. Erano le sette e trentacinque. Alle otto e un quarto dovevo timbrare.
Mi sedetti al piccolo tavolo della cucina con la tazza in mano e diedi un morso al pane.
Fu allora che la vidi.
Seduta sul mio divano grigio, con le gambe elegantemente accavallate, c’era Stefania. Come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Indossava un abito bianco di seta che non sembrava appartenere a questo mondo. La stoffa cadeva sul suo corpo con una fluidità impossibile, catturando la luce del mattino che filtrava dalle persiane e restituendola come se fosse viva. Non era semplicemente bella. Era la bellezza stessa fatta carne. Ogni linea, ogni movimento, ogni respiro sembrava esprimere una perfezione assoluta, quasi dolorosa da guardare. Accanto a lei, tutto il resto del mio appartamento appariva ancora più squallido e provvisorio.
Sul tavolino basso davanti a lei c’era un pasticcino dall’aspetto straordinario: una sfoglia dorata, crema profumata, lamponi freschi disposti con cura artistica. Un dolce che di certo non era mai entrato in casa mia.
Stefania prese un piccolo morso con grazia naturale, poi mi guardò. La sua voce era fredda, distaccata, precisa come sempre.
«Buongiorno, Davide. Vedo che stai già preparando la tua solita recita quotidiana.»
Per poco non mi andò il caffè di traverso. Il cuore mi balzò in gola.
«Come… come sei entrata?» balbettai, alzandomi di scatto.
Lei non rispose alla domanda. Si limitò a pulirsi delicatamente le dita con un tovagliolo che non le avevo visto portare e mi osservò con quel suo sguardo clinico, come se fossi un esemplare particolarmente deludente.
«Hai intenzione di andare al lavoro oggi,» disse. Non era una domanda.
«Certo che ci vado. Sono già in ritardo.»
Stefania inclinò leggermente la testa. Un gesto elegante, quasi compassionevole.
«Oggi non andrai alla Bartolini. Resterai qui.»
Rimasi immobile, con la tazza in mano. Non ero mai mancato un giorno di lavoro in quindici anni. Nemmeno quando Luciana stava male. Nemmeno quando ero a pezzi.
«Stai scherzando,» dissi, la voce già tesa. «Non posso. Mi licenziano.»
Lei posò il pasticcino sul piattino con un movimento lento e perfetto.
«Tu credi che andare al lavoro sia un dovere. Invece è solo una delle tue tante dipendenze. Credi che la fatica che fai lì ti renda uomo. In realtà ti svuota. Consuma la tua energia senza restituirti nulla. È uno sforzo meccanico.»
Si alzò dal divano. L’abito bianco si mosse con lei come acqua. Fece qualche passo nella mia piccola sala, guardandosi intorno con un’espressione di quieto disgusto.
«Oggi imparerai la differenza tra lo sforzo che ti svuota e quello che ti riempie. Resterai a casa. Non chiamerai nessuno. Non manderai email. Non ti giustificherai. Semplicemente non andrai. E osserverai cosa succede dentro di te quando non fai ciò che hai sempre fatto per sentirti “a posto”.»
Sentii la rabbia montare. Quella sua calma, quel modo di trattarmi come se fossi un bambino ritardato, mi faceva ribollire il sangue.
«E cosa dovrei fare tutto il giorno?» chiesi, cercando di mantenere un tono fermo.
Stefania si voltò verso di me. Il suo viso era sereno, bellissimo, irraggiungibile.
«Nel pomeriggio andrai in un negozio di tappeti in via Solferino. È di una mia conoscenza. Passerai lì il resto della giornata a vendere tappeti. Parlerai con i clienti. Li ascolterai. Cercherai di convincerli. Farai un lavoro che non ti appartiene, senza nasconderti dietro la tua solita identità di impiegato modello.»
La fissai incredulo.
«Vuoi che… venda tappeti?»
«Esattamente. E mentre lo fai, manterrai l’attenzione sul corpo. Sulle sensazioni. Sulla fatica. Ma una fatica diversa. Una fatica cosciente. Lo sforzo che fai per restare presente mentre svolgi un compito estraneo è uno sforzo che accumula energia, invece di disperderla. La stanchezza che proverai non sarà la solita stanchezza vuota. Sarà una stanchezza che costruisce.»
Fece un passo verso di me. Il profumo di sandalo e pino riempì la piccola stanza.
«Oggi inizierai a capire che il vero lavoro non è quello che fai per gli altri. È quello che fai su te stesso, nel mezzo delle cose ordinarie. Se continui a dare energia solo alla macchina, la macchina continuerà a consumarti. Se invece usi quella stessa energia per restare sveglio mentre fai qualcosa che non vuoi fare… allora qualcosa dentro di te comincerà a ricaricarsi.»
La rabbia mi saliva in gola. Volevo urlarle che era pazza, che non poteva decidere della mia vita, che rischiavo di perdere il lavoro. Ma sotto la rabbia c’era anche qualcos’altro: la stessa attrazione magnetica, lo stesso terrore di deluderla e non vederla più.
Stefania mi guardò come se mi leggesse dentro.
«So cosa stai pensando,» disse con voce fredda. «Stai già cercando una scusa per disobbedirmi. È normale. La tua macchina non vuole perdere il suo nutrimento abituale. Ma oggi non hai scelta, Davide. O inizi a fare sul serio, o questa sarà l’ultima volta che mi vedi.»
Rimase in silenzio qualche secondo, lasciando che le sue parole facessero il loro lavoro.
«Ora finisci la tua colazione. Poi resterai qui fino alle quattordici. Osserva ogni impulso di prendere il telefono, di giustificarti, di sentirti in colpa. Osserva tutto. Poi andrai al negozio di tappeti e farai esattamente quello che ti verrà chiesto.»
Si avviò verso la porta d’ingresso. L’abito bianco sembrava brillare nella penombra del corridoio.
«Ah, un’ultima cosa,» aggiunse senza voltarsi. «Non è importante che tu venda davvero i tappeti. È importante come li vendi. Con quanta presenza. Con quanta attenzione. Quella è l’unica cosa che conta.»
«Ma perché dovrei vendere i tappeti?» sbottai con rabbia, la voce stridula e quasi rotta. «Non capisco il nesso! Stare a casa e poi andare a vendere tappeti… che senso ha?»
Stefania si fermò. Chiuse lentamente la porta davanti a sé e tornò indietro nella stanza, come se si fosse appena ricordata di qualcosa. Si diresse con calma verso il tavolino, prese il pasticcino avanzato e diede l’ultimo morso con compostezza assoluta. Solo dopo si pulì delicatamente le dita, si spazzolò l’abito bianco con un gesto elegante e infine si voltò verso di me.
Io ero in piedi con le mani piantate sui fianchi, gli occhi spalancati e il respiro pesante. Sentivo dentro di me un coraggio furioso che non avevo mai avuto prima di quel momento. Era come se mi avesse fatto saltare i nervi fino al punto di rottura.
Lei mi osservò per qualche secondo con quell’espressione distaccata, quasi divertita dalla mia piccola ribellione, come un genitore che guarda un bambino particolarmente testardo.
«Vendere è convincere qualcuno di qualcosa di cui non è convinto,» disse con voce fredda e paziente. «È un esercizio di presenza. È una misurazione del tuo intento. Tu sei lì, presente a te stesso, mentre fai una cosa che non ti compete. La tua macchina urlerà per tutto il tempo che non sei capace, che è umiliante, che non è il tuo posto. Ma il tuo Essere è in grado di fare qualunque cosa. È un talento che devi tirare fuori da dentro di te.»
Fece una breve pausa, continuando a sistemarsi l’abito con cura.
«Quando lo fai, ti rendi conto che davanti a te non c’è un uomo, ma solo un’altra macchina. E tu, in quel momento, sei vivo. Se riesci a vendere, significa che per un istante la tua presenza ha superato la sua. Significa che hai smesso di essere automatico.»
Solo allora mi guardò direttamente negli occhi. Un mezzo sorriso storto le apparve sulle labbra, tagliente e ironico.
«Vai nel negozio di tappeti in via Solferino. Di’ che ti manda Stefania Ishkode e che devi vendere tappeti per tutto il pomeriggio.»
Mi fece l’occhiolino, poi si voltò, l’abito bianco che ondeggiava come seta liquida, aprì la porta e uscì senza aggiungere altro.
Rimasi solo nel mio bilocale, con il caffè che si freddava sul tavolo e il cuore che batteva forte.
Non ero mai stato a casa di giorno feriale. L’appartamento mi sembrava improvvisamente estraneo, quasi ostile.
E per la prima volta mi resi conto che non sapevo davvero cosa fare di me stesso quando non ero costretto a essere “Davide della Bartolini”.