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Creato il 07/05/2026, 12:42 · Aggiornato il 07/05/2026, 12:42

Capitolo 2: Tu non sai chi sei

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

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Mi chiamo Davide e ho trentacinque anni e lavoro per la Bartolini, a Milano.

E, la mia vita si è fermata diciassette anni fa, in un’aula di tribunale a Padova, quando un giudice ha deciso che non ero "abbastanza". Non abbastanza maturo per tenere con me Luciana, mia sorella. Lei aveva quattordici anni, io diciotto e due genitori appena sepolti. Me l’hanno strappata e affidata a una famiglia qui, a Milano.

Ed io, io l'ho seguita come un'ombra, vivendo per lei, respirando per lei.

Tre mesi fa, Luciana è morta. Aveva trentun anni e un tumore che non ha chiesto il permesso.

Da allora, la mia vita è un binario morto. Durante il giorno sono l’impiegato perfetto, quello che non dice mai di no, quello che si carica i colli degli altri, le bolle sbagliate, le frustrazioni dei capi. Lo faccio per non pensare. Ma la sera, quando il magazzino chiude, finisco sempre nello stesso posto: un locale anonimo vicino alla circonvallazione.

Si chiama The Grid, ma per me è solo una scatola di vetro e metallo dove nascondermi. È uno di quei posti alla moda che Milano sforna a getto continuo: pareti in cemento a vista, tubature di rame che corrono sul soffitto come vene scoperte e una selva di piante tropicali sospese in vasi di design che sembrano prigioni dorate. L'illuminazione è studiata per non lasciare ombre: strisce di LED color ambra che tagliano il buio e proiettano riflessi caldi sui bicchieri di cristallo pesante.

Tutto intorno a me è un ronzio costante di "bella gente". Ragazzi con la barba curata al millimetro e completi che costano quanto tre dei miei stipendi; ragazze che ridono con una leggerezza che mi appare quasi offensiva, agitando calici di vino ghiacciato mentre la luce fa brillare i loro gioielli minimalisti. Sono tutti giovani, rilassati, immersi in conversazioni che sembrano vitali e che invece scivolano via come l'acqua sul marmo del bancone.

Io sto lì, seduto sull'alto sgabello di pelle scura, un’isola di poliestere e stanchezza in un mare di lino e profumi costosi. Mi sento un errore di sistema, una macchia di grigio in una fotografia saturata al massimo. Il bancone è una lunga lastra di granito nero, fredda sotto le mie dita, che separa il mio silenzio dal frastuono del loro mondo. Come sempre, mi siedo al bancone e affogo tutto quello che resta della giornata nell'alcol. Un bicchiere dopo l'altro, sperando che il bruciore alla gola metta a tacere quello che ho nel petto.

Frequento questo posto da un anno esatto. Ho iniziato a venire qui quando i medici hanno smesso di usare parole di speranza per Luciana e hanno cominciato a parlare di "cure palliative". In quei mesi di agonia, avevo bisogno di un luogo dove nessuno sapesse chi fossi, dove il mio dolore non avesse un nome.

E ci sono riuscito fin troppo bene. Nonostante mi sieda quasi ogni sera sullo stesso sgabello, nessuno qui mi riconosce. Nessuno mi ha mai rivolto la parola, se non per chiedermi di spostare il cappotto. Nemmeno Alex, il barista, sembra ricordarsi di me.

Alex è un professionista della distanza: i capelli gellati all’indietro, i tatuaggi che spuntano dal gilet nero e quel modo meccanico di agitare lo shaker che lo fa sembrare un automa programmato per ignorare la tristezza. Ogni volta che alzo la mano per ordinare, i suoi occhi passano sopra di me come se fossi parte della tappezzeria o un riflesso fastidioso sul vetro delle bottiglie. Mi serve il mio gin tonic con la stessa fredda efficienza con cui pulisce il bancone, senza un cenno, senza un "solito?". Per lui, e per tutti gli altri, io semplicemente non esisto. Sono un cliente senza volto che paga e sparisce nel buio della circonvallazione.

Mentre bevo, e mi perdo come sempre sul fondo del bicchiere ripreso a quello che è successo oggi in ufficio.

Erano quasi le diciassette e trenta. Il rumore dei muletti nel magazzino iniziava a diradarsi e io stavo per spegnere il computer, quando Marco ha fatto scivolare tre fogli di carta direttamente sulla mia tastiera.

«Davide, salvami tu.»

Marco è l'amico di Franco, il nostro capo reparto. Condividono la stessa arroganza mascherata da cameratismo e il privilegio di chi sa di avere le spalle coperte. Ho abbassato lo sguardo sui documenti. Erano tre bolle di consegna. La data in alto a destra parlava chiaro: roba di due settimane fa. La policy aziendale vietava espressamente di lasciare pratiche in sospeso per più di sette giorni, pena un richiamo formale immediato.

«Roba semplice e veloce,» ha continuato Marco, appoggiandosi alla mia scrivania con un sorriso carico di finta gentilezza. Quella di chi sa benissimo che non riceverà un no. «Io e Franco abbiamo il campo da padel prenotato al palazzetto di Assago. Se non parto in questo esatto momento, mi becco tutta la coda in tangenziale. Non è che mi dai una mano a evaderle tu?»

Avrei voluto prendergli quelle tre maledette bolle e infilargliele su per il sedere. Avrei voluto alzarmi, marciare fino all'ufficio a vetri di Franco e sbattergli in faccia l'incompetenza del suo amichetto di turno. Ma a che scopo? Sapevo già come sarebbe finita: Franco lo avrebbe coperto, come sempre, e io sarei passato per il collega ostile, il guastafeste. Oltre al fatto che, agli occhi di Marco e di tutti gli altri, io ero quello senza una vita. Quello che dopo il lavoro non aveva nessuno ad aspettarlo a casa. E avevano dannatamente ragione.

Ho deglutito il fiele che mi sentivo in gola, ricacciando indietro la rabbia.

«Sì. Lascia pure,» ho risposto, senza nemmeno guardarlo negli occhi.

«Sei un grande, a buon rendere!» ha esclamato lui, mollandomi una pacca sulla spalla prima di voltarsi e sparire verso gli spogliatoi.

Come sempre.

Così, invece di timbrare alle diciassette e trenta, sono uscito dall'ufficio che erano le diciannove e trenta passate, col buio che aveva già inghiottito la città e la solita, schiacciante sensazione di essere solo un ingranaggio difettoso.

Negli ultimi anni, mentre Luciana lottava, mi ero illuso. Avevo comprato dozzine di libri. Osho, Krishnamurti, Yogananda, Nisargadatta Maharaj. Cercavo un maestro tra quelle pagine ingiallite, cercavo una via d'uscita, un senso a quel dolore atroce. Ma erano solo parole.

Bellissime, altissime, ma restavano fuori di me.

Non capivo nulla.

Ero un cieco che leggeva descrizioni del sole mentre fuori pioveva cenere.

Ma il dolore non si attenua mai; filtra attraverso il cartone, si mescola all'inchiostro delle bolle di consegna e ti aspetta al bancone di un bar.

Fissai la mia immagine riflessa nella bottiglia di fronte a me. Un volto stanco, invecchiato troppo in fretta. Pensai a Nisargadatta Maharaj e alla sua insistenza sull’ Io Sono. "Io sono cosa?" pensai con un lampo di rabbia alcolica. "Io sono un corriere stanco. Io sono un fallito che non ha saputo proteggere sua sorella. Io sono il nulla.”

«Nisargadatta ti direbbe che non sei quel corpo che stai avvelenando, Davide. Ma tu non lo capisci perché sei troppo impegnato a scappare.»

La voce mi arrivò da destra, vibrante e calda, come il crepitio di un ciocco di cedro che arde nel silenzio. Non mi mossi. Ero troppo occupato a fissare le bollicine del gin che morivano in superficie, troppo stordito per concedere la mia attenzione a una sconosciuta che citava i libri che avevo abbandonato sul comodino.

«Nisargadatta è morto da un pezzo,» risposi distrattamente, senza nemmeno sollevare il mento dal palmo della mano. «E io sono troppo stanco per altre lezioni di filosofia. Qualunque cosa tu voglia vendermi, mi dispiace, ma non sono interessato..»

Feci un sorso lungo, aspettandomi che la voce svanisse come tutte le altre allucinazioni prodotte dalla solitudine e dall'alcol. Ma il silenzio che seguì non era vuoto; era denso, magnetico, come l'aria prima di un temporale estivo. Sentivo una pressione invisibile sulla spalla, un calore che non aveva nulla a che fare con il riscaldamento del locale.

Incuriosito, o forse solo irritato da quella presenza che non se ne andava, mi girai.

E lì, il tempo si fermò.

In quel locale anonimo, tra i volti grigi di zombie piegati sugli smartphone e le ombre stanche di chi vive solo per inerzia, lei sembrava l'unica creatura realmente viva. Non era solo bella; era presente. Era vestita in modo impeccabile, di una semplicità che rasentava la perfezione: una giacca di pelle scura tagliata su misura che sembrava un’armatura moderna e un abito sobrio che ne seguiva i movimenti con una grazia impossibile da spiegare a parole.

Emanava un profumo che mi scosse i sensi: era l’odore pulito del vento tra i pini, misto a una nota di sandalo e legno antico.

Ma era lo sguardo a paralizzarmi. I suoi occhi neri erano come due fari accesi in una nebbia perenne; non riflettevano la luce fioca del bar, sembravano produrla.

Ogni centimetro di lei era integrato, centrato, immobile.

Mentre tutto intorno a noi sembrava sfocato e decomposto, lei era nitida, come se fosse stata scolpita nel diamante.

«Io sono Stefania Ishkode,» disse, e il nome risuonò come un comando. Mi fissò con un'intensità che mi tolse il fiato, un'infezione di consapevolezza nella voce che non lasciava dubbi: lei sapeva esattamente chi ero, cosa nascondevo e quanto facesse male. «E tu... tu chi sei?»

Cercai di raddrizzare la schiena, di aggrapparmi a quel poco di identità che mi era rimasta tra le bolle di consegna.

«Io sono Davide,» risposi, cercando di dare un tono fermo alla mia voce. «Io sono...»

«Fermati!»

Il comando fu una frustata invisibile che mi bloccò il respiro in gola.

«Come ti permetti di dire "io"?» mi ringhiò, e stavolta il calore che emanava si fece quasi insopportabile. «Nel MIO mondo, pronunciare "IO" è una bestemmia! Quello che ha appena parlato è solo la tua folla di bugie, Davide. È la divisione che ti porti dentro. Ogni volta che affermi uno dei tuoi piccoli "io" – l'impiegato stanco, il fratello affranto, l'alcolista deluso – stai mentendo. "Io" può dirlo solo chi conosce se stesso, chi è padrone della propria vita... chi possiede una Volontà. E tu, ora, sei solo un frammento impazzito nell'universo.»

Rimasi in silenzio, inchiodato allo sgabello. Quella donna non parlava come un essere umano; parlava come una forza della natura che stava facendo a pezzi ogni mia difesa. Deglutii a fatica, sentendo il calore del gin bruciarmi ancora in gola, ma non era nulla in confronto al fuoco che emanavano i suoi occhi. Mi feci forza, stringendo i bordi del bancone finché le nocche non diventarono bianche. Dovevo sapere.

«Come... come fai a sapere queste cose?» la mia voce uscì incrinata, un sussurro che faticava a farsi strada tra i bassi della musica techno. «Non mi conosci. Non sai chi sono, cosa faccio, cosa ho passato con mia sorella... Eppure sembra che tu stia leggendo dentro la mia testa come in un libro aperto. Chi sei veramente?»

Stefania non batté ciglio. Il suo sguardo rimase fisso sul mio, calmo e terribile allo stesso tempo.

«Io so chi sei tu, Davide,» rispose, e il suono del mio nome sulle sue labbra ebbe l'effetto di una scossa elettrica. «Il problema è che tu non sai chi sei. Tu credi di essere quell'ammasso di abitudini, paure e reazioni meccaniche che porti a spasso ogni giorno. Credi di essere il dolore per tua sorella, credi di essere l'impiegato che subisce i soprusi di Marco e Franco, credi di essere questo corpo che annega nel gin per non sentire il vuoto.»

Fece una pausa, avvicinandosi di pochi centimetri, quanto bastava perché io potessi sentire l'odore di sandalo che emanava la sua pelle.

«Ma tutto questo non è "Io". Sono solo i tuoi piccoli "io" che litigano tra loro, mendicando un po' di attenzione dal mondo esterno. Tu non sei il padrone della tua casa; sei un servitore che ha dimenticato l'esistenza del padrone e ora vive nel seminterrato, terrorizzato dai rumori che sente al piano di sopra.»

Mi guardò con una sorta di distaccata compassione.

«Tu cerchi risposte fuori, ma non c'è nessuno fuori. C'è solo uno specchio. Mi chiedi chi sono io? Io sono ciò che tu potresti essere se smettessi di dormire. Ma finché non inizierai a osservare la tua macchina biologica per quella che è – un insieme di reazioni meccaniche senza volontà – rimarrai un fantasma tra i fantasmi. Tu non possiedi la tua anima, Davide. È la tua anima che aspetta di essere posseduta da qualcuno che sia finalmente sveglio.» Stefania si sporse ancora di più verso di me, ignorando il bicchiere di gin che tra noi sembrava ormai un oggetto ridicolo e privo di senso.

«Ti darò una possibilità, Davide. Una sola. Ti insegnerò a smettere di essere cibo per gli altri.»

La sua voce si fece bassa, precisa, quasi chirurgica.

“C-come?” risposi con voce malferma e incerta.

«Il tuo primo lavoro si chiama Considerazione di Sé. Tu vivi in uno stato di schiavitù costante perché la tua intera esistenza è proiettata verso l'esterno. Ti preoccupi di cosa pensa il tuo responsabile alla Bartolini, ti preoccupi del giudizio dei tuoi colleghi, ti preoccupi perfino dell'opinione di sconosciuti in questo locale. Ogni tuo "sì" è un'elemosina che chiedi per sentirti accettato. Ogni tua tristezza è un modo per attirare attenzione. Sei un parassita della considerazione altrui.»

Mi fissò con una spietatezza che mi fece mancare la terra sotto i piedi.

«Ecco l'esercizio: da questo istante, ogni volta che ti troverai davanti a qualcuno, devi osservare la spinta meccanica che ti porta a voler compiacere, a voler spiegare, a voler apparire in un certo modo. Quando sentirai l'impulso di dire "sì" a un carico di lavoro che non ti spetta solo per non sentirti giudicato male, fermati. Quando sentirai il bisogno di raccontare il tuo dolore per essere commiserato, taci. Devi osservare il disagio che nasce in te quando non ricevi l'approvazione degli altri e rimanere in quel disagio senza tentare di colmarlo. Devi diventare un osservatore imparziale del "piccolo Davide" che mendica amore e importanza.»

Si raddrizzò, e l'aura di potere che emanava sembrò espandersi, rendendo l'aria del locale quasi elettrica.

«Devi essere minuzioso. Non lasciarti sfuggire nemmeno un pensiero di auto-giustificazione. Se ti offendi, osserva l'offesa come se non fosse tua. Se cerchi scuse, guarda la menzogna che nasce sulle tue labbra. Finché vivrai per la considerazione degli altri, la tua anima sarà un guscio vuoto.»

Fece un passo indietro, allontanandosi dalla luce del bancone.

«Non tornerò, Davide. Non mi farò più vedere finché non avrai padroneggiato questo esercizio. Se fallirai, rimarrai l'ombra che sei sempre stato. Se riuscirai, forse inizierai a capire cosa significa essere vivi. Ma sappi che da questo momento, se non pratichi, ogni tuo respiro è sprecato.»

In quel momento, dal fondo del locale, esplose lo scoppio improvviso di due ragazze che ridevano sguaiatamente per una battuta al tavolo accanto. Fu un suono banale, umano, che ruppe l'incantesimo di quel calore bianco.

Mi girai di scatto verso quel rumore, per un riflesso involontario che durò meno di un secondo. Quando riportai lo sguardo verso lo sgabello accanto al mio, Stefania Ishkode era sparita.

Non c’era stato il rumore di una porta, non c’era stato il fruscio della giacca di pelle. Al suo posto c'era solo il vuoto, l'odore residuo di sandalo e il gelo dell'umidità milanese che tornava a invadere il locale, più violento di prima. Ero di nuovo solo, invisibile tra gli zombie, ma con un incendio che mi ruggiva nello stomaco.

Rimasi immobile, mentre il vuoto lasciato dalla sua improvvisa sparizione sembrava risucchiarmi. Intorno a me, il The Grid aveva ripreso il suo ritmo artificiale: i ghiaccioli che tintinnavano nei bicchieri, la risata sguaiata delle ragazze in fondo, l'indifferenza gelida di Alex che passava uno straccio sul granito. Eppure, per me, tutto era cambiato.

Sapevo di cosa stava parlando. Avevo passato anni a nascondermi tra le pagine dei libri di filosofia, cercando di dare un senso al dolore per Luciana, alle ingiustizie subite in tribunale, alla mia stessa passività. Avevo letto di Gurdjieff, di Ouspensky, di Brizzi; conoscevo i concetti, le teorie, le citazioni sottolineate a matita sui miei tascabili. Ma fino a quel momento erano state solo parole. Inchiostro morto su carta ingiallita.

Le parole di Stefania, invece, avevano un peso specifico insostenibile. Non erano entrate dalle orecchie, ma si erano conficcate direttamente nella carne, scolpite nella mia mente con la precisione di un laser. Era come quei sogni vividi da cui ti risvegli col cuore in gola, dove ricordi ogni minimo dettaglio: la tonalità esatta di un colore, l'odore dell'aria, la flessione precisa di una voce.

L'esercizio che mi aveva dato non era un consiglio. Era un ordine ontologico.

Osserva la macchina. Non lasciare spazio alla giustificazione. Guarda la menzogna mentre nasce.

Ricordavo ogni sua parola, ogni pausa, ogni respiro tra una frase e l'altra. Potevo riprodurre mentalmente l'inflessione magnetica della sua voce come se fosse ancora lì, a pochi centimetri dal mio viso. Ma la cosa più assurda, quella che mi faceva tremare le mani mentre cercavo di afferrare il bicchiere ormai vuoto, era il senso di urgenza. Un'urgenza viscerale, assoluta.

Sapevo, con una certezza che non avevo mai provato per nulla nella vita, che dovevo eseguire quell'esercizio. Non domani, non "quando mi fossi sentito pronto". Adesso. A tutti i costi.

Uscii dal locale e l'umidità di Milano mi schiaffeggiò il volto, ma non la sentii come al solito. Per la prima volta dopo diciassette anni, non ero solo un'ombra che tornava a casa. Ero un uomo che portava dentro di sé un seme terribile e luminoso. Sapevo che se avessi fallito, se mi fossi lasciato riassorbire dal sonno meccanico della mia vita, ogni mio respiro futuro sarebbe stato davvero sprecato.

Camminai verso la macchina, e per la prima volta, iniziai a osservare i miei passi. Uno. Due. Tre.

La sfida era iniziata.

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