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← Swami Lakshmi Saraswati

Creato il 06/08/2026, 05:04 · Aggiornato il 06/08/2026, 05:10

Capitolo 9: Apprendistato

@bergadavideDavide
GeneraleIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
  • Uso di sostanze rituali
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Il brusio dell’aeroporto di Atene si mescolava al battito quieto del mio cuore, un ritmo che sembrava seguire il flusso dei passeggeri diretti ai loro gate. Seduta in un angolo della sala d’attesa, con la borsa a tracolla posata sulle ginocchia, stringevo il biglietto per Il Cairo, un frammento di carta che custodiva promesse ancora velate. L’attesa si dilatava, e la mia mente, come un’onda che si ritraeva, scivolava verso un tempo lontano, un decennio addietro, quando un incontro fortuito alla Stazione Centrale di Milano aveva acceso una scintilla destinata a illuminare il mio cammino.

Quell’incontro con Marco, con la sua giacca verde ornata dal logo della balena, non era stato un semplice incrocio di vite, ma l’inizio di un apprendistato che aveva scolpito la mia essenza. La memoria si srotolava e mi ritrovavo immersa negli anni tra il 2013 e il 2017, quando il mondo si era rivelato la mia aula e l’attivismo il mio maestro.

Il rombo dei motori dell’autobus che mi conduceva a Piazza del Duomo, in quel sabato del 2013, si perdeva nel tumulto del mio animo. Avevo vent’anni, un’edizione logora di Così parlò Zarathustra nello zaino e un volantino di Greenpeace stretto tra le dita, un talismano di carta che scottava come una promessa. Milano si spalancava davanti a me, un labirinto di frenesia che mi inghiottiva e mi respingeva allo stesso tempo.

Avevo cercato di coinvolgere le mie compagne di università Silvia e Michela, ma a dire la verità ultimamente non eravamo più così legate. Ora che non ero più quella delle feste sregolate, quella che passava da un letto ad un altro con ragazzi sconosciuti, forse avevo smesso di essere interessante e quella nuova me che cercava addirittura di diventare un attivista, ebbe come risultante il fatto di allontanarle del tutto.

Quel venerdì in aula dopo la lezione del professor Gallo, mi avvicinai un po' titubante a Silvia e Michela che erano un paio di banchi da me. Mostrando il volantino su cui Marco l'altro giorno aveva scritto il suo numero di telefono.

“Ragazze,” dissi, la voce incerta, “Domani… c’è una cosa in Piazza del Duomo. Una campagna di Greenpeace, per salvare l’Artico. Ci sarà un iceberg di cartapesta, bandiere verdi, filmati. Pensavo… magari potreste venire con me.”

Silvia alzò lo sguardo dal telefono, un sopracciglio inarcato, un mezzo sorriso che non raggiungeva gli occhi. “Greenpeace?” disse, il tono venato di scherno. “Sofia, sul serio? Da quando sei diventata una che salva gli orsi polari?” Posò il telefono sul banco, incrociando le braccia. “Non eri quella che ballava fino alle quattro e si svegliava in posti che non ricordava?”

Il suo commento mi colpì come una lama sottile, ma tenni il volto fermo, anche se le dita tormentavano il bordo del volantino. “Non sono più quella,” risposi, la voce più salda di quanto mi aspettassi. “Voglio fare qualcosa che conti. Qualcosa di più grande di noi. È importante, Silvia. Il pianeta sta morendo.”

Michela alzò gli occhi dall’agenda, mordicchiandosi il labbro, il suo silenzio più pesante delle parole di Silvia. “Sembra… bello, Sofi,” disse infine, ma il suo tono era cauto, come se stesse soppesando un’uscita di sicurezza. “Ma, sai, domani abbiamo già un piano. C’è quella festa a Brera, quella di Luca. Ci sarà un sacco di gente. Pensavamo di andare lì.” Fece una pausa, poi aggiunse, quasi in un sussurro: “Non è che non ci importa, è solo… non è il nostro mondo.”

Le sue parole si posarono tra noi come cenere, fredde e definitive. Sentii un nodo stringermi la gola, non per la festa a cui non ero stata invitata, ma per il vuoto che si spalancava tra noi, un abisso che non potevo più attraversare. “Capisco,” dissi, e il sorriso che forzai era fragile come vetro. “Magari un’altra volta.”

Quel momento finì per allontanare del tutto le ragazze con le quali avevo condiviso 6 mesi di vita universitaria, 6 mesi di feste sbronze e sesso facile con ragazzi sconosciuti.

Andai da sola.

Il sole di settembre filtrava tra le guglie del Duomo, tingendo la piazza di una luce dorata, e l’aria portava con sé il profumo di caffè, di pietra scaldata e di qualcosa di indefinibile, come l’eco di un cambiamento imminente.

Piazza del Duomo brulicava di vita, un mosaico di volti, voci e movimenti. Turisti scattavano foto, bambini rincorrevano piccioni, venditori ambulanti gridavano offerte in lingue spezzate. Al centro di quel caos, si ergeva uno spettacolo che catturava ogni sguardo: un iceberg di cartapesta, alto quasi tre metri, svettava come un monolite, la sua superficie bianca screziata di azzurro che rifletteva la luce del sole. Intorno, bandiere verdi di Greenpeace sventolavano come ali spezzate, mosse da un vento leggero. Un gruppo di volontari, con giacche dello stesso verde brillante, si muoveva con precisione, distribuendo volantini, parlando con i passanti, montando un piccolo schermo che proiettava immagini di ghiacci che si scioglievano e orsi polari alla deriva.

Mi ero fermata al confine di quella scena, il cuore che batteva troppo forte, le dita che tormentavano il bordo del volantino. Mi sentivo fuori posto, una ragazza con un libro di filosofia nello zaino e un’inquietudine che non sapevo nominare. Chi ero io per unirmi a quella battaglia? Cosa potevo offrire a un movimento che sembrava così grande, così deciso? Stavo per voltarmi, per lasciarmi inghiottire dalla folla, quando una voce mi aveva raggiunta, chiara e ferma sopra il vociare.

“Sofia!”

Alzai lo sguardo, sorpresa. Marco era lì, a pochi passi, il suo sorriso che tagliava la distanza tra noi. La giacca verde gli calzava come una seconda pelle, il logo della balena che spiccava sul petto. I suoi occhi scuri, pieni di una calma che sembrava radicata in una verità profonda, mi scrutavano con un misto di sfida e benvenuto. “Sei venuta,” aveva detto, avvicinandosi. “Sapevo che non avresti mancato.”

Le sue parole si erano ancorate in me, un invito a smettere di osservare e a iniziare a essere. “Non so se sono pronta,” avevo mormorato, la voce incerta, gli occhi che vagavano verso l’iceberg di cartapesta. “Questo… sembra più grande di me.”

Marco aveva riso, una risata breve ma calda, come il suono d'una campana lontana. “È più grande di tutti noi, Sofia. Ma è proprio per questo che siamo qui.” Mi aveva posato una mano sulla spalla, un gesto semplice ma fermo, e mi aveva guidata verso lo stand. “Vieni, ti presento la squadra. Non devi fare tutto oggi. Basta che inizi.”

Il caos della piazza si era dissolto mentre seguivo Marco. Mi aveva presentato a una ragazza con i capelli corti e un piercing al naso, che si chiamava Clara e parlava con un entusiasmo contagioso della petizione per salvare l’Artico. C’era un ragazzo, Matteo, che armeggiava con il proiettore, borbottando contro un cavo ribelle. E poi c’era una donna più anziana, Anna, che distribuiva volantini con una calma che sembrava sfidare il tempo. Ognuno di loro mi aveva accolta con un cenno, un sorriso, come se la mia presenza fosse già parte del loro ritmo.

Marco mi aveva messo in mano una pila di volantini e mi aveva spiegato, con una pazienza che non mi aspettavo, come parlare con i passanti. “Non devi convincerli,” aveva detto. “Devi ascoltarli. Le persone vogliono sentirsi viste. Poi, racconta loro perché sei qui. La tua storia è la tua forza.”

Avevo preso un respiro profondo e mi ero avvicinata a una coppia di mezza età, con il volantino che tremava appena tra le dita. “Scusate,” avevo detto, la voce che inciampava. “Vi va di firmare per salvare l’Artico?” L’uomo mi aveva guardato con scetticismo, la donna aveva alzato un sopracciglio. “E cosa cambierà una firma?” aveva chiesto lui, il tono tagliente.

Per un istante, avevo sentito il panico montare. Poi, lo sguardo di Marco, dall’altro lato dello stand, mi aveva raggiunta, un’ancora silenziosa. “Cambierà poco,” avevo risposto, sorprendendo me stessa. “Ma se nessuno firma, non cambierà nulla. Io sono qui perché credo che ogni gesto conti. Anche il vostro.”

La donna aveva sorriso, un sorriso piccolo ma sincero, e aveva preso la penna. L’uomo aveva borbottato qualcosa, ma aveva firmato.

Quando si erano allontanati, mi ero voltata verso Marco, che annuiva con un’espressione che diceva più di qualsiasi parola. Non era solo approvazione; nei suoi occhi c’era una luce nuova, un riconoscimento che mi aveva fatto quasi tremare. Il sole cominciava a calare, tingendo la piazza di sfumature arancioni, e l’iceberg di cartapesta sembrava brillare, un faro fragile in mezzo alla folla.

Più tardi, mentre smontavamo lo stand al tramonto, con le guglie del Duomo che si stagliavano contro un cielo striato di rosa, Marco si era fermato accanto a me. Le bandiere verdi erano state ripiegate, l’iceberg smantellato, e la piazza si stava svuotando, lasciando spazio al silenzio della sera. Avevo le mani sporche di nastro adesivo e il cuore pieno di un’energia che non riuscivo a spiegare. “Hai una voce, Sofia,” aveva detto Marco, la sua voce bassa ma ferma, come se stesse rivelando un segreto. “Ho visto il potere della tua presenza in una breve frase, complimenti!”

Mi ero fermata, il volantino ancora stretto tra le dita, e lo avevo guardato. La luce del tramonto accendeva riflessi nei suoi occhi, e per un istante avevo intravisto non solo il leader di Greenpeace, ma un uomo che vedeva oltre la superficie, che scorgeva qualcosa di raro. “Non so se ce l’ho davvero, una voce,” avevo risposto, la mia voce un sussurro. “Mi sento… piccola, in tutto questo.”

Marco aveva scosso la testa, un sorriso appena accennato sulle labbra. “Piccola? Sofia, quello che hai fatto oggi… non lo insegnano nei nostri corsi.” Si era appoggiato a una delle casse che stavamo impilando, il suo sguardo fisso su di me, come se stesse soppesando un pensiero. “Ho visto tanti volontari iniziare, alcuni con anni di preparazione alle spalle. Ma nessuno, mai, è stato così incisivo al primo tentativo, senza un briciolo di esperienza. Hai ascoltato quella coppia, hai risposto con una verità che veniva da dentro di te, e li hai mossi. Questo non è comune. È un dono.”

Le sue parole mi avevano colpita come un raggio di luce, illuminando un angolo di me che non avevo mai osato guardare. “Un dono?” avevo ripetuto, quasi incredula, le dita che tormentavano il bordo del volantino, la stessa cosa che mi aveva detto mia nonna nella sua lettera d’addio quella volta al suo funerale. La memoria di quella lettera, letta tra le lacrime in una chiesa silenziosa, si era riaccesa come una brace: “Sofia, hai un dono, una luce che non tutti vedono. Non nasconderla, anche quando il mondo ti spaventa.” Le parole di Marco e quelle di mia nonna si erano intrecciate, un’eco che mi aveva scossa nel profondo. “Non ho fatto niente di speciale,” avevo detto, la voce incerta. “Ho solo… detto quello che sentivo.”

“Esattamente,” aveva detto Marco, il suo sorriso che si allargava. “Hai detto quello che sentivi. La maggior parte delle persone passa anni a cercare di imparare come farlo. Tu ce l’hai dentro, Sofia. È una voce che può cambiare le cose, se la lasci uscire.” Aveva posato una mano sulla mia spalla, un gesto che era insieme sostegno e sfida. “Non sei solo un’altra volontaria. Sei un seme, e i semi come te diventano foreste. Fidati di me, lo vedo.”

Quelle parole si erano piantate in me, profonde come radici. Mentre finivamo di smontare lo stand, con il suono lontano di un musicista di strada che pizzicava una chitarra, avevo sentito qualcosa muoversi dentro di me, un misto di timore ed eccitazione. La piazza, con le sue pietre antiche e il suo caos, era diventata un tempio, e quel momento con Marco un rito di passaggio. Non ero più solo una ragazza con un volantino; ero parte di qualcosa, un filo in una trama più grande, e Marco aveva visto in me un potenziale che mi spaventava e mi chiamava allo stesso tempo.

Note di capitolo

Mentre si trova all’aeroporto di Atene in attesa di un importante volo diretto per Il Cairo, la giovane Sofia si lascia andare ai ricordi. La mente scivola indietro nel tempo, rievocando la svolta decisiva avvenuta a Milano nel settembre del 2013. Decisa a lasciarsi finalmente alle spalle le feste sregolate e una vita superficiale per cercare un significato più profondo, la ragazza sceglie di intraprendere con coraggio la via dell’attivismo con Greenpeace. Derisa e abbandonata dalle sue storiche amiche d'università, si ritrova da sola in una brulicante Piazza del Duomo per la sua primissima prova sul campo milanese. Lì, accanto al carismatico e paziente leader Marco e ad un imponente iceberg di cartapesta,

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