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Per mesi, in gran segreto, avevo organizzato ogni dettaglio per il viaggio in India.
Del resto, gli anni trascorsi come volontaria di Greenpeace mi avevano insegnato l'importanza di una pianificazione meticolosa e l'abilità di gestire logistica complesse con precisione quasi maniacale. Avevo acquistato un biglietto aereo di sola andata, accantonato meticolosamente i soldi necessari per affrontare un viaggio così lungo, pianificato gli itinerari più logici e procurato le indicazioni per la segreteria dell'ashram a Puri. Avevo anche già pianificato l'arrivo e la partenza dal Karar Ashram, calcolando i tempi per raggiungere il Kumbh Mela, e mi ero premunita di tutte le vaccinazioni del caso.
A dicembre 2018, comunicai al Dottor Rossi, che alla fine dell'anno avrei lasciato il lavoro come psicologa. Il Dottor Rossi tentò in ogni modo di trattenermi, dicendomi che invece di licenziarmi avrei potuto chiedere un periodo di aspettativa e che lui mi avrebbe tenuto il posto presso lo studio al mio ritorno, ma sapevo che non sarebbe stata una strada percorribile: il mio viaggio mi avrebbe allontanato ulteriormente, più di quanto già non fossi, da quella vita.
Poi fu la volta di comunicarlo a mio padre. Andai una sera a trovarlo al suo ristorante a Landriano, all'orario di chiusura. Cenammo assieme e lui aveva quella espressione rassegnata di chi già si aspetta qualcosa di strano da quella sua strana figlia. Già, il fatto che io mangiassi solo verdure in un ristorante rinomato per la carne affumicata, era una cosa che non gli era mai andata giù.
Mangiammo soli in un tavolino vicino alla cassa e mi preparò un piatto speciale che aveva creato appositamente per me: Tortino di carciofi con crema di topinambur e tartufo nero.
Me lo servì tutto fiero di sé con tanto di decorazione.
Guardai il piatto e restai incantata: un tortino di carciofi, una cupoletta dorata e perfetta, troneggiava al centro, la sua crosta leggermente lucida che prometteva una croccantezza delicata. Sotto, un letto di crema di topinambur, liscia e color avorio, sembrava quasi brillare. Emanava un profumo caldo e terroso. Sopra il tortino, sottili scaglie di tartufo nero catturavano la luce, sprigionando un aroma intenso, quasi misterioso. Sparsi qua là, minuscoli microgreens di rucola aggiungevano un tocco di verde vibrante, mentre un filo d'olio extravergine d'oliva disegnava riflessi dorati. Era un'opera d'arte, così raffinata eppure così invitante, che quasi mi dispiaceva toccarla.
Lo guardai sorpresa ed onorata per quel pensiero solo per me, mi disse: “L'ho chiamato Sofia perennemente in viaggio…”
“Papà…” dissi abbassando lo sguardo,
“Su Sofia, dimmi quello che mi devi dire e basta!” disse, a bassa voce, affondando la forchetta nel suo tortino, che restituì un rumore come di una crosta croccante che si sbriciola.
Gli raccontai che dovevo partire per l'india, e che sarei stata via per un tempo indefinito, che però prima avrei fatto tappa in un ashram a Puri, e poi sarei andata al Kumbh Mela.
“Kumbh Mela! “ Esclamò esterrefatto, “cosa sarebbe questa nuova ossessione!” Sentito che stavo partendo per un altro pazzo viaggio, e questa volta senza una data di ritorno per l'India e per giunta da sola, si ammutolì per un istante, la forchetta sospesa a mezz'aria.
Poi esplose, “l'anno scorso in Messico ho creduto di perderti quanto lessi la notizia della morte di quel Marco, ma almeno anche se con quei pazzi di Greenpeace eri assieme ad un gruppo organizzato!” Sbattendo un pugno sul tavolo.
Io rimasi in silenzio, occhi bassi, sapendo che aveva ragione ma che al contempo comunque non poteva fermarmi.
“E adesso parti di nuovo e per giunta vuoi andare ad un raduno di massa in India composto da ferventi religiosi?” Distolse lo sguardo da me', non sapeva che pesci prendere, “come pensi che possa rimanere io sapendoti li?” Avanti rispondi!"
Feci un respiro profondo, cercando le parole giuste. "Papà, non è un'ossessione. È... un bisogno. Devo farlo."
Lui mi guardò per un lungo istante, gli occhi che sembravano cercare un senso che non trovavano. Poi scosse leggermente il capo. "Un bisogno," ripeté con un velo di rassegnazione. "Certo, Sofia. Sempre un nuovo bisogno, con te." Afferrò un'altra fetta di tortino dal suo piatto. "E quanto durerebbe, questa volta, questo 'bisogno'?"
"Non lo so. Non c'è un tempo stabilito."
Lui sospirò, emanando un suono profondo che riempiva il silenzio del ristorante vuoto. "Beh," disse, con quel tono che non lasciava trasparire alcuna emozione ma che conoscevo come una tacita autorizzazione. "Fai come credi. Lo sai, io non ho mai capito queste tue... fughe. Ma sei grande, Sofia. L'importante è che tu stia bene."
"Grazie, papà," dissi, con la voce un po' roca, perché quella sua rassegnata accettazione, pur priva di vera comprensione, era la sua forma di amore e la mia unica garanzia di libertà.
"Sì, sì," rispose lui, tornando al suo piatto. "E... mi terrai informato, ogni tanto, vero?"
"Certo. Ti chiamerò.”
E così, dopo mesi di preparativi e il difficile confronto con mio padre, il giorno della partenza era finalmente arrivato. La mia casa, il tempio di nonna Antonietta, era insolitamente silenziosa, ogni cosa sistemata, ogni traccia della mia vita precedente quasi cancellata. Rimaneva solo un'ultima, dolce, difficile cosa da fare: salutare Sole.
Era seduta nel nostro angolo di pace, dove le candele si accendevano per le meditazioni, le mani intrecciate in grembo, i suoi occhi azzurri, solitamente vivaci e pieni di quella curiosità contagiosa che mi aveva riportato alla mia passione degli inizi, velati ora da un'ombra di preoccupazione. 'Sei proprio convinta, Sofi?' mi chiese, con la voce ridotta quasi af un sussurro, come se temesse di rompere l'incantesimo di questo addio.
Le sorrisi, cercando di trasmetterle tutta la mia determinazione e la fiducia che le avevo confessato di avere nella vita. 'Mai stata più convinta, Sole. È... è un bisogno, come ho detto a mio padre ieri sera. Ma non preoccuparti,' aggiunsi, sapendo quanto le mie scelte potessero agitare chi mi voleva bene, 'ci sentiremo, te lo prometto. Appena potrò, ti manderò un messaggio.'
Si alzò lentamente, i suoi occhi si riempirono un po' di lacrime, ma brillavano anche di quell'affetto profondo e di quella comprensione intuitiva che solo lei possedeva. Ci abbracciammo forte, un abbraccio lungo, stretto, di quelli che racchiudono anni di confidenze sussurrate nel silenzio, risate condivise e paure dissipate. Sentii il suo profumo familiare, un'ancora alla vita che stavo per lasciare, e la sua energia di "anima guaritrice" mi avvolse in un ultimo, rassicurante calore.
'Fa' attenzione, mi raccomando,' sussurrò al mio orecchio, stringendomi ancora. 'E chiamami, o mandami anche solo un messaggio, quando sarai là.' Il nodo alla gola mi impediva di parlare, ma annuii, stringendola un'ultima volta. Mi staccai da lei, dandole un ultimo sguardo, un sorriso che nascondeva un velo di malinconia.
Ci salutammo quasi come se non dovessimo più vederci.
La mattina dopo mio padre mi accompagnò all'alba, in stazione a Pavia.
Ripensai alle mille volte che avevo preso quel treno per Milano durante il periodo dell'università e del tempo passato insieme a mia madre immediatamente dopo la morte di nonna Antonietta. Erano mesi che non la sentivo e non le avevo nemmeno detto che stavo partendo per l'India.
Tutto aveva uno strano sapore di addio. Lo percepivo sia io che tutte le persone a me' care, anche se non ce lo comunicavamo verbalmente.
Mio padre mi salutò in modo burbero e sbrigativo ma gli vidi gli occhi umidi, forse per la prima volta nella mia vita.
Percorsi il viaggio in treno in silenzio e una volta a Milano presi il collegamento in autobus fino a Malpensa.
L'aeroporto era un crocevia partenze e arrivi, un ronzio costante di voci e annunci.
Con il biglietto di sola andata stretto in mano, superai i controlli e l'imbarco, e ogni passo sul nastro trasportatore sembrava un addio definitivo alla terra che mi aveva vista crescere, amare e soffrire. Una volta a bordo, mentre l'aereo si preparava al decollo e le luci della pista scorrevano veloci, senti un misto di sollievo e vertigine.
Nove ore di volo mi attendevano, un ponte aereo sopra continenti e confini, verso l'India, verso il Gange, verso il Kumbh Mela.
Puri, India, Gennaio 2019
L’aria di Puri odorava di salsedine e incenso, e un intreccio di mare e sacralità che mi avvolgeva mentre camminavo lungo la strada polverosa verso il Karar Ashram.
La nuova borsa, segnata da anni di viaggi, pesava sulla mia spalla, un'ancora familiare in un mondo sconosciuto. Ero arrivata in India da pochi giorni, spinta dal richiamo del Gange e dal sogno che Nisargadatta aveva inciso nella mia anima. Un viaggio di quattro anni, un percorso iniziatico, un appuntamento con Susya, la “discepola”, come mi aveva chiamato lui quella volta.
Il Kumbh Mela di Prayag Raj era vicino, previsto per le prossime settimane, ma prima, il Karar Ashram mi chiamava, un rifugio di silenzio dove speravo di trovare risposte.
Il Karar Ashram sorgeva ai margini della città, un complesso di edifici bianchi circondati da palme e frangipani, con le mura che pulsavano di una quiete antica. Al cancello, una figura esile mi attendeva, avvolta in un sari color crema, era Dolorian. Una donna inglese anziana, magra al punto da sembrare un soffio, la sua pelle era tesa sulle ossa, il cranio glabro segnato dalla malattia. I suoi occhi, però, brillavano di una luce viva, come se il cancro che la consumava non potesse toccare la sua anima. "Sofia, benvenuta," disse, la sua voce era roca ma calda, con un accento britannico che danzava sulle parole. Mi prese la mano, con quelle sue dita fredde ma ferme, e mi guidò dentro. "Questo posto ti cambierà," aggiunse, con un sorriso che sembrava sapere più di quanto dicesse.
Dolorian era una volontaria di lunga data, una presenza costante nell'ashram nonostante la sua salute fragile.
Mi assegnò una stanza spartana - un materasso sottile, una finestra sul mare - e mi aiutò a sistemare la nuova borsa, sfiorandola con curiosità. "Ha una storia, vero?" chiese, indicando i graffi sulla tela. Annuii, tirando fuori la foto di Marco. "Come tutte le cose che portiamo con noi," risposi, e nei suoi occhi vidi un lampo di comprensione.
Non lo sapevo ancora, ma Dolorian sarebbe diventata, durante il soggiorno in quel tempio, un'amica fraterna, una sorella dell'anima, capace di segnare con la sua fermezza tutta la mia vita, da lì in avanti.
I due mesi al Karar Ashram furono un’immersione totale.
Le giornate iniziavano prima dell’alba, con il suono di un gong che chiamava alla meditazione. Sedevamo in una sala aperta, con il pavimento fresco sotto le gambe incrociate, mentre il profumo di sandalo si mescolava al canto dei mantra. Io, volontaria tra volontari, aiutavo a pulire i cortili, servire il cibo e preparare le offerte per il tempio. Ogni gesto era una pratica, un modo per dissolvere l’ego, come i Yogasutra di Patanjali insegnavano. Ma la vera lezione arrivava nei momenti di silenzio, quando la voce di Nisargadatta, dai piani sottili, mi sussurrava: “Tu sei la discepola, Sofia. Lascia andare ciò che credi di essere, tu non sei il corpo che abiti, ma la luce dietro ai tuoi occhi.”
Dolorian era sempre vicina, una presenza costante nelle mie giornate.
Nonostante la sua fragilità - il corpo emaciato, il respiro corto dopo pochi passi - lavorava con una determinazione che mi sbalordiva. Spazzavamo insieme il cortile, e mentre fissavo con sempre maggiore preoccupazione le sue mani tremanti ma precise, e parlavamo di tutto: della sua vita a Londra, del cancro che l'aveva spinta a cercare l'India, della pace che aveva trovato nelľ'ashram.
"Non ho paura di morire," mi disse una sera, sedute su una stuoia sotto le stelle. "Ma voglio vivere ogni respiro fino all'ultimo!" pulendosi una lacrima dagli occhi, mentre io le appoggiavo una mano sulla spalla.
Le sue parole mi colpivano, come un'eco della lezione che stavo imparando: la vita non era mia, ma un dono da offrire.
Le raccontai di Marco degli anni da attivista, della sua morte in Messico. Poi gli raccontai anche del sogno di fatto in università durante il quale mi era stato predetto il viaggio in India.
E della strana avventura che mi avrebbe atteso all' imminente Kumbh Mela.
Lei ascoltava, con gli occhi lucidi, mentre posava una mano sulla mia. "Sei già Susya, Sofia. La discepola. Lo sai, vero?”
La nostra amicizia crebbe come un fiore in un terreno arido. Condividevamo il tè chai al tramonto, ridendo delle piccole cose - un pavone che disturbava la meditazione, un mantra storpiato da un novizio. Dolorian mi insegnava a intrecciare ghirlande di fiori per il tempio, le sue dita abili nonostante la malattia.
Io, le leggevo brani dal mio diario, riflessioni sui Yogasutra o frammenti di Nisargadatta. "Questo tuo Guru," diceva, "mi ricorda il mio maestro. Lui, mi ha insegnato che siamo solo ospiti in questo corpo."
Quando la stanchezza la sopraffaceva, io la aiutavo a raggiungere la sua stanza, con la nuova borsa sempre a tracolla come un ponte tra noi.
Fu durante quelle ultime settimane che il nostro legame si fece fraterno.
Il cancro di Dolorian peggiorava; passava sempre più tempo a letto, e sebbene il suo volto fosse scavato dalla malattia, il suo spirito restava intatto.
Una mattina, mentre le portavo una ciotola di riso, mi chiese di sedermi accanto a lei. "Sofia," disse, la voce un filo, "quando me ne andrò, porta un po' di me al Gange, mentre sarai al Kumbh Mela. Lascialo lì, con i tuoi sogni." Le promisi, le lacrime agli occhi, e lei strinse la mia mano, un gesto che diceva più di qualsiasi parola.
Fu durante una di quelle mattine, mentre spazzavo il cortile sotto un cielo che prometteva pioggia, che incontrai il Sanyasi anziano. Era un uomo esile, la pelle rugosa come pergamena, gli occhi che brillavano di una luce che sembrava venire da un altro tempo. Vestito di un dhoti arancione, si muoveva con una grazia lenta, come se ogni passo fosse una preghiera. Lo avevo visto spesso, intento a meditare o a parlare con i discepoli, ma quel giorno si fermò accanto a me, il suo sguardo che mi scrutava come se vedesse oltre la mia pelle.
> Sorrise, un sorriso che conteneva l’oceano. “Un giorno imparerai che la nostra vita non ci appartiene,” disse, le parole lente, come pietre posate su un sentiero. “Tu non sei Sofia. Non sei il tuo corpo, la tua mente, le tue storie. Sei ciò che osserva, ciò che resta.” Le sue parole riecheggiavano Nisargadatta, Patanjali, persino Marco, che anni prima aveva indicato il mio cuore dicendo: “Il vero cambiamento è qui.” Ma dal Sanyasi avevano una forza nuova, come un fulmine che squarcia la nebbia.
> Mi invitò a sedermi con lui sotto un albero di frangipani, i petali bianchi sparsi a terra come offerte. “Hai un nome, nel tuo sogno,” disse, sorprendendomi. Non gli avevo mai parlato di Susya, ma i suoi occhi sembravano sapere. “Susya, la discepola. È ciò che sei chiamata a essere. Ma per essere discepola, devi lasciare andare l’idea di chi sei.” Posò una mano sul mio diario, che avevo lasciato aperto accanto alla borsa. “Scrivi, medita, ama. Ma non tenere nulla. La verità è nel lasciare andare.”
> Quelle parole mi colpirono come un’onda. Per anni avevo tenuto stretto: il dolore di Marco, le battaglie di Greenpeace, la foto nella borsa, persino il sogno di Susya. Ma il Sanyasi mi stava chiedendo di aprire le mani, di offrire tutto al fuoco della verità. “Come faccio?” chiesi, la voce che tremava. “Come si lascia andare una vita intera?”
> Lui rise, una risata leggera come il vento. “Non la lasci andare. La vivi, ma sai che non è tua. Come il mare non appartiene alla riva, ma la accarezza.” Si alzò, il dhoti che frusciava, e mi lasciò lì, sotto l’albero, con il diario aperto e la nuova borsa che sembrava guardarmi, pronta a custodire una Sofia nuova.
> Nei giorni successivi, le sue parole divennero la mia guida. Meditavo più a fondo, lasciando che i pensieri il rimpianto per Marco, la paura del futuro - scorressero come nuvole. Lavoravo nell'ashram con una leggerezza nuova, ogni compito un'offerta, non un peso. La nuova borsa, che portavo con me ovunque, si riempiva di frammenti di questa trasformazione: un petalo di frangipani essiccato, una pagina di appunti sul distacco, la foto di Marco che ora vedevo non come perdita, ma come forza. "Susya, scrivevo nel diario, "Ia discepola. Non un luogo, non un incontro, ma ciò che sono.
Dolorian morì una settimana dopo, in una notte di luna piena, verso la fine del mio soggiorno. Ero con lei, la sua mano nella mia, il respiro che si spegneva come una candela. Non piansi, non subito. Presi la nuova borsa e vi infilai un piccolo braccialetto di perline che mi aveva regalato, accanto alla foto di Marco e al diario. “Lo porterò al Gange,” promisi, la voce rotta. La sua morte fu un altro insegnamento: la vita non ci appartiene, ma l’amore che lasciamo resta.
Quando lasciai l'ashram, dopo due mesi intensi di pratica, il Kumbh Mela di Prayagraj era imminente. La lezione del Sanyasi mi accompagnava, un faro per il viaggio che mi attendeva, La nuova borsa, segnata da graffi macchie, era più leggera, come se anche lei avesse imparato a lasciare andare. Portava il ricordo di Marco, le parole di mia nonna, la voce di Nisargadatta, e ora la saggezza del Sanyasi. Mentre camminavo verso la stazione di Puri, il mare alle mie spalle e il Gange nel mio futuro, senti la verità delle sue parole: la mia vita non mi apparteneva. Era un dono, un'onda che accarezzava la riva, e io, Susya, la discepola, ero pronta a fluire con essa.
Un vuoto d'aria riportò bruscamente la mia mente al presente. Sobbalzai leggermente sul sedile. Ero seduta al mio posto sul volo diretto al Cairo. Mi guardai intorno: la cabina era immersa in una penombra rilassante, il leggero ronzio dell'aria condizionata l'unico suono costante. Qua e là, le luci di lettura individuali creavano piccoli punti luminosi nell'oscurità.
Fuori dall'oblò, il nero profondo della notte era punteggiato da rare stelle lontane, troppo fioche per illuminare le ali silenziose dell'aereo che fendeva l'oscurità a migliaia di metri sopra la terra.
Quel sussulto inatteso mi aveva strappato al torpore.
La schiena era appoggiata al cuscino reclinabile, ma lo sguardo era perso nel buio interiore.
Il ricordo di Puri, con la sua polvere, i suoi colori e la sua spiritualità vibrante, mi scorreva ancora dentro come un fiume calmo. La stazione ferroviaria, con la sua caotica umanità e la mia urgente ricerca di un biglietto, si era appena dissolta nella mia memoria, lasciando dietro di sé una traccia vivida.
Alla mia destra, il passeggero seduto al centro dormiva profondamente, la testa reclinata di lato, la bocca leggermente aperta. Un russare sommesso si aggiungeva al sussurro dell'aereo. Accanto a lui, verso il corridoio, un uomo più anziano, con un giornale accartocciato sulle gambe, sonnecchiava a intermittenza, il capo che ciondolava dolcemente a ogni piccola turbolenza.
L'aereo era un gigante di metallo che solcava il cielo notturno, un bozzolo di umanità sospeso tra due continenti. Le luci soffuse creavano un'atmosfera quasi irreale, dove il tempo sembrava dilatarsi e i miei pensieri potevano vagare liberamente.
Un'improvvisa intuizione mi colpì, chiara e inequivocabile come una nota di cristallo:
"Non si muove foglia che Dio non voglia."
La frase mi risuonò dentro, portando con sé una sensazione di profonda connessione e di accettazione. In quel momento, sospesa tra il cielo e la terra, mi sembrò di percepire un ordine sottile che sottendeva ogni evento, ogni incontro, ogni perdita.
Il caos apparente della stazione di Puri, la dolce e inaspettata amicizia con Dolorian, la guida del Sanyasi, persino la mia stessa presenza su quel volo notturno verso il Cairo... tutto sembrava far parte di un disegno più grande, di una trama invisibile tessuta dal destino o da una forza superiore.
Non era fatalismo, non una resa pasiva agli eventi.
Era piuttosto una consapevolezza che ogni passo del mio viaggio, ogni gioia e ogni dolore, avevano un significato, un'eco nel grande arazzo dell'esistenza.
Stavo imparando, forse per la prima volta con una chiarezza disarmante, che la pretesa di controllare ogni aspetto della mia vita era un'illusione.
Il destino, o qualunque fosse quella forza invisibile, aveva una sua logica, spesso incomprensibile al momento.
E in quella consapevolezza, il ricordo improvviso di una telefonata, avvenuta subito dopo aver lasciato la quiete dell'ashram, si presentò con una sfumatura nuova. Anche i dettagli apparentemente minori, come un nome menzionato sfuggita, potevano realtà essere parte di quella trama inaspettata, ricordandomi che forse, dora in poi, avrei dovuto imparare a navigare a vista.
Il sole indiano picchiava già forte, nonostante la mattinata fosse ancora giovane. La polvere sottile si alzava al mio passaggio, mescolandosi all'odore acre dei fumi di scarico dei tuk-tuk che sfrecciavano sulla strada. Avevo la borsa a tracolla, la promessa a Dolorian come un peso leggero ma costante nel cuore, e la vaga idea di dover raggiungere una stazione ferroviaria che sembrava esistere solo nelle mie confuse congetture.
Tirai fuori il telefono dalla tasca dei pantaloni, un oggetto che per due mesi era rimasto quasi muto, relegato a orologio e a rara connessione Wi-Fi. Cercai il numero di Antoine. Sapevo che in Italia era ancora notte fonda, ma sentivo il bisogno di comunicargli la mia partenza da Puri, anche se non avevo ancora la minima idea di quando e come sarei arrivata al Kumbh Mela.
Il telefono squillò a vuoto un paio di volte, poi sentii il suo "Pronto?" rauco e assonnato dall'altra parte del mondo.
"Ciao, papà, sono io."
Un silenzio, poi un sospiro. "Sofia? Tutto bene? Che ore sono lì?" La sua voce tradiva una stanchezza cronica, unita a una rassegnazione che conoscevo fin troppo bene.
"È mattina. Sono appena uscita dall'ashram a Puri."
Un altro silenzio, questa volta più carico. Sapevo cosa stava pensando: un altro dei miei "slanci", un altro cambio di rotta improvviso. Non aveva mai capito veramente la mia ricerca, il mio bisogno di esplorare sentieri non battuti. Eppure, nonostante il suo scetticismo, mi aveva sempre lasciato libera. Gliene ero grata, anche se spesso il suo silenzio era più eloquente di mille rimproveri.
"Ah," fu la sua laconica risposta. "E adesso?"
"Adesso vado al Kumbh Mela, a Prayagraj."
Un sospiro più lungo. "Il Kumbh Mela... quella specie di raduno di massa?"
"Sì," risposi, cercando di non far trasparire la mia eccitazione. "Devo... fare una cosa lì." Non mi sentivo pronta a spiegargli la storia di Nisargadatta, il sogno, Susya. Sarebbe sembrato troppo lontano dalla sua realtà pragmatica.
Ci fu un breve silenzio, interrotto solo dal rumore di qualcosa che cadeva dall'altra parte della linea. "Va bene," disse infine, con un tono che non lasciava trasparire alcuna emozione. "Stai attenta, Sofia."
"Lo farò, papà. A proposito..." esitai un istante, ricordando la cena prima della mia partenza. "Come sta andando con Manuela?"
Un tono leggermente più caldo si insinuò nella sua voce. "Ah, Manuela... Bene, Sofia, molto bene. Sai, le cose si stanno facendo serie. Stiamo... stiamo decidendo di andare a convivere."
Un piccolo sussulto di sorpresa mi attraversò. Nonostante le sue frequentazioni occasionali dopo il divorzio, questa sembrava una svolta significativa. "Oh... beh, sono contenta per te, papà." La mia risposta fu sincera, anche se una parte di me provava una strana sensazione, un vago senso di cambiamento nell'equilibrio familiare.
"Si, si," rispose lui, con una punta di imbarazzo. "È una brava donna. E, ti ricordi che ti avevo detto che ha una figlia, più piccola te? chiama Lucia...e non vede l'ora di conoscerti.."
Il nome mi colpi, anche se in quel
momento non riuscii ad afferrare
la sua potenziale risonanza.
"Capisco,"' dissi semplicemente.
Ci fu un breve silenzio, poi tornò
al tono più distaccato prima.
"Va bene, Sofia. Stai attenta al
Kumbh Mela."
"Lo farò, papà...Poi, se Dio vorrà,
dopo torno a casa a Pavia."
"Si, speriamo.." disse con un
sospiro nella voce. "Chiamami
quando arrivi.”
Un silenzio, meno denso del precedente, quasi rassegnato, poi vedendo che non dicevo più
niente aggiunse: "Va bene, Sofia.
Fai quello che devi fare."
Un senso di gratitudine, mescolato a un velo tristezza per la sua perenne distanza emotiva, mi strinse la gola.
"Grazie, papà."
"Sì, sì. Chiamami quando arrivi."
E con un click sbrigativo, la
linea si interruppe.
Rimasi con iI telefono in mano, il sole che mi scaldava la nuca, il rumore assordante della strada che mi circondava. Ancora una volta,
mi aveva lasciato andare, con la
sua solita miscela di silenziosa
disapprovazione e incondizionata
libertà. E io, come sempre, ero
grata per quella libertà, anche se avrei desiderato, solo per un momento, sentire un pizzico reale comprensione nella sua voce.
Inome "Lucia" rimase sospeso
nell'aria, una sillaba inattesa che
non suscitò in me, in quel preciso
istante, alcuna particolare emozione. Era solo il nome della figlia della nuova compagna di mio padre, una bambina più piccola,. Eppure, una sottile vibrazione, quasi impercettibile, percorse la mia mente. Era come se quellincontro verbale, fugace e apparentemente insignificante, avesse depositato un seme nel terreno del mio futuro, un seme la cui fioritura, qualche tempo
dopo, avrebbe intrecciato la mia vita in modi che in quel momento non potevo nemmeno lontanamente immaginare.
Francesco…quel nome non era ancora parte del mio universo, ma il filo invisibile che ci avrebbe uniti stava già tessendosi, silenzioso e
inesorabile, attraverso le parole
di mio padre.