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Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:38

Capitolo 13: Capitolo 11 - Profezie e Patatine Fritte

@bergadavideDavide
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Mentre Michele scompariva come assorbito dalle persone che popolavano la piazza. Guardai la mia amica, che stava con noncuranza guardando i braccialetti al suo polso, che quella mattina grazie anche a me erano diventati da uno a 5. "Sei incredibile, sai?" le dissi, finendo il mio caffè. La mia testa protestava ancora, ricordandomi dolorosamente, la serata di ieri.

Lei mi sorrise, i suoi occhi verdi che sembravano contenere l'intero universo. "No, Sole. È il Dharma che è incredibile. Io cerco solo di non intralciarlo.”

Rimase a guardare il vuoto lasciato da Michele, un sorriso sereno sul volto. Io, invece, fui riportata alla cruda realtà da una fitta alle tempie. "Dharma o non Dharma," dissi, massaggiandomi la fronte, "questo corpo mistico ha bisogno di un antidolorifico e di una posizione orizzontale. E tu? Qual è il prossimo punto all'ordine del giorno nel tuo calendario cosmico?"

Sofia si riscosse dolcemente dai suoi pensieri, tornando a concentrarsi su di me. "Devo andare a Città Giardino. Lucia mi aspetta. Andiamo insieme da... Francesco."

Pronunciò quel nome con una delicatezza che mi provocò una strana, minuscola contrazione allo stomaco. Era un nome che portava con sé il peso di una profezia e, cosa ancora più fastidiosa, il sapore di un segreto a cui non appartenevo del tutto.

"Giusto. Il Messia del Big Mac," borbottai. Guardai l'orologio. "Okay. La mia sbornia non è del tutto d'accordo, ma il mio senso del dovere da tassista cosmica ha la meglio. Ti accompagno io. Non sia mai che il destino si perda per strada perché non trova l'autobus giusto."

"Non devi, Sole. Posso farcela da sola."

"Non se ne parla," replicai, alzandomi con la cautela di un artificiere. "La mia Mini Verde ha bisogno di partecipare a questa missione. Le darà un tono. E poi non mi fido a lasciarti andare in giro da sola a compiere profezie. Andiamo. Chiamami quando hai finito con il ragazzo della profezia, che ti vengo a prendere."

Sofia si fermò, voltandosi a guardarmi. Mi scrutò per un istante, gli occhi socchiusi, quasi di sottecchi. "No," disse, con una dolcezza che però non ammetteva repliche. "Stai ancora smaltendo i postumi della sbornia. Non ha senso che tu stia in giro. Torno a casa con l'autobus."

Mentre mi sentivo osservata da quello sguardo che sembrava leggermi dentro, sentii una strana tensione salirmi dallo stomaco alla gola. Una vocina fastidiosa, acuta, urlava nella mia testa: Diglielo. Diglielo. Diglielo che ti senti esclusa. Ma le parole non uscirono. Non ne ebbi il coraggio. Rimasi lì, sentendomi improvvisamente piccola e sciocca, e annuii debolmente, incapace di sostenere il suo sguardo.

Lei capì. Lo capiva sempre. Con un piccolo sospiro che era quasi un sorriso, andò verso l'ingresso, dove aveva lasciato la sua borsa di tela. La aprì, estrasse il suo mazzo di chiavi e tornò da me, porgendomele. Il metallo freddo a contatto con la mia pelle mi fece trasalire.

"Tu torna qui e aspettami," mi disse, la sua voce ora tornata calda, avvolgente. "Io prendo l'autobus e poi ti racconto tutto. Siamo intesi?" Appoggiando una mano sulla mia spalla.

Annuii di nuovo, questa volta con un po' più di convinzione, grata per quel gesto che era un'ancora, una promessa. Lei mi sorrise, una risata silenziosa negli occhi. "Intesi, capo!” facendo il saluto militare.

Il viaggio verso Città Giardino fu un piccolo capolavoro di contrasti. Io, al volante della mia Mini verde, con un paio di occhiali da sole scuri che speravo nascondessero le occhiaie e il mal di vivere, parlavo a raffica, in parte per non pensare al martellare insistente nelle mie tempie, in parte perché l'adrenalina della missione di Sofia stava contagiando anche me. Sofia, accanto a me, era un'isola di pace, un monolite di calma che osservava il paesaggio urbano scorrere via.

“Sofy, Sofy, Sofy! Al tuo posto sarei fuori di me!” esclamai, con gli occhi neri che dovevano brillare nonostante la stanchezza. “Sono anni che aspetti questo momento! Sono agitata io per te!” Mi sistemai i capelli, scompigliati dal vento che entrava dal finestrino aperto, cercando di darmi un contegno.

Lei invece era calma concentrata, raggiante, come quando dopo un mese di stenti sai che oggi è il giorno di paga.

Svoltammo in una via vicino al palazzo dello sport. Parcheggiai davanti a un palazzo anni '70, con un cancelletto nero che dava sul marciapiede. Lucia era già lì che aspettava, un concentrato di energia nervosa e speranza adolescenziale. Spensi il motore, e nel silenzio improvviso sentii tutta la tensione del momento.

Prima che potessi dire altro, Sofia si voltò verso di me. Con un gesto lento e pieno di affetto, mi mise una mano sulla spalla e mi sistemò una ciocca di capelli che mi era ricaduta sul viso. Fu un tocco lieve, quasi materno, che mi calmò all'istante, come se avesse sentito la mia agitazione e avesse voluto ancorarmi a terra.

"Okay, capo, la tua sorellina ti attende," dissi, la voce improvvisamente più pacata. "Io me ne torno nella mia bat-caverna a base di Oki e acqua tonica. Mi raccomando, vacci piano con i ragazzi! A volte stare con te è come essere Wendy nell'Isola che non c'è!"

Scoppiammo a ridere insieme. Prima di scendere, Sofia si chinò, aprì il cassetto del cruscotto e tirò fuori un piccolo pacchetto avvolto in carta di riso. Un regalo. Fu in quel momento, vedendo quel gesto preparato, che l'ironia mi tornò a galla, affilata come non mai.

"Sofy, ma sei sicura? Cioè, un McDonald's," insistei, cercando di farla vacillare. "Non potevi dargli appuntamento, che ne so, in un luogo con un minimo di feng shui? Un parco, una biblioteca... persino il reparto surgelati dell'Esselunga ha un'aura più mistica. Almeno lì c'è la nebbiolina che fa atmosfera."

Lei sorrise, senza staccare lo sguardo dal pacchetto che teneva in mano, serena. "Il luogo non conta, Sole. Conta l'incontro. Il Dharma non si preoccupa dell'arredamento."

Sbuffai, una nuvoletta di scetticismo e vapori di prosecco. "Certo, come no. Lo dirai anche quando il ragazzo della profezia avrà la bocca impastata di anelli di cipolla e ti chiederà se vuoi assaggiare il suo McFlurry."

Le feci l'occhiolino. "Ci vediamo dopo. Voglio tutti i dettagli sul prescelto."

Lei mi strinse una mano. "Grazie, Sole." Poi scese.

Rimasi in macchina, con il motore al minimo, e la guardai mentre si incamminava verso la ragazza. Fu allora che vidi Lucia per la prima volta come si deve, non solo come un nome in un racconto. Era davvero bellissima. Aveva lunghi capelli castani che le scendevano sulle spalle in onde morbide, due grandi occhi verdi, luminosi e pieni di vita, molto simili a quelli di Sofia. Era più bassa di noi, ma aveva gambe lunghe e una figura sinuosa, con le forme al loro posto, che il semplice vestitino blu che indossava non faceva che accentuare. La vidi correre incontro a Sofia, abbracciandola con un entusiasmo travolgente. Due sorelle. Una ritrovata.

E in quel momento, seduta al posto di guida della mia auto, mi sentii un po' persa, come se in tutto quel intreccio del destino, fatto di maestri illuminati e missioni mitologiche io fossi solo l'autista. Un pezzo di logistica. Probabilmente sarebbe stata la prima volta che Sofia mi avrebbe esclusa da qualcosa di così importante, e io sarei rimasta solamente a fare da…contorno? Il pensiero mi attraversò la mente con una velocità e un'acidità che mi sorpresero. Ma cosa vado a pensare? mi dissi, scuotendo la testa. Perché adesso sono gelosa?

Non era gelosia di Lucia. O forse sì? Era la gelosia per un momento che non potevo condividere, per un legame di sangue che io non avrei mai avuto con lei. Era la sensazione fastidiosa di essere passata da "braccio destro" a "servizio taxi".

Mentre le guardavo allontanarsi insieme, due energie diverse ma complementari, unite da un destino che le precedeva, non potei fare a meno di sentirmi esclusa. Una sensazione nuova, amara, che si mescolava al sapore metallico dell'antidolorifico che avevo preso prima. Ingranai la marcia e ripartii, portandomi via quel piccolo, velenoso seme di risentimento.

Misi un CD di Enya e la prima canzone che ascoltai mentre andavo a casa fu ‘Only Time'. Amavo ascoltare Enya, nei miei momenti di sconforto.

Tornata a casa di Sofia, mi sentii un'intrusa. Il silenzio del suo appartamento era denso, carico della sua assenza. Mi preparai un caffè, presi un antidolorifico e mi sdraiai sul suo divano, lo stesso che mi aveva accolto la notte prima. Fissavo la statuetta di Shiva Nataraja sulla libreria, il dio danzante che sembrava prendersi gioco della mia attesa. Provai a meditare, ma la mia mente era un vortice. Chi era questo Francesco? Era davvero così speciale? O era solo un ragazzo sfortunato su cui Sofia stava proiettando i suoi sogni mistici? E perché la cosa mi infastidiva tanto? Ero gelosa di lui, che le rubava l'attenzione? O di lei, che viveva un'avventura così grande mentre io ero bloccata a fare i conti con una sbornia?

Il tempo passò lentamente. Lessi qualche pagina di un libro, ma le parole mi scivolavano addosso. Alla fine, mi addormentai, un sonno pesante e senza sogni.

Fui svegliata dal rumore della porta. Sofia era tornata. Si muoveva con la sua solita grazia silenziosa, posando la borsa e togliendosi le scarpe. Si sedette sul tappeto, di fronte a me. Non disse nulla, aspettando che fossi io a parlare.

Mi tirai su, la testa finalmente più leggera. "Allora?" esordii, cercando di mantenere un tono scherzoso. "Com'era il Messia del Big Mac? Ha compiuto qualche miracolo? Tipo trasformare l'acqua in Coca-Cola?"

Sofia posò le mani sulle ginocchia, e vidi nei suoi occhi un'intensità nuova, una luce che non era solo pace, ma anche un profondo turbamento.

"È lui, Sole," disse, la voce appena un sussurro. "Non ho alcun dubbio."

Mi raccontò dell'incontro. Di come, entrando nel locale, lo avesse visto subito: un'isola di solitudine in un mare di chiasso, con un dolore negli occhi così profondo da sembrare "una pioggia fredda che scorreva dentro di lui". Mi descrisse la scossa che aveva sentito quando i loro sguardi si erano incrociati, un'intesa immediata che andava oltre le parole, un riconoscimento antico.

"E poi ha notato subito il braccialetto," continuò, mostrandomi il polso. "Quello del Bodhisattva. Lo fissava come se lo riconoscesse, come se risvegliasse qualcosa in lui, un ricordo sepolto."

Ascoltavo, e ogni sua parola era una piccola puntura di spillo. La sua descrizione di Francesco non era quella di un ragazzo problematico, ma di un'anima antica e tormentata. Un eroe romantico da romanzo. E la cosa mi dava un fastidio tremendo.

"Lucia era così felice, così ingenua," sospirò Sofia. "Non si è accorta di nulla, della corrente che passava tra di noi. Era troppo presa dalla sua cotta, dall'invito per la festa."

"Quindi?" la incalzai, la mia ironia che si faceva più tagliente per mascherare l'inquietudine. "Cosa succede ora? Diventerai la sua guru personale a suon di Happy Meal?"

Sofia mi guardò, e per la prima volta vidi un'ombra di conflitto nel suo sguardo sereno. "Non lo so, Sole. La mia missione era incontrarlo. Ma ora... ora sento che è solo l'inizio. E c'è Lucia. È tutto così... delicato."

Rimasi in silenzio, assorbendo le sue parole. La mia sbornia era quasi passata, ma al suo posto sentivo crescere un'inquietudine diversa, più sottile e amara. Il ragazzo della profezia era reale. Ed era complicato, tormentato e, a quanto pare, legato a Sofia da un "filo dorato". E io, l'amica sarcastica e con i postumi, non potevo fare a meno di pensare che quel filo dorato assomigliava terribilmente a un filo spinato pronto a ingarbugliare tutto. E tutti.

Mentre questi pensieri mi turbinavano in testa, sentii l'atmosfera nella stanza cambiare. Il resoconto di Sofia era finito, ma il suo silenzio ora non era più di pace, era denso, carico di qualcosa di non detto. Vidi i suoi occhi fissarmi, ma non era più lo sguardo dell'amica che condivideva un segreto. Era qualcos'altro.

Senza dire una parola, si alzò con la sua solita grazia fluida.

"Beh... Aspettami qui un attimo," disse, la voce neutra.

Sparì nella sua camera da letto, lasciandomi sola con le mie domande e una crescente sensazione di essere finita sotto un microscopio.

Tornò pochi istanti dopo, e la trasformazione fu così totale da farmi mancare il respiro. Indossava una lunga vestaglia color arancione, del colore del sole al tramonto, che le dava un'aria quasi sacerdotale. Con un gesto lento e preciso, raccolse i suoi lunghi capelli neri e li legò dietro la nuca con il suo strano fermaglio d'ottone, quello che usava solo nei momenti più importanti.

Poi si voltò e mi puntò addosso i suoi due occhi verdi. Non erano più gli occhi caldi della mia amica. Erano due fari, due lame di luce che mi trapassavano, ignorando la superficie per scavare direttamente nelle viscere della mia anima. Mi sentii nuda, esposta, come se ogni mia piccola ansia, ogni mia meschina gelosia fosse proiettata su uno schermo invisibile sopra la mia testa.

Eccola, pensai, con un misto di ammirazione e panico. Si è messa addosso la sua tenuta ufficiale da guru. Adesso mi analizza. Un'ondata di indignazione mi attraversò, un ultimo, disperato tentativo di difesa. Non è giusto. Sono io la psicologa, qui. Lei non è più una psicologa da almeno cinque anni!

Sofia mantenne quello sguardo intenso ancora per un secondo, un tempo che mi parve infinito. Poi, come se avesse visto tutto quello che c'era da vedere, si diresse con calma verso i fornelli, dandomi le spalle. Sentii il rumore del pentolino, il fruscio delle erbe che versava da un barattolo.

"Ti preparo una tisana," disse, la sua voce che riempiva il silenzio teso della stanza. "So che ne hai bisogno."

Lasciò che quella frase aleggiasse nell'aria per un istante. Poi, senza voltarsi, aggiunse le parole che fecero crollare ogni mia difesa.

"Nel frattempo... non c'è niente di cui mi vuoi parlare?”

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