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La mia testa era un pallone aerostatico gonfiato a elio e prosecco, che fluttuava pigramente in una nebbia di dolore sordo. Aprire gli occhi richiedeva uno sforzo erculeo, e la luce del mattino che filtrava dalle persiane di Sofia era una pugnalata diretta alle mie povere retine. Ovviamente, avevo chiamato in studio e, con la mia migliore voce da "sto-per-morire-di-una-malattia-tropicale", mi ero data per malata. La mia carriera da manager era iniziata all'insegna della massima professionalità.
Ero sdraiata sul divano di Sofia, la testa appoggiata sulle sue gambe, in una posizione che era un misto tra una Pietà di Michelangelo e una pubblicità di un farmaco per l'emicrania. Fissavo senza vederla la statuetta di Shiva Nataraja sulla libreria, il dio danzante che sembrava prendersi gioco della mia immobilità forzata. Una mano fresca e gentile mi accarezzava i capelli, un gesto lento e ritmico che era l'unica cosa a non farmi vomitare.
"Te l'ho già detto, Sole," sussurrò la voce calma e melodiosa di Sofia, proprio sopra di me. "L'alcol offusca i canali energetici. È la cosa peggiore che una ricercatrice spirituale possa fare. Annulla settimane di pratica in una sola sera."
Grugnii in risposta. "Per favore, non usare la parola 'pratica'. Anche solo il suono mi fa venire il mal di testa," mormorai, con la faccia premuta contro il lino dei suoi pantaloni. "E comunque, stavo festeggiando. È diverso."
"Festeggiare il proprio successo avvelenando il proprio tempio?" Il suo tono non era di rimprovero, ma di pura e semplice constatazione, il che, ovviamente, era molto peggio. Sentii il suo sorriso nell'aria.
Per cambiare argomento, e per evitare un'altra perla di saggezza vedica sulla tossicità degli alcolici, mi girai leggermente, alzando lo sguardo verso il suo viso. "Piuttosto," dissi, "raccontami di te. Com'è andata ieri sera? L'incontro diplomatico con la famiglia ritrovata. Voglio tutti i dettagli. Ti prego, distraimi dal suono dei miei neuroni che muoiono."
Sofia continuò ad accarezzarmi i capelli, il suo sguardo che si faceva distante, perso nel ricordo della sera prima.
"È andata bene," iniziò. "Meglio di quanto pensassi. La pizzeria di tuo padre era perfetta. Un luogo neutro, pieno di vita. Mio padre, Antoine, si è presentato vestito come se dovesse andare a un meeting con il Presidente della Repubblica. Un abito scuro impeccabile, in mezzo a famiglie che mangiavano la pizza con le mani. Era così rigido all'inizio, così a disagio."
Sorrisi immaginando la scena. "Un classico di Antoine," commentai.
"Ma poi è arrivata lei. Lucia," continuò Sofia, e nella sua voce sentii un calore nuovo. "È... un concentrato di energia pura. È arrivata in canottiera e pantaloncini, con i suoi diciassette anni sparati in faccia al mondo. È bella, ha i miei stessi occhi verdi ma pieni di una luce diversa, più irrequieta. Ha sciolto subito il ghiaccio, tempestando mio padre di domande, raccontando della sua band. L'ha costretto a essere un padre, non uno chef."
"E tu?" chiesi, affascinato dal racconto. "Tu cosa facevi?"
"Io facevo da ponte," rispose semplicemente. "Traducevo i miei mondi nel loro linguaggio. Raccontavo dell'India parlando dei colori, dell'Amazzonia parlando degli animali. Ho evitato accuratamente di menzionare visioni, cerimonie o maestri ascesi. Non avrebbero capito. Non ancora."
Riuscivo a immaginarla perfettamente, calma e centrata, a gestire le energie di quella strana famiglia, proprio come faceva nel nostro cerchio.
"Dopo cena," proseguì, "tuo padre mi ha dato il permesso di defilarmi e Antoine è tornato a casa, così io e Lucia siamo rimaste sole. Abbiamo passeggiato per il centro per ore. È un vulcano, Sole. Mi ha chiesto di tutto, della meditazione, degli sciamani. È così affamata di vita, di esperienze. Mi ha ricordato me, a quell'età, anche se la mia era una fame di ribellione, la sua è una fame di creazione. Canta nella sua band, sai? La musica è la sua vera meditazione, il suo modo di connettersi a qualcosa di più grande. È stato bello vederlo]."
"Sembra che ti piaccia," dissi, sentendo una punta di sollievo.
"Sì, mi piace," confermò lei. "È un'anima bella. E poi... poi mi ha parlato dei suoi amici. Del suo gruppo." Sofia fece una piccola pausa, e sentii un impercettibile cambiamento nel suo respiro, come se stesse arrivando al punto cruciale della storia.
"Mi ha detto che sono in quattro," continuò, la voce ora quasi un sussurro. "Il chitarrista, il batterista, il bassista. E poi c'è il suo migliore amico." Si fermò di nuovo, e in quel silenzio sentii una corrente elettrica nell'aria, la stessa che percepivo quando stava per accadere qualcosa di importante.
"Si chiama Francesco."
Il nome. Pronunciato da lei in quel modo, così carico di significato, mi fece dimenticare per un istante il mal di testa. Non sapevo perché, ma quel nome, in quel momento, mi sembrò l'unica cosa importante dell'universo.
"Mi ha raccontato di lui," disse Sofia, quasi parlando a se stessa, lo sguardo perso nel vuoto. "Che sono cresciuti insieme, che ha perso la madre da piccolo in un incidente. Che è stato bocciato alla maturità e ora lavora part-time in un McDonald's. E poi mi ha chiesto di accompagnarla proprio lì, al fast food, per invitarlo alla sua festa di compleanno."
Sentii un brivido corrermi lungo la schiena. La pizzeria, la passeggiata, la band... non erano stati eventi casuali. Sofia aveva previsto tutto?
Erano stati tutti passi su un sentiero preciso, che conducevano a quel nome. La mia promozione, la mia sbronza, tutto sembrava sbiadire.
"E tu?" chiesi, la voce roca. "Cosa farai?"
Sofia abbassò lo sguardo su di me, e nei suoi occhi verdi non c'era più solo la stanchezza, ma la luce di un destino che si compie.
"Andrò con lei, Sole," disse, con una calma che mi mise i brividi. "Andrò a conoscere il ragazzo della profezia."
A quella parola ‘ragazzo della profezia’, qualcosa si mosse in me, un piccolo ma significante sentimento, quasi fosse una punta di…gelosia…
Rimasi in silenzio per un attimo, cercando di processare il tutto. "Quindi fammi capire," dissi, con sarcasmo. "La tua grande missione cosmica inizia in un McDonald's. È perfetto. Il destino ha un senso dell'umorismo meraviglioso."
Lei sorrise, ma il suo sguardo si fece serio, quasi preoccupato. Si chinò leggermente verso di me, come per confidarmi un segreto. "C'è un'altra cosa, Sole. Una complicazione."
"Ah, fantastico. Non vedevo l'ora."
"Lucia," sussurrò. "Il modo in cui parla di lui, il modo in cui i suoi occhi si illuminano... lei non se ne rende ancora conto, ma è completamente innamorata di Francesco. E questa cosa... questa cosa potrebbe essere un problema. Dovrò stare molto, molto attenta."
La sua vera missione a Pavia era appena cominciata. E io, ancora una volta, ero stata trascinata nella sua scia, testimone e attrice di un disegno infinitamente più grande di me.
Ma adesso c'era dell'altro, non dissi nulla alla mia amica, ma lei mi guardò per un secondo con quello sguardo, alla Hey, t'ho sgamata bella, ma non disse nulla nemmeno lei. E io nicchia…
Il giorno dopo era già un'altra storia, di nuovo…
Quella mattina del 18 luglio si era presentata con la perfezione quasi sfacciata che solo l'estate pavese sa offrire. Il cielo era di un azzurro così terso da sembrare finto, e un sole gentile accarezzava i tetti, invitando alla più classica delle attività del sabato: lo shopping. Quando Sofia mi aveva chiamata, il mio cervello si era già sintonizzato sulla modalità "ricerca-del-sandalo-perfetto". Mi presentai al nostro appuntamento in Corso Cavour sentendomi perfettamente a mio agio nel mio mondo: un vestito di lino color avorio che mi era costato una fortuna, occhiali da sole da diva e un'aria di spensieratezza che solo una posizione lavorativa solida e un armadio pieno possono dare.
Poi vidi lei. E, come al solito, il mio mondo si scontrò con il suo.
"Sofy! Che si fa oggi?" esclamai, accogliendola con il mio solito abbraccio entusiasta. Lei ricambiò, ma quando mi scostai la osservai meglio. E alzai un sopracciglio. "Scusami," dissi, scrutandola dalla testa ai piedi, "ma ti sei vestita per un picnic in campagna o per una sessione di giardinaggio estremo?"
Indossava un paio di vecchie scarpe da ginnastica che avevano chiaramente visto più chilometri di un corriere espresso, jeans consumati e una semplice canottiera marrone. I suoi magnifici capelli neri erano raccolti in una coda disordinata, tenuti insieme da un fermaglio in ottone dall'aria vagamente tribale. Lei si guardò, per nulla turbata dal mio commento. Anzi, sorrise. "È la mia uniforme di missione, Sole. Comoda e autentica."
Alzai gli occhi al cielo. "Un giorno dovrai spiegarmi perché le tue missioni spirituali richiedano un dress-code da boscaiola. Comunque, dove andiamo? Ho visto una borsa in vetrina che ti starebbe d'incanto."
"Niente borse," disse, seria. "Ho bisogno del tuo aiuto per un piccolo acquisto. Vorrei comprare dei braccialetti semplici, qualcosa di... terreno, che si abbini a questo." Mi mostrò il polso. Indossava un braccialetto di legno scuro, semplice, quasi anonimo. Annuii, pronta a tutto. In fondo, ero la sua custode di fiducia.
Ci incamminammo lungo il corso, lei con il suo passo calmo e io che cercavo di non rovinare i sandali nuovi sui sanpietrini. "Ma perché proprio dei braccialetti, Sofy?" chiesi, incapace di contenere la mia curiosità. "E perché quel pezzo di legno che hai al polso è così importante?".
Lei sospirò, come se avesse deciso che ero pronta per un altro dei suoi racconti da un'altra dimensione. "Sole, quel braccialetto è un dono. Un simbolo. Vedi, ai tempi dell'università, facevo un sogno ricorrente: vedevo un uomo anziano, un saggio, un Bodhisattva, che mi donava un braccialetto identico a questo. Non sapevo chi fosse, ma sentivo che il nostro incontro era predestinato."
La ascoltavo, camminando in mezzo alla folla del sabato mattina, sentendomi come se mi stesse raccontando la trama di un film fantasy. "Poi, nel 2019," continuò, "durante il Kumbh Mela, sulle rive del Gange, l'ho incontrato. Era Nisargadatta Maharaj, il saggio dei miei sogni. Mi ha dato questo braccialetto e mi ha detto che a luglio del 2024, qui a Pavia, avrei incontrato il ragazzo del destino." Si fermò un attimo, lo sguardo perso in un punto invisibile sopra la mia testa. "E adesso... ho già una mezza idea di chi sia."
Rimasi a bocca aperta, incurante della gente che ci urtava. Un Bodhisattva, il Kumbh Mela, il ragazzo del destino. E io che pensavo che il massimo del mio misticismo fosse scegliere il colore dello smalto in base all'umore. "Wow, Sofy," riuscii solo a sussurrare. "È... è incredibile! Starti accanto è come vivere in un film magico!".
La sua reazione fu un sorriso dolce, per nulla sorpresa dalla mia reazione. Entrammo in un negozietto di artigianato e lei scelse con cura quasi rituale una manciata di braccialetti di legno e pietra. Mentre pagava, la osservavo: sembrava una sacerdotessa che preparava gli strumenti per un rito sacro. Io, nel frattempo, avevo adocchiato un paio di orecchini turchesi.
"Okay, missione compiuta," dissi, una volta fuori. "Ora però ho bisogno di un caffè. Subito. Devo processare la quantità di informazioni mistiche che mi hai appena scaricato addosso. Andiamo in Piazza della Vittoria."
Ci sedemmo al nostro solito bar, io che mi godevo la normalità di un tavolino al sole, lei che sembrava ancora sintonizzata su chissà quale piano astrale. Avevo appena iniziato a sorseggiare il mio macchiato quando il suo telefono vibrò. Lessi un'ombra di divertimento sul suo volto. "Parli del diavolo..." mormorò.
Pochi minuti dopo, Michele si materializzò al nostro tavolo, con un sorriso che andava da un orecchio all'altro e un'aria eccitata. "Ciao Sofy! Ciao Sole! Che coincidenza trovarvi qui!"
"Ciao Michele! Tutto bene?" chiese Sofia, anche se era chiaro che sapesse già tutto.
"Benissimo! Ho formalizzato tutto per Serampore!" esclamò, gli occhi che gli brillavano di pura gioia. "Dopo le nostre chiacchierate, ho finalmente organizzato la partenza. Il biglietto è fatto, parto stasera stessa, alle 22:00, dalla stazione di Pavia!".
Lo guardai, felice per lui. Era un passo enorme. "Ma è fantastico, Michele!" dissi.
"Sì! E... Sofy, ti ricordi? Eravamo d'accordo che mi avresti scritto una lettera per l'ashram. Ho pensato che potresti farmela qui, al volo, prima che mi dimentichi qualcosa!”.
Qualsiasi altra persona sarebbe rimasta spiazzata. Scrivere una lettera di raccomandazione per un ashram indiano tra un sorso di caffè e l'altro, in mezzo al caos di Piazza della Vittoria. Ma non Sofia. Lei non esitò un istante. Sembrava che se lo aspettasse, che facesse tutto parte di un flusso di eventi perfettamente orchestrato.
"Certo, Michele. Assolutamente."
Tirò fuori dalla sua borsa di tela un'agenda e una penna. E lì, in mezzo alle chiacchiere, al rumore delle tazzine e dei clacson, la vidi trasformarsi. Il suo volto divenne concentrato, la sua energia si focalizzò sulla punta della penna, creando una bolla di silenzio e di sacralità attorno a noi. Iniziò a scrivere, e i suoi gesti non erano quelli di chi compila un modulo, ma di chi sta tracciando un destino. Descrisse il desiderio genuino di Michele, la sua purezza d'intenti, la sua dedizione. Sapevo che ogni sua parola avrebbe avuto un peso enorme, che la sua firma avrebbe aperto a quel ragazzo le porte di un mondo.
Michele la guardava con una devozione quasi commovente. Quando lei finì e gli porse il foglio, i suoi occhi erano lucidi. Vedere la sua fiducia totale nel percorso che Sofia gli aveva suggerito mi riempì di una strana gioia. Era la prova vivente di quello che Sofia sapeva fare: non ti dava quello che volevi, ma quello di cui avevi bisogno.
Dopo che Michele se ne andò, quasi fluttuando per la felicità, rimasi in silenzio per un po'. Braccialetti per il ragazzo del destino. Una lettera per un discepolo in partenza. Era un sabato mattina come tanti, ma sentivo di aver assistito a due atti cruciali di un'opera di cui non conoscevo la trama.
"Sei incredibile, sai?" le dissi, finendo il mio caffè.
Lei mi sorrise, i suoi occhi verdi che sembravano contenere l'intero universo. "No, Sole. È il Dharma che è incredibile. Io cerco solo di non intralciarlo.”