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Pensiero di J.D.: «Ci sono giornate in cui speri che il turno al Sacro Cuore finisca con la dignità intatta, tre firme sulle cartelle e zero urla da parte del Dr. Cox. E poi ci sono giornate in cui un alieno con la fissa per la sartoria e una rossa di Chiswick aprono un portale temporale nello sgabuzzino delle scope, scatenando un'entità che si ciba di rimpianti. Ovviamente, in tutto questo, il mio migliore amico sta probabilmente mangiando un budino alla vaniglia in sala relax fregandosene altamente della fine del mondo.»
Nel corridoio del terzo piano, dopo che il battito del Signor Henderson si era stabilizzato in un rassicurante e monotono bip... bip... bip..., la tensione sembrò condensarsi in un silenzio talmente pesante che persino i neon smisero di sfarfallare per paura di ritorsioni.
Il Dottor Cox uscì dalla stanza per ultimo, sfilandosi i guanti di nitrile con uno schiocco secco che riecheggiò come un colpo di pistola e gettandoli nel cestino con la grazia di un cecchino frustrato. Si massaggiò le tempie, poi puntò gli occhi azzurri — due pezzi di ghiaccio puro intrisi di puro disprezzo — direttamente sul Dottore e su Donna, che se ne stavano appoggiati alla parete opposta con l'aria di due turisti in gita a Chernobyl.
«Bene. Sentite un po', signor "Solo il Dottore" con la sindrome da Peter Pan e la tua guardia del corpo personale» esordì Cox, avvicinandosi a passi lenti e scandendo ogni singola sillaba con una cadenza chirurgica. «Hai fatto la tua sceneggiata da mago di quartiere con quel cacciavite giocattolo che farebbe ridere persino un bambino dell'asilo, il vecchio non è crepato sul colpo e il mio reparto non è diventato un cratere fumante. Vuoi una medaglia al valor militare intergalattico? Oppure ti basta un buono sconto per la mensa dei dipendenti, dove il purè di patate radioattivo ha esattamente la stessa consistenza della tua credibilità?»
Il Dottore sorrise, impassibile, aggiustandosi il bavero della giacca gessata con un guizzo di teatrale allegria. «Oh, le medaglie non fanno per me, Coxy! Di solito finiscono per impolverarsi nella stanza dei trofei insieme a qualche imperatore galattico depresso che cercava di conquistare la galassia con un cacciavite a stella. Ma devo ammettere che per essere un medico di provincia con una grave carenza di affetto infantile e la tendenza isterica a urlare contro la gente, te la sei cavata piuttosto bene con gli Joule. Quasi umano, direi.»
Cox contrasse la mascella in un tic nervoso che minacciava di staccargli la mandibola. «Non azzardarti mai più a chiamarmi Coxy, commentare la mia infanzia, la mia professione o i miei parametri vitali, chiaro? Questo è il mio ospedale. Qui si balla al mio ritmo, e la musica la faccio io. E voi due» – aggiunse girandosi di scatto verso J.D. ed Elliot, che trattenevano il respiro per non finire nel cono d'ombra della sua ira – «se pensate di aver svoltato la giornata solo perché avete fatto i piccoli eroi della domenica mattina, vi ricordo che là fuori ci sono altre trenta cartelle cliniche da firmare, un intero reparto di geriatria che aspetta di essere lavato con la candeggina pura e un'incompatibilità genetica di fondo che vi rende indegni persino di respirare la mia stessa aria!»
«A proposito di cose che puzzano e minacciano l'ecosistema...» mormorò Elliot, diventando improvvisamente paonazza e indicando un punto imprecisato in fondo al corridoio. «Avete notato che l'Inserviente è sparito da quando la Cronovora è scappata nei condotti?»
Un brivido freddo percorse la spina dorsale di J.D. Anche il Dottore si irrigidì d'improvviso, estraendo di nuovo il cacciavite sonico dalla tasca interna e puntandolo verso l'alto con un lampo di preoccupazione negli occhi.
«Oh, no» mormorò il Dottore, sgranando gli occhi. «La Cronovora non si è dissolta nel nulla cosmico. Si è rifugiata nel punto esatto di questo edificio con la più alta concentrazione di energia negativa, rimpianti repressi, micro-organismi ostili e odio viscerale verso il genere umano...»
Donna sbuffò, incrociando le braccia con un gesto sprezzante. «E sarebbe?»
«Lo sgabuzzino del terzo piano» risposero in coro J.D. ed Elliot, impallidendo all'unisono come se avessero appena visto la bolletta del gas.
Dal fondo del corridoio, un rumore sordo, ritmico e metallico ruppe la quiete appena conquistata. Una spazzatrice industriale a spinta avanzava da sola sul linoleum tirato a cera, guidata da un'entità invisibile e mefitica, emettendo uno stridio agghiacciante che faceva vibrare i denti. Subito sopra di essa, fluttuava una densa sagoma violacea, tentacolare e sibilante, che sembrava nutrirsi dell'aria viziata dell'ospedale.
In quel preciso istante, sbucando dalla porta a battente della sala operatoria con indosso una cuffietta chirurgica verde, un camice slacciato e un panino mezzo addentato in mano, comparve Turk.
«Ehi, gente! Che si dice qua fuori? Ho sentito urlare, e sapete che io non posso perdermi un dramma se c'è di mezzo del cibo o una figura di merda collettiva» esclamò Turk, bloccandosi di colpo a metà corridoio e sgranando gli occhi davanti alla spazzatrice semovente e all'ammasso di gelatina violacea fluttuante.
Fissò la scena per tre lunghissimi secondi, poi si voltò lentamente verso J.D., indicando la creatura con il panino.
«J.D., amico mio... lo sai che ti voglio bene, sei praticamente il fratello bianco che non ho mai voluto, ma mi spieghi per quale motivo hai invitato uno Smilzo intergalattico e una palla di melma viola a fare feste rave nel mio reparto di chirurgia?! E soprattutto... perché quel tizio in abito gessato continua a puntare un termometro a lucina blu contro la scopa dell'Inserviente?»
«Turk! Meno male!» urlò J.D., correndogli incontro e afferrandogli un braccio come se fosse un'ancora di salvataggio. «C'è una Cronovora dimensionale che vuole cancellare la nostra linea temporale e il Dr. Cox ci ha detto di usare la forza bruta!»
Il Dottor Cox emise un gemito strozzato, appoggiando la fronte contro il muro con la rassegnazione di chi ha capito che la sua vita è un episodio di una serie tv scritta da pessimi autori dilettanti.
«Vi prego...» sussurrò Cox alla parete, con voce carica di una sofferenza antica quanto il mondo. «Fatemi la grazia. Prendeteli tutti, caricate quel baraccone volante nello sgabuzzino, buttate la chiave nel fiume e fatemi risvegliare in spiaggia a bere tequila. Altrimenti giuro che a fine turno mi licenzio, compro una balestra e vi sparo uno a uno sui denti.»