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PUNTATA 11 NON VA TUTTO BENE
INTERNO. CAMERA DI SARAH - NOTTE FONDA
La stanza è quasi sterile. Odora ancora di vernice fresca e dei mobili nuovi, costosi e impersonali, scelti da Helena. È un guscio, non una casa.
Sarah è in piedi davanti allo specchio dell'armadio. Indossa solo una canottiera e dei pantaloncini da sonno. I suoi capelli, ancora bagnati dalla doccia, le gocciolano sulle spalle.
Si sta guardando, ma non si sta vedendo. Vede solo il lampo di rabbia con cui ha guardato suo padre. Vede la facilità con cui le parole di Helena escono dalla sua stessa bocca.
Odia quella faccia. Odia la bugia in cui è costretta a vivere. Odia sua madre per averla costruita e odia se stessa per esserne un'abitante così abile.
Una lacrima solitaria e calda le scende lungo la guancia. È la crepa nella diga.
La asciuga con rabbia, ma ne segue subito un'altra. Stringe i pugni, le unghie che premono nei palmi.
Il click della maniglia della porta è quasi impercettibile, ma la fa sussultare come uno sparo.
Si blocca. Il suo riflesso nello specchio si irrigidisce.
Vede, alle sue spalle, la porta che si apre lentamente.
Marco entra. Non è più arrabbiato. Sembra solo... svuotato. Stanco. I suoi occhi sono rossi. Si ferma a pochi passi da lei, le mani leggermente alzate in segno di resa.
Sarah non si volta. Non ci riesce. La vergogna è un peso fisico che la tiene inchiodata al pavimento. Guarda il suo riflesso e il riflesso di suo padre, separati da pochi metri di vuoto.
"Ehi," mormora lui. La sua voce è roca.
Lei rimane in silenzio.
Lui fa un altro passo. Ora è abbastanza vicino che i loro riflessi quasi si toccano.
"Senti, Sa... mi dispiace."
Il respiro di Sarah si blocca.
"Non... non dovevo entrare così. In bagno. È che... ho perso la testa. Non dovevo urlarti contro."
Lui si passa una mano sul viso, esausto.
"È che... c'era quel casino. Le sirene, laggiù... tu che non rispondevi al telefono per ore..."
La sua voce si incrina. "Ho pensato... non lo so cosa ho pensato, Sa. Ho pensato che ti fosse successo qualcosa di brutto. Che quel ragazzo, Andrea..."
Abbassa lo sguardo. "Ho perso le staffe. Perché sei la mia bambina. E ho avuto una paura fottuta."
Quella frase—"paura fottuta"—spezza la sua corazza.
Un singhiozzo le sfugge, un suono acuto e doloroso.
Marco alza lo sguardo e la vede nel riflesso: non la guerriera, non l'arma, ma solo sua figlia che piange in silenzio.
Le posa delicatamente le mani sulle spalle. Il contatto è caldo, reale.
"Ehi, tesoro..."
È troppo. Sarah si volta di scatto e gli crolla addosso.
Non è un abbraccio. È un ancoraggio.
Gli seppellisce il viso nella maglietta del pigiama, che odora di caffè e di casa, e si aggrappa a lui come se stesse annegando.
Il pianto che ne scaturisce non è per la lite. È per tutto. È per Alex, catturato. È per Elisa, quasi morta. È per i vampiri che ha polverizzato e per la bugia che deve vivere ogni secondo.
"Mi dispiace," singhiozza contro il suo petto. "Mi dispiace, papà, mi dispiace tanto..."
Marco la stringe forte, cullandola, le sue mani grandi e goffe che le accarezzano i capelli bagnati. È confuso dalla violenza del suo dolore, ma sollevato dal fatto che sia di nuovo tra le sue braccia.
"Shhh, shhh. Va tutto bene, Sa. Va tutto bene," mormora, baciandole la testa. "È tutto a posto. Sono qui. È tutto a posto."
E Sarah piange ancora più forte. Perché lo sta stringendo, sta sentendo il suo calore, e sa che ogni parola che lui le dice è una bugia.
Non va tutto bene.
E lei è la ragione per cui non potrà mai dirglielo.
Il silenzio è tornato.
La porta della camera si è chiusa dolcemente. Marco, rassicurato e inorgoglito dalla confessione inventata della figlia ("Ho capito che non voglio uno qualsiasi, papà... voglio qualcuno come te"), è andato a dormire. Tra poche ore la sua sveglia suonerà per la radio, per il mondo normale.
Sarah è immobile sotto le coperte. Ha finto di addormentarsi, controllando il respiro finché non ha sentito i passi di suo padre allontanarsi nel corridoio.
Ora, nel buio, i suoi occhi sono spalancati. Fissano il soffitto.
L'abbraccio di suo padre l'ha calmata, ma l'ha anche resa furiosa. La bugia che ha costruito—una bugia così credibile, così perfetta da usare Andrea come scudo e suo padre come complimento—è stata facile. Troppo facile. È l'unica cosa che le riesce bene, a parte uccidere.
Ma ora che la "copertura" è ristabilita, il mondo reale torna a premere.
Il suo pensiero non è più su suo padre, o su sua madre, o sul Conclave.
È in un furgone nero, anonimo. È in una stanza bianca e sterile.
È con Alex.
Non sa cosa gli stiano facendo, ma sa che non è niente di buono. La SI non fa prigionieri; "decontamina" i suoi agenti. Lo ha visto nei loro occhi quando l'hanno preso. "Compromissione sospetta".
Chiude gli occhi, ma l'oscurità le proietta solo il ricordo nell'armeria. Il calore della sua pelle sotto le sue dita incerte.
E le sue parole.
«Cavolo, tu mi piaci, Sarah. Veramente.»
Una fitta le stringe lo stomaco. È così assurda, così stupida, quella frase. Così normale. Detta nel mezzo di un massacro.
Ripensa alla sua offerta impacciata nel furgone, pochi istanti prima che l'inferno si scatenasse: «Ti avrei offerto da bere...»
Ripensa a lui che le fa da scudo contro la Garguglia, rischiando di morire per lei.
E ora lo stanno torturando. Le stanno strappando informazioni su di lei. Lo stanno punendo per lei.
La "vicinanza" che l'aveva spaventata poche ore prima, ora si è trasformata in un'ancora di senso di colpa rovente. Helena l'aveva liquidato come "irrilevante". Suo padre non sa nemmeno che esiste. Lei è l'unica.
Stringe il cuscino, un'ondata di rabbia fredda che sostituisce il pianto.
Sua madre non la aiuterà. Per Helena, lui era solo una pedina sacrificabile.
Suo padre non può aiutarla.
Resta solo una persona. L'unica altra persona che era lì. L'unica che ha visto cosa è successo.
Elisa.
Sarah apre gli occhi. Ora c'è una decisione nel suo sguardo.
Non è più la ragazzina spaventata che piangeva tra le braccia del padre. È la Fiamma Pallida. E la Seconda Inquisizione ha appena preso qualcosa che le appartiene.
Appena avrà la possibilità, ne parlerà con Elisa. Lei è l'unica di cui può fidarsi. L'unica che forse capirà.
Sarah fissa il buio, e per la prima volta da quando tutto è iniziato, il suo obiettivo non è sopravvivere. Non è obbedire. Non è scappare.
È attaccare.
Vado a riprenderlo.
[FINE STAGIONE 2]