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Creato il 09/06/2026, 09:23 · Aggiornato il 09/06/2026, 10:40

Capitolo 14: Goodbye Sally

@bloodymary79bloodymary79
AdolescentiCompleta

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Sally stava per partire. Pensava solo a questo mentre riempiva le ultime valigie sul letto della sua camera, in cui l'aria profumava di scatoloni di cartone e di polvere mossa all'improvviso. Una parte dei bagagli più pesanti le era già stata portata via da suo cugino Sergio, che era venuto a trovarla apposta due settimane prima per caricarli in macchina e alleggerirle il viaggio. Guardando le pareti spoglie, Sally sentì un nodo stringerle la gola. Si sedette sul bordo del letto e aprì il cassetto del comodino. Ne tirò fuori il suo diario segreto, custode di tutti i suoi pensieri più intimi. Con cura quasi religiosa, prese il foglio con il testo della canzone che le aveva dato Teo la sera in cui le aveva disinfettato il gomito e la lettera che Elena le aveva scritto mesi prima, per ricordarle che le battaglie doveva vincerle per lei e non per qualcun altro. Ci passò sopra le dita, sentendo l'inchiostro sotto i polpastrelli. Non se la sentiva proprio di lasciarle lì, esposte agli occhi di quella casa che le aveva fatto così male. Le infilò delicatamente tra le pagine del diario, chiudendolo con un piccolo scatto, come a voler sigillare la parte più pura della sua giovinezza.

Poi, lo sguardo le cadde sulla scrivania. Era rimasta solo lei: la cornice con il foglio bianco. Quell'oggetto che per mesi aveva rappresentato il suo futuro ancora da scrivere, la sua pagina vuota per scappare via. Sally la prese tra le mani e sorrise nel buio della stanza. La sera del compleanno di Marco, durante i saluti, l'aveva portata con sé e aveva chiesto a tutta la compagnia di firmare quel foglio. Ora, su quella superficie che prima faceva quasi paura per quanto era vuota, c'erano le scritte disordinate a pennarello di Marco, le dediche ironiche di Dado e Tommy, i cuori di Elena e la firma pulita, un po' tremolante, di Matteo, contornata da note musicali. Quel foglio non era più vuoto: adesso era la mappa delle sue radici, il promemoria impresso nel vetro di chi l'aveva amata davvero e da dove tutto stava partendo. La infilò al centro della valigia, protetta tra i maglioni, come l'oggetto più prezioso del suo carico.

Stava per lasciarsi dietro le spalle una buona fetta della sua vita...

Poche sere prima, spinta da un moto di onestà, aveva telefonato a Paolo per comunicargli la sua decisione definitiva. Lui era stato dolce e gentile, come sempre. Non aveva fatto drammi, né domande di troppo; le aveva solo chiesto se le andava di bere un ultimo caffè insieme. Voleva salutarla.

«Penso che tu faccia bene a partire... ma mi mancherai, piccola», le disse Paolo, stringendo la tazzina tra le mani mentre sedevano al tavolino del bar all'aperto.

Sally giocherellò con il cucchiaino, lo sguardo basso. «Alle volte ho una paura matta di star per fare una cazzata».

«Sei molto più in gamba di quel che pensi, Sally», rispose lui, regalandole un sorriso caldo, pulito. «Sei una bellissima ragazza e hai un cervello tanto... di cosa ti preoccupi?»

Sally sollevò gli occhi e guardò il bel viso del ragazzo siciliano che le stava di fronte. Il suo sorriso era talmente limpido e rassicurante che per un attimo si sentì quasi perdere nei suoi modi gentili. Internamente, si diede della stupida. Com'era possibile che, nonostante la sera del compleanno di Marco si fosse resa conto come non mai di essere follemente innamorata di Teo, continuasse a provare quell'attrazione fisica così forte per Paolo? L'essere umano era davvero un mistero complicato.

Paolo parve leggerle dentro. Posò la tazzina e incrociò le braccia sul tavolo.

«Stai pensando che lascerai qui quel ragazzo... come si chiama... Matteo, vero?»

Sally rimase sbalordita. Lo guardò dritto negli occhi, cercando un segno di gelosia o di rabbia, ma Paolo non sembrava affatto triste, né vagamente sconcertato. Era calmo. Quello che lei provava per Teo doveva essere stato talmente evidente, scritto in ogni suo respiro, che Sally si chiese seriamente come avesse fatto Matteo a essere l'unico a non accorgersene in tutto quel tempo.

«Non ti preoccupare, piccola», continuò Paolo, intuendo il suo imbarazzo. «L'ho sempre saputo, e mi stava bene così. Non mi sono mai voluto sostituire a lui... sarebbe stato molto sciocco da parte mia».

«Mi dispiace, Paolo... davvero», sussurrò lei, sentendosi sinceramente in colpa per non avergli potuto dare tutto il cuore.

«Non devi dispiacerti di nulla, non hai fatto niente di male. Ma se posso darti un consiglio... io andrei a parlare con lui prima di partire».

Sally scosse la testa, gli occhi che cominciavano a lucidare. «Non posso. È troppo... non ci riuscirei, non posso parlargli».

«Fai come vuoi», sorrise lui, teso ma comprensivo. «Io ti ho detto la mia».

Dopo il caffè, si erano presi per mano, un po' per abitudine e un po' per farsi coraggio, ed erano andati a fare una passeggiata al parco. Si erano fermati di fronte al laghetto delle anatre, restando in silenzio a osservare un bambino piccolo seduto sulla panchina che lanciava briciole di pane agli animali. L'aria estiva era immobile, sospesa.

«Mi ha fatto davvero piacere passare del tempo con te, sei una ragazza speciale», disse Paolo, voltandosi verso di lei quando arrivò il momento di separarsi.

«Sono io che devo ringraziarti... ho passato dei momenti bellissimi insieme a te, non li dimenticherò».

Sally gli si avvicinò, si alzò sulle punte e gli diede un breve, intenso bacio sulla guancia. «Devo andare. Mi mancherai».

Si allontanò sul sentiero di ghiaia con gli occhi lucidi. Non era una bugia, le sarebbe mancato sul serio. Chissà, pensò mentre camminava senza voltarsi, forse se nella sua vita non ci fosse stato Matteo, avrebbe potuto innamorarsi davvero di uno come Paolo.

La mattina successiva, la sveglia di Sally suonò quando fuori era ancora tutto buio. Si svegliò prestissimo, con lo stomaco chiuso dall'adrenalina. Aveva il treno che l'avrebbe portata a Milano, e da lì avrebbe preso l'aereo per Köln, verso la sua nuova vita in Germania.

La sera prima era stata in giro con Elena fino a tardi a fare la stupida per le vie del centro. Si era divertita un sacco, come al solito, ridendo fino alle lacrime per scacciare i pensieri tristi. Si erano promesse, stringendosi le dita, che si sarebbero tenute in contatto sempre, ogni giorno. E nel profondo del cuore, Sally sapeva che Elena sarebbe stata forse l'unica persona con cui avrebbe mantenuto quella promessa. Elena era sua sorella, la sua spalla, la sua custode; non sarebbero stati i chilometri di distanza o il confine di uno stato a cancellare un legame del genere.

Arrivò in stazione che l'alba stava appena colorando il cielo di un rosa freddo. Sua madre l'aveva accompagnata in auto e l'aveva aiutata a caricare i bagagli pesanti a bordo della carrozza del treno.

«Mi mancherai, piccola mia...» disse la madre, con la voce incrinata dal rimpianto e dal peso degli ultimi mesi. «Mi dispiace così tanto che le cose...»

«Non è colpa tua, mamma», la interruppe Sally, dandole una carezza rapida sul braccio per rassicurarla. «Ho solo preso in mano la mia vita e ho deciso cosa fare, tutto qui».

Si strinsero in un abbraccio stretto, liberatorio, che lavava via un po' del dolore del passato. Poi, improvvisamente, delle urla festose giunsero dal marciapiede del binario, coprendo il rumore dei motori. Sally si staccò dalla madre e si affacciò incuriosita al finestrino abbassato.

Sentì il cuore fare un salto. Erano lì. Tutti quanti.

Elena, Marco, Jo, Dado, Tommy... e c'era anche Teo. Erano schierati sul marciapiede e tenevano sollevato un grande striscione bianco, scritto a bomboletta rossa con i caratteri storti tipici delle mani di Marco:

GOODBYE SALLY!

Sally avvertì una voglia tremenda di piangere, ma ricacciò indietro le lacrime con un sorriso enorme e corse giù dai gradini del treno, fiondandosi sul marciapiede. Li abbracciò e li baciò tutti, uno per uno, stringendoli fino a farsi male ai muscoli. Sentiva l'odore della vernice fresca dello striscione, il profumo dei capelli di Elena, le pacche forti di Dado e Tommy sulla schiena. Sapeva che non avrebbe mai più trovato, in nessun angolo del mondo, persone pure e leali come loro.

«È proprio per questo che per me è così difficile lasciarvi», disse, la voce che tremava.

«Ci mancherai da morire... ma so che tornerai e che sarai diventata una donna con le palle», scherzò Marco, facendosi avanti. Era il suo "fratellone", quello che l'aveva sempre difesa.

«Anche tu mi mancherai... stupido!» replicò lei, e stavolta non riuscì più a trattenersi: le lacrime iniziarono a rigarle abbondantemente il viso ancora abbronzato dal sole di luglio.

Si girò verso Jo, che la guardava con gli occhi lucidi dietro gli occhiali da sole. «Jo, mi raccomando... tieni d'occhio il tuo amico, lì. Che è pericoloso».

«Sarà fatto, madamigella», rispose Jo con un mezzo inchino, cercando di trattenere il suo solito tono ironico per non crollare.

«Pericoloso io?» intervenne Teo, facendo un passo avanti.

Sally si voltò lentamente verso di lui. Il tempo sembrò decelerare, isolandoli dal rumore della stazione. Cercò di imprimere ogni singolo dettaglio di quel viso nella mente, come se stesse scattando una fotografia che avrebbe dovuto far durare per anni: quegli occhi verdi dal taglio leggermente orientale, il caschetto biondo scuro un po' disordinato, quel sorriso sincero, malinconico e pulito che le apparteneva fin da quando si erano conosciuti con addosso la stessa maglia dei Pearl Jam.

Non disse nulla. Gli gettò le braccia al collo e lo strinse a sé, sentendo il calore del suo petto. Poi si staccò di pochi centimetri e lo baciò sulle labbra. Fu un bacio vero, d'amore e di disperazione, che portava con sé l'eco del bacio sospeso della sera del concerto. Sally avrebbe voluto approfondirlo, avrebbe voluto aprirgli la bocca e perdersi dentro di lui per ore, ma si trattenne con tutte le sue forze. Aveva una paura folle che, se lo avesse fatto, non avrebbe più avuto il coraggio di salire su quel treno. Si staccò a fatica, il respiro corto, lasciando Teo con lo sguardo fisso e le labbra ancora tese verso di lei.

“L’Interregionale delle ore 7:25 per Milano è in partenza dal binario 3, ripeto, in partenza dal binario 3. Allontanarsi dalla linea gialla”.

Il fischietto del capostazione tagliò l'aria della mattina come una lama.

«Ragazzi, devo proprio andare», disse Sally, indietreggiando verso il portellone con la borsa a tracolla, mentre il treno emetteva un sobbalzo metallico, cominciando a muoversi lentamente.

«Addio, Sally...» urlarono in coro i ragazzi, agitando le mani mentre si muovevano insieme alla carrozza.

«Addio, amori miei!» rispose lei dal finestrino, sporgendosi per guardarli un'ultima volta mentre il treno prendeva velocità, lasciandosi alle spalle lo striscione, la giovinezza e il ragazzo dagli occhi verdi, che rimaneva immobile sul binario a guardare la fine del suo mondo.

Note di capitolo

Ho concluso la riscrittura di questa vecchia fanfiction. E' stato bello immergersi nei ricordi degli anni 90, in un mondo molto diverso, un un'età diversa in cui ancora tutto sembrava possibile e dove ogni minimo avvenimento ti faceva partire delle paranoie, alle prese con i primi sentimenti che sembravano sempre troppo grandi. E' stato bello rispolverare la musica di quel periodo, il modo di vestire e di pettinarsi, le varie "cose perdute" come il telefono fisso e gli scatti della Sip, le cabine telefoniche...

Spero che vi sia piaciuta. Ho altri due "capitoli" di questa storia che seguono la crescita di Sally. Li riprenderò presto.

Grazie a chi ha letto e apprezzato questa storia!

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