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La voce della professoressa di greco e latino galleggia nell'aria pesante della terza ora come un ronzio fastidioso. Sta spiegando la poesia lirica, parla di passioni antiche e metri polverosi, ma io sono altrove. Sono nell'ultimo banco, quello vicino alla finestra che dà sul cortile grigio del liceo, e le uniche strofe che contano sono quelle che mi esplodono nelle orecchie.
Nelle cuffie, Kid Rock sta graffiando il silenzio della mia testa.
«If you got a chance, take it, take it while you got a chance...»
Canticchio a fior di labbra, seguendo il ritmo con la punta della penna sul diario. «'Cause if you're gonna love somebody, hold 'em as long as you can...» Davanti a me, la classe è un mare di schiene curve e capelli curati. Ventiquattro ragazze. Alcune di loro, come ogni mattina, hanno passato l'intervallo a lanciarmi occhiate veloci o a chiedermi se avessi finito la versione di tesi. Silvia, tre banchi più avanti, ha una maglia che le scivola sulla spalla ogni volta che si volta a guardarmi, sperando che io colga l’invito.
Ma io vedo solo polvere che danza nei raggi di sole. Poi, arriva la scarica.
È una pressione sorda che mi schiaccia la nuca, un segnale radio che si sintonizza sulla mia frequenza privata. Mi manca il respiro per un secondo. Mi strappo le cuffie dalle orecchie con un gesto brusco, quasi violento, spegnendo la voce di Kid Rock. Il silenzio dell'aula mi piomba addosso come un macigno, interrotto solo dal gracchiare del gesso sulla lavagna.
Quando riapro gli occhi, lei è lì.
Volteggia a mezz'aria, a pochi centimetri dal pavimento, sospesa nell'aria viziata che puzza di gesso e deodoranti economici. Il vestitino blu a fiori bianchi si gonfia come se fosse immerso nell'acqua, e i suoi piedi nudi sfiorano il marmo senza peso. Si sistema una ciocca di capelli neri dietro l'orecchio, un gesto così umano che mi mozza il fiato, mentre mi osserva con la testa inclinata.
È questa la tua prigione?
La sua voce mentale risuona nel mio cranio, limpida, accompagnata da un risolino che sa di vetro infranto.
«È la scuola», sussurro, abbassando lo sguardo sul libro di testo per non incrociare quello della professoressa. «Te l'avevo detto.»
Lei sbatte le palpebre, lo sguardo che si fa vacuo per un istante, come se stesse cercando di pescare il significato di quella parola da un oceano di nebbia.
Scuola? ripete piano. Sembra quasi che la parola le scivoli tra i pensieri senza trovare un appiglio. Poi, un lampo di comprensione le illumina gli occhi neri. Ah. Dove si impara a essere uguali. Dove si impara a non essere... te.
Inizia a muoversi, scivolando tra i banchi con la grazia di un predatore invisibile. Passa accanto a Silvia, la ragazza della maglia cadente, e si sofferma a studiarla. Silvia sussulta, si stringe nelle spalle e si guarda intorno con un’espressione smarrita, vittima di un brivido che non sa spiegarsi.
Questa è una delle tue oche? mi chiede, tornando a fissarmi. Ha un profumo dolce. Sa di disperazione e di fiori finti. Pensa davvero che basti mostrare un po' di pelle per attirare la tua luce?
«Lei non sa nulla di te», rispondo nel pensiero, stringendo la penna fino a farmi sbiancare le nocche. «Nessuno sa nulla.»
Lei sorride. È un sorriso che mette i brividi, perché non ha nulla di umano. Inizia a salire più in alto, fluttuando sopra le teste delle mie compagne, finché non si ritrova a mezz'aria, esattamente davanti a me. Si raggomitola nell'aria, abbracciandosi le ginocchia, con il vestito che le ricade morbido sulle cosce.
Mi piace qui, ammette, e sento un'ondata di euforia che non è mia arrivarmi dritta al cuore. C'è così tanta energia repressa. Così tanta invidia. Mi sento... più forte.
Mentre parla, il ronzio nelle mie orecchie aumenta. Mi accorgo che sta diventando più nitida. Non vedo quasi più la lavagna attraverso il suo corpo. La luce del sole la colpisce e, per la prima volta, proietta un'ombra leggerissima, quasi impercettibile, sul mio libro.
Lei allunga una mano verso la mia tempia. Sento i peli delle braccia drizzarsi. Il dolore alla testa si trasforma in una vibrazione elettrica, quasi piacevole.
Guarda come ti cercano, Andrea. Guarda come desiderano quello che solo io posso avere.
Si volta verso la classe, e con un gesto della mano trasparente sembra voler scacciare l'aria verso Silvia. Un attimo dopo, l'astuccio della ragazza cade a terra con un rumore secco, spargendo penne ovunque. Silvia sussulta, spaventata.
La professoressa si interrompe. «Silvia, per favore! Andrea, visto che sei così attento, vuoi continuare tu la lettura di Saffo?»
Sento il sangue gelarsi. Alzo lo sguardo dal libro. Lei, lo spettro, è ancora lì, sospesa a mezz'aria tra me e la cattedra, che ride silenziosamente guardando la mia agonia.
Vai, Andrea, mi incita, e la sua voce mentale è una carezza crudele. Leggi della passione. Leggi di come ci si sente quando il fuoco ti mangia da dentro. Loro non sanno cosa significhi. Tu sì.Mi alzo in piedi, con le gambe che sembrano fatte di gelatina. Lei, il mio spettro senza nome, fluttua sopra la testa di Francesca, la ragazza del quinto banco che è considerata la regina della scuola. Francesca si volta, spostandosi i capelli biondi con un gesto studiato, e mi lancia un sorriso che farebbe cadere chiunque. Ma io vedo solo la ragazza blu che le volteggia sopra come un avvoltoio bellissimo.
Apro il libro. La gola è secca.
«Mi sembra uguale agli dei...» inizio a leggere, e la mia voce risuona strana nel silenzio dell'aula.
Sento gli sguardi di tutte addosso. Silvia si sporge così tanto verso di me che la spallina della maglia cade del tutto, rivelando il pizzo del reggiseno. Marika e Alessia, le inseparabili dell'ultimo banco, si scambiano un'occhiata e ridacchiano, scrivendo qualcosa sul diario mentre mi fissano le labbra. Nicole e Serena, le "brave ragazze" della prima fila, si sono voltate di scatto, con le penne sospese a mezz'aria e un’espressione di adorazione pura.
Ma è Francesca la peggiore. Mi fissa dritta negli occhi, incurante della professoressa, umettandosi le labbra con la punta della lingua. È la più bella dell'istituto, abituata a ottenere tutto, e in questo momento il suo obiettivo sono io.
Guardale, sibila lo spettro nella mia testa. Ora è scesa di quota, si è portata proprio dietro Francesca e le accarezza l'aria intorno al collo con le dita trasparenti. Francesca rabbrividisce, si tocca la gola, ma non smette di fissarmi. Guarda come sbavano per te. Guarda come questa... Francesca... pensa di possederti con uno sguardo.
«Ma a me il cuore nel petto sobbalza...» continuo a leggere, e i versi di Saffo sembrano scritti per me in questo istante. «Appena ti guardo, un breve istante, nulla mi è più dato dire...»
Dillo a me, Andrea, mormora lei, scivolando via da Francesca e venendo a posarsi quasi sulle mie spalle. Sento il freddo elettrico che mi attraversa la schiena. Leggi per me. Non per queste oche.
«La lingua si spezza, un fuoco sottile subito corre sotto la pelle...»
Mentre pronuncio queste parole, Marika mi lancia un bacio volante, convinta che nessuno la veda. Alessia le dà di gomito e mima un "sei bellissimo" con le labbra. Io sudo freddo. La fitta alla nuca sta diventando un martello pneumatico perché lei, lo spettro, sta "bevendo" da me per diventare più nitida.
Ora la vedo chiaramente. Il suo vestito blu non è più un fumo, è quasi tessuto. I suoi piedi nudi sfiorano il mio banco.
Francesca è bella, vero? mi chiede con una dolcezza che mi spaventa. Si sposta davanti a me, coprendo la visuale della classe. Il suo viso è a un millimetro dal mio. Sento l'odore di ozono e fiori d'arancio che copre il puzzo di chiuso dell'aula. Ti piace come ti guarda? Ti piace come ti desiderano tutte?
«No», sussurro tra i denti, mentre la professoressa inarca un sopracciglio.
«Andrea? C'è qualche problema con la traduzione?»
«... negli orecchi un rimbombo risuona, scende sugli occhi il buio», concludo la lettura con un filo di voce.
Non è più poesia. È la verità. Il buio sta scendendo davvero perché lei sta sorridendo, un sorriso iroso e trionfante, e improvvisamente tutte le finestre dell'aula vibrano violentemente nei telai, come se un colpo di vento improvviso avesse investito il liceo.
Nicole e Serena lanciano un piccolo grido. Francesca si guarda intorno spaventata. Solo io so che è stata lei. Solo io sento il dolore che mi squarta la testa mentre lei svanisce, lasciandomi solo davanti a ventiquattro ragazze che mi fissano come se fossi un alieno.
Il sorriso dello spettro è l'ultima cosa che vedo prima del collasso.
In un istante, la sua figura si dissolve in una pioggia di particelle gelide e il vuoto che lascia viene riempito da una colata di piombo fuso che mi trapassa le tempie. Non è un semplice mal di testa. È un’esplosione silenziosa, un chiodo ribattuto dentro l’osso del cranio che mi scollega i sensi dal mondo.
Il libro di greco mi scivola dalle dita e colpisce il pavimento con un colpo secco, sordo, che rimbomba come un colpo di cannone nelle mie orecchie ipersensibili. Mi porto le mani al volto, premendo i palmi contro le orbite per impedire agli occhi di schizzare fuori. Sento un fiotto di bile risalirmi lungo l'esofago. Mi copro la bocca con una mano, le dita che stringono la carne così forte da lasciarvi il segno, nel disperato tentativo di non rimettere davanti a tutti.
Attorno a me, il mondo rallenta. Vedo lo sguardo di Francesca trasformarsi da seducente ad atterrito; il suo sorriso perfetto si increspa in una smorfia di puro orrore. Silvia e Marika sono pietrificate, le penne sospese a mezz'aria, mentre Nicole e Serena lanciano piccoli gemiti di spavento. Per loro, sono solo un ragazzo che sta avendo un attacco epilettico o un crollo nervoso.
«An... Andrea? Stai bene?» La voce della professoressa arriva da chilometri di distanza, distorta, come se parlasse sott'acqua.
Provo a rispondere, ma la mascella è bloccata. Ogni vibrazione delle mie corde vocali riverbera nel cervello come una martellata. Faccio uno sforzo sovrumano, le vene del collo gonfie per la tensione.
«Bagno... devo...» rantolo, senza nemmeno guardarla.
Non aspetto il permesso. Mi volto e inciampo nel mio stesso zaino, le gambe che pesano come se fossero fatte di cemento bagnato. Raggiungo la porta dell'aula. La maniglia di ottone è un pezzo di ghiaccio che mi brucia il palmo della mano, ma è l'unico appiglio reale in un universo che sta ruotando vorticosamente. La premo con tutta la forza che mi resta e mi proietto nel corridoio.
Il legno della porta sbatte contro il muro con un rumore atroce. Corro, o almeno ci provo, mentre le luci a neon sul soffitto mi trafiggono gli occhi come lame di luce bianca. Il corridoio sembra infinito, un tunnel di linoleum e pareti giallastre che mi rigetta.
Entro nei bagni. L'odore di candeggina e fumo stantio mi aggredisce le narici, accelerando l'inevitabile. Mi scaravento contro il primo lavandino. Il freddo della ceramica contro le mie mani è l'unica cosa che mi tiene ancorato al presente.
Poi, il corpo si arrende.
Vomito nel lavandino, un conato violento che mi scuote tutto il torace, lasciandomi senza fiato. È un dolore viscerale, come se lei, svanendo, avesse strappato via un pezzo delle mie interiora. Resto piegato, ansimando, con la fronte appoggiata al rubinetto gelato. Sento il battito del cuore nelle orecchie: un tamburo forsennato, irregolare.
Apro l'acqua. Il fragore del getto è assordante. Mi riempio le mani di acqua gelida e mi bagno il viso, una, due, tre volte, cercando di lavare via la sensazione di quel fumo azzurro che mi scorreva sotto la pelle.
Alzo lo sguardo verso lo specchio sopra il lavandino.
L'immagine che mi restituisce è quella di un estraneo. Ho il viso cereo, quasi spettrale quanto quello di lei, con occhiaie profonde che sembrano lividi. Ma è il collo a farmi tremare: lì, dove il freddo del suo tocco è stato più intenso, la pelle è arrossata, come se fossi stato marchiato.
Mi fisso negli occhi, cercando traccia della mia anima, ma vedo solo il vuoto che lei ha lasciato. Sono solo. Di nuovo. Ma so che è solo una questione di tempo. Il parassita tornerà, e io non vedo l'ora che succeda, nonostante questo dolore che mi sta uccidendo.
Mentre l'acqua gelida mi cola dalle tempie lungo il collo, resto immobile a fissare il mio riflesso. Il silenzio del bagno è rotto solo dal gocciolio ritmico del rubinetto, ma nella mia testa il rimbombo non accenna a spegnersi.
Mi asciugo il viso con la manica della felpa, i movimenti lenti e pesanti. Guardo di nuovo quel segno rossastro sul collo, proprio sopra la carotide. Non è un livido comune. Sembra quasi che la pelle sia stata bruciata dal ghiaccio, un'impronta sottile che ricalca la forma di tre dita lunghe e affusolate.
Mio.
La parola mi attraversa il cervello come un sussurro di vento tra le foglie, ma non c'è nessuna immagine nello specchio oltre alla mia. Eppure, sento il peso della sua presenza invisibile proprio dietro di me, un abbassamento improvviso della temperatura che fa appannare di nuovo il vetro davanti al mio viso.
Passo le dita sul segno. Fa male, un dolore che scende dritto nel petto.
In quel momento, sento bussare alla porta del bagno. Un colpo secco, autoritario.
«Andrea? Sei lì dentro? Sono la preside.»
Il mondo reale prova a sfondare la porta, ma mi sento già distante anni luce. So cosa succederà: chiameranno mio padre. Lui arriverà con la sua tabaccheria addosso, con il suo puzzo di fumo e la sua energia dinamica che non ammette debolezze, e mi guarderà come si guarda un oggetto rotto che non si può aggiustare con una corsa sul lungomare.
Ma mentre mi sistemo il colletto per nascondere il marchio, un pensiero mi fa sorridere nonostante la nausea: lei ha detto che tornerà. Ha detto che vuole imparare tutto di me. E ha deciso che non merito di essere toccato da mani umane.
Sono suo. E, per quanto mi stia dist
ruggendo, è la prima volta che mi sento di appartenere a qualcuno.
Commento sul capitolo intero (non su un passaggio).