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Il sale mi brucia sulle labbra, una crosta sottile che si mescola al sapore metallico delle lacrime che verso da quando sono uscito di casa. Livorno stasera è un mostro che respira: il Libeccio soffia sporco, agita il Tirreno e porta con sé l’odore acre delle alghe marce depositate sugli scogli, quell'aroma di salmastro che ti entra fin dentro i polmoni e non ti lascia più.
Un anno. Un anno esatto da quando il profumo di vaniglia e bucato di mia madre è svanito, sostituito dal puzzo di chiuso della mia camera e dall’odore di integratori e sudore di mio padre. Lui non capisce. Non capisce che il suo dinamismo, i suoi sorrisi da tabaccaio che serve i clienti con una pacca sulla spalla, per me sono solo rumore bianco. Sono scappato perché il silenzio di quella casa era diventato più forte del boato del mare.
Mi infilo le cuffie. Il mondo esterno sparisce, inghiottito dal ritmo.
«Help me, it's like the walls are caving in...»
Inizio a correre sulla sabbia fredda della Terrazza Mascagni. Sotto i piedi nudi sento la consistenza granulosa del fango e i resti di qualche conchiglia frantumata. Entro in acqua fino alle ginocchia. Il gelo del mare è una scossa elettrica che mi risale lungo le gambe, ma mi serve: ho bisogno di sentire qualcosa che non sia solo dolore.
«It’s in my blood!» urlo, la voce che si spezza contro il muro di onde.
Proprio in quel momento, il mondo si deforma. Sento un brivido che non viene dal vento. È un’ondata di azoto liquido che mi attraversa il petto, come se qualcuno avesse infilato una mano gelida dentro le mie costole e avesse stretto il cuore per un istante. Qualcosa mi passa letteralmente attraverso.
Inciampo, cadendo all'indietro. Le cuffie scivolano sul collo e improvvisamente il suono cambia: la musica di Shawn Mendes diventa un sussurro lontano, e lo spazio intorno a me si riempie dei suoni della notte. In lontananza, oltre il muretto della terrazza, sento il ronzio soffocato delle macchine che sfrecciano sul lungomare, il rumore dei pneumatici sull'asfalto bagnato che sembra appartenere a un altro pianeta. Qui, sulla riva, siamo solo io, il mare e lei.
Lei è lì.
Rimango paralizzato, con l’acqua che mi inzuppa il costume e mi morde la pelle. È minuta, ma la sua presenza occupa ogni centimetro d'aria. Ha la pelle che sembra fatta di perla e capelli neri come l’inchiostro che danzano selvaggi, frustandole il viso. Indossa un vestitino blu a fiori, così leggero che il vento sembra poterlo strappare via da un momento all'altro. Eppure, attraverso la sua sagoma, vedo il riflesso della luna sulle onde. È un'apparizione fatta di fumo e desiderio.
Chi sei?
La voce mi esplode nel cranio, nitida, sovrapponendosi al fragore del mare. Non è un suono, è una vibrazione che sa di menta e ghiaccio. Mi tremano le mani.
Ho detto: chi sei?
Stavolta la voce mentale è irosa, impaziente. Lei fa un passo verso di me, calpestando la schiuma senza affondare. Si china, puntando le mani sui fianchi piccoli. Nel farlo, la scollatura del vestito si apre generosa, mostrandomi la curva piena del suo seno che sembra quasi pulsare di vita propria. Il contrasto è atroce: è così erotica, così reale nella sua bellezza, eppure i miei occhi vedono la sabbia attraverso le sue caviglie. Si scosta i capelli dagli occhi con un gesto nervoso, fissandomi con pupille nere come l'abisso.
«An... Andrea», balbetto.
In un attimo, l'ira sparisce. Lei scoppia a ridere, e quella risata è un'onda di calore improvviso che mi invade i pensieri.
Andrea. Andrea! Che bel suono. Andrea, Andrea, Andrea!
Inizia a girarmi intorno come un predatore curioso o un bambino felice. Sento il rumore dei flutti che si mescola alle sue parole mute.
«Studio al Classico, qui a Livorno», dico, e la mia voce mi sembra piccola rispetto al rombo del mare. «Faccio la quarta superiore. Sono venuto qui perché oggi mia madre... è un anno che non c'è più. Vivo con mio padre, lui ha una tabaccheria lì in centro, ma io non c'entro niente con quella vita. Io sto sempre tra le nuvole...»
Lei si ferma di colpo. L'allegria svanisce, lasciando il posto a una malinconia che puzza di solitudine antica. Si tocca le braccia trasparenti, quasi cercasse di sentire il proprio peso.
Scuola. Tabaccheria. Madre. Ripete le mie parole come se fossero frammenti di un sogno dimenticato. Non so cosa siano per me. Io non ho un nome, Andrea. Non ho una storia. Ricordo solo un buio infinito, un vuoto che mi mangiava l'anima... finché non ho visto te. Sei scappato di casa, ma per me sei una luce. Sei così forte che mi hai trascinata qui.
Sento una pressione dolce al petto. Per la prima volta dopo un anno, qualcuno mi sta guardando davvero, senza pietismo.
«Forse eravamo a scuola insieme», azzardo. In lontananza, un clacson risuona sulla strada, ricordandomi che il mondo reale esiste ancora, ma mi sembra finto, di cartone. «Magari eri una delle mie compagne. Al Classico siamo quasi tutte femmine, lo sai? In classe mia sono l'unico maschio tra venticinque ragazze. È un inferno. Passano tutto il tempo a fare le civette, a cercare una scusa per sfiorarmi mentre traduciamo Seneca, o a mettersi le gonne corte sperando che io abbassi lo sguardo...»
Lei scoppia di nuovo in una risata fragorosa che mi rimbomba nelle tempie. Oh, me le immagino! Tutte quelle ochette che starnazzano intorno alla mia luce! Si riavvicina, chinandosi di nuovo. Il profumo di lei — un odore che non dovrebbe esistere, come di fiori d'arancio e ozono prima di un temporale — mi riempie le narici. Scommetto che sei il loro trofeo, il povero Andrea triste che tutte vogliono salvare dal suo dolore.
Ridiamo insieme sulla spiaggia deserta, mentre il rumore delle auto in lontananza diventa solo un ronzio indistinto. Mi sento euforico, quasi ubriaco della sua presenza. Ma mentre lei sembra farsi più solida, quasi tangibile sotto la luce delle stelle, un ronzio fastidioso inizia a premermi dietro gli occhi.
«Dovresti venire a scuola domani», le dico, e il dolore sta già crescendo. «Ti divertiresti a vederle mentre cerco di ignorarle per pensare solo a te.»
Lei sorride, ma la sua immagine inizia a tremare come un riflesso sull'acqua mossa.
Forse ero una di loro, sussurra nella mia testa, e la sua voce ora è fioca, stanca. Forse... io... Andrea, ho paura. Il buio mi sta richiamando.
«No! Resta!» Allungo la mano verso la sua spalla. Voglio sentire la stoffa blu, voglio sentire il calore di quella pelle che sembra così vera.
Ma le mie dita attraversano solo l'aria fredda e salata. Lei svanisce in un battito di ciglia.
In quell'istante, il ronzio esplode. È come se qualcuno mi avesse piantato un chiodo rovente nella base del cranio. Urlo di dolore, cadendo con la faccia nella sabbia bagnata. Le tempie pulsano, il cuore martella contro le costole. Mi ha prosciugato. Per restare visibile, per ridere con me, ha bevuto ogni mia energia.
Resto a terra, ansimando, mentre l'odore del mare torna a essere solo odore di mare e il rumore della strada si fa di nuovo vicino, banale, fastidioso. Mi rialzo a fatica, barcollando. Mio padre mi starà aspettando, pronto a controllare ogni mio respiro. Ma mentre mi trascino verso casa, so che nulla sarà più come prima.
Non so chi sia, non so come si chiami. Ma so che quel dolore alla testa è l'unica cosa che mi fa sentire vivo.
Due ore dopo sono ancora bagnato, ma non di mare.
L’acqua calda della doccia mi scorre sulla nuca e sulle spalle, portando via la sabbia incrostata, il sale che mi pizzica gli occhi e l’amaro in gola che mi è rimasto dopo aver vomitato sul marciapiede. Mio padre ha spalancato la porta urlando, prima ancora che riuscissi a chiudere la serratura alle mie spalle.
«Ma che cazzo hai combinato? Sembri un barbone! Domani hai scuola, Andrea! È martedì, porca puttana!»
Ha visto la sabbia nei capelli, il costume bagnato sotto i jeans, gli occhi arrossati. Ha pensato fossi strafatto. Mi ha afferrato per la spalla, mi ha spinto dentro casa come un pacco ingombrante, ha chiuso la porta a chiave e mi ha ordinato di lavarmi e sparire. Non ha chiesto perché. Non chiede mai.
Adesso sono sotto il getto, canto piano, quasi per coprire il suo russare che arriva dal salotto.
«Help me, it’s like the walls are caving in… It’s in my blood…»
Mi insapono il petto, le braccia magre ma definite. Sono linee che non ho mai costruito in palestra, eppure ci sono, come se il dolore mi avesse inciso i muscoli dall’interno. Scendo con le mani sullo stomaco, più in basso. Chiudo gli occhi. L’acqua mi entra in bocca, sa di cloro e di niente.
Poi arriva la fitta.
È la stessa scarica gelida di prima, ma stavolta parte dalla nuca e si allarga lenta, come inchiostro nero che cade in un bicchiere d’acqua. Mi tremano le ginocchia. Mi appoggio alle piastrelle fredde per non cadere. Spengo la doccia di scatto.
Silenzio assoluto. Solo il ticchettio delle gocce sul piatto doccia.
Afferro l’accappatoio, me lo butto addosso ancora gocciolante. Apro la porta del box di pochi centimetri, il vapore che invade la stanza come una nebbia fitta.
È lì.
È appoggiata al bordo del lavandino, le braccia incrociate sotto il seno, il vestitino blu a fiori che sembra aver assorbito l’umidità del bagno, diventando più aderente, più pesante, più reale. I capelli neri le cadono sul viso in ciocche cariche d'acqua. Mi fissa. Non è curiosità, la sua. È uno sguardo che mi studia, che mi pesa addosso, che mi tiene fermo senza bisogno di toccarmi.
«Cosa ci fai qui?» La mia voce esce rauca, poco più di un sussurro. «Stavo… facendo la doccia.»
Inclina appena la testa, un movimento lento, quasi divertito. I suoi occhi neri non sbattono mai le palpebre.
Doccia. Ripete la parola nella mia testa, assaporandola come se fosse un segreto che le sto regalando. Poi, senza cambiare espressione, la sua voce mentale si fa più profonda: Sembri arrabbiato, Andrea. Cosa è successo con tuo padre?
Il cuore mi salta un battito. Come fa a saperlo? Faccio un passo fuori dal box. L’accappatoio si apre un po’ sul petto, l’acqua mi cola ancora dai capelli lungo la schiena nuda. Non mi curo di chiuderlo.
«Ha urlato. Ha detto che sembro un barbone, che domani c’è scuola, che devo sparire. Mi ha spinto dentro casa come se… come se fossi un peso.»
Mentre parlo, lei si stacca dal lavandino. Scivola verso di me — non cammina, fluttua appena sopra le piastrelle. Il profumo di fiori d’arancio e ozono mi avvolge di nuovo, mi entra nei polmoni prepotente.
Sporco. Ripete piano, ma stavolta la parola le esce fredda, tagliente. Tuo padre… ti ha chiamato sporco?
Annuisco, la gola stretta. Il suo viso cambia in un istante. Gli occhi si stringono, le pupille si dilatano come quelle di un predatore nella penombra. Stringe i pugni lungo i fianchi — pugni trasparenti, eppure la rabbia che emana li rende quasi solidi. Il vestitino sembra vibrare leggermente, come se sotto la stoffa soffiasse un vento che solo lei può sentire.
Che piccolo uomo patetico, sussurra. La voce mi arriva dritta nel cranio, gelida e precisa. Vede suo figlio e vede sporco. Vede luce e vede un peso. Che tristezza.
La guardo sbalordito. Non c’è pietà nelle sue parole. Solo disprezzo puro, quasi divertito.
Ti ha toccato? chiede, e la domanda è un filo teso pronto a spezzarsi.
«No. Solo spinto. Una manata sulla spalla.»
Lei fa un passo ancora più vicino. Adesso è a un soffio da me. Attraverso il suo corpo vedo il mio riflesso nello specchio appannato, ma il suo contorno sta diventando più netto, più affilato.
Una manata, ripete, e la parola le esce come un sibilo lento. Interessante.
Non aggiunge altro. Ma il modo in cui lo dice — come se stesse prendendo nota di un debito da riscuotere — mi fa rabbrividire. La fitta alla testa torna, ma stavolta è più dolce, quasi carezzevole, come una mano che mi stringe il cervello.
Allunga una mano verso di me. Le dita trasparenti sfiorano l’aria vicino alla mia guancia. Non mi tocca, ma sento un freddo elettrico che mi fa drizzare ogni singolo pelo sulle braccia e sul petto.
Domani vai a scuola, dice. Non è una domanda. È una sentenza. Io verrò con te.
«Perché?» balbetto.
Sorride. È un sorriso lento, obliquo, un taglio scuro che non arriva agli occhi.
Voglio vedere le civette. La parola risuona con un divertimento crudele. Tutte quelle ragazzine che ti girano intorno, che ti sfiorano mentre traducono Seneca, che si mettono le gonne corte sperando che tu le guardi. Voglio vederle provare. Voglio vederle fallire.
Le sue parole mi colpiscono come schiaffi leggeri. Non è gelosia normale. È una curiosità oscura, un possesso assoluto che mi fa sentire marchiato. Scelto.
«Tu… verrai davvero?» chiedo, con la voce che trema per l'emozione o forse per il freddo.
Lei inclina di nuovo la testa, studiandomi come se fossi la cosa più preziosa e fragile del mondo.
Oh, sì. Imparerò tutto. Fa una pausa, poi aggiunge piano, quasi un soffio nel buio: Di te. Di loro. Di come si spezzano le cose che non meritano di toccarti.
La fitta esplode, violenta e dolcissima insieme. Mi piego in avanti con un gemito, stringendo gli occhi. Quando riapro le palpebre, lei è svanita.
Rimane solo il vapore che sale lento dallo specchio, il mio riflesso con gli occhi spalancati e le labbra socchiuse. Per un istante, mi sembra di vedere un filo di luce azzurra che mi attraversa il collo, come una vena che pulsa piano sotto la pelle.
Mi appoggio al lavandino, il respiro corto.
Do
mani andrò a scuola.
E lei sarà lì.
A guardare. A imparare. Ad aspettare.

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