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Creato il 28/08/2026, 09:09 · Aggiornato il 28/08/2026, 09:10

Capitolo 9: Come una pistola carica

@bergadavideDavide
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7 - Come una pistola carica


Ero lì, bloccato nel cuore di quella bolgia vibrante. Invece di farmi travolgere dall'energia del concerto della mia ragazza, come farebbe chiunque sano di mente, mi stavo lacerando il cervello con il replay mentale del messaggio vocale di Sole. «Mi fai sentire... capita», aveva risuonato nella mia mente. E poi quel passaggio surreale sulla responsabilità delle sue emozioni: quali emozioni? Più ci rimuginavo sopra, meno ci capivo.

Sole era sempre stata una figura algida, rigorosa, la mia insegnante di meditazione. Negli ultimi mesi ci eravamo inevitabilmente avvicinati, anche perché Marco e Pietro – i due veterani, ex allievi storici di Sofia – avevano abbandonato il gruppo all'improvviso, forse incapaci di accettarla come legittima erede della mia guru. Chi poteva dirlo? Se ne erano andati senza dare spiegazioni. Ma un risvolto romantico tra me e Sole? Non mi era mai passato per l'anticamera del cervello. Forse avevo frainteso tutto, forse ero solo un paranoico cronico in cerca di drammi inesistenti.

«Forse dovrei risponderle», pensai, stringendo i denti. Ma cosa diavolo le scrivevo? Era chiaro che si aspettasse una reazione dopo una confessione del genere.  

In risposta ai miei pensieri, la smartband al polso vibrò con un colpo secco. Un altro messaggio, stavolta testuale. Per fortuna il movimento passò inosservato nella calca. Lo avrei letto a breve, magari rispondendo con calma. Da brava yogini ligia alle regole, Sole andava a dormire presto; sfinita com'era dalla lezione pomeridiana sull'integrazione della personalità, se le avessi scritto mezz'ora dopo lo avrebbe letto direttamente l'indomani mattina.

«Beh, poco male...», mi dissi, aggrappandomi a quell'illusione, del tutto incapace di elaborare una risposta sensata in quel preciso istante.

I Radio Etiopia stavano martellando le prime battute di You Give Love a Bad Name. La pressione della folla mi spingeva contro il margine destro del palco, quasi a contatto con le spie audio. Intorno a me era un tripudio di corpi lucidi di sudore, mani alzate, urla e risate che si fondevano in un unico boato assordante. L'aria era rovente, densa di elettricità e odore di luppolo. Quella sera il pubblico era un'onda d'urto inarrestabile, e per un attimo la musica mi investì dritta allo stomaco, facendomi dimenticare il panico.

Sul palco, Lucia era un'autentica forza della natura. La sua voce graffiava l'aria con potenza, mentre i suoi occhi brillavano sotto i fari stroboscopici. Vederla così magnetica, così padrona della scena, rendeva quasi surreale pensare a quella bambina timidissima delle elementari, perennemente schiacciata dalla propria insicurezza e bersagliata dagli scherzi dei compagni. A quei tempi ero stato il suo unico rifugio, il suo unico vero amico; un legame viscerale che negli anni si era evoluto in quella storia d'amore che, tra alti e bassi, aveva riempito la mia vita di vertigini.

«E se Lucia scoprisse tutto?», pensai, e un brivido gelido mi bloccò il respiro. «E se questa ambigua "amicizia" con Sole stesse tracimando altrove?»

Edoardo e Laura, piantati a un passo da me, erano completamente estranei al mio inferno interiore, persi nel loro abbraccio e nella potenza del rock. «Devo dirlo a Lucia?», mi tormentavo, schiacciato dai sensi di colpa. «Devo confessarle dei messaggi?»

Mi sembrava di precipitare di nuovo nell'incubo dell'anno prima, quando la vita mi aveva messo di fronte allo stesso identico bivio con Sofia. Con una differenza fondamentale: allora ero stato io a vacillare, mentre Sofia si era eretta a maestra di vita inflessibile, rifiutandosi di oltrepassare qualsiasi limite, agendo con totale trasparenza e spingendomi con forza tra le braccia di Lucia, insegnandomi il valore inestimabile dell'onestà.

Il terrore di ferirla, di incrinare irrimediabilmente il nostro equilibrio, mi paralizzava le mani.

La voce di Lucia si stagliava alta e pulita sul riff tagliente di Jack, trascinando il locale in un coro corale. La folla saltava all'unisono, contagiata da quel groove irresistibile plasmato dal basso pulsante di Alyce e dalla batteria devastante di Alex.

Eppure, finché non fossi riuscito a disinnescare la bomba di quel messaggio, la mia mente sarebbe rimasta prigioniera di quel girone infernale. Mi tornò improvvisamente in mente una frase di un libro letto al mare, un consiglio di lettura proprio di Sole: qualcosa che parlava del raccolto e della semina, del fatto che tutto ciò che fai torna inevitabilmente indietro. Un concetto astratto che, tradotto nella mia realtà, significava una sola cosa: stavo pagando lo scotto delle mie ataviche indecisioni. Era come se il destino mi stesse rimettendo davanti agli occhi lo stesso identico copione dell'anno prima – tra Lucia e le ombre del passato – per verificare se avessi finalmente imparato la lezione.  

Dovevo allontanarmi. Avevo letteralmente una pistola carica in tasca e la sicura stava cedendo.

Diedi una leggera pacca sulla spalla di Edoardo, che teneva la mano stretta a Laura con gli occhi incollati al palco.

«Vado un attimo in bagno», sussurrai, recitando la parte dell'uomo più disinvolto del mondo.

Il corridoio che portava ai servizi era un cono d'ombra rispetto alla luce accecante del locale. C'erano tre porte: una riservata alla cucina e le altre due ai bagni separati. Due ragazze stavano chiacchierando appoggiate al muro, in attesa del bagno delle donne. Mentre scivolavo verso quello degli uomini, mi sbattei contro la bionda con la canottiera dei Mötley Crüe e la sua amica, le stesse che avevo adocchiato prima vicino al bancone. Ridendo e spintonandosi per farsi spazio nel corridoio, mi passarono a un centimetro. La bionda mi fissò per un istante, poi si voltò verso l'amica bisbigliando: «Ma quello non è il ragazzo che prima era al bancone con quell'altro carino?».

«Al solito...», pensai amaramente. Edo aveva sempre questo effetto collaterale sulle donne.  

Chiuso finalmente tra le quattro pareti asettiche del bagno, estrassi il telefono. Il display si accese, restituendomi il testo appena inviato da Sole:

«Ehi Francesco, non badare troppo al messaggio vocale di prima, ero un po' stanca e ho detto un sacco di sciocchezze! Però... ecco, quello che ho detto sulla nostra amicizia, quello lo pensavo davvero. Non vedo l'ora di andare in libreria domani, non vedo l'ora di raccontarti la lezione di oggi! A domani!»

Lo lessi e lo rilessi tre volte, cercando disperatamente di decrittare le intenzioni di quella punteggiatura ambigua. Un effimero senso di sollievo si scontrò subito con un'ondata di nuova confusione. Il tono generale sembrava voler minimizzare, ma quel «però...» era un macigno sospeso. Cosa diavolo voleva dire? La mia mente riprese a girare a vuoto, fabbricando scenari paranoici.

Rimisi il telefono in tasca e mi sporsi sul lavandino, aprendo il rubinetto per schizzarmi l'acqua gelida sul viso e darmi una svegliata. Le pareti nere del bagno erano tappezzate di locandine storiche di concerti rock. Una in particolare catturò il mio sguardo annebbiato: quella degli Skunk Anansie al Forum, o meglio, al Wonderlustre Tour di San Siro del 12 febbraio 2011. Una delle mie band preferite di sempre. Pensai a come Lucia avrebbe spaccato se avesse cantato Charlie Big Potato stasera. Quell'immagine mi distrasse per una frazione di secondo dal mio cataclisma emotivo.

Ma fu un attimo. Il cervello era un groviglio di cortocircuiti. Preso da un raptus di totale assenza di lucidità, tirai fuori di nuovo il telefono e digitai una risposta di getto:

«Sole, mi hai davvero colpito. Non vedo l'ora di stare con te domani in libreria, sarà speciale. A domani!»

Un secondo dopo aver premuto il tasto d'invio, il tempo si fermò.

«Oh no...», pensai, portandomi le mani alla bocca con gli occhi sbarrati. «Che cazzo ho combinato?»

Perché non riuscivo mai a tenere la bocca chiusa? Perché dovevo costantemente trasformare ogni situazione in un campo minato?

Cercai di autoconvincermi che Sole avrebbe potuto fraintendere in senso platonico, ma sapevo di mentire a me stesso peggio di un bambino. Il messaggio era esplicito, pericolosamente inequivocabile. Avevo appena innescato un detonatore sotto le fondamenta della mia vita.

Il panico mi gelò il sangue. Tentai di scrivere un messaggio correttivo, una pezza peggiore del buco, ma le mie dita tremavano troppo sulla tastiera. Qualsiasi cosa avessi aggiunto ora avrebbe solo fatto esplodere tutto prima del tempo.

Vidi la doppia spunta blu accendersi quasi all'istante: Sole, nonostante l'ora tarda, lo aveva letto subito. La frittata era fatta, colata a picco nel forno acceso.

Sentii i palmi delle mani bagnati di un sudore freddo e me li strofinai freneticamente sui jeans, un tentativo disperato di asciugarmi. Il telefono, improvvisamente scivoloso come un saponetta, mi sfuggì dalle dita. Tentai di afferrarlo al volo, ma le mie mani non fecero presa: l'apparecchio precipitò con un tonfo sordo direttamente sulle piastrelle del bagno, rischiando di sbriciolarsi in mille pezzi.

Lo raccolsi con il cuore in gola, capovolgendolo per verificare lo schermo: miracolosamente intatto, ma il livello della mia ansia aveva superato ogni soglia di guardia.

Riemersi barcollando dal bagno, con la testa che pulsava a ritmo di basso.

Mentre mi rimettevo in scia verso il palco, le ultime note di You Give Love a Bad Name si spensero tra le grida scroscianti della folla. Laura mi scrutò con un lampo di sospetto negli occhi, ma le spiaccicai in faccia un sorriso di circostanza talmente tirato da sembrare una smorfia di dolore.

Un istante dopo, il riff blues e ipnotico di Rag Doll degli Aerosmith squarciò l'aria, un ruggito di chitarra che fece sobbalzare i presenti. Lucia, con un movimento fluido e felino, afferrò l'asta del microfono, puntando lo sguardo dritto sulla folla:

«Pronti a scatenarvi?! Siamo o non siamo un po' tutti delle bambole di pezza?!»

Un boato unanime accolse il suo invito; le braccia si sollevarono nel buio e i corpi ripresero a ondeggiare a tempo.

Alex martellava i piatti con precisione chirurgica, la faccia illuminata dai fasci di luce stroboscopica, mentre Jack faceva ululare la sua chitarra voltato di schiena.

Alyce, con il basso che aderiva al corpo come una seconda pelle, scivolò a fianco di Lucia. Le due ragazze si piantarono schiena contro schiena, scambiandosi un'intesa fulminea. Lucia strappò il microfono dall'asta, iniziando a cantare con una sensualità grezza, quasi sfrontata. Si strinse ad Alyce, poi si piegò in avanti, premendo il microfono contro le labbra mentre l'asta sfiorava le tavole di legno del palco in un gioco di ombre e fumo denso che rendeva l'atmosfera irrespirabile.

«Cantate con noi! Rag doll, livin' in a movie...», urlò a squarciagola. Il pubblico rispose con un ruggito collettivo che coprì l'amplificazione. Jack rispose con un assolo infuocato, un duello serrato tra le note acute e la ritmica implacabile di Alex, mentre Alyce tesseva un tappeto di basse frequenze che faceva vibrare le costole.  

Terminato il brano in un'esplosione di feedback e applausi deliranti, Jack si portò al centro del palco, imbracciando la chitarra, e indicando con la paletta la mia ragazza esclamò al microfono:

«Alla voce... Lucia!»

Un boato assordante tributò il talento e l'energia feroce della frontwoman.  

Ma la scaletta non concedeva tregua. L'aria si fece improvvisamente densa, carica di un'attesa quasi elettrica. Le prime note distorte e taglienti di chitarra iniziarono a vibrare nell'impianto. Riconobbi quel timbro tra mille: Charlie Big Potato degli Skunk Anansie.

Vidi Lucia trasformarsi sul colpo, lo sguardo farsi duro, quasi ferino. Quella non era una cover come le altre; era la sua canzone, quella battaglia personale che aveva imposto alla band dopo mesi di scontri accesissimi con Jack, il quale l'aveva sempre bollata come «troppo di nicchia per questo pubblico». Ora, inchiodata sotto i fari, Lucia stava dimostrando al chitarrista quanto si fosse sbagliato.  

La sua voce esplose in un urlo viscerale, un misto di rabbia e passione pura che si fondeva con le distorsioni della chitarra. Ogni parola era un gancio al mento, ogni nota trasudava un'energia cruda, indomabile. Si muoveva sul palco come una pantera nera, padrona assoluta del tempo e dello spazio. In quel preciso istante compresi perché quella canzone le apparteneva così visceralmente: era la sua anima nuda, la sua forma di ribellione.  

Mi lasciai trascinare da quel muro sonoro, cullato dal battito tribale della batteria e dalla voce scura di Lucia. Per qualche minuto, il peso del messaggio di Sole, il panico e i sensi di colpa scivolarono via, dissolti nella catarsi collettiva di quel live.

«Ormai quel che è fatto è fatto», mi ripetei tra me e me, cercando un briciolo di pace interiore. «Stare a rimuginarci sopra adesso non cambierà nulla; domani è un altro giorno e si vedrà».

Quel pensiero improvviso mi alleggerì il petto, spazzando via le nubi. Del resto, pensandoci bene, a fine concerto mi aspettava la mia prima notte insieme a lei, finalmente soli. Il resto poteva aspettare il domani.

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