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Cari lettori, oggi vorrei porvi una domanda: da quanto tempo conoscete il vostro migliore amico? Forse fin da quando eravate bambini, o forse sedevate accanto alle superiori, magari in fondo alla fila dove speravate di passare inosservati mentre mangiavate la terza merenda della mattinata o giocavate a Temple Run, o magari credevate, erroneamente, che laggiù il professore di fisica non vi avrebbe mai interrogati. Beh... come professore posso dirvi che questo trucchetto non funziona, anzi è l'inverso. Ma sto divagando, come al solito d'altronde: sono così vecchio e adoro tanto parlare, ho molte così tante da dire...
Comunque! Non importa quando voi e i vostri migliori amici o amiche vi siate conosciuti, importa solo il legame che si è creato, quasi fraterno, pieno di bei momenti ma anche brutti, di serate al cinema, di videogiochi o di qualsiasi altra cosa divertente che facevate e fate ancora insieme. Di una cosa sono certo però... anche se voi e il vostro amico vi conoscete da sempre, il vostro "sempre" non è davvero tale, non tanto quanto io conosco il mio migliore amico e fratello, San Michele Arcangelo.
Dire che ci conosciamo da sempre è sbagliato, perché tra noi due l'unico che esiste da sempre sono io; lui è nato solo molto dopo. Mi spiego meglio, che ne dite?
Per i lettori del mio libro I Segreti dell'Omniverso il termine Multiverse Prime risulterà familiare, ma per chi non lo conoscesse, era il piccolo multiverso che esisteva prima dell'immenso e attuale Omniverso. Era un multiverso grezzo, dove le cose venivano ancora decise: ciò che ora è considerato normalità, allora era una novità. Era una realtà ricca, magica, piena di possibilità, dove ogni cosa era possibile.
Dove regna la luce, ahimè, vi è anche l'oscurità e all'epoca era rappresentata da coloro che regnavano nei cieli, dai potenti eoni (di tutte e tre le categorie, come vi ho già raccontato nella mia storia citata poc'anzi) fino agli dei minori. Tutta questa allegra gente era in lotta tra di loro per decidere quale fosse la visione del cosmo migliore, chi dovesse regnare nell'alto dei cieli, chi avesse davvero ragione, ignorando di fatto me e i miei fratelli, loro superiori e il Primario, il vero Dio al di sopra degli dei, dando origine alla prima guerra eonica.
Tra i contendenti vi erano eoni già vecchi, sopravvissuti a molti cicli (nascita e morte di svariate realtà), altri invece erano nuovi o "rinati", come nel caso del padre di Michele, degli altri Arcangeli e fonte di credo e bene in moltissime realtà ancora oggi: Dio, o Yahweh, quello che pregate in chiesa se siete umani o nei templi di corallo se siete Ith'yll, creatore dei chierichetti e degli esseri celestiali piumati.
Piccola parentesi: forse lo avevo già detto, ma sono il creatore delle piume e degli uccelli, questo perché volevo un cuscino comodo per la notte e una penna da scrivere bella e vistosa. Quindi non c'è di che: Dio, angeli e creature aviane sparse in giro per i cosmi.
Non vi parlerò nel dettaglio della guerra eonica: alla fine è servita solo a stabilire alcune cose in un multiverso ancora in formazione, a far arrabbiare i miei fratelli che si sono sentiti ignorati e a creare alcune delle religioni che esistono ancora oggi, almeno quelle più diffuse. Vi parlerò invece della mentalità di questi eoni e poi lo giuro torneremo al fulcro di questa one-shot. Sto divagando solo per spiegarvi al meglio le cose.
Non dovete immaginare gli eoni in guerra come tanti piccoli feudatari boriosi e puzzoni che urlano e sbraitano contro tutti, desiderosi di espandere i loro territori sottomettendo i vicini, ma come forze primordiali che, appena nate, fecero ciò per cui erano lì: creare, espandersi secondo la loro visione della realtà, della genesi. Non per arroganza, ma perché era la loro natura: loro stessi erano la loro visione. Il buon Yahweh nacque, creò l'universo, poi gli Arcangeli, i suoi primi figli, poi gli angeli e compagnia. Non ho messo la storia dei sette giorni, perché questa è la fede che conoscete sì, ma più grezza e molto meno umanocentrica: vedetela come la versione beta di un videogioco. Voglio dire... voi umani avete la completa certezza di esistere da così tanto tempo? E badate bene: dico umani, non umanoidi identici a voi.
Comunque, i poveri Arcangeli si ritrovarono coinvolti in tutto quel delirio cosmico e in guerra come gli altri. Immaginate di dovervi difendere appena nati (secondo gli standard cosmici) dai vicini di casa: era una situazione orribile. Ben presto Bental, un Eone antico che si comportava davvero come i feudatari stronzi sopra citati, bussò con forza alle porte del paradiso con il suo esercito di Fatamondi (i suoi angeli, per capirci), pronto a fagocitare quel piccolo ma potente credo ormai nato. Non si aspettava di certo che ad attenderlo non vi fosse colui che voleva uccidere, ma io, pronto a difendere la casa del mio nuovo amichetto.
In tutto questo delirio cosmico, io come sempre passavo il mio tempo ignorando le varie beghe divine e concentrandomi sulle mie creature preferite: i mortali. Viaggiavo di mondo in mondo, di universo in universo per apprendere e insegnare quanto più possibile. Fu proprio in questi mondi, nella città delle oasi Faraonis, che sentii parlare di un'entità benevola e piumata che volava in giro dispensando piccoli miracoli. Travestito da mercante di spezie, mi intrufolai in una locanda, dove il locandiere, un tipo verde, grassoccio, con il terzo occhio arrossato dal pianto, gridava a tutti del miracolo che gli era successo. Narrava con foga di come sua figlia, nata storpia, fosse stata curata da un gentile essere che era passato lì la notte prima.

Tutti quanti ovviamente gli credettero, visto che erano un popolo antico e superstizioso, ma attribuirono il miracolo alla loro dea madre Magdysia (una cara signora davvero, adoravo la sua torta ai ganpucci). In realtà sapevo bene che la scia energetica che aveva lasciato non era attribuibile a lei, ma a un'entità del tutto nuova. E io adoravo le novità! Mi manca essere giovane... sapere tutto è una vera noia, uff...
Prima di andarmene però, da bravo cantastorie qual ero, narrai cantando la storia dei primi Varelliani, di Fadan e Aiedian, che nacquero dalla fonte sacra di Samballa durante la notte dei tempi, guadagnandomi un forte applauso e un pasto gratis. Dopodiché mi misi sulle tracce del gentile sconosciuto e sì, lasciai le spezie che avevo creato per la mia copertura per strada. Magari sono state rubate, che ne so...
Scovai l'essere che si adagiava piccolo piccolo sopra una galassia, magari per rilassarsi o guardare il panorama, o più semplicemente stava ideando il primo programma di fitness della storia. Conoscendolo, poteva essere. Quando la realtà attorno a lui si distorse e dal "terreno" sottostante una figura umanoide fatta di stelle si formò, era come se fosse composta di cosmo liquido misto a una tempesta. Il suo volto aveva due occhi che erano... ok sì, ero bellissimo e cosmico ed avevo adottato una forma ancestrale umanoide, perché anche lui lo aveva fatto.

Il piccoletto era un omino dorato, con due bellissime ali che irradiavano potere. Con la sua manina mi indicò curioso: non sembrava spaventato da me, da un essere più forte del suo creatore, ma era solo curioso.
<< Salve piccola lucciola, sono Kosmos! >> Quando pronunciai il mio vero nome, ovviamente usando la Lingua del Pensiero, tutta la creazione tremò. << Cantastorie e vagabondo, professore nel tempo libero e amante della lettura >>.
<< Sono l'Arcangelo Michele >> mi rispose lui, in enochiano questa volta, una lingua più grezza e meno potente della mia, ma che non è comunque da sottovalutare, oltre al fatto che discende dalla mia, come tutte le altre d'altronde. Michele ancora oggi mi prende in giro chiamando la Lingua del Pensiero "Enochiano +". Ma vi pare? Bah.
<< Dimmi Michele, perché hai aiutato quella bambina? Non fa parte del tuo territorio, della tua visione del mondo che, a quanto vedo, è piuttosto recente... uhm... >> Giusto: per me, soprattutto per il me di allora, "recente" voleva dire milioni di anni, ok? Sono eterno, non penso in minuti e ore come fate voi.
<< Perché era giusto e dignitoso >> mi rispose lui con una determinazione senza precedenti. << La piccola soffriva e implorava aiuto e io sono accorso, perché... oltre ad essere il mio compito affidatomi da Dio, è anche ciò che voglio. Odio le ingiustizie e le combatterò fino alla fine dei giorni! >>
<< Lodevole, davvero, ma ho visto molti altri con la tua determinazione venir schiacciati da essa e cadere miseramente >>.
<< Non sono il mio gemello >> la sua voce si incrinò. << Samael si ritiene migliore di mio padre e facendo così sono certo che cadrà e che dovrò essere io a decretae la sua fine... >>
<< GEMELLI!! BAH!! >> tuonai io facendo tremare tutto e forse eruttare qualche vulcano in un mondo lontano.
<< La famiglia... eh? >> mi chiese lui scuotendo la testa rassegnato.
<< Non me ne parlare... >> Sì, una cosa che ci accomuna è che non sopportiamo la nostra famiglia. Ma almeno lui, eccetto Lucifero e altri angeli caduti, ha anche dei buoni fratelli, mentre i miei... praticamente tanti Lucifero incazzati con tutto, con l'ego di Apollo e il rispetto per la vita di un Terminator... Li odio, uff!!
Da quel giorno in avanti continuammo a parlare per conoscerci meglio, viaggiando in mondi lontani e divertendoci un mondo. Ogni tanto facevo qualche capatina nel Paradiso insegnando come mio solito e lì conobbi anche quel noioso di Raffaele e quel simpaticone canterino di Gabriele.
Quando quel fetuso di Bental giunse fino a loro, difesi la casa del mio amico: gli detti una schicchera cosmica nel sedere che non si scordò mai.

Nessuno lo fece, visto che nacquero milioni di storie per prenderlo in giro.
Se vi aspettavate uno scontro epico contro quel tipo vi sbagliavate: io sono io, sono forte. Secondo voi quanto poteva durare lo scontro? Siamo seri e le mie cronache non sono shonen!
Fatto sta che dopo quell'episodio nessuno sentì più parlare di Bental. Vi lascerò immaginare voi la sua fine, dandovi alcune opzioni che troverete nel quiz a fine capitolo.
Infine, arrivò la Grande Guerra, quella contro i miei fratelli, che portò alla quasi estinzione di tutto ciò che esisteva. Io, Michele e molti altri combattemmo fianco a fianco per fermare quella follia e quando tutto finì non eravamo più gli stessi... Come già sapete, mi legai a ciò che restava per risanarla, diventando di fatto il Guardiano dell'Omniverso. Ma Michele? Beh, lui fu l'unico vero superstite della sua famiglia, che poi riportai in vita. Per lui fu demoralizzante: era talmente debole e danneggiato che dovetti fonderlo con una sua versione minore che era da poco nata nel neonato omniverso. Anche se allora "omni" era davvero un'esagerazione, visto quanto era piccolo il tutto.
Ancora una volta leggete l'altra mia storia per capire cosa intendo con "versione minore". Per farla breve, le regole divine si alterarono e da allora, alla nascita di ogni universo, mega o altro, nascono anche le loro versioni della creazione ecc. ecc. I vincitori della prima guerra eonica e anche delle successive, decretano sempre quanti mondi avranno delle loro piccole copie, compresa la casa di Michele. Ecco perché ora come ora abbiamo tanti Micheli in giro, ma solo uno è il Prime, solo uno è il mio amico.
Evidentemente a lui piace fondersi con se stesso, perché continua a farlo ancora oggi, con i sé che sono sostanzialmente simili a lui, come quello del Mega dove si svolgono le storie di Son Michael. Ecco perché Sayman aveva detto che l'Arcangelo è un pg condiviso, ma allo stesso tempo non lo è.
Ma non dirò altro, perché se Sayman deve spiegare ancora una volta come funziona la gerarchia divina, questa volta fa una strage. XD
Io e Michele siamo amici ancora oggi, e molto spesso passiamo il tempo ad osservarvi e giudicarvi, come Cersei fa dal suo balcone.

Ok, capitolo finito... ah no, aspettate! Il capitolo si chiama La Spada di Giobbe! Cavolo, ho divagato fino ad ora, potevate avvertirmi, no? Vabbè... godetevi questa piccola ma simpatica avventura allora.
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Giobbe era fragile: piccolo, dalla forma cubica, con sottili tentacoli che gli permettevano a malapena di trascinarsi avanti.

Era un Calabrariano, una razza aliena di Calabrian, un mondo semidesertico con due soli e svariate lune. All'epoca, questo mondo era ancora all'età della pietra, quando venne attaccato dagli Epsiomonti, esseri alieni il cui aspetto d'acciaio, grosso, grottesco e armato incuteva paura e terrore ai poveri indigeni, che non poterono fare altro se non fuggire e nascondersi nelle loro tane sotterranee.
La fuga però risultò impossibile, perché gli invasori dal cielo avevano delle magie per scovare i loro nascondigli. Quel mondo primitivo e indifeso, dove già le condizioni di vita erano irte e crudeli per via della natura stessa, cadde sotto il pesante acciaio nemico, finendo ben presto in schiavitù.
Giobbe fu uno dei pochi a sfuggire alla cattura, ma non per bravura, abilità o potenza: per codardia. Al posto di aiutare il fratello, che si era eroicamente frapposto tra lui e gli aggressori per salvargli la vita, era scappato senza guardarsi indietro. Corse e scavò sotto terra per giorni, settimane, mesi, tanto che alla fine i tentacoli gli sanguinavano per lo sforzo e il suo occhio era arrossato e incrostato per il pianto, la paura e le notti insonni. A un certo punto, giunto nei remoti meandri sotto il Monte della Gloria — che di glorioso aveva davvero poco, solo un'irta punta costeggiata di cartilagini maciullate — si accasciò a terra con la vista che si appannava poco a poco.
Poco più in là, su un pendio vicino, apparvero dal nulla, con un alone luminoso ed etereo, due persone. Un uomo alto, con gli occhi che sembravano due pozzi cosmici ma benevoli, sorriso da insegnante e capelli castani, corti e ben curati. Indossava una tonaca bianca che lo faceva sembrare un filosofo greco. Con lui, più giovanile, smagliante e biondo, vi era un ragazzo fiero nella sua armatura dorata, con un mantello rosso acceso. La cosa più sorprendente erano le sue due maestose e candide ali bianche. Il biondo si guardò confuso intorno, poi guardò quasi spazientito l'uomo davanti a lui.
<< Dove siamo? >> gli chiese, mentre osservava quasi con malinconia l'ambiente attorno a loro. Questi mondi così ostici gli facevano sempre tristezza: erano così... scarni, privi di vita e quella che vi era doveva lottare con fatica per sopravvivere. Inoltre... gli ricordavano anche l'Inferno e le numerose e sanguinose battaglie che vi aveva combattuto nel corso degli eoni.
<< Da Giobbe, ovviamente >> gli rispose l'altro, con la sua solita aria contemplativa.
<< Fratello, ti rendi conto che questa non è la Terra, vero? >> chiese mentre allargava le mani per mostrare i dintorni. << Magari ormai sei senile e non ti ricordi bene, ma Giobbe è umano >>.
<< Ah... tu volevi andare a incontrare quel Giobbe! >> gli sorrise scherzoso l'altro. << Dovevi essere più specifico, Michele >>.
L'Arcangelo lo osservò irritato, sapendo bene che il Guardiano dell'Omniverso sapeva fin da subito quale Giobbe volesse incontrare. Vi erano delle volte in cui avere a che fare con Enoch era come avere a che fare con un bambino troppo cresciuto, altre volte invece con un vecchio nostalgico che mostrava la sua età. Era un tipo assurdo.
<< Ma secondo te no... >> si indicò spazientito. << Sono un Arcangelo del Signore, secondo te quale Giobbe devo incontrare? >>
<< Il Signore è il Dio di tutto o no? >> gli chiese, per poi sorridere. << Beh, in realtà no >>.
<< Senti... ecco... >> sbuffò il biondo. << Dai, muoviamoci che ho da fare: un serafino ha quasi squagliato l'Antartide un'altra volta e adesso devo fargli rapporto. Perché il Paradiso è diventato così burocratico? Non lo era in passato... >>
Il castano si limitò a indicare uno strano blob con tentacoli, che sembrava assai sofferente.
<< Lui è Giobbe e necessita del nostro aiuto. Tutto il suo mondo lo fa, quindi pensavo... >> si prese il mento con le dita. << Perché non gli regali una delle tue spade fiammeggianti? Ormai ne hai a milioni, tue e dei te che hai inglobato >>.
<< Non sono così tante, su >> si difese, e in tutta risposta gli balenò in mente l'immagine di un bellissimo magazzino celestiale che straripava di spade infuocate e simili.

<< Dicevi? >> lo prese in giro Enoch e Michele sbuffò. << Dovresti fare un po' di ordine >>.
Con uno sbuffo, Michele allungò la mano destra verso la visione e afferrò una delle tante spade con fare solenne. Poi, con un salto, planò verso il povero mortale e, nel mentre, la sua figura tremolò leggermente, diventando simile a quella degli abitanti di quel pianeta, fatta eccezione per le due ali che erano rimaste. In quell'aspetto era buffo, quasi ridicolo: sembrava un boss di un vecchio videogioco fantasy.

Quando Giobbe si vide arrivare questo strano tizio alato, credette che ormai la sua sanità mentale fosse andata a farsi friggere. Sì, era impazzito ed era in preda alle visioni, non vi era alcun dubbio. Quantomeno era una bella visione: l'essere emanava bontà e calore, e Giobbe sentiva che in sua presenza tutto sarebbe andato bene.
Quando l'essere allungò il tentacolo che brandiva la spada verso di lui, Giobbe non esitò: sapeva che era la cosa giusta, sapeva che avrebbe vendicato il fratello ed espiato la sua codardia. Una volta presa, si sentì rinnovato, trasformato, più grande e maestoso, pronto per le sfide che il fato gli avrebbe messo davanti.
Tornato con un lampo di luce e nel suo aspetto biondo accanto a Enoch, Michele sospirò: << Contento? >>
<< Molto >> rispose il castano, indicando verso l'orizzonte, dove si poteva vedere una tempesta di sabbia avanzare verso di loro. I due però sapevano che quella non era un fenomeno naturale, ma un esercito di veicoli pesantemente corazzati che sollevavano una cortina di sabbia e terra alta diversi metri. Quando furono più vicini si poté sentire il rumore dei motori e dei cingolati, accompagnato dalle urla grottesche dei loro piloti. Sebbene non ancora visibili, si percepiva anche il ronzio di eliche: segno che il nemico dominava sia la terra che i cieli.
Una volta visibili, le macchine si rivelarono in tutta la loro brutalità: enormi bestioni metallici, simili a carri d'assalto ma più rozzi e primitivi, con corazze saldate alla meglio e spuntoni d'acciaio che sporgevano da ogni lato. I cingoli erano larghi e irregolari, costruiti per macinare roccia, carne e ossa senza distinzione. Sul retro di alcuni veicoli si vedevano turbine arrugginite che sputavano fumo nero, mentre altri avevano eliche laterali che li sollevavano a pochi metri da terra, facendoli vibrare come insetti meccanici impazziti.
I piloti non erano da meno: creature d'acciaio e carne fusa insieme, con maschere saldate direttamente sul volto, occhi luminosi e privi di pupille, e braccia rinforzate da placche metalliche. Alcuni brandivano lance elettrificate, altri armi da fuoco primitive ma devastanti, altri ancora si limitavano a urlare come forsennati, appesi ai lati dei veicoli come parassiti bellici. Ogni loro movimento era accompagnato da cigolii, scatti idraulici e un odore acre di olio bruciato.
Erano l'incarnazione perfetta del caos industriale: un'orda che avanzava come una tempesta vivente, pronta a schiacciare tutto ciò che incontrava.
Con un singolo fendente, intriso di rabbia e fiamme, Giobbe distrusse il nemico con un colpo solo. Chi era sopravvissuto alla decapitazione istantanea si ritrovò urlante e agonizzante in un mare di fuoco.

<< Vai, Super Giobbe!! >> lo incitò il Guardiano dell'Omniverso.
C'era chi urlava in giro a caso, chi pregava divinità dimenticate, chi usciva dai propri cingolati, e chi invece proprio dalla loro armatura, rivelando una scena stranamente tenera. Gli Epsiomonti apparivano... dolciosi. Il loro aspetto era inversamente proporzionale alla loro indole oscura e devastatrice di mondi: sembravano teneri, pelosetti, con tanti colori diversi, tanto da sembrare peluche morenti.

Le due entità si trattennero dal correre a spupazzarseli, Michele in primis, che provava pena per quelle povere anime sofferenti. Erano invasori, sì, ma non per questo non poteva provare empatia per loro. Con un cenno, quasi un desiderio, pose fine alle sofferenze dei restanti, poi osservò il suo fratellone, che non sembrava turbato come lui.
Essere il Guardiano dell'Omniverso lo aveva reso non apatico, ma più freddo verso certe cose. Beh, almeno esteriormente, perché l'Arcangelo sapeva bene che il fratello non gioiva delle morti.
<< Vado a riprendermi la spada... >> sospirò Michele, avviandosi, ma fu fermato dall'altro, che gli mise una mano sulla spalla.
<< Non è ancora il momento >> disse con tono solenne. << Giobbe userà quel potere per scacciare gli oppressori e diventare il nuovo messia di questo mondo. Tutti lo osanneranno, lo renderanno un re, lo glorificheranno davanti agli dei. Prenderà molti compagni — sai, loro non sono divisi in maschi e femmine, ma hanno quattro sessi distinti — e la sua discendenza governerà con mano ferma il mondo >>.
A Michele, l'ultima parte non piacque affatto. << Aspetta... useranno la mia spada, il potere del cielo, per diventare dei dittatori? >>
<< Non li chiamerei proprio dittatori, ma... >>
<< Fratello! >> lo ammonì. << Capisco che magari tutto questo è scritto nel grande disegno, nel destino, o come ti piace chiamarlo, e quindi è tuo compito preservarlo... ma dovevi per forza usare un'arma celeste? Una mia arma? >>
Michele sapeva che Enoch, per quanto fosse buono, non incarnava il bene, ma l'ordine. Come Guardiano dell'Omniverso aveva compiti ben diversi, più rigidi, che lo avevano alienato dal cosmo e reso diverso dalla gentile entità che aveva conosciuto. Non aveva ignorato il tifo di Enoch prima, come se stesse assistendo a una partita più che a un massacro reale. Michele sapeva anche che il fratellone vedeva le vite degli altri più come un reality che come qualcosa di concreto: le vedeva come storie, dove il male, il bene e tutto il resto si alternavano per rendere la trama più avvincente. Sì, c'erano momenti in cui interveniva e quando lo faceva era per aiutare o fare amicizia.
<< Odio il mio ruolo e in ciò che mi ha trasformato, lo sai fratellino... >> sospirò Enoch ricordando a Michele l'altra faccia della medaglia del carattere del damerino cosmico: quella fin troppo umana. Se da una parte era l'essere secondo solo al Primario, al di sopra di tutti e delle questioni umane, dall'altra era più umano degli stessi umani: si innamorava, faceva amicizia, insegnava e trattava tutti i suoi allievi con gentilezza e calore. Questo era ciò che la maggior parte dei mortali vedeva di lui. Solo se si era cosmici e celestiali lo si poteva vedere per intero e Michele, in quanto suo più vecchio amico, lo conosceva meglio di chiunque altro.
Con un sorriso, deciso a pensare a cose più positive — visto che Enoch sembrava già sul punto di deprimersi — decise di andare in uno dei momenti storici a lui più cari: la Nascita di Gesù.

Arrivarono in silenzio, senza clamore, davanti a una grotta semplice, scavata nella roccia, illuminata da una stella che non apparteneva a nessun sistema conosciuto. Era una luce antica, che sapeva di promessa.
<< È qui >> disse Michele, con un sorriso che non mostrava solo gioia, ma anche una profonda nostalgia.
Dentro, la scena era umile e perfetta: Maria teneva in braccio il bambino, Giuseppe le era accanto, e intorno a loro vi erano animali, pastori, e un silenzio che parlava più di mille inni.
Enoch si avvicinò, osservando il piccolo con occhi che nessun mortale avrebbe potuto comprendere. Vide in lui tutte le versioni, tutte le possibilità, tutte le croci e tutte le resurrezioni.
<< Eppure... >> sussurrò. << Ogni volta è diverso. Ogni volta è uguale >>.
Michele si inginocchiò, non per dovere, ma per amore. Era il suo momento preferito, quello che lo riportava sempre al centro di tutto.
<< Buon Natale, fratello >> disse.
<< Buon Natale, Michele >> rispose Enoch, mentre la stella brillava più forte, come se avesse appena sentito il suo nome.