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Un giorno d'estate, io incontrai il mio Sposo.
«Yoko, non ti allontanare troppo, tra poco si cena!»
«Certo, mamma, non preoccuparti!»
Yoko, una ragazzina di circa dieci anni con le lunghe trecce castane, una salopette sopra la t-shirt bianca e le scarpe da ginnastica, diede un bacio alla madre e scappò via, correndo tra i campi. Era un limpido pomeriggio d'estate e le vacanze erano al loro culmine. Per l'occasione, la famiglia aveva scelto un residence immerso nella natura; tra i fiori, le foglie verdi e i piccoli animali del bosco, soffiava una brezza fresca dal profumo pulito.
Il sole stava calando, tingendo il cielo di sfumature rosa e dorate. Fu proprio in quel momento, tra gli alberelli di clerodendro che separavano il giardino dal bosco fitto, che i suoi occhi color miele incrociarono uno sconosciuto. Era un bambino della sua stessa età, fermo con le braccia strette al petto e lo sguardo rivolto a terra.
All'improvviso il vento soffiò più forte, sollevandole le trecce. Il ragazzino alzò gli occhi: aveva lunghi capelli color acquamarina e iridi azzurre come le pozze d'acqua della sorgente più pura. La sua carnagione era così pallida e ultraterrena che Yoko si stupì che potesse esporsi alla luce del sole — persino a quella fievole del tramonto — senza bruciare all'istante.
Il bambino aveva l'aria malinconica. Dopo averla osservata per qualche istante, tornò a fissare il vuoto a terra.
«Ciao!» esclamò lei, avvicinandosi incuriosita.
«Ciao...» rispose lui, con tono mogio.
«Che fai qui tutto da solo?»
«Niente.»
Yoko lo osservò meglio e solo allora notò che aveva le ginocchia sbucciate. Si sedette accanto a lui, accennando un lieve sorriso. «Sei caduto?»
Il bambino rimase in silenzio.
Yoko si strinse le gambe al petto e volse lo sguardo all'orizzonte. Da quell'altura si dominava l'intera vallata fino al mare, dove il sole stava lentamente scomparendo, inghiottito dalle acque profonde.
«Sai, una volta sono caduta anche io e mi sono rotta due denti. Veniva giù così tanto sangue che ho fatto prendere un colpo persino a mia sorella maggiore, è scappata via spaventata!»
Lui continuò a non rispondere.
«E un'altra volta sono volata dalla bici e mi sono tagliata il sopracciglio... vedi? Se guardi da vicino, c'è ancora il segno.»
Yoko si sporse verso di lui, indicando con l'indice l'arcata sopraccigliare destra, dove si distingueva una sottile linea di pelle più chiara rispetto al resto del viso.
Il ragazzino sollevò di nuovo lo sguardo. Fu in quel preciso istante che Yoko rimase sorpresa, rendendosi conto che non si trattava di un essere umano: le sue pupille erano fessure verticali.
«Ma sei... uno ayakashi?»
Il bambino si rannicchiò ancora di più, quasi volesse scomparire.
«Perché non ti curi le ferite? Credevo che voi sapeste farlo.»
«Io non sono ancora capace» ammise lui a bassa voce, tradendo una nota di vergogna.
«Ti fa male?»
Il ragazzino annuì in silenzio.
Yoko si rialzò e gli porse la mano, regalandogli un sorriso rassicurante. «Vieni con me allora, la mia casa è vicinissima. La mia mamma saprà come aiutarti.»
Il piccolo la guardò con diffidenza, ma quella sconosciuta sprizzava calore e ispirava un'istintiva fiducia. Sebbene ancora titubante, alla fine tese il braccio e, stringendo la mano di lei, si lasciò guidare.
La signora Otose aveva appena sfornato un pasticcio di carne per la cena. Dalla finestra sopra il lavello filtrava la luce calda del sole morente, mentre una piacevole brezza serale rinfrescava la cucina.
Sentendo bussare, la donna si voltò e scorse la sagoma della figlia minore, Yoko, oltre la zanzariera. Sorridendo, si asciugò le mani nel grembiule e andò ad aprirle.
«Mamma, devi aiutare questo bambino, si è sbucciato le ginocchia!»
Colta alla sprovvista, la signora Otose fece un passo indietro, ma recuperò subito il controllo e annuì.
«Certamente, fallo entrare.»
Si aspettava un ragazzino del posto, un umano qualunque. Quando però Yoko si fece da parte, rivelando un bambino della sua stessa altezza che indossava abiti di sartoria e scarpe da ginnastica dell'ultimo modello di un marchio di lusso, il cuore le balzò in petto. Non appena lo sguardo della donna incrociò quelle pupille a fessura, ogni dubbio svanì.
«Yoko...» sussurrò la madre, sbiancando in viso. «Hai la minima idea di chi tu abbia portato in casa?»
La ragazzina inclinò la testa di lato, confusa. «Un mio amico.»
«Sciocca!» esclamò la donna a bassa voce, presa dal panico. «È uno dei grandi ayakashi, lo staranno di certo cercando! E se i suoi custodi pensassero a un rapimento?»
Yoko assistette sbigottita alla scena: sua madre aveva iniziato a profondersi in ossequiosi inchini davanti al ragazzino ospite. «Vi prego di perdonare l'imprudenza di mia figlia, giovane signore, è solo una bambina e non vi ha riconosciuto.»
Il piccolo agitò subito le mani per frenarla, sfoggiando un sorriso imbarazzato. «S-signora, vi prego, non c'è bisogno... non arrabbiatevi con lei. Anzi, sono felice di averla incontrata, perché... ecco...» Si sollevò l'orlo dei pantaloncini per mostrare le gambe. Camminando, alcune ferite si erano riaperte, lasciando colare freschi rivoli di sangue.
La signora Otose, i cui occhi color miele erano identici a quelli della figlia, lo fissò sbigottita.
«Mamma, ha bisogno di acqua ossigenata e cerotti, non dei tuoi inchini!» sbottò Yoko, stringendo i pugni indispettita.
Richiamata al dovere da quel tono fermo, la madre non se lo fece ripetere due volte e corse verso il bagno a prendere la cassetta del pronto soccorso.
Nel frattempo, Yoko accompagnò il bambino al tavolo e gli scostò la sedia per farlo accomodare. Al centro della pedana di legno troneggiava il pasticcio appena sfornato, lasciato a intiepidire. Il profumo delizioso raggiunse le narici di entrambi, facendo loro venire l'acquolina in bocca.
Il ragazzino tese subito la mano per staccarne un pezzetto, ma Yoko fu più veloce e gli schiaffeggiò il dorso della mano. «Fermo lì! Questa è la cena.»
«Ma ha un aspetto invitante!» protestò lui.
«E me lo hai chiesto almeno per favore? Non mi pare proprio. Non sei a casa tua, sai?»
«Chiedere il permesso?» Per il bambino quel concetto sembrava del tutto assurdo. «Io, quando voglio una cosa, mi limito a ordinarla e mi viene portata.»
Yoko si piantò le mani sui fianchi e sgonfiò le guance indispettita. «Beh, qui le regole sono diverse.»
Il piccolo sbatté le palpebre, interdetto.
In quel momento la signora Otose rientrò nella stanza con il necessario per la medicazione. Si inginocchiò davanti a lui e, imbevuto un batuffolo di disinfettante, cominciò a tamponare delicatamente i graffi. Il bambino strinse forte gli occhi, cercando di trattenere una smorfia per il bruciore.
«Forza, resisti! Fai l'uomo!» lo spronò Yoko.
«Non ho mai dovuto tenermi dei tagli così a lungo... non ci sono abituato» mormorò lui a denti stretti.
«E allora guarda qui!»
Per distrarlo dal dolore, Yoko cominciò a fargli le boccacce: incrociò gli occhi, tirò fuori la lingua e si storciò il viso in mille modi buffi. Era uno spettacolo così comico che il ragazzino, dopo aver tentato invano di trattenersi gonfiando le guance, scoppiò in una risata cristallina.
Yoko ricambiò con un sorriso a trentadue denti, mostrando fiera i due spazi vuoti nell'arcata superiore dove i denti nuovi stavano spuntando.
«Ecco fatto, finito» annunciò la madre, dopo aver applicato due cerotti su entrambe le ginocchia.
Il piccolo rimase sorpreso; d'un tratto non sentiva più nulla. «G-grazie, signora.»
«Oh, non c'è di che, caro, figurati» rispose lei con un gesto affabile della mano.
Il bambino si strinse nelle spalle, poi di nuovo l'odore del pasticcio gli arrivò dritto alle narici. Si voltò verso la madre di Yoko e chiese: «Ecco... potrei averne un pezzo... per favore?»
Guardò poi Yoko, la quale fece un cenno di approvazione compiaciuta.
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«Yamato, hai trovato mio figlio?» domandò una voce attraverso il cellulare, tradendo una leggera irritazione, seppur mantenendo un tono composto.
L'uomo alto dai capelli azzurri lunghi fino alle spalle e gli occhi acquamarina sfiorò l'auricolare all'orecchio sinistro e annuì. Aveva un viso giovane e lineamenti d'angelo, con una pelle liscia e priva di qualunque imperfezione. Indossava un completo nero di alta sartoria dal taglio impeccabile.
«Sì, mio signore, l'ho individuato. Si trova nel giardino di una proprietà privata e sta giocando con una bambina umana.»
«Una bambina umana?»
«Sì, mio signore. Vado subito a recuperarlo, saremo di ritorno a breve.»
«Molto bene, vi aspettiamo allora.»
Non appena Yamato interruppe la comunicazione premendo il tasto dell'auricolare, si diresse a passo calmo e misurato lungo il prato.
«Ryu, prendi questa se ci riesci!» esclamò Yoko, scagliando il pallone con una schiacciata vigorosa.
«Certo che ci riesco!» ribatté Ryu, intercettando la palla con un bagher perfetto. «Ho i sensi super sviluppati, io!»
«Ma così non vale, non puoi usare i tuoi poteri da demone!»
«Ahahah, non mi servono, sono comunque più forte di te!»
Con i visi accaldati, i vestiti spiegazzati e macchiati d'erba, e gli angoli della bocca ancora unti di pasticcio di carne, Yoko e Ryu continuavano a rincorrersi e a ridere a crepapelle, come due bambini qualunque. Il sole era ormai tramontato del tutto e in cielo cominciavano a fare capolino le prime stelle. La brezza serale era fresca, ma la luce dei lampioni e delle lanterne ornamentali sparse per il prato bastava a illuminare i loro giochi, e nessuno dei due aveva la minima intenzione di smettere.
«Giovane signore, è tempo di rientrare.»
Ryu si bloccò all'istante. Voltandosi verso il muretto di cinta, scorse la figura slanciata di Yamato, il suo maggiordomo e guardia del corpo.
«Uffa, dobbiamo proprio? Mi stavo divertendo così tanto!» protestò il piccolo.
«Vostro padre esige il Vostro ritorno alla dimora. Sapete bene che non posso disobbedire ai suoi comandi, così come non posso fare eccezioni per Voi, se l'ordine proviene direttamente da lui.»
Ryu chinò la testa, lasciandosi sfuggire un sospiro abbattuto. «Che ingiustizia...»
«Devi già andare?» domandò Yoko, stringendo il pallone al petto mentre lo fissava dispiaciuta.
Il ragazzino annuì, ma un istante dopo i suoi occhi acquamarina tornarono a brillare. «Tu per quanto tempo rimarrai in questo residence?»
«Fino alla fine delle vacanze!» rispose lei.
«Anche io! Allora domani continuiamo il gioco, d'accordo?»
La tristezza di Yoko svanì in un lampo e la bambina cominciò a saltellare entusiasta sul prato. «Sì, bellissimo! Allora ti aspetto qui domani!»
Ryu varcò il cancelletto di legno e raggiunse Yamato, afferrandogli la mano con insistenza. «Domani mi riaccompagnerai qui, vero?»
L'uomo in nero abbassò lo sguardo sul bambino, poi lo volse verso la ragazzina. Si limitò a scrollare le spalle, accennando un sorriso enigmatico. «Vedremo cosa ne penserà Vostro padre al riguardo, signorino.»
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Il padre di Ryu rimase sorpreso nel constatare con quanta insistenza il figlio desiderasse tornare da quella bambina umana conosciuta appena la sera prima. Tuttavia, dato che nei paraggi non c'erano altri coetanei — e men che meno qualcuno che stimolasse il suo interesse o appartenesse al suo stesso rango — pur di non farlo annoiare e vederlo sbuffare per tutto il giorno, alla fine acconsentì.
Non appena Ryu e Yoko si rividero, si corsero incontro come se si conoscessero da una vita. Cominciarono a giocare sotto lo sguardo vigile e inflessibile di Yamato il quale, dopo la fuga improvvisata del ragazzino il giorno precedente, si era ripromesso di non perdere di vista il padroncino nemmeno per un secondo.
Trascorrendo le giornate insieme, i due bambini scoprirono di avere moltissimo in comune: provenivano entrambi da Tokyo, adoravano gli stessi anime e manga e persino in fatto di gelati avevano gli stessi identici gusti.
Yoko apprese così che Ryu apparteneva alla prestigiosa casata dei Draghi dell'Acqua, e che il suo nome completo era Ryūjin Kishinryū. I clan dei draghi erano tra i più ricchi e influenti del Paese, suddivisi in base ai cinque elementi fondamentali: Terra, Fuoco, Acqua, Aria e Spirito. Quest'ultimo deteneva il primato spirituale, ma tutti e cinque collaboravano per preservare l'equilibrio mistico del mondo.
La famiglia di Yoko, al contrario, conduceva un'esistenza decisamente più ordinaria, per quanto agiata rispetto agli standard umani. Suo padre ricopriva un ruolo manageriale in una multinazionale, mentre la madre lavorava in Comune; grazie ai loro sforzi, Yoko e la sorella maggiore, Mizumi, potevano godere di un'ottima istruzione e di una vita serena.
«Ryu, senti un po'... ma tu sei capace di scatenare onde gigantesche?» gli domandò un pomeriggio Yoko mentre passeggiavano sul lungomare, sollevando le braccia al cielo con enfasi.
«Io no, ma credo che mio padre ci riuscirebbe senza problemi. Anche se non ne ha alcun motivo.»
«E sai sputare proiettili d'acqua ad altissima velocità?»
«Non ci ho mai provato.»
«E sai cavalcare le onde o parlare con i pesci e le altre creature marine?»
«Nemmeno questo. Alla fine, io vivo in piena città.»
«E Idropompa?»
Ryu la squadrò interdetto, lasciando cadere una spallina. Cominciò seriamente a domandarsi se la sua nuova amica non lo stesse scambiando per una di quelle creature tascabili da collezione dei videogiochi.
All'improvviso Yoko gli si parò davanti, afferrandolo per le spalle con gli occhi che brillavano di entusiasmo. «E dimmi, Ryu... tu sai trasformarti in un vero drago marino? Dico sul serio, un drago vero con tanto di baffi lunghi e cresta!»
Il ragazzino si morse il labbro inferiore, esitando prima di annuire. «Ti riferisci alla nostra forma originaria.»
Le iridi di Yoko si illuminarono a giorno. «Davvero?! Oh, ti prego, me la fai vedere?»
Ryu fece un passo indietro, visibilmente combattuto. «Ma potrei spaventarti a morte! A noi è proibito mostrarla agli umani.»
«Spaventarmi per così poco? Tzè! Io vado a dormire da sola e a luci spente!» replicò lei fiera, sollevando il mento con aria di sfida.
Ryu continuava a scrutarla, incerto. Gettò uno sguardo fulmineo alle proprie spalle: Yamato si trovava ad alcune centinaia di metri di distanza; li sorvegliava, sì, ma cercava di non risultare troppo invadente.
Tornò a concentrarsi su Yoko, che lo fissava con i suoi grandi occhi color miele carichi di una febbrile e adorabile aspettativa.
Alla fine il piccolo ayakashi cedette, esalando un profondo sospiro. «E va bene. Però se ti metti a piangere dalla paura, non venire a lamentarti con me!»
Si incamminò verso la riva, fermandosi dove la spuma delle onde moriva sulla sabbia umida. Dietro di lui, i riflessi dorati del crepuscolo incendiarono l'orizzonte, avvolgendo la sua figura in un'aura divina e spettrale.
Yoko rimase a bocca aperta, immobile, mentre la magia prendeva vita.
A distanza, Yamato percepì l'improvvisa e violenta fluttuazione della pressione spirituale. Allarmato, scattò in avanti nel tentativo di bloccare il padroncino, ma i metri che li separavano erano troppi e il prodigio si consumò in un battito di ciglia.
L'acqua del mare risalì lungo le gambe di Ryu, mentre il suo corpo veniva investito da scariche di energia azzurrina. Le sue iridi blu si dilatarono fino a fagocitare la sclera, rendendo lo sguardo immenso e ferino. I lineamenti del viso si allungarono in avanti, sottili baffi sinuosi spuntarono ai lati della bocca e le branchie si spiegarono attorno al capo, erigendosi come una maestosa corolla regale. Una fitta coltre di squame cerulee e iridescenti gli ricoprì la pelle, mentre la struttura ossea si faceva più robusta e massiccia. Non c'era più traccia del bimbo aggraziato di prima; al suo posto si ergeva una creatura predatrice, che conservava soltanto una vaga parvenza antropomorfa.
Tutt'intorno, il mare ribolliva in segno di sottomissione.
«Questa è solo la mia forma parziale... quella completa...»
«Signorino! Ma cosa vi salta in mente?!» tuonò Yamato, raggiungendolo e afferrandolo bruscamente per le spalle. Sul suo volto solitamente composto si leggeva il panico puro. «Vi siete mutato davanti a un'umana! Vostro padre mi farà giustiziare!»
Il maggiordomo lo scosse, mentre Ryu chinava il capo, colto da un forte senso di colpa per la propria imprudenza.
«Ora la vostra amichetta scapperà a gambe levate terrorizzata. Siete soddisfatto?»
«Ma è una figata pazzescaaaa!» la voce squillante di Yoko interruppe il rimprovero.
I due ayakashi si voltarono, sbigottiti. La bambina non mostrava il minimo segno di paura; al contrario, le sue iridi sembravano letteralmente scoppiare di pura ammirazione.
«E hai detto che questa è solo la forma parziale? Cioè, in quella completa diventi un drago vero e proprio?» domandò lei estasiata.
Ryu si limitò ad annuire, sbalordito.
«Ma è stupendo! Ti prego, trasformati del tutto! Voglio salirti in groppa e volare sul mare!»
«Non se ne parla nella maniera più assoluta!» ringhiò Yamato, che a quel punto aveva un diavolo per cappello.
Yoko ignorò il maggiordomo e corse incontro all'amico per studiarlo nei minimi dettagli. Attorno al corpo mutato di Ryu, l'energia acquatica era così densa da condensarsi in soffici volute di vapore che fluttuavano nell'aria.
«Posso toccarti?» domandò, al colmo della curiosità.
Ryu lanciò un'occhiata a Yamato, che lo trafiggeva con uno sguardo omicida, ma l'espressione supplichevole e magnetica di Yoko vinse ogni sua resistenza. Tese le mani verso di lei. La bambina le afferrò e, con delicatezza, cominciò a far scivolare i pollici sulle squame lucide.
«Sembra quasi di accarezzare un pesce, eheh!» commentò divertita.
«La nostra pelle è fatta appositamente per fendere le correnti oceaniche senza alcun attrito» spiegò lui, rinfrancato.
Yoko spostò la mano destra, sfiorando con il palmo delle branchie, le cui estremità sagomate ricordavano piccoli artigli. «Però, queste pungono sul serio!»
«Siamo predatori all'apice della catena alimentare» concluse il piccolo drago, fiero. «Ogni parte del nostro corpo nasce per essere un'arma.»
«Ah, bene! Se ti presentassi così a quelle antipatiche che mi tirano le trecce a scuola, voglio vedere se avranno ancora il coraggio di fare le smorfiose!»
Yamato, nell'udire quella frase, si soffermò particolarmente sullo sguardo del bambino; forse si aspettava una reazione diversa, perché corrugò la fronte quando lui scosse il capo. «Se lo faccio, mio padre mi riempirà di sculacciate finché non sarò adulto. Se quelle bambine ti infastidiscono, devi dirlo alla maestra.»
La bambina portò le mani dietro la schiena e fece il broncio. «Ci proverò.»
«Signorino, per favore, dico sul serio. Torni al suo solito aspetto, lei sta violando un mucchio di leggi in questo momento.»
Ryu sollevò lo sguardo ancora mutato sul volto di Yamato, la cui fronte era solcata da una vena di nervosismo, e poi sospirò. «Va bene, scusami per averti fatto preoccupare.»
Ryu rilassò le spalle e la mutazione si ritirò, piegandosi su sé stessa e svanendo. Il ragazzino era rimasto bagnato, con i lunghi capelli blu appiccicati attorno al viso, e i suoi occhi, reduci da quello sforzo, sembravano ancora più luminosi.
«Signorino, si è fatto tardi. Domani dobbiamo ripartire e credo di aver capito che questo valga anche per la sua amica.»
«Sì, è vero» sospirò il ragazzino.
«Scambiamoci gli indirizzi!» esclamò allora Yoko, illuminandosi in volto. «Non perdiamoci di vista! Abitiamo nella stessa città, quindi possiamo continuare a essere amici.»
Gli occhi di Ryu si riempirono di gioia. «Ma... ma è vero! Perché non ci ho pensato prima?» La prese per le spalle, raggiante. «Ho l'ultimo modello di console, quando verrai a casa mia ci giocheremo, va bene?»
Yoko contraccambiò l'entusiasmo. «Va benissimo! E invece da me leggeremo le ultime uscite dei manga!»
«Sì!» esclamarono all'unisono.
Yamato non disse nulla, rimanendo composto, ma il suo sguardo sembrava impensierito.
Dopo aver riaccompagnato Yoko a casa, i due bambini si salutarono con immenso entusiasmo, scambiandosi la promessa solenne di rivedersi al più presto.
Ultimati i preparativi e caricati i bagagli, Ryu e suo padre salirono sulla lussuosa ammiraglia nera guidata da Yamato, pronti a fare ritorno alla loro sfarzosa residenza cittadina. Per tutto il viaggio, il piccolo non fece altro che riempire l'auto di racconti sulle giornate trascorse con Yoko: i giochi all'aperto, le corse a perdifiato, le avventure nel bosco. Quelle vacanze estive erano state un vero spasso, e adesso non vedeva l'ora di riabbracciare la sua nuova amica a Tokyo per mantenere le promesse che si erano fatti.
«Ryu, ascoltami. Desidero porti una domanda a proposito della tua amichetta umana» interruppe il padre. Era un uomo dall'aspetto austero e distinto, con lunghi capelli argentei, due lunghi baffi dello stesso colore e le medesime iridi acquamarina del figlio. Da sotto le folte sopracciglia, studiò il bambino con un'espressione enigmatica; Ryu ricambiò lo sguardo, palesando una smorfia confusa e curiosa. «Dimmi... quando l'hai vista per la prima volta, cosa hai avvertito dentro di te?»
«Mhm... in che senso, papà?»
«Hai forse visto un fulgore accecante avvolgere la sua figura? Hai scorto l'universo intero nei suoi occhi, come se lei ne fosse il centro assoluto?»
Ryu si grattò la nuca, perplesso. «No, niente del genere.»
«Non provi un trasporto profondo verso di lei? Non senti l'impulso viscerale di proteggerla, o di annichilire chiunque osi farle del male?»
Il ragazzino scosse la testa. «Beh, è una mia amica. Ovvio che se qualcuno provasse a picchiarla interverrei per difenderla, ma è quello che si fa per un amico, no?»
«Comprendo. Dunque... è soltanto un'amica» concluse l'uomo, con un vago tono di delusione.
«Sì! E il prossimo fine settimana abbiamo deciso che...»
«In tal caso, non è opportuno che tu continui a frequentarla» tagliò corto il genitore, algido. «Sarebbe soltanto una sterile distrazione.»
Il volto di Ryu si incupì all'istante, accendendosi di un vivo risentimento. «E perché mai? Cosa c'è di male? Con lei mi diverto tantissimo! Non si inchina continuamente come fanno tutti gli altri esseri umani, lei mi tratta come un suo pari!»
«Un suo pari?!» tuonò il padre, gli occhi che fiammeggiavano. «Ti tratta alla pari? Ma hai la minima nozione di ciò che sei tu, in confronto a lei? Quella creatura ti è inferiore. Gli unici umani degni di nota per la nostra stirpe sono le nostre Spose — che tua madre nei cieli sia sempre lodata. Tutti gli altri non sono che esemplari di una specie inferiore, che non meritano la minima considerazione.»
Ryu digrignò i denti, sopraffatto dalla frustrazione. «Lo so, me lo ripeti da sempre! E allora io ti dico che lei è un'umana speciale, va bene? È simpatica e non facciamo nulla di male. Se mi proibirai di vederla, smetterò di studiare, incrocerò le braccia e ti darò del filo da torcere finché non cambierai idea. Sono il tuo unico figlio ed erede, ricordatelo!»
Il signor Kishinryū avvertì un'improvvisa e violenta sferzata di pressione spirituale sprigionarsi dal corpo del ragazzino. Trattandosi ancora di un bambino, Ryu non possedeva il pieno controllo della propria energia energetica, ma quell'effluvio bastò a confermare al padre quale immenso e terrificante potere avrebbe sviluppato una volta giunto all'età adulta.
«Ti prego, concedile almeno una possibilità...» aggiunse Ryu, mitigando il tono e sfoderando due occhi supplichevoli.
L'uomo rimase in silenzio per qualche istante, ponderando. Suo figlio era cresciuto isolato, affidato alle cure dei precettori; i rari coetanei che frequentava appartenevano a rami cadetti del clan ed erano educati al servilismo più assoluto fin dalla culla, per via di un istinto ancestrale. Esistevano i figli delle famiglie alleate, certo, ma le occasioni di incontro erano minime, poiché ognuno era assorbito dai propri rigidi doveri di rango. Quella ragazzina di nome Yoko, per quanto insignificante, rappresentava la prima e unica vera amicizia nella vita del figlio.
Alla fine l'anziano drago esalò un lungo sospiro, scrollando le spalle. «E sia. Ti accorderò questo capriccio, se proprio ci tieni alla sua compagnia. Dopotutto, persino gli animali domestici sanno rivelarsi utili, di tanto in tanto.»
«Evviva! Grazie, papà!» esclamò Ryu, balzando sul sedile della vettura e sollevando i pugni al cielo in segno di trionfo.
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Le cose andarono esattamente così e, alla prima occasione utile, Yoko fu invitata nella sontuosa dimora del suo nuovo e facoltoso amico. La bambina rimase a bocca aperta per tutto il tempo, per lo stupore. Tanto da provare quasi dolore alla mascella a causa delle infinite meraviglie che si palesavano davanti ai suoi occhi.
Già il parco d'ingresso era un capolavoro di architettura paesaggistica, protetto da alte mura di cinta e sorvegliato a vista. Fontane ornate da sculture classiche sorgevano in ogni angolo, mentre al centro dominava una sontuosa villa settecentesca in pietra bianca, le cui vetrate istoriate riproducevano leggendarie creature degli abissi. Nell'atrio principale troneggiava una monumentale fontana di marmo a forma di drago acquatico e, in effetti, ogni singolo elemento d'arredo richiamava l'identità del clan. Persino le divise dei domestici erano di un elegante color azzurro polvere.
La stanza da letto di Ryu, poi, avrebbe scatenato l'invidia di qualunque bambino umano: uno spazio immenso, straripante di giocattoli d'ogni foggia, scaffali colmi di libri e un enorme schermo a parete per i videogiochi, di cui il piccolo possedeva ogni titolo esistente sul mercato.
Ryu si domandò seriamente se Yoko non appartenesse alla stirpe dei Son Goku, dato che la ragazzina cominciò a correre, saltare e arrampicarsi ovunque pur di esplorare ogni centimetro di quella stanza.
«È una figata pazzescaaa!» strillò la bambina, e la sua voce risuonò allegra lungo l'intero corridoio.
Poco dopo si piazzarono davanti alla console per sfidarsi a un frenetico gioco picchiaduro. Nel frattempo i domestici, che avevano ricevuto l'ordine tassativo di trattare la piccola umana con il massimo riguardo, servivano loro una squisita merenda.
Quella felice routine si protrasse per mesi. Poiché Ryu era l'erede di un casato illustre e costantemente spiato dai clan avversari, suo padre stabilì che fosse sempre Yoko a fare visita alla tenuta. Il capofamiglia esigeva assoluta riservatezza: non voleva che si diffondesse la voce che il suo unico successore spendesse il proprio tempo con un'umana comune, verso la quale non era scattato il mistico Istinto. Yoko non era la sua Sposa predestinata; era solo una ragazzina qualunque, priva di qualsivoglia utilità o prestigio sociale.
Tuttavia, lei possedeva il dono raro di restituire il sorriso a Ryu. Il piccolo, infatti, era sprofondato in una cupa malinconia fin dal giorno in cui la madre si era spenta improvvisamente a causa di un ictus. Con il passare del tempo, persino il severo signor Kishinryū e la servitù finirono per affezionarsi a quella bizzarra ospite: Yoko era schietta, caparbia, diceva sempre la verità e non mostrava il minimo timore reverenziale dinanzi a quelle potenti creature soprannaturali. Per lei, Ryu era semplicemente il suo migliore amico, e il sentimento era teneramente ricambiato.
Il padre del ragazzino, però, guardava a quel legame con una punta di tristezza, ben sapendo che fosse una felicità a tempo determinato. Se Ryu crescendo non avesse incontrato la sua Sposa di sangue, i saggi del clan avrebbero combinato per lui un matrimonio politico con la famiglia cadetta più influente. Se invece fosse stato baciato dalla fortuna, l'Istinto lo avrebbe legato indissolubilmente all'anima gemella, e da quel momento in poi il suo cuore non avrebbe avuto occhi che per lei. In un modo o nell'altro, quella bellissima amicizia d'infanzia era condannata a spezzarsi.
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Un pomeriggio di primavera, i due bambini erano seduti su una panchina di marmo all'ombra, a pochi passi da una delle grandi fontane in cui nuotavano pigramente dei pesci rossi. Si godevano la brezza leggera, sorseggiando un'aranciata con la cannuccia.
«Ryu, senti un po'... ma è vero che voi non conoscete in anticipo le vostre Spose? Cioè, vi basta incrociarle per strada per capire che amerete loro e nessun'altra per il resto della vita?»
Ryu lasciò vagare lo sguardo sull'acqua prima di annuire. «Sì, è proprio così. Strano, vero? Senza sapere nemmeno come si chiamino, ci basta guardarle negli occhi per correre verso di loro e promettere amore eterno.»
«E cosa succede se una di loro risponde di no?»
Il ragazzino scosse la testa. «Non possono rifiutare, non sarebbe naturale. Anche mio padre ha incontrato la mamma così, un giorno all'università: ha visto una luce meravigliosa avvolgerla. Non importava che lui fosse il professore e lei una semplice studentessa; lei era la sua Sposa predestinata, e tanto bastava.»
«E i genitori della tua mamma cosa hanno detto quando lo hanno scoperto?»
Ryu scrollò le spalle. «Da quel che mi hanno raccontato, erano così felici che hanno invitato l'intero quartiere a festeggiare.»
«Quindi anche tu farai la stessa cosa, un giorno?»
«Boh... credo di sì...»
Yoko gli afferrò la mano, sfoggiando un sorriso sornione. «Non è che ti sei innamorato di me, per caso?»
Ryu divenne istantaneamente rosso come un pomodoro. «Ma no! Che vai a pensare? Tu sei la mia migliore amica! Per capire se ho trovato la mia Sposa devo esserne totalmente ossessionato. Dovrei sognarla giorno e notte e non sopportare che nessun altro le si avvicini.»
Yoko abbassò gli occhi e il suo sorriso si tinse di una sfumatura malinconica. «Oh, capisco. Allora siamo solo amici.»
Per qualche istante calò il silenzio, interrotto solo dal rumore dei due bambini che succhiavano il fondo delle bibite. Ryu, percependo che l'umore della ragazzina si era incupito, cominciò a soffiare nella cannuccia, creando un concerto di bolle rumorose nel bicchiere. Davanti a quella sciocchezza, Yoko non riuscì a trattenersi e scoppiò a ridere.
«Ma quando la incontrerai, questa famosa Sposa?» domandò poi, tornando seria.
«Non ne ho idea. Un giorno qualunque. Potrebbe succedere domani come fra quarant'anni; se sono fortunato, accadrà.»
«E cosa le dirai, allora?»
Ryu guardò verso il cielo, storcendo la bocca in una smorfia buffa. «Boh... "ciao"?»
«E subito dopo la prendi e la sposi?»
«La tradizione è quella... a patto che sia già adulta, altrimenti per legge siamo tenuti ad aspettare che compia la maggiore età.»
A quelle parole, Yoko saltò improvvisamente in piedi, piantando i suoi occhi color miele in quelli dell'amico con quella fiera determinazione che il giovane drago aveva imparato a conoscere fin troppo bene.
«Questa cosa non mi piace per niente, sai? Questa non è una vera storia d'amore!»
«Per mio padre e per gli altri ayakashi lo è.»
«Invece no, si sbagliano.» La bambina strinse le palpebre, poi si chinò rapidamente in avanti e gli stampò un bacio fugace sulla guancia, facendo avvampare il ragazzino ancora di più. «Tu mi piaci un sacco, Ryu, e non solo come amico! Io ti piaccio?»
Ryu sentì il cuore balzargli dritto in gola. Cominciò a voltarsi freneticamente a destra e a sinistra, terrorizzato all'idea che Yamato o qualche altro servitore potesse assistere a quell'assurda dichiarazione. Poi, incassando il collo tra le spalle, chinò il capo e accennò un timido cenno d'assenso.
Un istante dopo, si ritrovò il palmo teso di Yoko proprio sotto il mento. Alla luce dorata del pomeriggio, gli occhi della ragazzina brillavano di una luce quasi magica. «Perfetto, allora da questo momento siamo sposati. Non hai più alcun bisogno di cercare delle sconosciute in giro.»
«Ma mio padre non lo permetterà mai! Tu non sei la mia Sposa predestinata!»
«E che importa? Questo resterà un segreto tra noi due e, quando saremo grandi, ci sposeremo sul serio.»
«Non credo proprio che le cose funzionino a questo modo...»
«Nel frattempo, noi facciamo questo patto.» Yoko si sputò sul palmo della mano con assoluta disinvoltura e glielo porse di nuovo. «Ci stai?»
Ryu osservò con una punta di comprensibile ribrezzo la mano bagnata dell'amica. Tuttavia, l'espressione inflessibile di Yoko non ammetteva repliche; così, cedendo a quella determinazione, sputò a sua volta sul proprio palmo e le strinse la mano.
Suggellarono il patto agitando le braccia per un solenne giurin giurello segreto, per poi scoppiare in una risata complice e cristallina.
Yoko portò le mani sui fianchi e, sollevando il mento con un'aria di trionfale orgoglio, decretò: «Ora sei ufficialmente il mio Sposo.»