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Questa volta non fu come le precedenti.
Il ricordo si dissolse all’improvviso, l’ultima immagine di Tsuchi chinata sul corpo del padre svanì in un lampo violento, come un’esplosione di luce. Il gruppo dovette sollevare le braccia per pararsi il volto, impedendo a quella luminosità accecante di ferirgli gli occhi.
Un istante dopo, il chakra delle gemelle Shinigami esplose dai loro corpi come un richiamo incontrollato: una scia blu, una rossa e una gialla si sollevarono nell’aria, slanciandosi verso la luce verde emanata da Hime bambina. Le quattro energie si unirono in un vortice armonioso, intrecciandosi finché divennero un solo bagliore bianco, puro, pulsante.
Dal cuore di quella luce prese forma una figura splendida, divina.
Hime, completa, radiosa, si materializzò di fronte a loro — e a tutti i ninja ancora presenti nella grotta. La sua presenza non aveva più i contorni sfumati delle visioni precedenti: era limpida, luminosa, avvolta in un’aura che pareva respirare.
I ninja della Confraternita delle Ombre — gli eredi dei primi Accoliti, ma che con gli anni avevano smarrito la via tracciata dagli insegnamenti di Hime — caddero in ginocchio come colpiti da una forza invisibile. La fronte toccò la pietra, le mani tremanti, in un atto di devozione spontaneo e potente.
Hime li guardò uno a uno con un sorriso gentile, una tenerezza antica e pura. Era come se la sua presenza fosse quella di una madre tornata a vegliare sui propri figli dopo secoli di attesa.
Poi posò lo sguardo sul gruppo dei giovani ninja, e la sua voce risuonò chiara, avvolgente, comprensiva.
«Ragazze mie…» disse piano, e le gemelle trattennero il respiro. «Hanno imposto su di voi un fardello terribile. Vi hanno costrette a usare i miei Doni per nuocere al prossimo. Ma come avete potuto vedere con i vostri stessi occhi… io non ho mai voluto nulla di tutto questo.»
Le luci che la circondavano pulsarono lentamente, come seguendo il battito del suo cuore.
«A queste terre ho affidato la mia anima,» continuò, «le ho viste nascere, crescere, fiorire e spegnersi, anno dopo anno. Qui ho amato, qui sono stata amata. Qui… ho conosciuto Togo, che per anni mi ha protetta e adorata, ma il troppo amore può accecare. Può trasformare la devozione in paura, la paura in odio.»
Il suo sguardo, pur dolce, si velò di un’ombra di tristezza.
«Da troppo tempo gli uomini combattono al buio,» continuò Hime, la sua voce limpida come acqua in una caverna, «convinti che la violenza sia l’unico modo per proteggere ciò che amano. Ma la guerra non nasce dal coraggio… nasce dalla paura. Paura di perdere, paura del diverso, paura della solitudine.»
Si alzò una brezza leggera, nonostante nella grotta non ci fosse vento. Il suo kimono fluttuò come sospinto da una corrente d'aria.
«I tumulti che oggi sconvolgono le vostre terre non sono altro che l’eco di ciò che accadde mille anni fa. Orgoglio ferito, vendette infinite e continue. Ma nulla è irreversibile: ogni uomo può scegliere. Ogni villaggio può rinascere. La pace è un cammino… e richiede sempre qualcuno che abbia il coraggio di essere il primo a posare la spada.»
Poi i suoi occhi, luminosi come due lune d’inverno, si posarono su Gaara.
«Gaara del Deserto,» disse con dolcezza allo shinobi. «Il tuo cuore è stato tormentato e rifiutato. Eppure ti sei rialzato. Hai scelto di non essere la tempesta che ti avevano imposto di diventare. Un villaggio ha bisogno di una guida retta… non di un tiranno né di un idolo, ma di qualcuno capace di mostrare che persino chi è stato odiato può rinascere.»
Gaara trattenne un respiro, mentre una traccia di luce dorata gli sfiorò la spalla.
«Perdona chi ti ha temuto. Perdona chi ti ha respinto. I simboli più grandi non nascono dalla forza… ma dalla misericordia.»
Poi Hime si girò verso Temari e Kankuro, e la sua espressione cambiò, divenendo più ferma, quasi solenne.
«Voi siete il vento che circonda il vostro Kazekage, le sue ali. Essere fratelli di una guida significa incarnare la lealtà, l’onore… e il peso delle scelte che non ricade solo su un individuo, ma su tutta la famiglia.»
Li guardò entrambi negli occhi.
«Una famiglia unita è più forte di qualunque esercito. Altrimenti sarà destinata a frantumarsi.
Proteggete vostro fratello… ma proteggete anche il legame che vi unisce. Esso è più sacro di quanto crediate.»
Infine, Hime voltò lo sguardo su Naruto.
E il suo volto mutò.
Non c’era più solo dolcezza: c’era riconoscimento.
C’era storia.
C’erano migliaia di anni di legami spirituali che si risvegliavano in quel singolo istante.
La luce attorno al giovane ninja biondo si increspò appena, come se reagisse alla sua sola presenza.
«Naruto Uzumaki…»
Il suo nome pronunciato da una dea tremolò nell’aria.
«In te scorre il chakra di mio padre Hagoromo… e quello di Ashura, suo figlio. In te sento vibrare anche un’eco lontana di Koyama… il ragazzo che un tempo portò sulle sue spalle un destino imposto fin dalla nascita, proprio come è capitato a te.»
Naruto sgranò gli occhi, incredulo.
«Il tuo cuore è puro, come pochi. Ma anche i cuori più luminosi portano in sé una briciola di ombra. La differenza non sta nel non averla… ma nello scegliere ogni giorno la luce, anche quando è più difficile.»
La sua figura si inclinò appena verso di lui, come una benedizione.
«Davanti a te si stende un cammino colmo di dolore e di speranza. Sarai ferito, tradito, messo alla prova. Ma come Koyama fece mille anni fa, anche tu sei destinato a diventare un ponte. L’unico che potrà unire ciò che è rimasto diviso troppo a lungo.»
Il silenzio nella grotta era totale.
Solo la voce di una dea che stava consegnando il futuro nelle mani di un gruppo di giovani ninja, si levava alta e solenne tra quelle antiche pareti rocciose.
«E ricorda, Naruto… la forza più grande non è nel chakra. È nel cuore che non smette di credere in sé stesso e in quello degli altri.»
Naruto rimase immobile, senza ancora osare rispondere.
Dentro di lui si agitavano emozioni che non sapeva nemmeno nominare: stupore, timore, speranza… e una dolorosa stretta d’inadeguatezza che gli mordeva lo stomaco.
Aveva appena visto la vita di Koyama.
Un ragazzo che, pur così giovane, aveva avuto il coraggio di mettersi tra due fazioni pronte a sgozzarsi, aveva parlato a un’intera folla animata dalla rabbia, aveva canalizzato la volontà di una dea senza vacillare.
Naruto deglutì.
“Io… io non potrei mai fare una cosa del genere…”
Perché mentre Koyama aveva tenuto insieme due mondi, lui non era riuscito nemmeno a riportare indietro una singola persona. Una persona che per lui significava tutto.
Il pensiero di Sasuke gli ferì la mente come una lama.
Non sono riuscito a salvarlo. Non sono riuscito ad aiutarlo. Non sono riuscito a riportarlo a casa.
Che ponte posso mai essere… se non riesco nemmeno a raggiungere il mio migliore amico?
La gola di Naruto si strinse.
Poi, senza riuscire più a trattenersi, parlò ad alta voce, con la voce incrinata:
«Somma Hime… io non sono come Koyama. Lui… lui ha compiuto grandi gesta, ma seppur lui sia stato il primo "Uzumaki" non credo di aver ereditato neanche una goccia del suo sangue e del suo spirito.
Insomma… non riesco nemmeno a riportare indietro Sasuke. Non riesco a fermare quello che sta succedendo. E ogni volta che penso che sto migliorando… succede qualcosa che mi fa sentire piccolo. Inutile.»
Il suo sguardo, di solito acceso e deciso, tremò.
«Non sarò mai quello che dici io debba diventare.»
Hime lo guardò con un’espressione mista di dolcezza e malinconia, ma nonostante le parole del ragazzo, ella era come se vedesse in lui un riflesso lontano di Koyama stesso.
Poi parlò, e la sua voce fu come un soffio caldo che scioglie il ghiaccio dell’inverno.
«Naruto… essere un ponte non significa non cadere mai.
Koyama non era perfetto. Anche lui aveva dubbi e paure. Nel corso della vita, ha sbagliato molte volte. E non sempre è riuscito a salvare chi amava.»
La luce intorno a lei tremolò, delicata.
«Tu credi di essere debole perché la tua mano non ha ancora afferrato quella di Sasuke.
Ma io vedo qualcosa che pochi riescono a vedere…»
Si avvicinò, sollevando la mano eterea, che sfiorò appena il volto del ragazzo.
«Io vedo la tua volontà. La stessa che ti ha permesso di vedere oltre la maschera di Kaze, una donna dalle mani macchiate di sangue, e riconoscere il suo dolore invece della sua colpa.
Tu hai visto in lei la parte che nessun altro aveva mai avuto il coraggio di guardare.
Questo è un potere raro, Naruto.»
Naruto trattenne il fiato.
Quelle parole gli entrarono dentro come luce dopo anni di nebbia.
«Essere un ponte non significa riuscire subito… significa non smettere mai di provarci. Anche quando fallisci. Anche quando fa male.»
Hime gli sorrise.
«Tu non sei inadeguato, Naruto. Tu sei… in cammino. E nessun ponte si costruisce in un giorno. Neanche quello destinato a salvare un amico perduto.»
Per la prima volta, Naruto sentì che la sua fragilità non era una colpa ma parte del suo viaggio. Il suo bushido.
Hime lasciò che le parole appena donate a Naruto attecchissero nel cuore di quest'ultimo.
Poi il suo sguardo si alzò, abbracciando l’intera grotta, e la sua presenza sembrò espandersi come un mantello caldo su ogni persona lì presente.
«E ricordate,» disse, con tono fermo ma sempre materno, «che quel ponte di cui parlo… non è un destino rivolto solo a pochi eletti. Quel ponte… può essere ognuno di voi.»
Gli occhi luminosi di Hime si posarono ora sugli uni, ora sugli altri.
«Ognuno ha dentro di sé la forza e la capacità di vedere oltre l’odio, oltre la paura. Di fermare un conflitto prima che diventi un fiume di sangue.»
Si voltò verso le gemelle, verso Naruto e verso tutti i giovani ninja lì presenti.
«Voi rappresentate le nuove generazioni… siete voi la vera speranza di queste terre.
Non i monumenti, non le leggende, non i grandi guerrieri del passato.
Siete voi che potete scegliere chi essere.
Siete voi che potete spezzare un destino… o crearne uno nuovo.»
Una luce avvolse a spirale il centro della grotta, illuminando la roccia, l’acqua stagnante, i volti giovani e quelli induriti dalla guerra.
«E ora… voglio parlarvi di lui. Kojama Uzumaki.»
Lo sguardo di tutti coloro che lo avevano conosciuto divenne triste e abbattuto. Kaze strinse i pugni, Tailin voltò lo sguardo ed Eilin, anche se Toshiro era morto e quindi libera dal sigillo, aveva ancora una certa esitazione, l'istinto di sopravvivenza che le diceva di non lasciarsi andare per non soffrire. Ma forse non era solo questo, anche se Kojama aveva cercato di aiutare lei e gli altri, aveva comunque permesso che le figlie dei suoi migliori amici e tanti altri bambini patissero le pene dell'inferno. Forse, almeno lei, aveva bisogno del tempo per versare lacrime sincere per il suo defunto maestro.
Hime continuò:
«Maestro delle gemelle Shinigami, un uomo che portava sulle spalle un peso che nessuno dovrebbe portare da solo. Non perché fosse il mio prescelto o avesse sangue divino… ma perché sapeva che non doveva più voltarsi dall'altra parte. Voleva rimediare ad i suoi errori e questo lo ha pagato con la sua vita, ma dobbiamo ricordarlo con affetto. Non è mai troppo tardi per cercare di redimersi.»
La sua voce tremò leggermente, come se l’emozione attraversasse persino la sua forma spirituale.
«Quando gli Accoliti di Hime — i miei figli adottivi, la mia eredità terrena — smarrirono la strada, quando il loro cuore si riempì di sospetto, rabbia e paura… sapevo che un giorno qualcuno, prima o poi, avrebbe ricordato i miei insegnamenti.»
Si posò una mano al petto, dove brillava la luce verde del Serpente della Terra.
«Erano nati per essere la mia voce. Il mio cuore. La mia speranza. Non per tiranneggiare in mio nome ma per proteggere ogni forma di vita. E per tenere in vita il dialogo, anche quando sarebbe sembrato impossibile.»
Poi lo sguardo di Hime si addolcì, sfumando in malinconia.
«Con il suo sacrificio, Kojama ha voluto spezzare le catene dell’odio che avevano allontanato i discendenti degli Accoliti dalla mia Grazia. E grazie a lui… il germoglio dell’amore e della compassione è sbocciato di nuovo.»
Le sue pupille si velarono, come se vedesse oltre la grotta, oltre quel tempo.
«È sbocciato in Togo, che aveva seppellito il suo stesso cuore nel tentativo di proteggere ciò che restava del mio ricordo.
E sboccerà ancora… in chiunque lo desideri davvero.»
Una pausa morbida.
«Non è mai troppo tardi per cambiare il proprio destino, per riempire di luce un luogo dove un tempo c’era solo oscurità. E ognuno… ognuno di voi può essere quel raggio.»
Quelle parole così sentite, fecero brezza nei cuori di tutti i presenti. Quell'aura divina, per quanto l'Hime che si manifestava a loro non era che uno spirito, fece loro comprendere perché così tante persone amarono e venerano così ciecamente quella giovane fanciulla. Il suo nome, nei secoli a venire, era stato dimenticato o omesso, ma ora c'era di nuovo qualcuno che l'avrebbe ricordata e che sarebbe stato il guardiano di ciò che la Otsutsuki aveva sempre desiderato.
Il suo sguardo si posò nuovamente sullo shinobi della Foglia, ma anche su Kaze, il cui spirito aveva ereditato quello della sua omonima antenata. Sia lei che Naruto erano il filo che avrebbe di nuovo potuto unire ombre e luci. Non per forza in un legame come quello che lei aveva avuto con Togo, ma sarebbe potuto essere molto simile a quello di Ashura e la sua Kaze. Anche se non destinati a stare insieme, inconsciamente, avrebbero sempre avuto una sincronia dei loro spiriti e le loro azioni avrebbero portato al cambiamento, in quella terra di tumulti.
I sigilli interni nel corpo delle gemelle Shinigami iniziarono a pulsare.
Il chakra demoniaco era stato evocato troppo a lungo. E anche se essi erano fusi biologicamente alle ragazze, erano pur sempre dei comuni esseri umani portati a gestire delle forze che appartenevano alla natura stessa e troppo grandi per dei fragili corpi terreni.
Hime inspirò un soffio che sembrò muovere l’intera grotta.
«Ragazze mie… è tempo di separarci.»
Le gemelle all’unisono spalancarono gli occhi, il respiro spezzato.
Le auree blu, rossa e gialla vorticavano attorno ai loro corpi come spire vive, dei serpenti.
Hime continuò, con voce lieve ma ferma:
«Se continuo a sostenere questi legami… i sigilli dentro di voi rischieranno di spezzarsi. E i miei Doni… vi ferirebbero.»
Una delle gemelle — Tailin — fece un passo avanti: «Hime-sama, noi… noi possiamo resistere!»
Hime sorrise, un sorriso che racchiudeva mille anni di tenerezza e rimpianto.
«Lo so. Siete forti. Ma non voglio che il vostro supporto a mantenere questa forma visibile venga ripagato con il dolore.»
Poi alzò lo sguardo su tutti i presenti.
«Da questo momento,» disse, «vi prego di non cercare più la tomba del Serpente della Terra. Il suo riposo non deve più essere disturbato.»
La sua voce si fece più vasta e profonda. In quel momento, aveva la stessa espressione altera del padre.
«E ricordate: anche gli altri Serpenti… torneranno un giorno a dormire nelle loro dimore, un giorno. Poiché, nonostante persino quello dell'Acqua e del Fuoco che sono due spiriti yin, sono Doni della Terra e alla Terra, prima o poi, dovranno tornare.»
Poi Hime allungò le mani, e tre fili di luce — rossa, azzurra e dorata — scesero come lacrime verso le gemelle.
«Per ora… finché le vostre vite dureranno… affido questi Doni a voi.»
Le ragazze barcollarono sotto il peso metafisico di quella benedizione.
Naruto sentì il chakra risuonare nel suo stesso spirito, o meglio in quello della Volpe a Nove Code, come se anche lui stesse beneficiando di quella situazione. Era come se quell'essere demoniaco, che fino ad ora aveva sempre visto con diffidenza, stesse piangendo di un pianto nostalgico. L'eco dell'antico amore di un padre verso una figlia, che ancora perdurava nei secoli.
«Sarete le Custodi, nella maniera che io desideravo gli Accoliti fossero,» disse Hime con solenne calma. «Questa volta… li userete solo per fare del bene, non combatterete più per la smania di potere di qualcun altro.»
Indurì lo sguardo.
«Perché coloro che un tempo servivano la mia luce… ora camminano nel buio. I capostipiti della Confraternita agognano di tornare in possesso delle mie reliquie. E non si fermeranno… nemmeno davanti al sangue dei loro discendenti.»
L’aria si fece pesante, come se la temperatura stessa fosse calata.
«Perciò…» Hime tese la mano verso Tailin, Eilin e Kaze. «Affido a voi tre un compito che richiederà coraggio, saggezza e cuore puro: Fermateli.
Liberate tutti coloro che sono ancora sotto il giogo dei loro padroni. Riportate la mia eredità là dove appartiene: nelle mani di chi desidera davvero la pace.»
Gaara fece un passo avanti.
Fissò Hime con uno sguardo limpido, adulto… ma ancora giovane. Giovane come chi sa che la strada davanti è lunga, eppure non indietreggerà.
«Somma Hime,» disse con voce ferma, che echeggiò come un colpo di tamburo nella grotta, «le tue parole non cadranno nel vuoto.»
Gli occhi di Eilin si posarono sul bel profilo del Kazekage.
Gaara continuò:
«Io sono ancora un ragazzo, è vero.»
Si toccò il petto, all’altezza del cuore.
«Ma questo cuore è forte. E non ha più paura.»
La sua voce divenne roca, intensa:
«Tu hai affidato un compito antico a queste kunoichi… e io giuro che non saranno sole.
Se Eilin e gli Accoliti di Hime intraprenderanno questa missione, io—Gaara del Villaggio della Sabbia—prometto che li sosterrò.»
Naruto… Kankuro… Temari… tutti trattennero il fiato.
Gaara si voltò verso Eilin.
Con un gesto lento, carico di significato, le posò un braccio attorno alle spalle, tirandola a sé in un abbraccio protettivo e solenne.
«Io sarò il tuo scudo.»
Gli occhi di Eilin si velarono, una scintilla di stupore e di qualcosa di profondo, intenso quanto la storia che avevano appena rivissuto.
Gaara rialzò il mento e si rivolse ancora a Hime, con quello sguardo profondo che solo lui possedeva:
«Puoi lasciare il tuo cuore anche attraverso me. E attraverso i miei fratelli… attraverso il nostro villaggio.
Finché vivrò, la leggenda di Hime non verrà dimenticata.»
Hime lo guardò con uno splendore nel volto e la luce attorno a lei tremolò, come commossa.
Kankuro si fece anche lui avanti, slanciando le spalle come chi non teme di esporsi:
«Per quanto io possa sembrare quello brusco,» disse con un mezzo sorriso, «Gaara ha parlato anche per me.
Se lui è disposto a portare sulle spalle questa missione… allora lo sarò anche io.» Buttò rapidamente uno sguardo verso Tailin «E per fare onore ai ninja burattinai, anche io contribuirò a muovere quei fili che porteranno alla pace. Consideraci parte del tuo sogno, somma Hime.»
Temari annuì, decisa.
«Gaara non parla mai a caso,» aggiunse. «E questa volta ha ragione più che mai. Se questa è l’eredità che deve passare alle nuove generazioni… allora noi del Villaggio della Sabbia saremo tra i primi a custodirla. Soprattutto perché noi, tra tutti, abbiamo il dovere di redimerci dai nostri errori del passato, ancora troppo recenti.»
La loro voce, unita, echeggiò come un giuramento.
Dalle retrovie della grotta, dove diversi ninja avevano assistito in silenzio, si fece avanti un altro uomo.
Yamato.
Con passo fermo si avvicinò alla luce emanata da Hime, il volto serio ma colmo di quieta determinazione.
«Io non porto solo il nome della Foglia,» disse. «Dentro di me scorre, anche se in maniera innaturale, l’eredità dei Senju. E prima ancora… quella di Ashura.»
Tutti si voltarono verso di lui.
«Questa fiamma non deve spegnersi mai. Se queste terre hanno bisogno di equilibrio, di protezione, di qualcuno che vegli sulle scelte sbagliate dei potenti… allora mi impegnerò anch’io. Come shinobi, come uomo… e come discendente di quella volontà.»
Hime lo guardò con dolcezza, come se riconoscesse davvero quel sangue così antico, per quanto Yamato possedeva il potere dell'Arte del Legno, a causa degli esperimenti di Orochimaru. Nei suoi ventisei anni di vita, aveva dimostrato di meritarseli più di chiunque altro.
Sai, anche lui rimasto in silenzio fino a quel momento, inclinò la testa leggermente.
Con il suo tono quieto, piatto ma tagliente, disse:
«Non avrei mai pensato di vedere così tante emozioni concentrate in un solo luogo. È… interessante. Tutti sembrano mossi da legami profondi, un'eredità che emerge dal loro stesso DNA.»
Guardò Sakura.
«Mi chiedo se anche io sarei in grado di provare qualcosa di simile.»
Sakura lo fissò per un lungo istante.
Poi gli sorrise — un sorriso sincero e caldo.
«Sai… il fatto che tu te lo stia chiedendo, significa che stai già cambiando. I legami non nascono sempre spontanei. Alcuni… si costruiscono col tempo. E tu li stai costruendo ogni giorno.»
Sai la guardò con un’espressione impercettibilmente sorpresa — quei minuscoli dettagli che solo chi lo conosceva davvero poteva notare.
«Capisco,» disse infine. «Cercherò di… continuare così.»
Sakura rispose:
«Chiaramente per riuscire in questo, non puoi essere da solo. Conta pure su di me e su Naruto, amico mio.»
«Non preoccuparti, brucerò le chiappe di tutti i capostipiti, finché non saranno tutti liberi!» esclamò Tailin con tono spavaldo, proiettando piccole fiammelle direttamente dal suo chakra.
I ninja attorno a lei — e persino Hime — accennarono un sorriso imbarazzato per lei, ma avendo gli occhi sigillati, ella non se ne rese conto.
«Ehi, Hime,» domandò Kaze, sporgendosi in avanti con la mano a paletta, «ma il carattere di mia sorella è proprio così di suo, o qui c’è lo zampino anche del tuo serpente?»
Hime inclinò appena la testa di lato, grattandosi la guancia con l’indice, visibilmente in imbarazzo all’idea di dover rispondere.
Ma ormai non c'era veramente più tempo. Si schiarì la voce, raccolse le forze e spalancò le braccia, il volto attraversato da un’ultima dolcezza.
«Qui io vi saluto,» proclamò, ed echeggiò in tutta la caverna, «non mi rivedrete più. Ma dopo mille anni… ho finalmente assistito al risorgere delle anime per cui sapevo valesse la pena proteggere.
Anche se tornerete a dimenticare il mio nome… ricordate l’amore del vostro cuore, e lasciatelo in ogni cosa che toccate.»
Le gemelle sentirono un fremito attraversare i propri corpi: il chakra demoniaco iniziò a placarsi, ritraendosi come marea che torna all’oceano. Tutte e tre tirarono un sospiro di sollievo quando la loro energia tornò quieta e limpida.
Davanti a loro, rimase solo lo spirito del Serpente della Terra — Hime bambina — piccola, luminosa, serena.
«Addio, amici miei.» disse con voce lieve. «Finalmente posso tornare a dormire e a prendermi cura di queste terre. Ricordate che mi troverete in ogni fruscio delle foglie, in ogni crepitio del terreno. Il mio spirito e la Terra saranno sempre un tutt’uno… e un giorno io vi accoglierò tra le mie braccia, per custodirvi con amore.»
Eilin si chinò su di lei, con il volto deciso ma gli occhi lucidi.
«Grazie per tutto quello che ci hai insegnato. Non lo dimenticheremo mai.
E in quanto custode del Serpente dell’Acqua — la “testa” del tuo cercoterio — sarò io stessa, aiutata dalle mie sorelle e dai miei amici, a fare in modo che tutti i tuoi Accoliti ritrovino la libertà… e ricordino quale sia davvero la loro missione.»
Quelle parole furono abbastanza.
Dal terreno, radici spesse e floride emersero all’improvviso, ma senza alcuna aggressività: afferrarono dolcemente tutti i presenti e li sollevarono in un abbraccio naturale, trasportandoli verso l’esterno della grotta.
Le fronde dell’enorme cespuglio fiorito crebbero a vista d’occhio, riempiendo completamente il varco. Solo quando ogni ninja fu deposto con delicatezza sul terreno, le radici si ritirarono.
Poi la terra tremò e dalle profondità emersero rocce spesse che si incastrarono tra loro, sigillando definitivamente l’ingresso.
Questa volta, non ci sarebbe stato modo di riaprirlo.
Appena il terreno cessò di tremare, un silenzio irreale calò sulla radura. L’aria era ferma, come se persino il vento stesse ascoltando il battito collettivo dei loro cuori.
Il gruppo rimase a fissare le rocce che ora sigillavano l’ingresso: massi enormi, incastrati fra loro come se una mano invisibile li avesse posati uno per uno, fino a cancellare ogni spiraglio.
Naruto fu il primo a fare un passo avanti. Si passò una mano tra i capelli, ancora scosso dalla potenza della scena.
«È finita…» mormorò, come se ancora non ci credesse.
Gaara gli fu accanto, l’espressione grave ma serena. «Solo questa parte della missione» rispose, «ma no, non è ancora finita.»
Kankuro sospirò profondamente, dandosi pacche alla sua divisa da burattinaio. «Certo, ci siamo invischiati in una bella gatta da pelare, ma pare che in qualche modo ce la siamo cavata anche questa volta.»
Temari annuì. «E torneremo a casa arricchiti da questa nuova esperienza. Ma anche consapevoli che la minaccia tra le ombre ora non è più solo da parte di Akatsuki.»
Yamato si avvicinò alle rocce e posò lentamente una mano sulla superficie, come per accertarsi che fosse reale. La corteccia e le venature del legno che le tenevano salde, apparivano solide come pietra, una strana fusione naturale che nessuna tecnica umana avrebbe potuto ricreare.
Le voci dei ninja della Confraternita delle Ombre si levarono in un mormorio sommesso. Alcuni pregavano, altri piangevano in silenzio. Era come se lo spirito dei loro antenati, il loro antico amore per Hime che li aveva spinti a seguirla e venerarla, stesse influenzando i loro eredi.
Sakura e Sai tornarono al fianco di Naruto, per accertarsi che stesse bene. Il ragazzo era scosso, come lui, anche gli altri, si stavano riprendendo da quelle visioni che per svariati minuti li aveva avvolti, anche se a loro sembrò un cammino lungo decenni.
«Credo sia finalmente giunto il momento di tornare a casa,» disse Sakura, sospirando. «La signorina Tsunade si starà chiedendo che fine abbiamo fatto. È da giorni che non riceve nostre notizie.»
«Sì… credo di sì,» rispose Naruto. Ma mentre parlava, il suo sguardo si spostò altrove, cercando qualcuno di preciso.
Vide Kaze poco più avanti, in riva al fiume devastato. Accanto a lei c'erano le sue sorelle, immobili davanti ai resti degli esserini rimasti uccisi nel loro scontro precedente. Le tre forze portanti del Serpente sembravano portare sulle spalle il peso di un mondo intero.
«Hime ci ha affidato la sua eredità… ma come possiamo davvero esserne degne, se le nostre mani sono sporche del sangue persino degli innocenti?» mormorò Eilin, la voce incrinata da un senso di colpa profondo.
Kaze le posò una mano sulla spalla, ferma ma gentile.
«Con la stessa forza che hai mostrato pochi minuti fa,» disse. «Hai promesso ad Hime che d’ora in poi avresti usato il tuo potere solo per fare del bene. Ricordatelo. Nessuno di noi ha le mani pulite, Eilin. Io, Tailin, e persino gli altri Confratelli… tutti abbiamo sbagliato. Ma il nostro maestro aveva ragione: ciò che conta è il passo che si fa dopo. La pace inizia dal riconoscere i propri errori… e nel credere davvero che si può cambiare.»
Eilin rimase in silenzio qualche secondo, gli occhi bassi, poi annuì. Un cenno lento, ma risoluto. Sollevò le braccia e il fiume rispose subito al suo richiamo: l’acqua si agitò, si sollevò e iniziò a scorrere in modo nuovo. In pochi minuti gli argini vennero ricostruiti, il letto si regolarizzò, e la sorgente tornò a sgorgare con la stessa forza di un tempo, limpida e viva.
Tutti assistettero in silenzio ma con stupore. Era un gesto semplice eppure immenso: un potere che non nasceva dal semplice potere del chakra demoniaco, ma da qualcosa di più puro. Da qualcosa che, senza saperlo, era lo stesso principio della forza del potere che viveva anche in Gaara, ma quest'ultimo lo avrebbe completamente capito solo un anno più tardi durante la Grande Guerra Ninja, nello scontro per fermare il redivivo Quarto Kazekage: la forza che nasce dall’amore.
Il fiume della Roccia del Drago tornò così al suo antico splendore. L’acqua limpida ricominciò a scorrere con grazia, e presto avrebbe di nuovo accolto le piccole creature del fiume che un tempo cercavano rifugio tra i suoi argini.
Quelle che purtroppo non erano sopravvissute non sarebbero morte invano: la terra le avrebbe accolte nel suo abbraccio, trasformando il loro sacrificio in nuova vita, come accade da sempre in ogni ciclo naturale.
Quando le gemelle si voltarono, si accorsero che tutti le stavano osservando. Persino Tailin — che pure non poteva vedere — avvertì quella tensione e abbassò il capo, arrossendo appena.
«Per favore… guidateci, voi che siete state benedette dalla somma Hime,» disse uno dei ninja della Notte, con voce profonda. A lui si unirono gli altri confratelli, uno dopo l’altro, come un’onda che prende forza nel suo avanzare.
Le tre sorelle si scambiarono un’occhiata. Sul loro volto apparve dapprima un’esitazione comprensibile, quasi timida. Ma bastò che si voltassero verso i loro amici ninja della Luce e che cogliessero nei loro occhi un incoraggiamento silenzioso, perché trovassero il coraggio di fare un passo avanti.
Fu però lo sguardo di Gaara a dare ad Eilin la forza definitiva. In quegli occhi color giada lei scorse una promessa, una fiducia totale, priva di dubbi o paure. I loro cuori, legati da un filo invisibile, si riconobbero ancora una volta.
Eilin inspirò profondamente, raddrizzò le spalle… e uscì dal gruppo, avanzando a testa alta. Le sue sorelle la seguirono un istante dopo, ritrovando a loro volta la propria determinazione.
Quando parlò, la sua voce risuonò limpida nella vallata.
«Noi… siamo gli eredi della somma Hime.
Per troppo tempo il nome della Confraternita è stato usato per scopi che nulla avevano a che vedere con ciò che i nostri avi avevano giurato. Ci siamo rifugiati nelle ombre per colpire alle spalle, ci siamo venduti al miglior offerente, infischiandocene se a perdere la vita erano degli innocenti o meno. Ma questo finisce oggi.
Da questo momento, io — Eilin, custode del Serpente dell’Acqua — giuro che la Confraternita tornerà ad essere ciò che doveva essere fin dall’inizio: la voce invisibile della pace.
Non saremo più strumenti di odio. Non saremo più braccia al servizio dell’avidità o della vendetta. Agiremo ancora nell’ombra, sì… ma per proteggere la luce.
Libereremo i nostri confratelli, uno ad uno, da chi li tiene in catene. Ricorderemo loro che siamo figli degli Accoliti di Hime. Ci riapproprieremo del nostro nome, del nostro onore, del nostro scopo.
Il mondo ninja è di nuovo in pericolo. Una minaccia come Akatsuki cresce ogni giorno, e se gli uomini continueranno a distruggere ciò che hanno costruito, noi saremo il loro scudo silenzioso.
Se la speranza vacillerà, saremo noi a sorreggerla.
E quando tutti crederanno che la pace sia impossibile, noi resteremo lì, non visti, a impedirle di spezzarsi del tutto.
Questa è la mia promessa a voi… e a te, somma Hime.
Lo giuro sulla mia vita. Finché avrò respiro, finché le mie sorelle cammineranno su questo suolo, finché ci sarà qualcuno che ancora crede nella pace… Quel fragile sogno non sarà mai perduto.»
Dopo un momento di silenzio, utile ad assorbire e fare proprie quelle parole così coraggiose, si alzò un'ovazione.
Tutti ad alta voce rinnovarono quegli antichi giuramenti, le parole che uscivano dalle loro bocche sembrano provenire dal profondo del loro cuore, come se fossero state sempre dentro di loro. Ora che non erano più schiavi dei sigilli di obbedienza, il loro spirito era libero ed ora che avevano l'occasione di vivere la loro vera vita, l'avrebbero dedicata a rendere giustizia alla loro dea.
Molti caddero in ginocchio, sopraffatti dall’emozione.
Altri posarono una mano sul cuore.
Altri ancora piansero apertamente, senza vergogna, perché per la prima volta sentivano di appartenere a qualcosa di giusto.
Il chakra attorno a loro vibrò: un’onda quieta, potente, che accarezzò rocce, foglie e acqua.
La Terra sembrò rispondere al loro giuramento, come se riconoscesse finalmente i suoi veri figli.
Dietro a loro, le gemelle Shinigami si scambiarono uno sguardo carico di significato: non erano più solo sopravvissute.
Ora erano leader, guide, ponti tra ciò che era stato e ciò che sarebbe venuto.
E Naruto, osservando quella scena, comprese che la storia di Koyama Uzumaki non era solo un ricordo.
Era una promessa.
Una che ora stava rinascendo proprio davanti ai loro occhi.
La battaglia era finalmente cessata e, con la benedizione della loro dea ancora impressa negli occhi e nel cuore, tutti i ninja sentirono un’improvvisa ondata di stanchezza.
Quello spiazzo di terra, poco prima teatro di una battaglia fratricida, divenne in breve un accampamento improvvisato: piccole lanterne accese, risate sommesse, voci che si intrecciavano leggere.
Per la prima volta dopo anni — per alcuni dopo una vita intera — potevano parlare senza paura, mangiare senza fretta, lasciarsi andare a sentimenti che fin dai sei anni gli erano stati strappati via.
«Ah, finalmente ti ho trovata!» esclamò Naruto, quando si accorse che Kaze era sparita dal gruppo.
La vide poco oltre, sul bordo di un promontorio, con il vento che sollevava ciocche dei suoi capelli biondi. Si era allontanata per pensare, come sempre faceva quando le emozioni diventavano troppo intense.
Kaze si voltò appena, giusto quel tanto da riconoscerlo mentre si avvicinava.
«Perché sei qui? Hai compiuto la tua missione, no?» mormorò, senza alcuna durezza.
«Non proprio.»
Naruto fece appena un passo… poi scattò in avanti e la abbracciò da dietro.
Kaze rimase di pietra. Immobile. Senza nemmeno l’istinto di reagire.
Non era preparata a quel tipo di contatto — non con quella sincerità.
«Mi era stato chiesto di catturarvi» disse Naruto, con un mezzo sorriso timido. «Beh… ti ho presa.»
«Ragazzo sciocco» mormorò lei, ma nel tono c’era una dolcezza inattesa.
Lui allentò la presa, lasciandola libera, ma rimanendo abbastanza vicino da sentirsi ancora collegato a lei.
«È che… con te posso essere me stesso. Senza che qualcuno mi giudichi.»
Kaze chinò lo sguardo, sorpresa da quelle parole tanto dirette.
«Non credo di essere l’unica a vederti oltre quell’etichetta» disse piano.
Naruto scosse il capo. «Sì, ma tu… tu mi capisci più degli altri. Non devo "salvare il mondo" per farmi vedere da te.»
Lei lo fissò attentamente.
«È per questo che mi hai cercata? Ti sentivi solo con gli altri?» chiese a bassa voce.
Naruto inspirò, guardando il terreno un attimo prima di sollevare gli occhi verso di lei.
«Sono venuto perché ho la sensazione che tu abbia bisogno di me. Hai portato un grande dolore nel cuore… e lo tieni chiuso da troppo tempo. Io…» arrossì leggermente, quasi imbarazzato dalla propria sincerità, «non sono bravo con le parole, lo so. Ma volevo dirti che… puoi tirarlo fuori. Con me. Se vuoi.»
Kaze inarcò le sopracciglia. Lo sguardo limpido, quasi fanciullesco, di Naruto la colpì in un punto che aveva sempre tenuto ben nascosto.
All’improvviso sentì qualcosa scivolarle sulle guance: un calore improvviso, umido, incontrollabile. Le era capitato di piangere, sì… ma non così di colpo.
Non davanti a qualcuno.
Per la prima volta dopo anni, si sentì fragile. Esposta. Vedeva sé stessa come la vedeva lui: una semplice umana.
Naruto colse tutto questo come se lo percepisse sulla pelle. Non disse nulla, si avvicinò soltanto, avvolgendola ancora una volta in un abbraccio protettivo.
Kaze chiuse gli occhi e nascose il viso contro il suo petto, lasciando che le mani di lui scivolassero con delicatezza tra i suoi capelli, come per sciogliere un nodo che portava dentro da troppo tempo.
«Ora sei libera, Kaze» mormorò Naruto, con una dolcezza disarmante.
Lei sollevò lo sguardo verso di lui. Le lacrime avevano smesso di scendere, e il suo respiro era più calmo, più profondo.
«Non ancora del tutto…» ammise, con un filo di voce. «Come hanno fatto le mie sorelle, anche io devo liberarmi del mio nome. Anche se era il titolo di una fanciulla coraggiosa, rappresenta un’epoca in cui gli Accoliti si erano già allontanati dalla somma Hime.»
Inspirò lentamente. «Da oggi userò di nuovo il mio vero nome.»
Naruto la guardò, stupito. E lei, intuendo esattamente cosa gli passava per la testa, strinse leggermente gli occhi in un’espressione indagatoria.
«Non vorrai dirmi che avevi davvero creduto che questo fosse il mio nome reale.»
Naruto si grattò la nuca, ridacchiando in modo imbarazzato, evitando accuratamente di conferirle conferme.
Kaze sospirò, tra l’esasperato e il divertito.
«E quindi… come ti chiami, davvero?» chiese lui, un po’ timido.
Lei si voltò verso la luna calante.
La sua voce si fece più morbida, più sincera.
«Il mio nome è Aylin.»
Naruto sorrise a trentadue denti. «Piacere di conoscerti, Aylin!»
La ragazza sorrise di rimando.
Il mattino seguente giunse il momento dei saluti. Ora che tutto era terminato, era indispensabile allontanarsi in fretta: i capostipiti, dopo aver scoperto la morte di Toshiro e il fallimento dei loro piani, avrebbero presto capito di essere stati traditi. E poiché avevano stretto accordi segreti con l’Akatsuki, era probabile che molte più spie di quante immaginassero si stessero già muovendo nell’ombra.
I ninja della Luce dovevano rientrare ai loro villaggi il prima possibile.
«Siete davvero sicure che non volete venire con noi? Il Villaggio della Sabbia...» Gaara esitò un momento. «E credo di parlare anche per quello della Foglia... vi accoglierebbe senza esitazioni.»
Eilin scosse lentamente il capo. «Il nostro Ordine non risponde a nessuna fazione. Ora che abbiamo “tradito” la Confraternita, dobbiamo trovare un luogo che sia solo nostro. Come abbiamo fatto per secoli, ci sposteremo costantemente. Ma se avrete bisogno di noi, risponderemo al vostro richiamo.»
Il suo sguardo si fece cupo, determinato. «Una battaglia che coinvolgerà tutte le terre ninja arriverà presto. E noi, che proteggiamo l’equilibrio e la pace, non ci tireremo indietro.»
Gaara le sorrise con dolcezza, sebbene nei suoi occhi ci fosse un’ombra di malinconia.
Una brezza leggera sollevò i lunghi capelli scuri di Eilin, incorniciandole il volto: davvero sembrava degna del nome che sua madre le aveva dato alla nascita.
Le prese le mani con delicatezza. «Anche se sarai lontana, nel mio cuore resterai sempre vicina.»
Eilin ricambiò appena la stretta. «Ora che ci siamo ritrovati, non ci separeremo mai davvero. Tornerò da te ogni volta che potrò.»
Sakura, osservando la scena, si portò le mani alle guance e arrossì vistosamente; Sai la fissò confuso, ma qualcosa gli diceva che era bene prendere appunti.
Yamato avanzò. Al momento era lui la carica più alta della Foglia presente. «Confermo ciò che ha detto Gaara. Riferirò tutto a Kakashi al nostro ritorno. Daremo disposizione agli Anbu di troncare ogni rapporto con la Confraternita delle Ombre. Dopo ciò che abbiamo visto, non saranno più loro i nostri intermediari per le missioni segrete.»
Eilin annuì, assumendo immediatamente un’espressione professionale. «Stabiliremo un sigillo segreto per comunicare con voi, e uno analogo con gli Anbu della Sabbia.»
Poi si rivolse a Yamato con aria più severa. «Ma fate attenzione alla Radice. Danzo condivide gran parte delle idee dei capostipiti. Forse per lei capitano non è una novità. Ancora non ha fatto la sua mossa, che io sappia, ma la serpe è in agguato.»
Yamato prese quelle parole con la massima serietà. Era un sospetto che portava dentro da tempo.
Aylin si fece avanti. «Per quanto riguarda i Daimyo… Non sarà semplice. I servigi della Confraternita, benché guidati da sentimenti poco nobili, sono sempre stati comodi ai loro giochi di potere. Ci vorrà tempo prima di riavvicinarli. Prima, dobbiamo fermare i nostri rivali.»
Tailin stava già inspirando per dire la sua, ma Aylin fu più rapida.
«E senza spargimenti di sangue. Quando libereremo anche gli altri dai sigilli, la maggior parte smetterà di esserci ostile.»
Tailin sbuffò platealmente, incrociando le braccia.
Seguì poi un lungo silenzio, in cui i ninja della Notte e della Luce si fissarono, mentre il solo sorgeva ad est, illuminando la vallata e annunciando l'inizio di un nuovo punto della storia. Per gli Accoliti ma anche per Naruto ed i suoi compagni, poiché di lì a poco i giorni di tensione sarebbero diventati sempre più frequenti e, per lui in particolare, ci sarebbero stati episodi che avrebbero messo a dura prova la propria volontà, ma forse anche grazie alle parole di Hime, l'idea che aveva già nel cuore di un mondo che riusciva a superare i conflitti, perdonandosi a vicenda e mettendo al primo posto il bene comune, avrebbe predominato.
«Beh è arrivato il momento di andare, abbiamo sicuramente molto di cui discutere riguardo Danzo e le altre situazioni attualmente in corso,» disse Yamato, «ma ne discuteremo in un altro momento, una volta stabiliti i contatti. Ciò che è accaduto, sicuramente non lo dimenticheremo e sarà per noi un onore combattere al vostro fianco, ancora una volta. Spero solo che abbiate cura di voi.»
«Sì, mi raccomando, buttate via quelle pillole e imparate a nutrirvi per davvero!» Esclamò Sakura, facendo riemergere il suo lato di ninja medico.
Tutti ridacchiarono.
«D'ora in poi solo ramen!» Rispose Aylin, facendo l'occhiolino a Naruto, il quale gli rispose con un pollice alzato, in segno di approvazione.
«Non sarà semplice,» disse Eilin. «Ma cercheremo di ritrovare la nostra umanità, è nel profondo del nostro animo, in attesa di essere risvegliato. Quando ci rivedremo, mi auguro ci ritroverete come persone nuove.»
«Dovremmo rimetterci in piedi e guadagnare qualche spicciolo.» Disse nel frattempo Tailin, avvicinandosi a Kankuro, mimando con pollice ed indice il gesto dei soldi. «Spero mi farai un po' di credito, riguardo a quegli attrezzi per le tue bambole.»
Kankuro assottigliò lo sguardo e soffiò dalle narici. «Già che le hai chiamate "bambole", per ogni giorno di ritardo ci metterò su gli interessi!»
Tailin spalancò la bocca, indignata, ma prima che potesse replicare, si fece avanti Sai. «Se vuoi posso anticipare io la somma e me li ridarai non appena avrai l'occasione. Ho letto che è una buona azione aiutare un amico in difficoltà economica.»
«Grazie mille! Tu si che sei un amico!» Rispose la kunoichi dai capelli rossi.
Kankuro fissò male di sottecchi Sai e poi diede le spalle ad entrambi. «Va bene, va bene non ci complichiamo la vita, non mi devi niente. Se dovessi contare le volte che me le hanno distrutte, mezza terra ninja sarebbe in debito con me.»
Tailin diede una pacca a Sai, come a volerlo ringraziare per l'averla tirata fuori da un bell'impiccio.
«Comunque ti verrò a trovare ugualmente, devo allenarmi a combattere senza l'utilizzo della vista. Non ti libererai facilmente di me!»
Il jonin della Sabbia, che ancora dava loro le spalle, sorrise tra sé e sé.
«Grazie ancora per averci aiutati.» disse infine Eilin e tutto il gruppo degli Accoliti, in una coordinazione perfetta, porsero al gruppo della Sabbia e della Foglia un solenne inchino.
Il gruppo ricambiò e improvvisamente dovettero pararsi il viso con le braccia, una forte folata di vento si era alzata improvvisa.
Gli occhi di Aylin si erano fatti di un giallo acceso, avendo richiamato la sua innata, un vortice che avvolse lei ed il resto dei suoi compagni.
Un attimo prima che scomparissero, la ragazza mandò un baciò al volo a Naruto, il quale sia lui - ma anche Sakura e Yamato che non proprio non si aspettavano una cosa del genere - divenne rosso come un peperone.
Quando il vento si calmò, nella radura erano rimasti solo loro e gli Accolti ancora una volta diedero dimostrazione della loro nomea di coloro che non esistono.
«Davvero pensate che li rivedremo ancora? Si sono presi anche la testa di Toshiro, torniamo ai nostri villaggi a mani vuote.» Commentò Temari, portandosi le mani sui fianchi e corrucciando lo sguardo.
«Eilin me lo ha promesso, perciò non ho dubbi che sarà così,» le rispose Gaara, con ancora lo sguardo posato ove fino a poco prima c'era la sua amica d'infanzia.
«E poi, ora che ci hanno rivelato i piani della Confraternita delle Ombre, dovremmo stare ancora più attenti.» Disse Kankuro, aggrottando lo sguardo.
Yamato si portò una mano al mento e si fece pensieroso. «Dovrò confrontarmi con il Quinto Hokage e con gli altri membri dei servizi segreti, ma se ci ho visto giusto, per ora non faranno mosse azzardate.»
«Cosa glielo fa credere, capitano Yamato?» Chiese Gaara.
«Loro puntavano sulla forza delle gemelle, ma hanno peccato di ingordigia, cercando di ottenere anche la quarta reliquia, che tra l'altro non era neanche certo esistesse. Nessuno fino ad ora, aveva più sentito parlare di Hime ed i loro segreti sarebbero stati per sempre celati, se non avessero voluto esporsi a questo modo.
Se avevano accordi con Akatsuki, potevano provare a trovare il modo di farsi prestare il potere di uno dei Cercoteri già ottenuti, per sbloccare il sigillo. Invece con uno stratagemma hanno deciso di rivolgersi alla Foglia e, per mescolare le carte, anche a Suna. Nella loro boriosità, si erano convinti di potercela fare, perché già in passato erano riusciti recuperando le tre reliquie, ma non hanno tenuto in conto che i tempi cambiano, le tecniche si perfezionano e anche l'empatia verso le Forze Portanti è cambiata nel corso di questi secoli.»
Naruto guardò il capitano con un'espressione stupita. Anche se era già da qualche anno che qualcuno lo chiamava "amico" gli spettri del suo passato lo rimandavano sempre ad una vocina che gli sussurrava di non fidarsi del prossimo, che il prossimo non lo avrebbe mai amato per quello che era. Le parole dell'uomo quindi lo rincuorarono, facendogli capire che il piano della Confraternita era già fallito a monte, perché nessuno di loro lo avrebbe abbandonato al suo destino.
Yamato però non aveva ancora terminato il suo ragionamento.
«Non credo si trattasse, però, solo di un forte ego. Io credo che Akatsuki non si fidasse veramente di loro. Anche quest'ultimi hanno iniziato a farsi un nome come mercenari, tant'è che alcuni villaggi, come quello della Roccia, ad esempio, hanno usufruito dei loro servigi all'abbisogno. Si possono quindi considerare come "rivali in affari". La Confraternita ha mille anni di sotterfugi ed intrighi alle spalle, Akatsuki lo sa bene, quindi cosa avrebbe fatto la Confraternita per ottenere la loro fiducia?»
«Avrebbero consegnato il Nove Code, il Cercoterio tra tutti gli altri, noto per essere il più potente,» commentò Gaara con serietà, per poi guardare Naruto con espressione profonda.
«Esattamente, onorevole Kazekage. Una volta ottenuta la quarta reliquia, non avrebbero mai potuto semplicemente ucciderlo. Se Kaze fosse stata ancora sotto il controllo mentale della Confraternita, lo avrebbe sigillato e spedito con un bel fiocco all'organizzazione.» Disse Yamato annuendo ed utilizzando un tono grave. «Non avremmo più potuto fare niente. Che poi si sarebbero comunque pugnalati alle spalle, questo non riesco a prevederlo.
Fatto sta che ora la Confraternita non ha davvero più in mano niente. Rimangono ninja d'elite, ma sono ninja ordinari e quindi inutili ai piani di Akatsuki. E certo la Confraternita non ci sta a retrocedere a semplice cane di quegli uomini.
No, rimarranno in attesa. In attesa di come si svilupperanno le cose, da che parte penderà la l'ago del vincitore, solo allora riemergeranno e faranno la loro mossa.»
«Quello che Eilin ha detto è vero,» commentò Sai. «La Confraternita delle Ombre è apprezzata dai Daimyo, ancor più dei ninja dei villaggi, poiché quest'ultimi fedeli prima di tutto al Capo Villaggio, mentre i padroni delle terre ninja potrebbero anche non riconoscerli per strada se li incrociassero. Avere invece ninja di alto livello, direttamente al loro servigio e che con il giusto compenso farebbero la qualunque, non credo sarebbe una cosa a cui rinuncerebbero facilmente, nemmeno se sapessero in che modo addestrano i loro sottoposti.»
«Questo garantisce loro una certa stabilità.» Proseguì Yamato. «Per anni se la sono cavata senza poter usufruire del potere che avevano sottratto, riusciranno sicuramente a restare a galla.»
«Ciò vuol dire che ora, anche se non supporteranno più i piani di Akatsuki, potrebbero avere un nuovo obiettivo?» Chiese Naruto allarmato.
Per una volta, il ragazzo ci aveva visto giusto, Yamato annuì alle sue parole.
«Non permetteranno che le reliquie sfuggano dalle loro mani. Forse per quello della Terra non c'è più modo di recuperarla, ma quelle dell'Aria, dell'Acqua e del Fuoco sono protetti semplicemente da involucri umani. Daranno la caccia agli Accoliti, non lasceranno alle gemelle un attimo di respiro.»
«Per questo ribadisco quanto già promesso alla grotta. Sarò il loro scudo.» Disse Gaara con tono deciso e i granelli di sabbia attorno a lui reagirono di conseguenza, agitandosi.
«Come ben sa, Kazekage, ora però la minaccia più grande è un'altra. Temo che per ora dobbiate lasciare la salvaguardia di Eilin e delle sue sorelle nelle loro stesse mani.»
«Il capitano Yamato ha ragione, fratello,» disse Temari, poggiandogli una mano sulla spalla. «Questa volta nemmeno il maestro Baki appoggerebbe la tua decisione, se decidessi di orientare le risorse del villaggio anche agli Accoliti. Devi considerare che non li conoscono come li conosciamo noi... ed il fatto che tu sia innamorato di Eilin potrebbe considerarsi come un'azione non lucida da parte tua.»
Gaara abbassò lo sguardo e corrugò la fronte. Non replicò, anche se avrebbe voluto tanto farlo, ma la realtà dei fatti parlava chiaro. Al momento forze più grandi erano in movimento e gettare nel calderone anche questa questione avrebbe complicato le cose.
«Vedrai, se la caveranno!» Esclamò Naruto fiducioso, mentre si portava le braccia dietro la nuca. «Quelle lì hanno una bella scorza dura.»
Poi come se un ricordo disgustoso gli fosse appena tornato in mente, fece una smorfia.
«Fidati che so di cosa parlo.»
Le parole di Naruto lo rincuorarono. Avendo anche lui vissuto quei giorni fianco a fianco alle kunoichi, se lui riponeva fiducia in loro, lui stesso avrebbe dovuto fare altrettanto.
Gli tornarono in mente i giorni di prigionia della sua amica e la grande forza dimostrata nel resistere alle torture, nonostante al tempo non avesse nemmeno dieci anni. Sì, doveva credere in lei.
«Ovviamente se lo chiederanno, non negheremo loro il nostro aiuto. Ma per ora, lasciamo che di queste questioni se ne occupino gli Accoliti stessi.» Concluse Yamato. «Guidati dallo spirito della somma Hime, se la caveranno e sentiremo ancora parlare delle loro gesta.»
Passarono i giorni e finalmente anche per il gruppo della Foglia e della Sabbia giunse il momento di salutarsi. Come amici di vecchia data, si abbracciarono e si mandarono auguri di buona salute. Gaara e Naruto, in particolare, si strinsero con forza la mano e si diedero una pacca reciproca. Avevano finalmente avuto modo di combattere fianco a fianco alla pari, rafforzando così ulteriormente la loro amicizia.
Da lì a un anno, pur non sapendolo, avrebbero di nuovo trovato l'occasione, sui campi di battaglia in nome della libertà delle terre ninja, minacciate dallo Tsukuyomi Infinito.
«Cosa è successo!?»
Il palazzo dell'Hokage tremò al grido furente di Tsunade, non appena Yamato terminò il racconto.
«Per favore si calmi, signorina.» Disse Shizune, mentre dal nervoso represso stava strozzando la povera maialina che portava sempre con sé. «Era così contenta quando oggi le hanno consegnato questa poltrona nuova di zecca che ha vinto alla lotteria!»
Tsunade strinse con forza i pugni e chinò il capo, chiuse gli occhi ed un nervo le spuntò da una tempia. «Sapevo che gatta ci covava, non era possibile che avessi vinto il primo premio subito dopo la vostra partenza.»
La squadra 7 non sapeva che rispondere, fissava la donna, rimanendo fermi lì sul posto.
«Almeno tutto questa è servito per sventare una minaccia che avrebbe aggravato la nostra posizione e non poco. Ben fatto squadra 7, direi che avete compiuto la missione di livello S+ con successo.»
«Evvaiii!» Esclamò Naruto, saltando sul posto con entusiasmo.
«Sì, però, non c'è una ricompensa... i nostri committenti si sono rivelati essere i nostri nemici.» Commentò Shizune, sinceramente dispiaciuta.
«Non preoccupatevi, la ricompensa di sapere che delle anime incatenate sono finalmente libere, per noi è la ricompensa più grande,» disse Naruto, sicuro di star parlando a nome di tutto il gruppo. «Sapere che finalmente lei è finalmente libera di sorridere, è per me più prezioso di tutto l'oro del mondo.»
Tsunade e Shizune chinarono la testa ed il busto di lato, in contemporanea, non comprendendo a chi il ragazzo si riferisse.
«Pare che in quest'avventura, Naruto si sia trovato la ragazza,» spiegò Sakura, chinandosi su di loro, con la mano davanti alla bocca.
«Ormai Naruto è tutto un "Kaze di qui, Kaze di là", non ha altro per la testa!» Aggiunse, alzando la voce e facendo spallucce.
Naruto si irrigidì improvvisamente, con i capelli drizzati e la faccia rossa. **«Ma no, Aylin è un'amica ma non, non... e poi Sakura, non essere gelosa, sai che ci sei solo tu nel mio cuore!»
**
«Ah è così che si chiama davvero? A noi non ce l'aveva detto. Non sbaglio, non sbaglio!»
«In effetti è una confidenza che un ninja dei servizi segreti non rivela così facilmente, il tuo livello di vicinanza con quella ragazza, deve essere pari a quello che ha Gaara con Eilin.» Osservò Sai.
«Insomma, basta, smettetelaaaaa!»
Favoriti dalle ombre della notte, tre figure ammantate di nero si aggiravano tra le vie del villaggio della Foglia. Le luci degli esercizi erano ancora accese, ma la folla era ignara della loro presenza. Nessuno si accorse del loro sfrecciare tra i tetti ed i vicoli, nemmeno le guardie poste a protezione del villaggio. Erano ninja esperti, con secoli di addestramento alle spalle sull'arte dello spionaggio e dell'infiltrazione. Difficilmente qualcuno sarebbe riuscito a fermarli dal raggiungere il loro obiettivo, anche se scoperti.
L'odore di ramen appena preparato, usciva dal camino dell'esercizio di Teuchi. Era stata un'intensa serata come al solito, il chiosco era stato ghermito di persone fino a poco fa, ma ora che era passata l'ora di cena, finalmente l'uomo di mezza età e sua figlia, potevano concedersi un momento di riposo tra i fornelli.
«Siete ancora aperti?»
Una voce femminile, fece sollevare il capo di Ayame, da sotto il bancone.
Tre persone dall'aspetto minuto con la maschera del colletto tirato fin sotto gli occhi, stavano lì ferme alla soglia con le gambe leggermente divaricate e le braccia dietro la schiena, in attesa di una risposta.
Di loro si potevano vedere solo gli occhi, tre sguardi sottili ed attenti di chi è abituato a non abbassare mai la guardia.
«P-papà... siamo aperti?»
Teuchi si affacciò al bancone, non comprendendo il tono esitante della figlia, ma poi capì subito, non appena anche lui posò lo sguardo sui nuovi avventori.
Deglutì per un attimo, ma poi confermò di essere ancora operativi.
«Ah menomale! Non abbiamo fatto tardi!» Esclamò la kunoichi al centro, abbassandosi la maschera e sfilandosi la fascia dalla testa, rivelando una chioma bionda.
«Aylin, te l'avevo detto che dovevamo girare a destra, avremmo fatto molto prima!» Rispose la ninja alla sua sinistra, che mostrò un paio di occhi viola, così come lo era il colore dei suoi capelli, raccolti in due code ricce.
«Avanti ragazze, solitamente il nostro obiettivo è il palazzo del Kage, quando entriamo nei villaggi, non certo un ristorante di ramen!» Commentò, cercando di fare da pacere, il ragazzo alla destra, un po' più alto di loro, con i capelli corti e neri.
Ayame si rilassò visibilmente, non appena comprese che il trio non aveva intenzioni ostili. Anzi, divenne di buon umore, sentendo come alacremente chiacchieravano tra di loro.
«Benvenuti, signori, siete nuovi da queste parti?» Chiese Teuchi, mentre con un panno iniziava a pulire tre scodelle per il ramen.
«Un po' difficile da spiegare, siamo di qui ed altrove.» Spiegò Aylin, sorridente. «Ora siamo esattamente dove vogliamo essere. Ci ha consigliato questo posto Naruto Uzumaki, pare sia un buon posto per tornare a casa sazi a dovere.»
Teuchi si illuminò. «Quel caro ragazzo! Certo, assolutamente questo è il miglior posto per ritenersi soddisfatti di aver trascorso una buona serata.»
Dopo aver scelto le varianti di ramen che volevano assaggiare, in men che non si dica le tre ciotole erano già sotto i loro nasi, fumanti e ben decorate in cima, su cui spiccava una rondella di naruto.
Improvvisamente il trio si incupì ed i due ristoratori si guardarono in faccia, con espressione interrogativa.
I ninja non avevano un'espressione disgustata, bensì spaventata.
Teuchi e Ayame non lo sapevano, ma l'istinto di sopravvivenza del trio aveva appena fatto salire loro il cuore in gola. Persino godersi una buona pietanza, farsi avvolgere dal piacere di un buon pasto, gli si sarebbe rivoltato contro.
Il sigillo d'obbedienza li dilaniava ogni volta che provavano delle emozioni e anche se ora non c'era più, la memoria del corpo aveva impresso in loro quella terribile sensazione.
Aylin che lo aveva avuto per circa un paio d'anni, ma non aveva mai veramente superato quelle tremende sensazioni, fu però proprio lei a farsi coraggio ed impugnare le bacchette.
Gli spaghetti raccolti, sotto la luce della lampada, apparivano lucidi e ancora fumanti.
Se li portò alla bocca e dopo averli assaporati ed ingeriti, poggiò di colpo le mani sul tavolo e chinò il capo.
«Che... che succede, ho messo troppa spezia?» Chiese Teuchi, sinceramente preoccupato di aver sbagliato qualcosa.
«Al contrario.» Rispose lei, con la voce improvvisamente incrinata. «Sono ottimi. Veramente ottimi.»
Copiose lacrimi scesero dal volto della ragazza. Un pianto di gioia e di sfogo.
Sì, finalmente era libera.
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EPILOGO
Mille anni fa.
Koyama stava camminando lungo il camminamento del palazzo degli Otsutsuki. Erano ormai molti anni che l'uomo con la moglie ed i figli frequentava la dimora paterna, anche se ormai anche lui aveva un proprio palazzo, noto come "Palazzo Uzumaki", che si distingueva per due vortici incisi sulle grandi porte di legno - il vortice era diventato ufficialmente il simbolo del suo clan.
Era ormai calata la notte e la mezza luna splendeva alta nel cielo. Era proprio in quell'orario che gli venne chiesto di presentarsi.
Ashura era avanti con l'età, ma più che gli anni del tempo, erano quelli trascorsi in battaglia a combattere contro il fratello ad averlo provato più di qualunque altra cosa.
Benché non fosse ancora la fine dei suoi giorni, egli aveva ritenuto fosse il momento di approfondire gli affari di famiglia, così che i figli conoscessero ogni cosa del loro retaggio.
«Padre, che piacere rivederti.» Disse Koyama, porgendo un inchino al padre, per rendergli onore.
«Il piacere è mio, caro figlio. Ho saputo che ormai in tanti si sono presentati alla porta del tuo palazzo, desiderosi di apprendere le abilità che tu stesso hai sviluppato in questi anni.»
«È così,» confermò l'uomo dai capelli rossi con ciocche bianche. «A differenza di altri clan che sono esclusivamente famigliari, il nostro è un gruppo di persone guidate dal desiderio comune di migliorarsi e di fare la differenza per queste terre. Cerco di trasmettere lo stesso spirito di unione che hanno sempre avuto gli Accoliti, nonostante provenissero tutti da estrazioni diverse, uniti solo dall'amore per la somma Hime.»
«Ciò ti fa onore e più tardi vorrei approfondire l'argomento, ma prima vieni con me in cortile.»
Era una bella sera d'estate e si stava bene, la leggera brezza serale era un toccasana contro l'afa del giorno.
Al centro del giardino zen, spiccava il tempietto, ma non essendo più ormai il custode delle reliquie, era stato utilizzato per fare un altarino in memoria di Hagoromo Otsutsuki.
«Quanti ricordi questo luogo,» commentò Koyama, guardandosi attorno.
«Davvero, belli e dolorosi che fossero,» rispose Ashura, con una nota malinconica nella voce.
«Di cosa volevi parlarmi padre, perché farmi giungere a quest'ora?»
Ashura indicò la luna grande e brillante che spiccava sopra le loro teste.
«Conosci le sue origini e chi ci abita, giusto?»
Koyama annuì. «Mi chiedo se Hamura Otsutsuki sia ancora in vita»
«Non te lo so dire, solo Hagoromo era in grado di comunicare con il fratello, nonostante l'incredibile distanza.» disse Ashura, sedendosi sul camminamento di legno, con accanto il figlio, sorseggiando del tè tiepido che i servi avevano portato loro poco prima.
Prima di iniziare a parlare, Ashura si prese un momento a fissare il vapore che si solleva dalla tazza, come stesse cercando di riordinare le idee.
«Koyama…» iniziò alla fine, senza distogliere lo sguardo dal cielo. «Tu conosci molte storie della nostra famiglia, ma non tutte sono mai state scritte negli annali. Alcune si tramandano solo da padre a figlio.»
Il capo clan degli Uzumaki rimase in silenzio, aspettando.
«Quello è il regno di mio zio. Hamura Otsutsuki.»
Un’espressione velata d’amarezza attraversò i suoi occhi.
«Dopo la battaglia contro la madre, Kaguya, la Terra era devastata. Mio padre ed Hamura fecero ciò che era necessario per impedire che la sua volontà si risvegliasse. Mio zio scelse la via più dura: separarsi da tutto ciò che amava, e partire. La sua missione era una sola: vegliare sul sigillo di Kaguya e impedire che venisse infranto.»
Ashura sospirò, stringendo la tazza tra le mani.
«Molti credono che Hamura sia fuggito… ma non fu così. Fu un sacrificio. Volontario, totale. Portò con sé un gruppo dei nostri e fondò il suo clan sulla luna, dove il corpo di Kaguya era stato imprigionato. Da lassù osservava la Terra… e noi. Ogni notte, come una sentinella silenziosa.»
Koyama seguì il suo sguardo, la luna che si rifletteva nelle sue iridi scure.
«I discendenti di Hamura svilupparono un potere diverso dal nostro. Se il chakra di Indra è affilato come una lama… e il mio scorre morbido come un fiume… il potere degli occhi di Hamura è come la luna stessa: chiaro, penetrante, capace di vedere ciò che si muove tra visibile e invisibile.»
Ashura prese un sorso di tè.
«Si dice che gli occhi del clan di Hamura possano percepire le vibrazioni delle emozioni, le intenzioni, persino la corruzione spirituale. La loro pupilla sembra semplice… ma dentro racchiude una forza antica, nata dalla volontà di proteggere e non di dominare.»
Poi si voltò verso Koyama.
«Non stupirti, ragazzo mio, se un giorno incontrerai qualcuno con quegli occhi. La loro luce non mente. La loro purezza è la prova che il destino della nostra famiglia non è solo segnata da guerra, rancori e cicatrici. C’è anche una parte luminosa, una parte che crede nella pace più di quanto la mia o la tua generazione sia mai riuscita a fare.»
Un leggero sorriso gli distese il volto.
«E a volte penso che Hamura abbia scelto la luna… perché solo da lassù si può vedere la Terra per ciò che è davvero: un mondo fragile, bellissimo, che merita di essere protetto.»
Ashura posò una mano sulla spalla di Koyama.
«Tu hai preso molto da tua madre, ma anche qualcosa da noi. Non so se un giorno i discendenti di Hamura torneranno… ma se dovesse accadere, tu saprai riconoscerli, il tuo sangue saprà farlo. Perché parlano il linguaggio della sincerità, dello spirito… e della luce.»
Un’ultima occhiata alla luna.
«E ricordati, Koyama: chi guarda la Terra dalla luna sa vedere i cuori degli uomini con più chiarezza di chi vive immerso nel rumore del mondo. Questa è la vera eredità di Hamura.»
Koyama rimase in silenzio a lungo, lasciando che le parole di suo padre scivolassero dentro di lui come acqua in un terreno assetato. La luna, grande e candida, si rifletteva nella superficie del tè ormai freddo; sembrava quasi un occhio che li osservava dall’alto.
Finalmente parlò, con voce bassa ma carica di un pensiero profondo.
«È curioso, padre…» mormorò. «Ascoltandoti parlare di Hamura, ho pensato subito a Hime.»
Ashura lo guardò con un lieve interesse.
Koyama proseguì: «Anche lei è stata mossa dallo stesso spirito, ma il suo spirito era legato alla Terra, non l'avrebbe mai lasciata, neanche se lo avesse voluto. Lei ha provato ad agire, camminando tra gli uomini, ha cercato di farli cambiare, non si è limitata ad osservare.»
Lentamente sollevò lo sguardo verso il cielo, come se da un momento all’altro potesse scorgerne il custode.
«Certo, mi chiedo…» continuò aggrottando lo sguardo, «…che cosa stiano vedendo, lassù. Se i discendenti di Hamura stanno osservando ciò che facciamo. Se vedono le guerre, le riappacificazioni, i nostri fallimenti… e le nostre speranze.»
Strinse le dita attorno alla tazza, assorto.
«E se un giorno scendessero dalla luna… per quale motivo verrebbero? Per giudicare? Per aiutare? Per impedire che gli errori di Kaguya si ripetano?»
Un’ombra di preoccupazione gli attraversò il volto.
«Temo che potrebbero non capire. Che potrebbero vedere solo il caos… e non gli sforzi. Le piccole vittorie. I cuori che cambiano.»
Poi, con un sorriso quasi impercettibile, aggiunse:
«Ma forse… forse vedrebbero anche questo. Un padre e un figlio che cercano la pace, una dea che ha amato gli uomini più di quanto abbia amato sé stessa… e delle famiglie che, nonostante tutto, hanno scelto di ricongiungersi.»
Socchiuse gli occhi per un istante, come se parlasse alla luna stessa.
«Se un giorno scenderanno… spero che troveranno un mondo che valga la pena proteggere, non distruggere. E spero che allora sapremo guardarli non come minacce… ma come fratelli perduti da tempo.»
Si voltò verso Ashura, il volto illuminato dal chiarore argenteo.
«La luna osserva, padre. Ma anche la Terra ricambia lo sguardo. E forse… è da questo scambio silenzioso che nascerà un giorno la vera pace.»
Ashura sospirò piano, come se quel ricordo fosse un nodo antico rimasto per anni in fondo al petto. Appoggiò la tazza accanto a sé e si girò verso Koyama, la luna che gli illuminava metà del volto e l’altra metà avvolta dall’ombra.
«Prima di andarsene,» rispose Ashura, sospirando «disse una certa frase: “Se un giorno la Terra smetterà di ascoltare la sua stessa voce… allora i miei figli scenderanno a ricordarle chi è.”»
Koyama corrugò appena la fronte. «La sua voce?»
Ashura annuì. «Intendeva dire la volontà degli esseri umani. Quel legame fragile che unisce tutti noi: la capacità di scegliere il bene anche quando sarebbe più facile cedere all’odio.»
Abbassò lo sguardo, come se vedesse davanti a sé lo zio Hamura così come se lo ricordava un tempo. «Hamura temeva che un giorno il mondo potesse perdersi. Che il rancore, le guerre, la sete di potere… avrebbero potuto cancellare ciò che lui e Hagoromo avevano cercato di costruire.»
Poi il tono si fece più grave.
«Ma ammonì anche: “Finché la Terra avrà un custode dal cuore limpido, nessuno dei miei discendenti dovrà interferire.”»
Koyama trattenne il respiro. «Un custode…»
«Sì.»
Ashura sollevò lo sguardo verso la luna. «Un uomo, una donna, un bambino… chiunque incarnasse la capacità di amare il mondo più di quanto amasse se stesso. Qualcuno capace di impedire alla sofferenza di generare distruzione. Finché quel custode esiste, la Luna deve rimanere silenziosa.»
Le dita di Ashura si strinsero appena sul bordo della veste.
«Hamura disse questo, ma le parole… col tempo possono essere fraintese. Travolte dal dolore, dalla paura, dall’orgoglio.»
Il suo sguardo si fece triste. «Un giorno, spero proprio di no, i suoi discendenti potrebbero pensare che l’intervento dovrebbe essere un dovere… non un estremo rimedio.»
Poi posò una mano sulla spalla di Koyama, stringendola con un calore sincero.
«È per questo che figure come te sono indispensabili. Finché esiste qualcuno che tiene vivo il filo tra un cuore e l’altro, la Luna non dovrà mai intervenire. E se un giorno scenderanno… che trovino un mondo che non abbia bisogno di essere corretto, ma solo compreso.»
Lo guardò con un sorriso fioco, ma pieno d’orgoglio.
«Finché esistono uomini come te, Koyama… la Terra non ha nulla da temere dalla Luna.»
Note dell'autore:
Siamo così arrivati alla fine del primo racconto de "La leggenda di Hime". Se siete giunti fino a qui, spero che la storia vi abbia lasciato una bella sensazione.
Come dissi all'inizio, questo è un racconto che avevo in testa da anni e che man mano che le vicende si sviluppavano, perfezionavo anche la logica di come potersi inserire tra le righe del canonico o almeno ci ho provato.
Il secondo racconto si chiama "La leggenda di Hime: gli occhi della luna", ambientato dieci anni dopo questo.
Grazie per il vostro supporto!
Piccole curiosità nel racconto:
Il nome di Aylin significa "lunare", per questo guarda la luna, quando lo rivela a Naruto. Inoltre vuole essere anche un riferimento al dualismo tra lei che serve il bene nella notte, in contrapposizione a lui che lo fa alla luce del sole.
Inoltre, è anche un piccolo omaggio alla strega dell'aria "Hay Lin", del fumetto W.H.I.T.C.H. che da ragazzina mi piaceva molto.Tailin è una variante di orchidea rosa. Per questo quando Hime della Terra fa spuntare un'orchidea dal terreno, essa è rosa - anche se a quel punto la ninja non può vederla. L'orchidea rosa rappresenta amore, affetto, femminilità e gioia, in sostanza Hime della Terra le sta esprimendo la sua gioia e l'affetto nei suoi confronti, in quanto in un certo senso erano sorelle.
Eilin invece significa splendente, luce brillante. Una ragazza che però era stata condannata a vivere nell'ombra e tra tutte e tre anche quella dal destino più cupo. Per Gaara è riuscita comunque ad essere la sua luce, quando anche lui vagava tra le tenebre.
Koyama e Kojama.
Ko= bambino;
Jama significa "bambino che disturba", un modo per maltrattare il figlio di Ashura. Yama invece è la divinità indù della morte e del giudizio. Inizialmente, infatti, viene conosciuto come "Shinigami", ma poi questo suo ruolo è mutato in giudice per riappacificare le due famiglie.La Confraternita delle Ombre, è un omaggio e un'ispirazione al film di Batman Begins, benché questa cosa si limiti al nome. I ninja della confraternita sono ispirati ad i ninja classici.
Perché i serpenti e perché quello dell'acqua è considerato la "testa": il significato del serpente in Giappone è complesso e sfaccettato, associato a protezione, saggezza, fertilità e trasformazione. È considerato un messaggero divino, un guardiano contro le sfortune e una figura legata all'acqua, simile in alcuni aspetti al drago. Grazie alla sua capacità di cambiare pelle (muta), rappresenta anche la rinascita, il rinnovamento, la longevità e la guarigione.
Protezione e saggezza: Il serpente (hebi) è visto come un guardiano che allontana il male, le malattie e la sfortuna, e come simbolo di saggezza, aiutando a prendere decisioni corrette.
Trasformazione e rinascita: La muta della pelle lo rende un emblema di rinnovamento, trasformazione, guarigione e longevità.
Fertilità e acqua: È associato all'acqua e alla fertilità.
Divinità: È considerato un messaggero di divinità shintoiste e una figura collegata a entità come Ryujin, il dio drago del mare.