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Il Cuore al posto giusto
29 Luglio
La settimana successiva trascorse in un trambusto, ci fu il chiarimento all'area Vul tra Jack, Laura e Edoardo.
Io avevo continuato a seguire il gruppo di meditazione al parco della Vernavola, dove Sole aveva preso sempre di più le redini delle meditazioni.
Nonostante il tumultuoso periodo che stava attraversando Jack, Lucia e la band avevano continuato a vedersi in sala prove. Un turbinio di emozioni contrastanti che culminarono nel lunedì mattina, giorno della partenza di Sofia.
Ero combattuto tra la ritrovata serenità con Lucia, dopo la confessione, e una malinconia crescente al pensiero dell’imminente separazione dalla mia guru. Oltretutto, nel weekend Sofia era scomparsa, aveva lasciato solo un messaggio a Sole da recapitare a me: “Il silenzio è la vera risposta. Ascolta il tuo cuore.” Concludendo con “ci vediamo a Malpensa lunedì mattina.” Probabilmente, conoscendola, si era immersa in meditazione.
La situazione tra Laura, Edoardo e Jack era rimasta sospesa, come una nuvola carica di pioggia pronta a scaricarsi. Lucia ed io avevamo ripetutamente cercato di parlare con Laura, ma senza successo, mentre Edoardo, ostinatamente cieco di fronte al pericolo, continuava a frequentare Laura, incurante delle possibili conseguenze.
Ma si sapeva, come si suol dire, si può fare tutto, ma non si può impedire al tempo di scorrere.
Così arrivò il lunedì fatidico della partenza di Sofia. In un mese scarso la sua presenza aveva trasformato la mia vita, come un tornado silenzioso che, senza bisogno di interventi diretti, aveva spazzato via anni di tristezza e insicurezze. Certo, anche Lucia aveva avuto un ruolo fondamentale, ma l'arrivo di Sofia era stato il catalizzatore di un cambiamento profondo.
Quel lunedì mattina mi svegliai con un nodo allo stomaco. Il braccialetto di Sofia era sempre al mio polso, muto ricordo del legame spirituale che c'era tra di noi. Faceva un caldo terribile e mi vestii molto leggero, indossai un paio di shorts e una maglietta degli AC/DC, e mi diressi a casa di Lucia.
L'atmosfera era tesa, un misto di eccitazione per il viaggio di Sofia e tristezza per la sua partenza. Manuela e Antoine si erano offerti senza successo di accompagnarla a Malpensa. Sofia, con un sorriso sereno ma determinato, aveva risposto loro: «Il destino è nelle nostre mani, e ognuno lo deve compiere con le proprie forze. Questo viaggio è un passo che devo affrontare da sola.»
Lucia mi abbracciò sconsolata, mentre cercava di nascondere la sua malinconia dietro un sorriso forzato.
Arrivati a Malpensa, il terminal brulicava come un formicaio impazzito, un caos di valigie, trolley e voci che si accavallavano. Eppure, trovarla fu sorprendentemente facile. Sofia sedeva immobile su una panchina, un'isola di quiete in quel mare di agitazione. Ai suoi piedi, una piccola borsa di tela era l’unico suo bagaglio. Indossava un lungo abito color sabbia che sembrava fondersi con le tonalità neutre dell'aeroporto. Ai piedi portava un paio di ballerine in tessuto leggero e i suoi capelli neri erano sciolti e le ricadevano lunghi sulle spalle. Nessun orpello, nessuna collana, nessun braccialetto. La sua figura emanava una semplicità disarmante, che ben era in grado di evidenziare il carattere del suo viaggio.
Accanto a lei, seduta composta, c'era Sole. Minuta e radiosa, con i capelli biondi che le incorniciavano il viso delicato, contrastava con la figura più austera di Sofia. Indossava un top di lino color crema, finemente ricamato con motivi che richiamavano l’arte celtica, abbinato a pantaloni ampi dello stesso tessuto che le donavano un’aria eterea. Al collo portava la collana che era solita indossare Sofia: una semplice fila di perle di legno chiaro, legate da un sottile cordino di cuoio. Le perle, levigate dal tempo e dall’uso, sembravano irradiare un calore intimo, in contrasto con la fredda luce artificiale del terminal. Era un segno tangibile del loro legame, un passaggio di testimone silenzioso, quasi un’investitura. Le due erano impegnate in una discussione sottovoce, un fitto scambio di parole appena sussurrate, come se Sofia stesse passando a Sole le redini del gruppo di meditazione, affidandole un compito importante. A guardarle da lontano sembravano personaggi di un dipinto di Renoir, più che persone reali.
Quando fummo vicini alla panchina, Lucia non resistette più e corse ad abbracciare Sofia, con le lacrime che le rigavano il viso. «Mi mancherai tantissimo» sussurrò, con la voce rotta dall’emozione.
Sofia ricambiò l’abbraccio, stringendola forte. «Mi mancherete anche voi» rispose con dolcezza, prendendole poi il viso tra le mani. La guardò negli occhi, con uno sguardo profondo e sereno, e le disse, con un tono materno: «Mia cara Lucia» le disse, «Conserva sempre questa allegria e questa forza che ti illuminano, questa è la tua vera essenza.»
Manuela, pur dispiaciuta per la scelta di Sofia che non aveva compreso fino in fondo, le sorrise con affetto, augurandole un buon viaggio e raccomandandosi di farsi sentire.
Antoine, con un velo di tristezza negli occhi che tradiva il rimpianto per una separazione che sperava non sarebbe stata lunga come l’ultimo viaggio durato 4 anni, si avvicinò a Sofia, prendendola delicatamente per le spalle. Si allontanarono di qualche passo dal gruppo, creando un piccolo spazio di intimità, un breve istante rubato al tempo. Antoine la guardò, con un'espressione mista di orgoglio per la donna che era diventata e di malinconia per l’imminente separazione. Un silenzio denso di emozioni li avvolse. Antoine guardò la figlia negli occhi, con un'espressione mista di orgoglio e tristezza. «Fai buon viaggio, figlia mia» disse con voce commossa. «Qualunque cosa accada, sappi che io sarò sempre qui per te, ovunque sarai nel mondo verrò da te!»
Sofia annuì, con gli occhi colmi di comprensione. «Lo so, papà!» rispose, stringendosi a lui in un abbraccio silenzioso. Fu un momento intenso, un arrivederci sussurrato tra un padre e una figlia, un legame profondo che andava oltre le parole.
Poi fu il mio turno. Mi avvicinai a Sofia, sentendo il cuore battere all'impazzata. I nostri sguardi si incrociarono, i suoi occhi verde smeraldo, come sempre, mi avvolsero nel loro incantesimo.
«Ricorda» raccomandò Sofia, appoggiandomi una mano sul petto, in un gesto ormai famigliare, e citando le parole del suo guru Nisargadatta Maharaj, «Tu sei già quello che stai cercando.» Poi, con un tono più dolce aggiunse, «Matura quel distacco di cui tanto abbiamo parlato nei nostri incontri, che non è indifferenza alle cose, ma è un punto di vista non coinvolto, 'Sine Doxa' come dicevano i greci, 'senza giudizio'.» Era la sua ultima lezione me lo sentivo, lo vedevo nella sua espressione.
Mi si strinse il cuore più di quanto già non lo fosse, ma la mia Guru non aveva ancora terminato. «Questo distacco ti permetterà di vedere la vita così com'è e di vivere pienamente il presente. Come diceva un maestro, “Ogni giorno basta alla sua pena”, passato e futuro non esistono, tutto è un eterno presente. Tu non sei questo corpo, questa mente, tu sei l’infinito, l’immutabile, vivi la tua vita in modo pieno ma distaccato» e sollevò la sua piccola mano calda dal mio petto.
Annuii, sentendo la voce tremare. «Mi mancherai, hai fatto così tanto per me in così poco tempo...» la voce mi si bloccò in gola dall'emozione.
Sofia, annuendo mi prese le mani, stringendole. «Non è un addio, ma un arrivederci. Il nostro legame non si spezzerà.» Mi abbracciò con calore, un abbraccio intriso di una profonda connessione spirituale.
Sentii una strana pace invadermi, come se una parte di Sofia fosse rimasta con me, e in quel preciso istante capì che non l’avrei più rivista, per lo meno in forma fisica.
Poi fu la volta di Sole, che si alzò e abbracciò a sua volta Sofia, singhiozzando. «Non potrò mai ringraziarti abbastanza per tutto quello che mi ha insegnato!» Gli occhi delle due ragazze si incrociarono per un istante, uno scambio di comprensione e di affetto profondo.
L'altoparlante annunciò l’imbarco per il volo di Sofia. Lei sorrise a tutti, un sorriso sereno ma velato di tristezza, e si diresse verso il gate, scomparendo tra la folla. La sua assenza di bagagli, oltre alla piccola borsa di tela, rendeva il suo viaggio ancora più misterioso e simbolico, quasi un pellegrinaggio spirituale.
5 Agosto
Passò una settimana dalla partenza di Sofia.
Ero seduto al tavolino del Bar Italia, il bar del padre di Lucia. Era una di quelle giornate di piena estate pavese, il sole picchiava forte e corso Garibaldi era un brulicare di persone che passeggiavano, curiosando tra le vetrine dei negozi. Avevo davanti a me una birra fresca, il bicchiere appena velato di condensa, ma la mia mente era altrove. Nonostante fosse passata solo una settimana dalla partenza di Sofia, mi sembrava un’eternità. Il suo addio aveva lasciato un vuoto, ma anche una strana sensazione di pienezza, come se una parte di lei fosse rimasta con me.
Guardai Lucia, che fissava un punto imprecisato all'orizzonte con un’espressione pensierosa, quel pomeriggio era particolarmente bella. Dovevo ammettere che, nonostante il mio disappunto iniziale, i suoi capelli castani, ora più corti e ricci, le stavano davvero bene.
«Te l'ho detto» aveva replicato, quando mi ero lamentato del taglio, «così sono più comoda sul palco quando canto.»
E dovevo ammettere che ero d'accordo con lei, le davano un’aria più grintosa, quasi rock, che si sposava perfettamente con la maglietta larga di Patti Smith che indossava quel pomeriggio. Le scivolava morbida sulle spalle, rivelando la linea delicata del collo. La gonnellina leggera le sfiorava le gambe, mentre i suoi piedi nudi negli infradito sembravano quasi danzare sull’asfalto.
Le presi la mano, intrecciando le mie dita alle sue, sentendo la sua pelle calda contro la mia. Poi, quasi senza un preavviso, finimmo a parlare di come si erano sistemate le cose tra Laura e Jack.
«Oddio» disse Lucia, stringendomi leggermente la mano e appoggiando la testa sulla mia spalla, «quel pomeriggio all’Area Vul dev’essere stato un vero casino. Laura mi ha detto che Jack era completamente fuori di testa.»
Le spostai delicatamente una ciocca di capelli dal viso, arrotolandola per un secondo intorno al mio dito. I suoi capelli profumavano di un vago sentore di lavanda e qualcosa di dolce, forse vaniglia, che mi faceva stare bene. «Me l’ha detto anche Edoardo. Sembrava che l’aria fosse pesantissima. A quanto pare, Jack non l’ha presa per niente bene la storia tra loro.»
«Ma va'» replicò Lucia, con una smorfia e un piccolo sorriso che mi fece sciogliere il cuore. «Si sentiva tradito, soprattutto perché è successo in un posto che significava tanto per lui e Laura. Mi ha detto che continuava a ripeterle: “Ma proprio qui? Con lui?”»
«Edoardo mi ha raccontato che ha cercato di restare calmo…» continuai, accarezzandole il dorso della mano con il pollice e poi riprendendo a giocherellare con una ciocca dei suoi capelli, facendola girare tra le mie dita. «… spiegando a Jack che tra lui e Laura non c’era stato niente finché la loro storia non era finita. Ma Jack era accecato dalla rabbia. Lo accusava di essersi approfittato della situazione.»
Lucia scosse la testa, stringendosi di più a me. «Laura mi ha detto che a un certo punto ha avuto paura che potesse succedere qualcosa di brutto. Jack era talmente furioso che sembrava sul punto di saltare addosso a Edoardo. Per fortuna lei si è messa in mezzo.»
«Sì, anche Edoardo mi ha detto che Laura è stata fondamentale per riportare la calma» dissi, mentre con una mano le tenevo la mano e con l’altra continuavo a giocare distrattamente con una ciocca dei suoi capelli. «Gli ha detto con fermezza: “Basta, Jack. È finita. Devi fartene una ragione.” Sembra che quelle parole lo abbiano fatto rinsavire.»
«Laura mi ha raccontato che dopo che gli ha detto quelle cose c'è stato un silenzio tombale» continuò Lucia, alzando lo sguardo su di me con un'espressione triste. «Un silenzio pieno di tensione, immagino. Poi Jack ha abbassato lo sguardo e ha detto semplicemente “Ok. Ho capito.” Sembrava completamente a pezzi.»
Sospirai, stringendola a me. «Edoardo mi ha detto che dopo quel momento la tensione ha iniziato a calare. È stato un confronto difficile, ma necessario. Immagino che sia stata dura per tutti e tre, ma almeno adesso la situazione è chiara.»
«Speriamo» disse Lucia, guardando verso l’ingresso del bar e poi tornando a posare il suo sguardo nei miei occhi.
«Speriamo davvero che sia finita qui e che possano andare avanti tutti» le risposi, accarezzandole il viso e dandole un leggero bacio sulle labbra.
Ma lei non contenta di quel bacio leggero, mi si avvicinò di nuovo baciandomi con più passione.
In quel preciso istante li vidi arrivare.
Edoardo e Laura si avvicinavano al nostro tavolo, mano nella mano, i loro volti illuminati da un sorriso sereno e complice. Edoardo aveva un'aria più matura, come se avesse finalmente trovato il suo posto nel mondo. Laura, nonostante avesse cambiato ragazzo, non aveva rinunciato al suo stile eccentrico e decisamente rock. Anzi, per sottolineare il cambiamento, aveva tinto i suoi capelli di un viola intenso. Indossava una maglietta nera attillata che lasciava intravedere le forme, pantaloni di pelle nera e anfibi. Come sempre, il suo enorme tatuaggio della tigre, era ben visibile. Aveva un’aria più tranquilla, libera da un peso che la opprimeva da troppo tempo.
«Ehi ragazzi! Vedo che siete sempre arrapati come lupi. Ad averlo saputo, avrei portato con me un secchio acqua fredda!» esclamò Laura con il suo solito sarcasmo, ridendo di gusto.
«Ma smettila!» Le rispose la mia ragazza alzandosi per abbracciarla.
«Ciao!» risposi io, come sempre in difficoltà quando c'era Laura. Immaginai che per Edoardo sarebbe stata una bella gatta da pelare! Ci scambiammo i convenevoli, parlando del più e del meno. Era evidente dai loro sguardi che erano felici e che si erano lasciati le difficoltà alle spalle.
La tensione che li aveva avvolti fino a poco tempo prima era completamente svanita.
«Allora, ragazzi» dissi con un sorriso, «ci raccontate com'è andata al Vul?»
Laura e Edoardo si scambiarono un’occhiata complice, poi Laura iniziò a raccontare, interrompendosi spesso per le battute di Edoardo e le risate degli altri. Il racconto si trasformò presto in una serie di aneddoti divertenti, esorcizzando la tensione passata con una buona dose di umorismo. Il peggio era passato e il futuro era lì davanti che ci attendeva e chiedeva solo di essere vissuto!
Davanti a noi, sul corso la gente passeggiava spensierata, immersa nella propria vita, incurante di tutto quello che ci era successo in quei giorni. Guardai Lucia, che mi sorrideva mentre parlava con Laura ed Edoardo. Ero grato all’universo per avermi dato la possibilità di stare con lei. La tensione che ci aveva avvolti fino a poche settimane prima era svanita, lasciando spazio ai sorrisi leggeri sui nostri volti. Un pensiero mi sfiorò la mente: Sofia e il suo addio, seppur malinconico, aveva portato con sé una strana pace. “Ascolta il tuo cuore” era solita dirmi, e io stavo imparando a seguire quel consiglio. E in quel momento, seduto al tavolino del Bar Italia con Lucia e i nostri amici, sentivo che il mio cuore era finalmente al posto giusto!
Sorrisi anch’io agli altri, alzando il bicchiere in un brindisi silenzioso al futuro, che ci stava aspettando!
Mentre sorridevo a Lucia, sentii il braccialetto di Sofia sfiorarmi il polso. Un lieve tocco che mi ricordò la sua presenza che era sempre con me, malgrado la distanza fisica che in quel momento ci separava.
Il sole continuava a splendere su Corso Garibaldi, illuminando i nostri sorrisi e proiettando ombre lunghe sul nostro passato. Un passato che, grazie a Sofia, avevo finalmente imparato ad accettare e a lasciare andare, aprendo le porte a un futuro pieno di possibilità.
Quella fantastica storia era iniziata in un bagno con il ritornello di una canzone come colonna sonora. La mia mente senza volerlo, vagò a quel preciso istante, mentre guardavo ammirato, quella che da lì a pochissimo sarebbe diventata la mia ragazza che rifacendosi la coda sussurrando canticchiava: «Vediamo cosa ci riserva questa sera, che è cominciata con un desiderio...»
Fine