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← Isadora: l'amuleto della Dea della Guerra

Creato il 18/06/2026, 18:00 · Aggiornato il 18/06/2026, 18:00

Capitolo 2: I

@daisy_eastDaisyEast
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Bullismo
  • Disturbi Alimentari
  • Ideazione suicidaria / Tentativo di suicidio
  • Morte
  • Sangue
  • Uso di sostanze / Dipendenze
  • Violenza
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Isa infilò la coda di cavallo sul retro del cappello con visiera e lo raddrizzò sulla testa. Diede un’ultima occhiata allo specchietto appeso al proprio armadietto, per essere sicura di essere ben in ordine. Recuperò il cellulare dallo zaino, scattò al volo una foto, mettendo bene in mostra il logo giallo sul berretto nero e nascondendo parte del viso sotto la visiera.

Aprì la chat Telegram nominata “Papi” e allegò la foto al messaggio:

“Pronta per il primo giorno!”

Premette invio. Il messaggio partì. Non attese di vedere se suo padre lo avrebbe visualizzato subito, forse in quel momento non aveva neanche il telefono con sé. Per quanto ne sapeva, poteva trovarsi all’interno di qualche pozzo. Spense il cellulare, lo posò di nuovo dentro allo zaino e lasciò tutto dentro l’armadietto.

Diede un’ultima occhiata al ciondolo che portava al collo, non avrebbe dovuto indossarlo ma non se la sentiva di svolgere quel compito senza il suo portafortuna con sé. Lo nascose sotto la t-shirt abbinata al cappello e uscì dal camerino.

«Isa, sei pronta?»

«Sì, Rosa. Ci sono.»

La donna che aveva accettato di prenderla sotto la propria supervisione la attendeva già fuori. Eppure erano in largo anticipo sull’orario di apertura al pubblico.

«Bene. Siamo quasi pronti. Il gruppo della scuola media sarà qui a minuti, ricordi tutto?»

«Sì.» Si avviarono verso l’ascensore: «Quando Angelo finirà con il Percorso Cronologico, li porterà da me nella Galleria della Scrittura. Una volta lì, ho già in mente come procedere con la mia presentazione.»

« Ti senti nervosa?» La donna le tenne una mano sulla spalla mentre risalivano fino al terzo piano.

«Solo un po’. Quantomeno avrò il tempo di ripassare tutto mentre li attendo…»

«Oh, se hai un minimo del talento di tuo padre, riuscirai alla grande.»

Isadora non amava essere paragonata al padre ma aveva capito con il tempo essere una cosa inevitabile. Lì, al museo egizio di Torino, conoscevano tutti il professore Gentile. Aveva iniziato a lavorare lì come guida ma aveva proseguito i propri studi in Archeologia e aveva insistito fino ad ottenere in carico dei grandi scavi al Cairo, il cui successo gli aveva procurato molta fama. Ogni tanto, quando tornava dai propri scavi, gli veniva chiesto di aiutare al museo come guida o per alcune presentazioni. Lo conoscevano tutti, e tutti lo ammiravano e lo amavano. Isadora era praticamente cresciuta lì e conosceva quelle persone fin da quando era piccolissima.

«Eccoci arrivati. Io e gli altri andremo dando un’occhiata alla situazione e interverremo se avrete bisogno.» Rosa la lasciò all’ingresso della galleria. «Fai pure un cenno a me se necessiti supporto, va bene?»

«Grazie. Lo terrò a mente.»

Non disse: «Cercherò di non farmi prendere dal panico.» ma lo pensò.

Venne lasciata da sola, tra le vetrine che esponevano gli antichi oggetti: papiri esposti in modo da presentare l’evoluzione della scrittura egizia in ordine cronologico, statuette di scribi, steli dai colori sgargianti ornate di geroglifici. A farle compagnia, solo gli schermi che presentavano video silenziosi sul funzionamento dei geroglifici o sulla lavorazione del papiro, senza voce, solo immagini che scorrevano.

Aveva ancora un po’ di tempo, non sarebbe toccato presto a lei.

Prima Laura, una sua collega universitaria, avrebbe presentato ai ragazzi della scuola media la zona della Materia, poi sarebbero saliti al secondo piano per procedere con il Percorso Cronologico, diviso tra Matteo, Jasmine e Angelo. Quest’ultimo avrebbe quindi portato la classe fino al terzo piano, dove allora sarebbe toccato a lei presentare l’evoluzione e il funzionamento della scrittura egizia e dei geroglifici.

Approfittò dell’assenza di chiunque e iniziò a fare avanti e indietro lungo il percorso in cui avrebbe guidato i ragazzini, ripassò a mente i discorsi e le spiegazioni che si era preparata nemmeno si trattasse di un esame universitario (quelli, per fortuna, li aveva terminati…), ma sarebbe stato molto utile anche per la sua tesi di laurea, quindi voleva andasse tutto per il meglio.

Pian piano, i corridoi si riempirono di altri visitatori, molti dei quali turisti, che aveva imparato a riconoscere dall’abbigliamento in molti casi. Un uomo attirò la sua attenzione, non le parve un turista a primo impatto, ma lo trovò particolare. Di bell’aspetto, con ricci castani a incorniciargli il viso, doveva essere più grande di lei ma non superava la trentina, era parecchio abbronzato. La colpì il fatto che indossasse, nonostante il caldo estivo, una lunga giacca aperta. Sotto solo il petto nudo, niente t-shirt o camicie. La stupì lo avessero fatto entrare, era abbastanza inopportuno come abbigliamento per un luogo di culto, dove tra l’altro potevano trovarsi molti bambini.

Ma lei lì era solo una stagista e il suo unico obiettivo era fare da guida alle scolaresche, non si permise di dire nulla. L’uomo stava in piedi davanti ad una parete che mostrava una raffigurazione della statua di Jean-François Champollion di Bartholdi. Lo affiancò, notando l’intensità del suo sguardo.

«La affascina la figura di Champollion?»

Lui abbassò gli occhi per osservarla: «Diciamo che… non mi lascia indifferente.»

Fu una risposta strana ma Isadora non si permise di giudicare. Anche lei era considerata una persona strana, da molti, persino dai suoi colleghi universitari.

Eppure, quel tipo doveva essere un grande appassionato di egittologia, portava attorno al collo, ora che lo osservava da vicino, una collana con un ciondolo a forma di scettro was, uno dei simboli del dio Anubi.

«Isadora…» Mormorò lui.

«Come?»

«Sulla tua maglietta. Ti chiami Isadora?»

«Oh, sì.» Abbassò lo sguardo sul nome cucito in giallo sulla propria maglietta, dall’altro lato rispetto al simbolo del museo.

«Ti chiami Isadora e hai deciso di studiare egittologia?» Per la prima volta l’espressione dell’uomo si aprì in qualcosa di molto simile a un sorriso, ma non di certo gentile. Le parve più divertito, quasi derisorio.

Per fortuna aveva imparato con il tempo a lasciarsi scivolare addosso commenti e battute: «Buffo, non è vero?» Rispose con tono calmo.

Avrebbe potuto dirgli che era stato suo padre, un egittologo, a scegliere il suo nome, e lei aveva semplicemente deciso di seguire la sua stessa strada, ma che senso avrebbe avuto sprecare fiato con qualcuno di tanto ottuso? Chi saltava a conclusioni affrettate solo per prenderla in giro, senza sforzare la propria mente così da trovare una spiegazione plausibile per quel fatto, non meritava il suo tempo o le sue energie. Rimase più che altro delusa. Si aspettava maggiore pensiero critico da parte di un appassionato di egittologia. Forse si era sbagliata, e quella collana era un caso, o semplicemente qualcosa che l’uomo aveva trovato a casa e aveva deciso di indossare per far visita al museo. Vanità, superficialità, null’altro.

Sentì in lontananza il vociare della scolaresca delle scuole medie e la voce di Angelo che cercava di mantenere ordine tra i vivaci tredicenni.

«Mi perdoni, il dovere chiama.» Si voltò e raggiunse l’esterno della galleria. Il gruppo stava risalendo la gradinata che portava lì dal secondo piano.

Davanti a loro, un ragazzo dai lunghi capelli neri legati in una coda e occhi castano scuri, con una maglietta e un cappello uguali ai suoi.

«Bene, il nostro giro finisce qui!» Annunciò il giovane. «Mi ha fatto piacere avervi conosciuti. Ora vi lascio nelle abili mani della mia collega, Isadora.» Si voltò verso di lei e le fece un occhiolino.

Si avvicinò per poggiarle una mano sulla spalla, si chinò abbastanza da sussurrarle all’orecchio: «Sono tosti. In bocca al lupo.»

Isa cercò di ignorare la sensazione allo stomaco avvertita non appena Angelo le si era avvicinato. Annuì. «Viva il lupo…»

Lui le sorrise e la superò, inoltrandosi nella galleria, forse per raggiungere l’ascensore e scendere al piano terra più comodamente.

Isadora prese un grosso respiro per poi battere le mani e tirare fuori il miglior sorriso che le uscì: «Benvenuti a tutti!» Si rivolse alla scolaresca. « Il mio compito sarà accompagnarvi lungo la Galleria della Scrittura per raccontarvi il misterioso e affascinante mondo della scrittura egizia, a partire dai geroglifici. Ma prima di tutto, vorrei conoscere meglio tutti voi.»

Indicò i piccoli schermi appesi alle proprie spalle, sulla parete che precedeva l’ingresso alla zona delle esposizioni. Si avvicinò ad uno di essi e con la tastiera presente sul touch-screen digitò il proprio nome: «Io sono Isadora.» Premette invio e sullo schermo apparve il suo nome scritto in geroglifici.

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Vide dai loro sguardi che aveva attirato la loro attenzione.

«Mi piacerebbe conoscere anche i vostri nomi. Prego, avvicinatevi pure e inseriteli a turno, con il cellulare potete poi scaricarli tramite QR code sui vostri cellulari. Mi piacerebbe li teneste a portata così da potermi rivolgere a voi per nome durante la guida.»

Li osservò mentre emozionati si mettevano in fila attendendo i loro turni, per poi tenere lo schermo del cellulare aperto sull’immagine scaricata appeso al collo. Sorrise. Era stato un buon inizio.

«Prego, ora seguitemi all’interno della galleria per l’inizio del nostro giro.»

Si avvicinò alla prima teca da esposizione: «Ditemi, ragazzi, avete osservato bene gli oggetti esposti durante il vostro giro fino ad adesso?»

Non tutti risposero, ma chi lo fece si limitò ad annuire. Una ragazzina (Noemi, a quanto lesse dal suo cellulare), le parve più attenta e partecipe degli altri e annuì con più convinzione.

Sorrise: «Cosa avete notato riguardo alla scrittura?»

Fu proprio Noemi ad alzare la mano.

«Prego.» Le diede la parola.

«Non tutto era scritto con i geroglifici.»

«Esatto.» Chiaramente, la ragazzina sapeva già dove lei voleva dirigere il proprio discorso. «Come già avrete notato, o come alcuni di voi sapranno se hanno seguito con cura le lezioni di storia a scuola…» Lanciò uno sguardo di intesa agli insegnanti. «…la scrittura egizia non è solo composta da geroglifici.» Indicò i diversi papiri esposti nella teca, in ordine ad indicare l’evoluzione della scrittura nel corso delle epoche. «Si parte dal geroglifico, per poi arrivare allo ieratico, che serviva a semplificare e velocizzare la scrittura negli affari pubblici, poi al demotico e infine al copto…» Proseguì con una spiegazione sulle funzioni e sulle caratteristiche di ogni scrittura, senza entrare troppo nel dettaglio per non annoiare i giovani e rischiare di perdere la loro attenzione.

Mentre parlava, indicando ogni esempio dietro la vetrina, notò che l’uomo di prima si era avvicinato per ascoltare e così anche altri visitatori, almeno chi comprendeva l’italiano, per seguire gratuitamente una sorta di visita guidata. Arrossì ma cercò di non farsi prendere dal panico per la troppa attenzione. Passò avanti, verso uno schermo appeso in un angolo della galleria.

«Come tutti sapete, la carta utilizzata dagli egizi prende il nome di papiro. Avete avuto modo di vederne molti esposti fino ad ora, e come avrete notato possiede un pattern molto particolare, simile ad un ricamo.» Iniziò a commentare il mini documentario allo schermo. «Il Cyperus papyrus è una pianta acquatica. La sua fibra viene tagliata a strisce sottilissime per poi essere tenuta a mollo per alcuni giorni, così da perdere i suoi zuccheri. Una volta pronte, le strisce vengono battute per appiattirle ed estrarre l'amido naturale, che servirà da collante. Su un panno umido, vengono disposte affiancate l’una all’altra, prima in verticale, poi con un secondo strato superiore in orizzontale, metodo che viene detto a…» Lasciò parola agli studenti.

Noemi e altri cinque risposero in contemporanea: «…incrocio!»

«Bravissimi.» Sorrise loro. «Il foglio viene poi pressato a lungo con un tornio per legare tra loro le fibre grazie al loro amido e viene poi essiccato al sole. Così facendo, si ottiene la superficie su cui scrivere.»

Il fatto che il documentario presentasse come unico audio gli effetti sonori del procedimento, le permise di parlare senza che la sua spiegazione risultasse fastidiosa e parve l’attenzione dei ragazzi rimanesse abbastanza alta.

«Basta dare loro degli schermi da guardare…»

Per fortuna, le attività interattive non sarebbero mancate.

Proseguì il suo viaggio: «Come abbiamo detto, la scrittura egizia passa attraverso molte fasi, ma ovviamente la più comune e più conosciuta è quella dei geroglifici. Molti sono stati gli egittologi che con il tempo hanno provato a decifrarli. Si sono susseguite molte teorie, la principale li vedeva come segni mistici, esoterici o filosofici, senza alcun significato fonetico. Incomprensibili, insomma. La svolta arrivò grazie alla Stele di Rosetta.» Indicò loro un altro schermo presente nella sala, intendo a mostrare l’analisi di una frase presente nella stele. «Per inciderla furono utilizzati il Geroglifico, il Demotico e il Greco Antico. Questa fu la chiave decisiva per permettere di comprendere che il Demotico non fosse altro che una trascrizione dei Geroglifici. Inoltre, grazie al testo greco, fu possibile avere una chiave di lettura su cui basarsi. Come?»

Li osservò. I ragazzi sembrarono rifletterci seriamente, fu Noemi ad alzare subito la mano ma Isa voleva permettere anche agli altri di partecipare. Poi, un ragazzino alzò timidamente la mano. Lo aveva notato a malapena, tanto era piccolo rispetto agli altri,

«Ivan…» Lesse il nome sul cellulare. «Prego.»

«Confrontando le parole che si ripetono con i simboli…?»

«Esatto! Thomas Young notò che il nome di Tolomeo si ripeteva spesso nel testo greco, trovò simboli che si ripetessero con la stessa frequenza tra i geroglifici. È stato il primo passo per scoprire come decifrarli. In seguito, Jean-François Champollion ha approfondito tali studi.» Indicò la figura dell’egittologo presente su alcune delle pareti della galleria. «Ma i geroglifici non corrispondono solamente a foni specifici, si tratta di una scrittura molto più complicata.» Li portò ad osservare un secondo documentario. Stavolta non ebbe bisogno di parlare, il video spiegava già il necessario sul funzionamento dei geroglifici e i diversi tipi di segni: fonogrammi, ideogrammi e determinativi.

Rosa le si avvicinò e le porse una borraccia: «Stai andando bene.»

Isadora non si rese conto di avere la gola secca finché non iniziò a sorseggiare l’acqua fresca. Aveva fatto bene ad approfittare dei video proiettati nella sala, in tal modo non rischiava di annoiare i ragazzi con le troppe parole e aveva modo di riprendere fiato. Porse di nuovo la borraccia, quasi vuota, alla responsabile, e si ricompose per continuare il giro.

La parte dedicata agli scribi fu piuttosto semplice: gli studenti erano piuttosto pronti,, si trattava di argomenti semplici che venivano trattati anche a scuola. Si soffermò qualche istante in più sulla presentazione degli attrezzi del mestiere esposti dentro una delle teche. Pensò potesse risultare un po’ più interessante, ai loro occhi.

«…ovviamente, tutti sapete chi fosse il dio protettore degli scribi.»

La risposta fu corale: «Thot!»

Isa sorrise divertita: «Esatto, il dio Thot, il cui simbolo era…»

«…l’Ibis!»

Le teche erano piene di raffigurazioni dell’uccello in questione.

«Lo scriba spesso, prima di iniziare a lavorare, versava per terra dell’acqua in offerta al dio. Era ovviamente un lavoro di grande prestigio, ma non dovete pensare gli scribi fossero così tanti. Infatti era poca la gente che sapeva leggere e scrivere. O non sarebbe stato un compito tanto importante. Le scuole iniziavano già dai cinque, sette anni, e la formazione era durissima.» Si fermò ad un certo punto del percorso: «Sapete? Da circa un paio d’anni, alcuni scavi hanno portato a scoprire la tomba di uno scriba interamente dedicata a Thot. Della vita dello scriba stesso non c’era quasi nulla inciso sulle pareti, se non preghiere e la sua devozione al dio. Si trattava di un uomo molto giovane, pare avesse a malapena vent’anni.»

L’uomo con la giacca aperta, che fino a quel momento l’aveva seguita con sguardo impassibile, parve all’improvviso interessato.

«Forse, un giorno, verranno esposti i ritrovamenti proprio qui, al Museo Egizio di Torino.» Isadora parlò più tra sé e sé mentre si guardava attorno e immaginava le nuove scoperte del padre esposte proprio lì.

L’ultima parte era dedicata a qualcosa di più spirituale: la convinzione per gli egizi che la scrittura avesse un proprio potere.

«Forse i geroglifici non saranno i simboli esoterici che credevano i primi studiosi, tuttavia per gli egizi stessi la scrittura aveva un potere.» Indicò su una delle tavole esposte un simbolo: «Per fare un esempio, la vipera cornuta. Simboleggiava il suono “f” ma rappresentava, come abbiamo imparato, anche l’animale stesso. Per gli egizi, i simboli che incidevano contenevano, come possiamo dire…? Una scintilla di potere e dell’anima di ciò che era rappresentato. La vipera cornuta era un animale molto pericoloso e si temeva che utilizzare tale simbolo potesse portare la persona di cui si parlava in un testo ad essere aggredita, o che usarlo all’interno di tombe, templi o luoghi chiusi dal forte potere spirituale animarla come per magia. Per questo, come gesto di scongiuro, la vipera veniva rappresentata con la testa decapitata.»

«Che cosa stupida…» Sentì borbottare un ragazzino, che forse voleva solo dimostrare di non credere a tali superstizioni.

Isadora sorrise divertita: «Ovviamente parliamo di un popolo molto antico, al giorno d’oggi potremmo dire che molte credenze del tempo fossero ridicole, d’altronde anche loro potrebbero dire la stessa cosa di noi. Per loro i gatti sono animali sacri, mentre noi abbiamo paura ad attraversare la strada se vediamo un gatto nero. Ricordate sempre che è facile giudicare chi è diverso, le usanze e le credenze degli altri… ma per loro probabilmente siamo noi quelli strani. È una questione di punti di vista, non esiste chi ha ragione o torto. Provare a mettersi nei panni gli uni degli altri può aprirci un mondo del tutto nuovo.» Allargò le braccia a indicare tutti gli oggetti esposti che li circondavano: «In fondo, è proprio così che riusciamo a scoprire tutte queste cose fantastiche sul passato, sia nostro che di popoli lontani.»

Concluse con un: «Tenete la mente sempre aperta. È questa la chiave per conoscere il più possibile.»

Dopo qualche istante di silenzio, sentì uno dei professori iniziare ad applaudire, seguito dagli altri e poi da molti altri adulti che li avevano seguiti fino a quel punto pur non facendo parte della scolaresca. Si ritrovò ad arrossire e si voltò senza dire nulla verso l’ascensore: «I miei colleghi vi attendono al piano zero per mostrarvi la Galleria dei Re. Grazie per avermi seguita fino a qui. Buon proseguimento.»

Lasciò che si occupasse Rosa di aiutarli a scendere a gruppi. Lei invece tornò indietro. Quando incrociò l’uomo dalla giacca aperta, lo trovò a chiacchierare con un altro tipo, un uomo dalla pelle color ebano vestito in un completo elegante bianco e nero. Fu una scena strana, ad occhio non avrebbero potuto esistere due persone più diverse. Mentre scendeva la gradinata, si bloccò.

«Quell’uomo è sempre stato lì con lui?»

Scese di nuovo nel camerino, recuperò dallo zaino cellulare, sigarette e accendino e uscì dall’edificio.

Si isolò in un angolo in cui non avrebbe rischiato di dare fastidio ai gruppi  che attendevano fuori per la loro visita guidata, prese una sigaretta dal pacchetto e la accese. Sentì subito il corpo rilassarsi dalla tensione alla prima boccata di fumo.

«Ce l’ho fatta. È andata.» In compenso era stata una bella esperienza. Aveva gradito la partecipazione dei ragazzi, cosa non scontata con studenti di quell’età.

«Dovresti smetterla con quella roba.»

Si voltò per vedere Angelo avvicinarsi.

«Non farmi la predica. Sembri mio padre.»

«Il professore ha ragione.» Lui allungò una mano e le strappò di bocca la sigaretta: «Sei già troppo magra ed emaciata e ti stanchi facilmente, ci manca solo questo veleno.» Si allontanò per gettarla in un cestino apposito lì vicino, dopo averla spenta.

Isa sospirò, irritata, ma non disse nulla. Sapeva che il suo collega aveva ragione, tuttavia non poteva farne a meno. Non aveva toccato nemmeno una sigaretta per tutta la mattina.

«Ho saputo da Rosa che sei andata benissimo. Molti hanno apprezzato la tua presentazione.» Angelo tornò da lei e si appoggiò alla parete con una spalla.

«Ero molto nervosa, non è facile attirare l’attenzione di ragazzi di quell’età.»

«Ci sei riuscita.»

Forse era stata solo fortunata, ma tenne il pensiero per sé.

Lui continuò, nel tentativo di avere una conversazione: «Notizie da tuo padre?»

«No. Non gli arrivano nemmeno i messaggi.»

«Sarà impegnato.»

«È una buona notizia, vuol dire che ha molto lavoro o che hanno trovato qualcosa di interessante. L’ultima volta che l’ho sentito era un po’ preoccupato.»

«Come mai?»

«Aveva paura di non trovare nulla in tempo per ottenere ulteriori fondi e continuare le ricerche.»

«Si trova a Saqqara, giusto?»

Isadora annuì: «Pensavo di andarlo a trovare e approfittarne per fare un giro in Cairo.»

«Sarebbe bello e te lo meriti dopo lo stress degli ultimi mesi.»

«Sì, credo mi farà bene allontanarmi un po’.»

Concludere gli studi universitari non era stato facile. Forse per alcuni lo era, e ci si aspettava che lo fosse soprattutto per la figlia di un archeologo. In realtà, era ancora più stressante.

Sapeva che, se non fosse stato per Angelo, forse non sarebbe nemmeno riuscita a terminare gli ultimi esami e avrebbe rinunciato da un pezzo… gli doveva molto.

«Prima o poi dovremmo farlo tutti. Un viaggio al Cairo, intendo.»

Isadora si trattenne dal rispondergli in maniera sgarbata. Non andava tanto d’accordo con il resto del gruppo. Non con tutti, quantomeno, e non amava nemmeno stare troppo in compagnia. Fosse stato per lei, avrebbe vissuto il resto della sua vita solo in compagnia dei morti.

Non gli rispose. Angelo non avrebbe insistito, lo sapeva, quando cercava di convincerla a passare del tempo in compagnia lo faceva con tatto e indiscrezione. Si conoscevano da anni, e lui ancora ci provava. Non si era mai arreso. Questo la faceva sentire molto in colpa ogni volta che rifiutava.

Lui parlò di nuovo: «A proposito. Stavamo pensando di andare tutti a mangiare al sushi. Vieni con noi?»

«Tu vai pure, io non ho molta fame, mangerò più tardi.»

«Sei sicura…?»

Annuì, lasciò i soldi sul tavolo e si alzò. Non lasciò all’amico il tempo di insistere, uscì dal bar e tornò verso il museo.

Si sentì molto male ma se fosse andata al sushi con lui e tutti gli altri si sarebbe sentita costretta a mangiare, e la sola idea le causò una sensazione di nausea.

Tornò negli spogliatoi del personale e aprì il proprio armadietto. Osservò il proprio viso allo specchio. Le occhiaie erano nascoste dal trucco, così come il pallore, ma era impossibile nascondere la magrezza del suo volto scavato. Non si pesava da mesi ma era sicura di aver perso ulteriori chili e di sicuro Angelo se ne era accorto. Avrebbe voluto distruggere quello specchio, distruggere il proprio riflesso, ma non sarebbe servito a nulla: non avrebbe cancellato la realtà del suo corpo, di cui si vergognava immensamente.

Tolse maglietta e cappello e indossò di nuovo gli abiti con cui era arrivata: una t-shirt a righe bianche e blu, dalla misura comunque troppo larga per lei.

Prese lo zaino, chiuse l’armadietto e uscì.

«Isa.» Rosa la raggiunse all’ingresso. «Non sei andata a pranzo con gli altri?»

«No, preferisco mangiare a casa oggi. Per giorni ho mangiato fuori, ho bisogno di un piatto di pasta come si deve.»

La sua mentore le sorrise: «Comprendo. Però promettimi che mangeremo insieme uno di questi giorni.»

«Certamente.»

Quantomeno, si sarebbe sforzata.

•◦ ❈ ◦•

Chiuse la porta e gettò le chiavi di casa nello svuotatasche.

Tolse le scarpe e indossò delle pantofole comode. Si gettò di peso sul divano del salotto con un sospiro e lasciò che i muscoli rigidi si sciogliessero sui morbidi cuscini.

Il silenzio la avvolse.

Non le dispiaceva, era abituata. Aveva imparato a vivere da sola molto presto, con suo padre spesso via per scavi archeologici. Inizialmente, per qualche anno, dopo che sua madre era andata via, aveva avuto delle tate, o amici di famiglia che si erano offerti di accoglierla e aiutarla. A circa sedici anni aveva iniziato a rimanere a casa da sola: sapeva cucinare, pulire, fare lavatrici… era diventata presto indipendente.

Di solito, quando non studiava, passava le giornate stesa sul divano a guardare la tv e fumare ed era tutto ciò che faceva da quando aveva terminato gli esami e non aveva altro da fare.

Recuperò il telecomando, aprì Netflix e scelse un anime. In lingua originale ma con i sottotitoli in italiano. Fece scorrere gli episodi uno dietro l’altro. Quando decise di fare una pausa il pacchetto di sigarette era dimezzato, fuori il sole iniziava a tramontare e l’orologio segnava le 21:00. Per un momento pensò di alzarsi e di prepararsi davvero quel piatto di pasta ma quando alzò lo sguardo verso la porta della cucina non ebbe la forza di alzarsi. Chiuse gli occhi con un sospiro, tirò la testa indietro sullo schienale e si addormentò.

Note di capitolo

Inizialmente l'idea era che il capitolo venisse più lungo e presentasse già l'inizio delle avventure ma temevo sarebbe risultato troppo pesante e pregno di eventi, magari con l'uscita di ogni capitolo datemi il vostro parere a riguardo!

Commenti

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