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Creato il 21/10/2026, 16:55 · Aggiornato il 21/10/2026, 18:40

Capitolo 2: II - Fuga Attraverso lo Specchio

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
AdolescentiIn corso

Avvertenze (opera)

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«Mamma! Diamanyte lo ha fatto di nuovo!» esclamò Vellen in tono canzonatorio guardando la sorellina in mezzo ai frammenti di specchio. Avevano circa cinque anni di differenza, ma per quanto sorelle non si assomigliavano per nulla.

Una scura di pelle, bionda e con gli occhi castani. L’altra chiara, dalla chioma rosso acceso e gli occhi di un delicatissimo azzurro perla. Quest’ultima portava uno scolapasta di metallo sulla testa, tutto decorato da fili di rame e bronzo. Ogni volta che indossava quell’affare prendeva la rincorsa e si schiantava contro il primo specchio che trovava, mandandolo in frantumi.

La prima volta era stato declassato a incidente, la seconda a fatalità, la terza in poi a dispetto mal riuscito.

Non che lo facesse con cattiveria, anzi, sembrava intenta a studiare qualcosa ogni volta che si lanciava a testa bassa contro uno specchio. Anche in quell’occasione sembrò ignorare completamente la sorella maggiore, troppo presa dall’analizzare il caschetto, sistemarne i fili e creare nuovi collegamenti.

Vellen glielo strappò dalle mani con aria di stizza, soppesandolo mentre Diamanyte saltava per cercare di prenderlo. Parlava pochissimo per avere otto anni, ma quando voleva si faceva capire.

«Cosa ci troverai poi di così importante in questo rottame» brontolò tirando i fili con la faccia di chi non capisce e non vuole capire «Gli spaghetti non sono fatti così, sai?»

«Lascialo» disse la bambina continuando a saltare «È mio, lascialo.»

«Secondo me lo hai rubato alla discarica» sbuffò Vellen arricciando il naso «Sarebbe il caso di riportarlo al suo legittimo proprietario.»

«No no no, quello è mio!» insistette Diamanyte pestando i piedi, poi si fermò di colpo, gli occhi che saettavano da una parte all’altra, infine raccolse un pezzo di specchio e lo mise alla luce del sole come a studiarlo. Le iridi piantate sulla sorella.

Fu quasi una frazione di secondo. Il tempo che Vellen urlasse dal dolore e mollasse il caschetto che cadde a terra fumante.

«Dannata pallida!» esclamò soffiandosi sulle mani scottate «Nemmeno la magia sapete usare decentemente, voi pallidi, dovete usare questi trucchetti insulsi. Non so cos’abbia spinto mamma a salvarti quella notte.»

Diamanyte non rispose, raccolse il caschetto, radunò un po’ alla meglio i pezzi di specchio tenendosene uno per sé e s’incamminò verso la sua camera con aria mesta.

Non era mai stata trattata benissimo in famiglia, anche la sorella più piccola, con cui aveva sì e no tre anni di differenza, la snobbava con sufficienza.

Era consapevole di non essere figlia naturale della Regina – non che ci volesse un genio dato che erano tutti si carnagione scura lì dentro – ma fin dall’inizio c’era stato aperto astio nei suoi confronti.

La maggiore, Mekula, era presa dalle lezioni per diventare la futura Regina e anche quando s’incrociavano nei corridoi fingeva di non vederla.

Vellen, la media, non perdeva occasione per farle dispetti e canzonarla per il suo modo di fare.

Infine c’era Amanika, che quando s’incrociavano cambiava strada indispettita.

Non che la Regina Akualta spronasse le figlie ad accettarla, anzi delle quattro sembrava quella che più istigava all’isolamento della quasi nuova arrivata.

Dopo due anni stava diventando veramente difficile credere che non la volessero lì. Una volta era esplosa dicendo che, se proprio non la volevano, potevano riportarla a casa sua.

La risposta era stata tagliente e perentoria: non aveva più una casa dove riportarla e se anche l’avesse avuta nessuno avrebbe mai preso una bambina tanto problematica.

Lei voleva solo attraversare gli specchi, non era così strano. Per farlo doveva sperimentare, e nello sperimentare era ovvio che qualche specchio si sarebbe rotto.

Come quando aveva fatto esplodere le tubature. Al secondo tentativo, però, la pompa idraulica era entrata in funzione senza problemi.

L’aveva aiutata Elekìa, il Capo delle Guardie. Aveva intuito cosa volesse fare e, prima che facesse esplodere nuovamente tutto, aveva eliminato possibili resti di pasta isolante con un paio di uncinetti. Fino ad allora ci aveva pensato la Regina con i suoi poteri a portare l’acqua in tutta casa, Diamanyte lo aveva fatto per non affaticarla troppo.

Una delle poche volte che la sovrana era stata felice di quello che aveva fatto. Dopo aveva ricominciato a chiederle di cercare una certa chiave che avrebbe portato in un posto meraviglioso.

Chiave che, allo stato attuale, non aveva una forma, una dimensione e nemmeno una porta in cui funzionare. E secondo la sua matrigna doveva trovarla studiando mappe di Vera Pax e regni limitrofi.

L’imparare ad attraversare gli specchi, in confronto, sembrava molto più semplice e fattibile.

Mentre camminava lungo il corridoio a testa bassa andò a sbattere contro qualcosa e cadde a sedere a terra.

«Attenta, principessa» disse Elekìa aiutandola ad alzarsi. Aveva la pelle scura, i muscoli ben definiti e i capelli brizzolati. Sembrava invecchiata molto in fretta, benché avesse poco più dell’età della matrigna. Gli occhi erano due nubi tempestose estive, gentili e al contempo imprevedibili.

«Scusi, signora Malaukis» rispose sistemandosi un po’ il vestito e controllando che lo scolapasta stesse bene «Stavo tornando in camera mia, ho litigato con Vellen» si morse le labbra mentre grossi lacrimoni le riempivano gli occhi «Le ho fatto male, ma non sapevo cosa fare… mi aveva preso l’Attraversaspecchi.»

«L’Attraversaspecchi?» chiese la donna inginocchiandosi per arrivare alla sua stessa altezza. Diamanyte indicò lo scolapasta pieno di fili «Le hai spiegato cos’è?»

«Non capirebbe.» brontolò tirando su col naso «Non che non possa, non vuole. Se anche glielo spiegassi direbbe che è una stupidaggine.»

«Ci hai mai provato?» domandò Elekìa. La bambina scosse la testa «Hai paura di come reagirebbe?» Diamanyte annuì asciugandosi gli occhi «E se ti assistessi mentre glielo spieghi?»

«Lo… farebbe?» chiese in un misto di speranza e paura.

«Certamente, anche perché avrai bisogno di un garante» sorrise tirando fuori un fazzoletto dalla tasca «Su, ora asciugati gli occhi per bene, vai a lavarti la faccia e corri a chiederle scusa, poi spiegale perché fai certe cose.»

«Grazie» sorrise la bambina prima di correre ed entrare in una stanza sulla destra.

«Sei troppo gentile con quella pallida» commentò Akualta alle sue spalle, gli occhi fissi sulla porta che si era appena richiusa «Ti devo forse ricordare che sono io sua madre?»

«E io devo forse ricordarle com’è diventata sua madre?» rispose Elekìa voltandosi e dirigendosi verso la donna «Quella bambina ha una testa superiore alla norma.»

«Lo so bene, per questo l’ho messa a cercare la chiave della Biblioteca Infinita. Solo un Cervello di Cristallo può trovare il Cervello di Cristallo» spiegò la Regina incrociando le braccia «E proprio per questo esigo non abbia inutili distrazioni. A cominciare da questa follia di passare attraverso gli specchi.»

«E non ha pensato che questo serva a trovare la chiave che cerca da così tanto?» propose il Primo Mietitore piantandosi davanti a sua volta a braccia conserte.

«Non dire assurdità.» rise Akualta «Se fosse così me lo avrebbe già detto.»

*** * ***

Diamanyte controllò il caschetto, se lo mise in testa legandolo sotto il mento e si mise in posizione da scatto in direzione dello specchio in camera sua.

Si lanciò in avanti come un ariete alla carica, ma qualcosa la placcò prima che arrivasse al suo obiettivo. Un tentacolo d’acqua le aveva agganciato la caviglia e l’aveva sollevata da terra a testa in giù. Davanti a lei svettava la Regina, in piedi a braccia conserte, l’acqua usciva dal pavimento ai suoi piedi.

«Cosa vuoi fare, Diamanyte?» chiese la donna con falsa calma «Non ti avevo forse ordinato di cercare quella cosa?»

«Lo sto facendo, mia Regina.» rispose la bambina tirandosi sugli occhi il caschetto «Si trova dall’altra parte dello specchio.»

«Impossibile, una chiave per attraversare lo specchio non può essere dentro allo specchio stesso» commentò la Regina battendo appena il tacco al suolo. Il tentacolo tremò appena, ma l’oscillazione fu fastidiosamente ampia «Inoltre, come ho detto di chiamarmi?»

«Si-signora ma-madre» tremò Diamanyte tenendo ancora più il caschetto mentre il pendolare rallentava «Ma… ma l’ho vista, è dentro lo specchio, Signora Madre.»

«E io ti dico che è impossibile, per cui cerca seriamente quella chiave, o dovrò prendere provvedimenti» il tentacolo si agitò nuovamente, poi lasciò andare la bambina che cadde sul letto senza abbandonare il caschetto «Trova quella chiave, ragazzina.»

Detto ciò si trasformò in acqua e scivolò fuori dalla porta.

Diamanyte rimase ferma sul letto a tremare, serrando le dita sullo scolapasta e trattenendosi dal piangere. Raggomitolò le gambe al petto prendendo respiri profondi, poi rilassò i muscoli e si alzò a sedere.

Guardò nuovamente lo specchio. La se stessa dall’altra parte la stava invitando a raggiungerla, mostrando una chiave in stasi su un piedistallo.

E con uno scatto da centometrista si lanciò contro la superficie riflettente.

Note di capitolo

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