Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
«Non mi avevi detto sarebbero morti dei civili» dichiarò Elekìa Maulakis aspra. Gli occhi ambra saettavano dalla donna di fronte a lei alle due persone che teneva a filo di spada, quasi incerta su chi effettivamente dei tre meritasse la pena capitale. Tante teste erano saltate con la sua ascia, ma mai nessuna in una casa privata priva di testimoni.
La morte era un esempio da manifestare in piazza, un monito per chi avesse creato scompiglio nel regno.
«Speravo di non arrivare a tanto nemmeno io» spiegò l’altra donna con un finto sospiro dispiaciuto «Ma non penso sarebbe una buona pubblicità se si iniziasse a dire in giro che rapisco bambini.»
«Lo dice come se non fosse la prima volta» notò Elekìa alzando un sopracciglio.
«La cavia perfetta non si trova certo sotto i cavoli» ammise evasiva «Ma se vuoi lasciar fare a Chara basta chiedere.»
Elekìa ebbe un leggero fremito, poi inspirò a fondo e guardò i due condannati. Erano un uomo e una donna dei pallidi, stretti tra di loro come a farsi forza. Avevano pianto fin dall’inizio dell’operazione chiedendo della figlia, ma appena avevano visto la spada si erano prostrati ed erano rimasti in silenzio in attesa della sentenza.
Non una parola in loro difesa, nessuna domanda sul perché di tale intrusione. Quasi meglio così dato che i dettagli non li conosceva nemmeno Elekìa.
Il piano originale prevedeva di rapire la bambina pallida che stava con loro e andare via. Purtroppo i genitori erano stati svegliati dal pianto della figlia, accorgendosi della situazione e costringendole a cambiare piano: eliminare qualsiasi testimone e far credere fossero stati dei banditi.
Perché la Regina volesse proprio quella bambina tanto da venire di persona era un segreto che nemmeno il Capo delle Guardie e Gran Mietitore conosceva.
Elekìa scostò la spada, ruotò il polso e la rinfoderò in una parvenza di rimpianto, poi si sfilò l’ascia da dietro la schiena e l’abbatté fulminea sui due malcapitati.
La testa dell’uomo fu la prima a saltare, seguita da quella della moglie che non ebbe il tempo di piangere il defunto marito. Elekìa ripulì l’arma velocemente con una smorfia di fastidio, si voltò verso la porta e uscì impettita.
Tempo di svoltare l’angolo della casa e vomitò. Era abituata a vedere il sangue, eppure quella volta rimise tutta la cena.
«Non ti facevo così debole di stomaco, Ele» commentò una ragazza poco più giovane di lei.
«Nemmeno io» rispose il Gran Mietitore pulendosi la bocca con la manica della divisa «Ma quando dovrai uccidere un innocente ne riparleremo, Chara.»
«Finché non se ne vede il sangue, chiunque può morire per mano mia» rispose evocando una fiammella tra le dita. Uno schiocco di dita e le fiamme volarono sul tetto di paglia della casa, incendiando immediatamente l’abitazione «Le urla mi danno ancora un po’ noia, lo confesso. È stato un bene che li abbia giustiziati prima tu.»
Elekìa la guardò in un misto di stupore e rabbia. Possibile che la Regina avesse preferito la sottoposta a lei per le missioni precedenti? Tornate a palazzo avrebbe chiesto spiegazioni.
Raddrizzò la schiena inspirando a fondo e s’incamminò verso il carro per il ritorno. Sbirciò solo un attimo all’interno, come a controllare che fosse tutto a posto.
Rakana aveva immobilizzato la bambina con sottili fili di ragno, invisibili da soli, un bozzolo bianco unico assieme. Se solo non si fosse svegliata non sarebbe successo nulla, non sarebbero state costrette a farle perdere i sensi e la Regina si sarebbe inventata una scusa per non farla agitare. Era una straordinaria manipolatrice pur essendo la salvatrice di Vera Pax, ma non sarebbe servito molto per convincere quella ragazzina di sì e no sei anni.
«Vieni qui accanto a me, Elekìa?» chiese la donna che prima era nella casa. Si era seduta con le spalle al guidatore, la testa della bimba sul grembo mentre le accarezzava dolcemente i capelli. Fastidiosamente simili a madre e figlia, ricreavano il concetto di famiglia della Regina.
Il Gran Mietitore ubbidì silenziosa, salendo sul carro con un balzo e sedendosi accanto alla donna. La spada tenuta in verticale come una barriera tra di loro. Le fiamme della casa che si alzavano iraconde illuminavano l’interno del carro come artigli pronti a ghermirle dall’inferno.
All’esterno Chara fermò il telone che le copriva, poi salì sul tetto del carro e fischiò. Il guidatore frustò l’aria con le briglie e partirono al galoppo nuovamente verso il castello.
«Immagino tu ti stia chiedendo perché non te l’ho chiesto prima» disse la donna continuando ad accarezzare la testa della bambina «Ho bisogno che qualcuno resti lucido.»
«Lucido?» chiese sorpresa Elekìa «Di tutto quello che è successo stanotte nulla è fatto con lucidità.
«Hai sofferto» spiegò la donna guardando il Capo delle Guardie negli occhi «Questo ti rende ancora lucida, sana di mente» voltò lo sguardo verso la bambina «Io non so per quanto lo sarò ancora. Uno, due anni al massimo» serrò le dita sulle spalle della piccola «Se mai dovessi diventare aggressiva verso questa pallida, promettimi che la porterai via. Che la farai fuggire.»
«È un ordine?» chiese Elekìa.
«È una scelta, non un ordine» ammise straordinariamente cordiale «Se quando arriverà il momento sarai diventata come Chara, seguirai gli ordini che più riterrai coerenti con te stessa» si asciugò gli occhi commossi, inspirò a fondo e si portò la bambina più in grembo, lo sguardo molto meno dolce di prima.
«Lei è la chiave per andare oltre» dichiarò con un sorriso calcolatore «Lo sento, questa pallida è chi cercavo da tempo. E ora che è in mano mia nessuno potrà fermarmi.»