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← I racconti di Biancariva: La linea di Confine

Creato il 22/04/2026, 20:13 · Aggiornato il 22/04/2026, 20:13

Capitolo 1: I

@daisy_eastDaisyEast
GeneraleIn corso

Avvertenze (opera)

  • Morte
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«Signorina? Siamo arrivati.»

Elva aprì gli occhi. Sentiva il collo indolenzito, gli arti addormentati e la schiena rigida. La sua fronte era poggiata contro un freddo finestrino, dal quale erano visibili solo alberi ed una fermata del bus vecchia e malandata.

Alzò lo sguardo confuso sull’uomo chino su di lei.

«Scusi, signorina, ma siamo giunti a destinazione. Non mi è possibile andare più avanti di così.»

Lo strano sogno che aveva appena fatto iniziò a svanire, tornò alla realtà e si rese conto di ciò che l’autista aveva appena detto.

«Oh…! Non si preoccupi, anzi, grazie di essere arrivato fino a qui solo per me.» Si alzò e recuperò il proprio borsone dal portabagagli.

«Si figuri.» L’uomo si allungò per aiutarla a recuperarlo. «È stata una variazione sulla mia routine molto gradita. Spero si troverà bene nella sua nuova casa. In bocca al lupo per tutto.»

«Viva il lupo. Grazie ancora per tutto e buon rientro.» Elva scese i gradini del mezzo di trasporto e si voltò a salutare con un cenno del braccio, per l’ultima volta, l’uomo che l’aveva accompagnata in quel viaggio. Lui chiuse le porte, le rivolse un saluto della mano e dopo una manovra ripartì.

Rimase sola. Attorno a lei vi era solo una grande foresta rigogliosa, la strada che aveva davanti proseguiva all’interno di questa in un sentiero abbastanza grande da far passare una piccola auto ma non di certo un mezzo di trasporto pubblico. All’ingresso del passaggio tra gli alberi, un cartello vecchio e scolorito indicava con una freccia la direzione e portava la dicitura: “Benvenuti a Biancariva”. La sua destinazione.

Recuperò dalla tasca il suo nuovo cellulare e cercò l’unico contatto salvato in rubrica: Gabriella. Il messaggio che inviò fu breve:

«Sono arrivata.»

Attese un minuto, due minuti, tre… risposta: «Sarà lì a momenti.»

Tenne il cellulare in mano per ogni evenienza e rimase ad aspettare, paziente.

Era una splendida giornata di fine estate, tirava un piacevole venticello fresco e il sole era tiepido, abbastanza da scaldare, non così forte da dare fastidio. Tutto ciò creava un'atmosfera da sogno in quel luogo immerso nella natura. Cicale frinivano, le chiome degli alberi frusciavano al vento, sentiva lo scalpiccio dei roditori del sottobosco e i cespugli muoversi al loro passaggio. Si poteva anche percepire in lontananza lo scorrere del fiume che dava il nome al posto.

Un suono fuori luogo interruppe quell’idillio: il sibilo di un'auto elettrica.

Uscì dal sentiero nel bosco, era una due posti grigio fumo. Fece manovra e si fermò davanti a lei. Lo sportello del guidatore si aprì e dalla vettura scese un ragazzo della sua età, con riccioli biondi.

«Sei Elva?»

Lei annuì: «Ti manda Gabriella?»

«Sono suo figlio, Elia.» Lui le strinse la mano con un sorriso gentile. «Dammi pure il borsone, ci penso io.»

«Grazie, sei molto gentile.»

Elia mise il borsone nel cofano, entrambi salirono in auto e allacciarono le cinture.

L’auto ripartì, inoltrandosi nel bosco.

«Così tu sei la famosa Elva. Bianca ci ha parlato molto di te.» Il sorriso che Elia le rivolse fu un misto di felicità e malinconia.

Lei non rispose subito, continuò ad osservare la strada che proseguiva davanti a loro. Attese che il nodo che alla gola svanisse, non voleva apparire debole davanti ad una persona appena conosciuta: «Ha sofferto molto?» Fu l’unica domanda che le uscì.

«Secondo il medico no, l'infarto l'ha portata via subito. Immagina quanto siamo rimasti sorpresi, nessuno di noi sapeva soffrisse di cuore, nemmeno mia madre e loro sono cresciute come sorelle.»

Lo ascoltò parlare in silenzio. Nemmeno lei ne sapeva nulla, dopotutto conosceva Bianca da pochi mesi.

L'aveva incontrata la prima volta l'anno precedente, quando la donna era arrivata nella casa famiglia dove lei era cresciuta. Tra tutti i bambini più piccoli disponibili per l'adozione, Bianca aveva scelto lei, che allora aveva quindici anni.

La seconda volta in cui si erano incontrate era stato ad Aprile per il suo sedicesimo compleanno. Era arrivata in casa famiglia portandole in regalo non solo tutti i documenti per l'adozione ma anche un'edizione vintage piuttosto costosa de “Le Fiabe del Focolare” dei Fratelli Grimm che Elva custodiva come un tesoro. Erano andate a pranzo insieme ed era rimasta sorpresa da quante cose avessero in comune lei e quella misteriosa donna apparsa all'improvviso nella sua vita. Non vedeva l'ora che tutte le operazioni burocratiche fossero ultimate e potessero andare a vivere insieme.

Poi, una settimana prima della partenza, la chiamata: Bianca era morta a causa di un infarto improvviso. Aveva fatto in tempo a concludere le procedure d'adozione e a inserirla nel proprio testamento, affidandole un tutore legale, la sua amica Gabriella, che si sarebbe occupata di Elva fino ai suoi diciotto anni.

«Avrei voluto potessi conoscerla meglio.» Elia la stava guardando di sottecchi.

Elva si rese conto delle lacrime che le rigavano il volto. Le asciugò con il palmo della mano.

«Anche io…» Mormorò.

«Ma pare che io sia destinata a rimanere da sola per sempre…»

Il sentiero proseguì per qualche chilometro. Elva si guardò attorno, nulla al di fuori di alberi e cespugli, non vide nemmeno animali. Forse si tenevano lontani dalla strada?

«Che genere di creature si trovano qui?»

«Cervi, conigli, orsi, lepri… qualche cinghiale a volte. Questo posto è un po' una riserva naturale ma ti consiglio di fare attenzione. È sconsigliato girare tra questi alberi senza essere preparati a dovere ed è assolutamente vietato venire qui di notte.»

«Quindi non fate campeggio? Sembrerebbe proprio il posto adatto…»

«Lo sembra ma non lo è.» Elia non smise mai di sorridere con gentilezza mentre le spiegava tutto ciò.

Lei non fece altre domande. Notò dei segni, come dei graffi, lasciati sulle cortecce di alcuni alberi. Forse appartenevano ad un orso?

La strada si aprì sul bordo della cittadina, circondata da vecchie mura medioevali.

Le case erano per lo più in pietra e mattoni a vista, le strade, formate da sanpietrini, erano in salita e l’automobile passandovi sopra tremò. Elva notò che non vi erano altre macchine, la gente si muoveva a piedi o in bicicletta. Molti si voltarono a guardarli con sguardo curioso mentre passavano.

Elva vide di sfuggita un bar con tavoli e ombrelli rossi, un negozio di musica, una libreria vintage di cui memorizzò la posizione. Più in là, in cima alla collina su cui sorgeva il paese, il vecchio castello, ancora quasi del tutto integro.

«È visitabile?» Chiese.

«Solo in alcuni giorni e ad orari specifici.» Elia le sorrise. «Ti ci porteremo, promesso.» Sembrò quasi divertito.

Svoltarono in una via secondaria, se avessero avuto un mezzo un po' più grande non sarebbero mai riusciti a passare. Al di là della strada principale, le altre erano tutte piuttosto strette e i balconi delle abitazioni sporgenti e bassi.

Un garage già aperto li aspettava.

«Lo hai lasciato aperto?» Elva ne fu sorpresa.

«Sì, perché?»

«Non è pericoloso?»

«No, affatto. Quantomeno, non di giorno.» Elia entrò con la macchina nel piccolo locale.

Scesero dalla vettura ed Elva recuperò il proprio borsone. La porta del garage dava proprio sul corridoio d'ingresso della casa, a destra era visibile il grande portone in legno d'entrata, a sinistra si apriva la zona giorno con salotto, cucina a vista e una grande porta vetrata che dava sul giardino sul retro. L'arredamento era un mix strano tra stile rustico e moderno.

«Le camere sono al piano di sopra.» Elia le fece strada. «Starai nella camera di mio fratello Alex.»

«E lui?»

«Ora è all'università, non torna quasi mai a casa…»

Dal suo tono, Elva capì che non era il caso di fare altre domande a riguardo.

La stanza era semplice e quasi del tutto spoglia di oggetti personali. Le fu chiaro non fosse utilizzata da molto.

Poggiò il borsone sul letto.

«Il bagno è la porta scura in fondo al corridoio, datti pure una rinfrescata e cambiati con calma, Gabriella ci aspetta a casa di Bianca.»

Prima che lui uscisse, Elva si sentì in dovere di ringraziarlo. Non era poco il disturbo che si erano presi lui e sua madre per accoglierla: «Grazie, Elia.»

«Figurati.»

Non aveva molti abiti con sé e per lo più erano di seconda mano ma Gabriella le aveva riempito l'armadio con degli abiti nuovi.

Per non mancare di rispetto, Elva scelse un completo nero.

Si lavò, si rivestì e mise i vestiti sporchi nella cesta del bucato da lavare.

Raggiunse Elia al piano di sotto. Lui era seduto sul divano del salotto e stava mandando dei messaggi con il cellulare. Quando la sentì scendere, le sorrise: «Pronta?»

Annuì.

«Andiamo. Non è lontano da qui.»

La casa di Bianca in effetti non era lontana, si trovava nella stessa via ma per raggiungerla dovettero affrontare una ripida salita. Elva non ci aveva riflettuto, aveva indossato degli stivaletti perché le sembrava inopportuno visitare il cimitero con le scarpe da ginnastica ma i sanpietrini non erano il terreno migliore per camminare con qualunque tipo di calzatura.

Elia, più avanti di lei di diversi passi, si fermò e si voltò a guardarla con sguardo divertito: «Serve una mano?»

«No, sto bene, ma non camminerò mai più per queste strade con queste scarpe.»

«Ti ci abituerai.»

Si fermarono davanti ad una casa quasi identica a quella di Gabriella se non per la porta d'ingresso in legno bianco.

Il ragazzo bussò. Aprì una donna dai lunghi ricci biondi. Elva la riconobbe dalla foto profilo sul cellulare. L'unica differenza erano gli occhi arrossati e l'espressione triste che mutò quando li vide.

«Elva… benvenuta.» La avvolse in un abbraccio che la sorprese non poco. «Finalmente ti posso conoscere di persona… vieni, entra pure.»

La casa era identica alle foto che le erano state mostrate in casa-famiglia: mattoni rossi e travi a vista, gusto rustico, colori prettamente naturali.

La prima cosa che Elva notò, furono i libri. Riempivano una piccola libreria in legno vicino al divano, alcuni volumi erano anche posati ordinatamente sul tavolino da caffè, uno sopra l'altro. Quasi tutti investigativi se non per un titolo che attirò la sua attenzione perché spiccava rispetto agli altri: All Hallows' Eve, le origini della festa di Halloween.

«Ho lasciato tutto come l’ho trovato quel giorno.» Gabriella notò il suo sguardo. «Nessuno toccherà nulla, se non lo vorrai tu. Sono la tua tutrice legale ma per quanto mi riguarda la casa è già tua, puoi venire qui quando vuoi e prendere tutto ciò che riterrai necessario.»

Elva annuì: «Grazie.» Si soffermò a guardare una foto su uno dei mobili del salotto, in una cornice d'argento, che raffigurava una donna dai lunghi capelli neri e dallo sguardo severo.

Bianca era bellissima, non aveva nemmeno quarant'anni. Il suo sguardo era severo ma Elva era riuscita a scoprirne anche un lato tenero e gentile, durante quel poco tempo che avevano passato insieme.

Ricacciò indietro le lacrime: «Dov'è… stata trovata…?»

«L'ho trovata io, in biblioteca…» Gabriella rabbrividì al ricordo. Al contrario suo, lasciò le lacrime rigarle il viso. Seppur titubante, le fece strada fino al garage che era stato trasformato in una biblioteca personale, con parquet in legno, enormi scaffali che ricoprivano le pareti e una scrivania in mogano.

«Era lì. Sembrava avesse cercato di raggiungere il telefono.»

C'era in effetti un telefono fisso sulla scrivania, vicino ad una pila di libri.

Elva immaginò la scena: il corpo di Bianca disteso a terra, ai piedi del mobile, il braccio allungato per aver tentato di chiamare chissà chi e per quale motivo.

«Ti aveva preparato una stanza su in mansarda, ci ha lavorato per mesi.» Gabriella la guardò. «Vuoi vederla…?»

«No, non oggi.» Le avrebbe fatto troppo male. Non si sentiva pronta. «Voglio andare da lei.»

Seguì madre e figlio fuori dall’abitazione. Si guardò indietro un’ultima volta prima di chiudere la porta e ripensò a quel futuro che aveva sognato per mesi ma che non avrebbe mai potuto vivere.

Note di capitolo

Eccoci qui al primo capitolo di questa opera!
L'idea nasce da serie tv per lo più poliziesche ambientate in cittadine inglesi non necessariamente esistenti.
Altra fonte di ispirazione è una campagna di gdr basata su "Cuori di Mostro" a cui ho partecipato qualche anno fa, molti personaggi arrivano da lì con concessione del game master e degli altri giocatori. Volevo però aggiungere qualcosa di "italiano", quindi ho immaginato il villaggio esistesse in un punto imprecisato della nostra bella italia e anche alcuni nomi, originariamente inglesi, sono stati riadattati.
La campagna in questione a sua volta prendeva spunto da "Anime Selvagge", la campagna basata sul manuale Kids on Bikes portata da Inntale su Twitch e Youtube.

In realtà, prima di questo capitolo, dovrebbe essere presente un prologo con il sogno di Elva ma non è ancora pronto. Poiché la storia può proseguire tranquillamente anche senza la presenza di tale sogno, almeno all'inizio, ho deciso di pubblicarla senza.
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