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Superata la Grande Quercia, il margine della foresta e le zone abitate, il bosco si fece sempre più fitto. Le spiegò Rafael che i Custodi, per vivere comodamente, sfruttavano in minima parte la Valle e lasciavano che il resto crescesse senza disturbo.
«Ho parlato con Shulz.» Le disse poi. «Si è raccomandato di tornare per cena, prima che faccia buio.»
Non che Selene ci tenesse a rimanere lì fuori di notte. Di norma, non avrebbe avuto problemi, ma solo se fosse stata da sola e, di certo, non con il Culto del Sole che minacciava di irrompere a Shalvann. Tutto ciò non lo disse ad alta voce, ma chiese: «Cosa stiamo cercando nello specifico?»
Rafael tolse lo zaino dalle spalle e prese il proprio diario, alcuni segnalibri posizionati in mezzo alle pagine. Ma non le mostrò cosa vi fosse scritto, bensì si chinò davanti ad Aster e Poppy, che camminavano vicino ai loro piedi. «Poppy.»
Il toporagno annuì, squittì qualcosa al coniglietto ed entrambi si allontanarono.
«Staranno bene?» Selene guardò preoccupata il proprio famiglio.
«Sì, non ti preoccupare. Poppy è esperta di queste zone e spiegherà ad Aster come comportarsi. È una topina intelligente, nonostante i suoi difetti.» Il ragazzo ripose il diario di nuovo nello zaino e si voltò verso di lei per porgerle una mano. Vi era infatti un dislivello e forse nella sua mente voleva aiutarla a discenderlo.
Selene arrossì all’idea di prenderlo per mano, sentendosi a disagio. Tolse quindi la borsa e glie la porse, appendendola alla sua mano attraverso la cinghia, lo superò e discese da sola il dislivello senza troppi problemi. Lui la osservò sorpreso per un momento prima di sorridere divertito, le passò entrambe le loro borse e la raggiunse. Proseguirono per svariati minuti, o forse un’ora: risalirono pendii, attraversarono zone in cui i rami erano così bassi da impigliarsi nei loro vestiti, strappandoli e a tratti graffiando la loro pelle.
«Quanto in fondo dobbiamo andare?» Selene si liberò dalla presa di un rovo.
«Più in fondo andiamo, più gli ingredienti si fanno rari. Certo, abbiamo i tempi contati dovendo tornare prima di cena, perciò non raggiungeremo le profondità, che in ogni caso non sarebbero accessibili agli apprendisti dei primi anni. Ma possiamo raccogliere un paio di cose interessanti.» Rafael le sorrise. «Ad Amius si trovano piante e creature introvabili nel mondo esterno, ma alcune di quelle che nascono e crescono naturalmente a Shalvann non si trovano da nessun’altra parte.»
«Perché è qui che Amius e i suoi figli compirono il Sacrificio… giusto?»
«Esatto. L’energia magica che scaturì dai loro corpi, per isolare il Mondo Magico, influenzò in maniera singolare quest’area. È anche il principio per il quale fuori le piante perdono la maggior parte dei loro proprietà.»
Selene annuì. Bene o male le basi le erano state spiegate: le piante officinali sulla Terra avevano proprietà curative, ma era solo un minimo delle loro reali capacità, infatti la mancanza di magia in quel mondo, le privava di queste ultime; se invece una pianta era coltivata da una strega o da uno stregone, le sue capacità curative (o distruttive, in base alla pianta in questione), aumentavano; ma le reali capacità magiche si risvegliavano solo quando venivano coltivate ad Amius, per via dell’energia magica che scorreva nella terra, nell’acqua, nell’aria…
Mentre camminava, Selene si rese conto dopo un po’ che non erano soli, non più. Inizialmente fu solo una percezione, come se la sua aura rispondesse in qualche modo a quelle presenze, ma senza sentirsene minacciata. Ad un certo punto, mentre si guardava attorno alla ricerca di chiunque li stesse osservando, si voltò verso un albero e le parve di vedere la corteccia muoversi e due grandi occhi marroni apparire su di essa; sollevò lo sguardo quando sentì delle risatine e vide una decina di luci colorate sopra le foglie e i rami. Stranamente, non ne ebbe paura, forse perché grazie al proprio legame con la terra riusciva a capire che non erano, almeno al momento, minacciosi nei loro confronti.
«Non ci faranno alcun male se non li insultiamo in qualche modo e non maltrattiamo la foresta.» Le sussurrò Rafael. «Ma non provare ad avvicinarli. I leshy sono creature schive e le fate parecchio lunatiche, rischi di beccarle in un momento di cattivo umore.»
Selene rimase accanto a lui, cercando di non perderlo di vista. Finalmente, videro da lontano una macchia blu e qualcosa di bianco che correva zigzagando avvicinarsi.
«Aster!» Selene avvertì un peso sciogliersi sul suo petto, mentre si chinava e porgeva la mano verso il cucciolo. Lui strofinò il proprio nasino sulle sue dita prima di saltellare di nuovo indietro come a farle cenno di seguirlo. «Guidami.» Gli disse alla fine.
Saltellando contento, Aster la accompagnò fino alla base in un albero, nel cui tronco di apriva una conca profonda, che poteva fungere tranquillamente da nascondiglio per qualcosa o qualcuno. Selene si chinò e controllò all’interno della cavità. Le ci volle un po’ per abituare la vista al buio, e man mano che ciò accadeva vide una luce argentea farsi sempre più nitida finché non distinse la sagoma di una pianta. Il fusto era di un verde tendente al grigio, da cui nascevano in totale cinque fiori bianchi simili a campanule. Il loro colore era di un bianco perfetto e brillante ed emettevano una luce bianco argentea.
«Devi essere molto delicata con quella.» Le spiegò Rafael, raggiungendola. «Devi cercare di raccogliere il fiore senza rovinare lo stelo. Un fiore soltanto, con un taglio netto alla base del calice.»
Selene annuì, estrasse dalla cintura il coltellino in osso e si stese a terra così da infilarsi in parte nella conca. Allungò le braccia e cercò di essere più delicata possibile mentre portava una mano sotto uno dei fiori per tenerlo mentre avvicinava la lama al punto in cui il calice era collegato allo stelo. Tenne il polso fermo e… tagliò di netto. Il fiore le rimase in mano. Cercò di non schiacciarlo mentre faceva forza sui gomiti per spingersi indietro e tornare all’esterno. Posò il coltellino e recuperò da una delle scarselle un sacchetto dentro cui ripose il fiore con delicatezza.
«Molto brava.» Rafael le sorrise e si chinò all’entrata della conca per seguire lo stesso procedimento. «Questa pianta è chiamata Lanterna di Sottobosco. L’unica luce del sole da cui può essere toccata è quella soffusa, diviene più rigogliosa se toccata da quella della luna.»
Selene annuì, prendendo nota mentalmente.
«Questa pianta non aveva molte foglie, ma da quelle più rigogliose conviene prelevarne un paio. Anche se la parte che racchiude più magia sono i fiori.»
«Quale utilità magica hanno?»
«Sono usate per pozioni come il Condensato dell’Alba, un preparato che si può usare come una torcia in luoghi bui. Molti negozianti ne vendono in grandi quantità, quindi questi fiori sono parecchio graditi da chi prepara da solo i propri prodotti.»
Selene annuì, sinceramente interessata, e ripose il sacchetto in un’altra scarsella vuota. Accarezzò Aster e gli sorrise: «Ottimo lavoro.» Recuperò dallo zaino le scorte di cibo che aveva portato e concesse al piccolino un pezzetto di mela che lui rosicchiò contento prima di tornare da Poppy.
Ripresero il cammino.
Rafael le mostrò ai piedi di alcuni tronchi quelle che sembravano foglie ma della stessa consistenza della corteccia: «Foglie del Suolo. Quando la corteccia cade dagli alberi, a volte prende questa forma entrando in contatto con l’energia di alcune creature della terra. Non hanno particolari utilità magiche ma sono molto belle e alcuni artigiani le usano per le loro creazioni.» Ne trovarono tre ciascuno. Selene fece attenzione a non posarle nella stessa scarsella del fiore.
Selene si divertì molto nello scoprire cose nuove e vedere piante mai viste prima, come i Funghi Mensola, che nonostante il nome divertente, Rafael le spiegò che nascevano sulle cortecce di alberi abitati da creature magiche quando queste morivano all’interno della pianta stessa e simboleggiavano una sorta di lapide, per questo bisognava portarvi molto rispetto e non prelevare tutto il fungo, ma solo una parte. Il nome era dovuto all’aspetto: erano come pezzi di tronco che presentavano anelli circolari e una parte esterna simile a corteccia ma l’interno era spugnoso come quello di un fungo. Non toccarono il semicerchio più grande, ma solo quelli più piccolini. Prima che andassero via, Selene si chinò davanti all’albero in segno di rispetto, con una fitta al petto e gli occhi lucidi, prima di andare via.
«Direi che ci siamo.» Rafael osservò il proprio diario. «C’è solo un’ultima cosa che voglio farti vedere.» Si voltò verso Poppy, stavolta non dovette comunicare, in qualche modo la topolina parve capire e iniziò ad avviarsi, seguita come sempre da Aster che ormai ci stava prendendo gusto a cercare e trovare tutti quei tesori.
«Non dovremmo tornare indietro?» Selene sollevò lo sguardo al cielo. «Se va tutto come programmato, saremo a casa per cena. Non preoccuparti.»
Lei non ne fu convinta, si rese conto che Rafael sembrava fin troppo entusiasta di passare del tempo lì nel bosco e mostrarle tutte le particolari piante presenti nella Valle, e forse rischiava di lasciarsi trasportare troppo. Se Shulz avesse deciso di punirli, solo al secondo giorno dell’anno di apprendistato, si disse, non sarebbe più andata alla ricerca di ingredienti con Rafael. Scoprì che i suoi timori erano infondati: non andarono troppo lontani. Arrivarono nei pressi di un corso d’acqua, lì Aster e Poppy stavano scavando la terra in vari punti. Rafael estrasse il proprio trapiantatore, Selene lo imitò e iniziarono a scavare lì nel punto individuato dai due famigli. Scavarono e scavarono e scavarono, finché la pala di Selene non colpì qualcosa di duro.
«Ouch…» Mollò il trapiantatore e scosse il braccio per riprendersi dalla sgradevole sensazione.
Rafael rise divertito: «Ne hai trovata una.»
«Cosa?»
«Una Perla del Bosco.» Si avvicinò e la aiutò ad estrarre l’oggetto in questione. Una sfera grande quanto una mela. Sembrava tutto fuorché una perla: era del colore del fango, perfettamente liscia e levigata ma tutt’altro che bella.
«Si forma in zone fangose, vicino ai corsi d’acqua. Il processo di solidificazione però richiede temperature molto alte, per questo è facile trovarle alla fine dell’estate, almeno qui a Shalvann. Sempre per via della forte energia magica che attraversa questa zona.»
Selene annuì: «Ma… di preciso a cosa serve?»
«Sono delle sorte di scrigni.» Le spiegò lui. «Difficili da aprire senza rovinarli, dovremo chiedere ad un esperto. Dentro, racchiudono semi di varie tipologie, che erano presenti nel terreno che li ha formati. Li preserva anche per secoli senza ucciderli. Svuotato dalla parte interna, il contenitore viene lavorato ed utilizzato per creare anche dei portagioie o comunque dei rifugi per oggetti.»
Selene osservò con nuovo fascino l’oggetto, non tanto per l’uso che si poteva fare del guscio, ma per il modo in cui nasceva, racchiudendo piccoli semi e proteggendoli per lunghi periodi di tempo.
«Ma perché non tutti vengono a cercarli e a prenderli se è risaputo che qui se ne trovano diversi?»
«Perché hanno un loro scopo. I Custodi Shalvann non permettono che la gente arrivi e depredi tutto ciò che rende la Valle speciale. Ad esempio, la polvere di fata e le loro ali: ci sono interi sciami di fate qui nel bosco, perché si nutrono della rigogliosità delle piante qui presenti, e allo stesso tempo con la loro polvere aiutano a mantenerla. È un rapporto dal quale sia loro che la Valle ne guadagnano. Se si iniziasse a raccogliere tutta la polvere e tutte le ali trovabili, cosa rimarrebbe?»
Selene annuì, comprendendo finalmente. I Custodi proteggevano. Certo, a volte prendevano anche dalla natura, ma sempre con un certo rispetto e con dei limiti, solo il necessario che serviva loro per difenderla al meglio.
«Se raccogliessimo tutte le Perle, verrebbe meno il loro uso di proteggere i semi delle piante. Io stesso ne ho raccolta solo una l’anno scorso.» Concluse Rafael.
«Capisco il perché.» Selene ripose anche quell’oggetto in una delle scarselle. «Sai già chi ci potrebbe aiutare ad aprirla?»
«Sì. Certo. Sabato la porteremo con noi.»
Si alzarono, ripulirono alla bene meglio i vestiti ormai sporchi di terra e, dopo aver fatto attenzione a non lasciare nulla, ripresero la via del ritorno.
•◦ ❈ ◦•
Per qualche motivo, Aidan, Neil e Alyssa erano seduti sui rami e le radici della Grande Quercia, guardando proprio verso l’ingresso del bosco. Quando li videro arrivare, l’Elementalista del Fuoco si alzò di scatto.
Alyssa si voltò verso di lui: «Visto? È andato tutto bene. Non c’era motivo di stare in pensiero.»
Ma lui non le diede retta e corse verso Selene: «Va tutto bene?»
«Certo. Perché non dovrebbe?»
«Non ti sei fatta male?»
«Sono abituata a muovermi tra i boschi, Aidan.»
Glie lo aveva già dimostrato. Le diede fastidio quel suo atteggiamento, lei era la prima a dubitare delle proprie capacità ma per qualche motivo, in quel momento, il fatto che lui la ritenesse tanto debole, fece scattare qualcosa dentro di lei. Forse perché si era divertita, si era sinceramente divertita, ed era fiera di ciò che era riuscita a fare, e il dubbio di Aidan rischiava di buttare giù quel poco di autostima che era riuscita a guadagnare in quelle ore.
A peggiorare le cose, lui parve non ascoltarla: i suoi occhi scorrevano sui graffi e i vestiti scuciti lì dove i rami si erano impigliati, sulle ginocchia sporche di terra, i capelli in disordine. Si voltò verso Rafael: «Avresti dovuto fare più attenzione a lei.»
Il Guaritore parve confuso: «Sono solo graffi. È normale guadagnarne qualcuno quando ci si muove nel bosco.»
«Il fatto che siano solo dei graffi, non è una scusa la tua mancanza di preoccupazione! Selene è una ragazza fragile!»
«A me non è sembrata per niente fragile.»
«Aidan, adesso basta.» Alyssa strattonò il cugino. «Stai esagerando.» E si voltò verso di lei.
Selene era sul punto di piangere, per qualche motivo avvertiva un nodo alla gola, un senso di oppressione al petto che non seppe giustificare, un calore che cresceva. Quando si rese conto di aver attirato su di sé gli sguardi di tutti, le sue gambe si mossero da sole e tornò verso il proprio cottage, ignorando i richiami di Rafael.
Si rese conto che Alyssa l’aveva seguita solo quando si ritrovarono entrambe davanti alla porta.
«Selene, non dare ascolto a mio cugino. È un totale idiota.» l’Elementalista dell’Acqua la seguì dentro casa. «Si è arrabbiato senza alcun motivo.»
Lei non rispose. Poggiò Aster, che al rientro si era addormentato tra le sue braccia, sopra al letto. Si slacciò la cintura e la ripose sul tavolo, estraendo dalle scarselle tutti gli oggetti che aveva trovato.
Alyssa si avvicinò, guardandoli curiosa: «Li hai raccolti tutti tu?»
Selene si asciugò una lacrima e annuì, senza però alzare lo sguardo.
«Sono davvero interessanti. Certo, Rafael ne sa di cose! Vorrei anche io un altro Elementalista dell’Acqua che mi accompagni a raccogliere ingredienti sul fondo del mare o del lago.»
«Mitchell non…?»
«No. Siamo ancora alle basi. Ma dice che sto rivelando un buon istinto con i liquidi, più che con il ghiaccio e il vapore acqueo. Vorrei portare Trixie al lago e fare una nuotata con lei, ma il pomeriggio Mitchell sparisce sempre da qualche parte e non me la sento di provare da sola. Non vorrei mai Trixie si facesse male per colpa mia nel tentativo di raccogliere qualcosa.»
Poté ben comprendere. Guardò Aster e si chiese cosa avrebbe potuto accadergli se avessero provato da soli quella spedizione.
«Ascolta, Selene. Aidan non intendeva sminuirti. Era solo preoccupato perché ti sapeva in giro con uno sconosciuto, per quanto Neil continuasse a rassicurarlo che saresti stata bene. È protettivo in modo esagerato… e non capisce che a volte può risultare pesante o offensivo.»
«Avrei dovuto fare più attenzione…» Ma mentre lo diceva, capì che si trattava di una stupidaggine.
«A cosa?» Alyssa la guardò negli occhi, seria: «A non farti nemmeno un graffio? Tu per prima dovresti sapere che è impossibile sporcarsi le mani senza uscirne indenni.»
A Selene tornarono in mente i primi tempi in cui aveva iniziato a curare il giardino di Dimitri ed Helena, le ferite causate dalle spine delle rose, le irritazioni dovute ad alcuni tipi di erbacce, i tagli per colpa delle foglie dentate. E poi ancora le gite nel bosco, quante volte era tornata con le ginocchia nere e le braccia graffiate, o un taglio sulla guancia dovuto ad un ramo a cui non aveva fatto attenzione. Dimitri era quasi svenuto, una volta, vedendola tornare, mentre Helena rideva e le medicava con cura e amore ogni ferita. Selene si era sentita in colpa, ma alla fine aveva compreso che, al di là degli spaventi, i suoi tutori erano sempre stati fieri di ogni suo progresso, di ogni cosa che era riuscita a fare da sola e avevano continuato a spronarla, nonostante i loro timori.
«Aidan quest’estate mi ha detto di ritenermi forte… perché all’improvviso si comporta così?»
«Di sicuro ti ritiene forte per essere riuscita a superare il lutto, alla fine, e ad arrivare fino a qui. Ma non significa che ti ritenga fuori pericolo.»
«Cosa intendi dire?»
Alyssa emise un sospiro. «Devi capire che Aidan non ha ancora superato la morte di tua sorella.»
Silenzio e gelo calarono nella stanza, come se tutto il calore del sole estivo che aveva battuto sulle pareti durante la giornata fosse svanito nel nulla all’improvviso. Eppure, Selene sentì gocce di sudore scendere lungo la sua fronte e il respiro farsi affannoso.
Alyssa non parve notarlo: «Le somigli molto, anche se solo fisicamente. Aveva solo undici anni. Non dico che abbia provato il tuo stesso dolore, ma non è stato facile nemmeno per lui accettare la sua scomparsa, al tempo. Tu sei tutto ciò che è rimasto di lei, e mio cugino pensa di doverti proteggere e salvare da tutto e da tutti. Per Dafne.»
«Io non sono Dafne…» La voce le uscì più roca di quanto avrebbe voluto.
«Lo so. E lo sa anche lui. Ti vede più fragile di lei, più indifesa. E questo accresce i suoi timori.»
Selene non si era mai sentita particolarmente legata ad Aidan. Raramente si erano rivolti la parola, quando Dafne era ancora viva. Era sua sorella quella che si trovava a proprio agio con lui. Benché spesso litigassero, passavano la maggior parte del tempo a combinare guai assieme. E all’improvviso lui decideva di prenderla sotto la propria ala, solo perché lei era tutto ciò che gli rimaneva di Dafne? Sentì la rabbia montarle dentro e per la prima volta in tre anni non fu diretta verso sé stessa.
«Digli questo, Alyssa.» Si voltò verso l’Elementalista dell’Acqua. «Digli che non deve osare mai più rivolgersi in quel modo a me o a Rafael, né a nessun altro che mi sia vicino. Perché la prossima volta, non lo perdonerò.»
L’altra rimase spiazzata dal suo improvviso tono e dalle sue parole, ma dopo qualche istante di silenzio, in cui la guardò con occhi spalancati, annuì, seria: «Riferirò.» E uscì dal cottage.
Selene si sedette su una sedia, i gomiti poggiati sul tavolo e le mani incrociate. Tremava, tutto il senso di colpa e la tristezza provati poco prima erano svaniti, si sentiva bruciare… letteralmente. Il suo tatuaggio si era fatto improvvisamente caldo e l’aura scorreva attorno a lei senza controllo, come se stesse bollendo. La temperatura della stanza si alzò.
Si riscosse solo quando udì qualcuno… qualcosa chiamarla. Si voltò verso il davanzale della finestra. La aprì e avvertì che la pianta, quella maledetta pianta di peperoncino stava rispondendo alla sua inquietudine, prendendola in giro, come il giorno prima.
Afferrò bruscamente il vaso e lo portò dentro casa: «A noi due…» Mormorò.