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Il problema fondamentale di Alessandro, quindici anni, frequentatore del Liceo Scientifico Statale "Galileo Galilei" e possessore di una media del nove spaccato, non è la fisica quantistica. Quella, in fondo, ha una sua grazia geometrica: se un corpo cade nel vuoto, sai esattamente quando si schianta. Il vero problema di Alessandro è Gaia.
Sono le due e un quarto del pomeriggio. Intorno al tavolo della cucina si consuma il consueto dramma post-meridiano, un rituale che unisce l’ansia esistenziale della Generazione Z al totale disorientamento pedagogico di due genitori cresciuti a pane, MTV e muretti di quartiere.
«Mamma... vieni un attimo» implora Alessandro, pallido in volto, tenendo il cellulare a venti centimetri dal naso come se stesse maneggiando un ordigno nucleare in piena fase di innesco. «Devo farti fare un'analisi logica. Secondo te, se Gaia mi scrive: "Comunque alla fine la prof ci ha dato i compiti di fisica... vedi tu se farli o no 😉", cosa intende? C'è un messaggio subliminale? C'è una variabile nascosta?»
Il padre, sollevando lo sguardo dal piatto di pasta fumante, brandisce la forchetta come fosse una spada laser e annuisce con la gravità di un generale romano prima della battaglia di Canne.
«Ma è facilissimo, bomber! Ti sta sfidando!» esclama lui con entusiasmo sospetto. «Vuole che tu le dica: "Tranquilla, vengo io a casa tua a farli e ti porto una pizza". Ai miei tempi, quando una ragazza ti lasciava il bigliettino col nastro adesivo sul banco, scattavi subito. Niente fronzoli! Diretta e aggressiva, questo ci voleva!»
Alessandro lo guarda con un misto di terrore e disperazione.
«Ma papà, siamo nel 2026. Se vado a casa sua senza un permesso firmato e un preavviso di quarantotto ore da parte dei servizi sociali, mi becco una denuncia per stalking! E poi c'è la faccina con l'occhiolino: è un'ironia sarcastica o un invito a procedere per direttissima?»
In quel preciso istante, la sorella minore Alice, dodici anni, un'intelligenza tagliente come un bisturi e l'aria annoiata di chi possiede il monopolio assoluto della lucidità mentale in quella casa, solleva lo sguardo dal suo Estatè con aria di sufficienza.
«Bro» esordisce Alice, con la flemma di un notaio cinquantenne che deve firmare uno sfratto. «Ti sta dicendo che sei un paracarro atomico e che se non ti muovi a invitarla al cinema, la prossima volta si mette con uno che fa l'artistico e fuma le Camel Blue dietro la palestra. Sveglia, Einstein dei poveri».
Il padre, deciso a dimostrare di essere ancora un "millennial sul pezzo" nonostante la carta d'identità e il principio di calvizie, prende in mano la situazione. Vuole insegnare al figlio le tecniche di rimorchio che funzionavano nel 1999, completamente ignaro del fatto che il mondo, nel frattempo, sia leggermente cambiato.
«Ascolta, Alessandro» comincia il padre, appoggiando una mano sulla spalla del figlio con fare cospiratorio. «Domani mattina, quando la incontri davanti all'ingresso del liceo, tu non le mandi un WhatsApp freddo e asettico. Tu ti avvicini con nonchalance, le metti una mano sulla spalla e le sussurri una frase a effetto. Tipo... tipo la canzone dei Police: “Every breath you take... ” no aspetta, quella è da stalker. Allora... tipo... »
Dalla cucina giunge la voce della madre, che ha ascoltato tutto con un sorriso ironico.
«Caro, la smetti? Lascialo in pace. L'ultima volta che hai cercato di fare il figo con me mi hai tirato un gessetto nella schiena durante l'ora di matematica. E guarda com'è andata a finire: mi hai sposata.»
«Appunto, mamma» ribatte Alessandro con logica ineccepibile. «Se io provo a tirare un gessetto a Gaia, questa chiama la Digos e mi segnalano al questore come potenziale terrorista scolastico. Io ho bisogno di un piano scientifico. Devo calcolare la probabilità di successo basandomi sulla frequenza dei suoi "Ahah" nelle chat precedenti e sull'analisi semantica dei suoi stickers.»
Mentre Alessandro passa le ore successive barricato in camera sua a cancellare e riscrivere una risposta di sole tre parole ("Anche per me") con l'angoscia di chi deve firmare un trattato di pace internazionale, la sorella minore decide di intervenire per evitare il disastro diplomatico e la conseguente solitudine eterna del fratello, passa davanti alla camera di Alessandro e sbirciando lo schermo si ferma, inorridita.
«Bro» esclama, scuotendo la testa. «Stai scrivendo un poema epico in endecasillabi. Cancella tutto, per l'amor del cielo. Manda solo una GIF di un gatto che fa spallucce. Fidati di me, l'ansia da prestazione social è la tomba del testosterone. Sii glaciale, non disperato».
«Ma così sembro disinteressato!» protesta Alessandro, sull'orlo di una crisi di nervi. «Se non mostro un minimo di pathos interpretativo, penserà che sono un automa senza sentimenti!»
«Tesoro mio» conclude Alice con un sospiro di rassegnazione cosmica «sei già il primo della classe in latino e fisica, e a quindici anni porti gli occhiali con la montatura in titanio. Se ci aggiungi pure il filosofo romantico con i meme di trent'anni fa che ti passa babbo, rimani vergine fino alla laurea magistrale cum laude. Scegli tu».
In quel momento, il telefono vibra secco sul tavolo, illuminando la stanza buia. Un nuovo messaggio. Arriva dritto al cuore dell'apocalisse.
" Allora? Ci sei o no per sto cinema?"
Alessandro sussulta come se lo avessero colpito con un taser. Lo schermo del cellulare sembra un'arma puntata alla sua tempia.
«Visto?! Visto?!» urla Alessandro, afferrandosi i capelli biondi con entrambe le mani nel panico totale. «Che vuol dire "ci sei o no"?! C'è il punto interrogativo ma anche l'assenza di punteggiatura formale! È una domanda retorica o un invito ultimativo?! Aiuto! Non ho gli strumenti cognitivi per decodificare questa sintassi!»
Il padre, esultando dal corridoio dove stava cercando di sintonizzare la vecchia radio sui canali giusti, urla in risposta:
«È fatta, bomber! Metti i Nirvana a palla e accendi il Ciao! (Che ovviamente non hai, ma l'attitudine è quella!). Vai e colpisci! È una chiamata alle armi sentimentali!»
Alice, scuotendo la testa con un misto di profonda compassione e disgusto cosmico, si dirige verso il corridoio, fermandosi un attimo sulla soglia della porta per lanciare l'ultima, inappellabile sentenza.
«Io a quindici anni» mormora a voce bassa ma perfettamente udibile «chiederò l'emancipazione immediata per incompatibilità genetica e grave danno cerebrale ereditario.»