Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Conoscere il piano del nemico è un veleno che si assume volontariamente. È un siero che acuisce i sensi, che rende ogni ombra sospetta e ogni silenzio un preludio alla battaglia. Nei giorni che seguirono la mia incursione nella mente di Alexis, il mondo mi appariva diverso, come un codice che finalmente potevo decifrare. Ogni studente che incrociavo nel campus della Bocconi non era più solo un giovane mortale perso nelle sue ambizioni, ma una potenziale pedina, un ostacolo o un'inconsapevole sentinella nell'esercito che Clelia stava radunando contro di me.
La sua strategia era tanto semplice quanto insidiosa: non attaccare l'imperatore, ma l'impiegato. Non sfidare l'anima millenaria, ma lo studente con un libretto accademico mediocre. Voleva farmi espellere, tagliarmi fuori da quell'ambiente che, per qualche motivo, mi teneva legato a Micaela. Un piano logico, burocratico. Terribilmente moderno. E terribilmente fragile.
Ero in attesa. Un condottiero, una volta scoperte le intenzioni dell'avversario, non ha fretta. Osserva, attende l'errore, il momento perfetto per trasformare la trappola del nemico nella sua stessa tomba. Questa attesa, però, mi rendeva distante, un automa perso nei suoi calcoli strategici. Una condizione che non passò inosservata.
"Erny, la smetti di fissare quel piccione come se ti avesse appena rivelato i segreti dell'universo?"
La voce di Micaela mi strappò dai miei pensieri. Eravamo seduti su una panchina nel cortile principale dell'università, un'isola di relativa quiete in un mare di chiacchiericcio e gioventù. Lei mi scrutava, la fronte corrugata, un libro di marketing abbandonato sulle ginocchia.
"Sei strano da giorni," continuò, la sua voce un misto di preoccupazione e della sua solita, protettiva irritazione. "Più del solito, intendo. Sei qui, ma è come se la tua testa fosse a miglia di distanza. È per quella... pazza all'autolavaggio, vero?"
Scossi la testa, abbozzando un sorriso che speravo fosse rassicurante. "È una questione di minore importanza, mia diletta. Riflettevo sulla natura effimera delle costruzioni umane."
Indicai con un cenno del capo un gruppo di ragazzi che tentavano di costruire una piramide umana per una qualche iniziativa goliardica. L'intera struttura crollò in un groviglio di risate e lamentele un istante dopo.
Micaela roteò gli occhi al cielo. "Certo, l'effimera natura delle piramidi umane. Senti, filosofo, questa tua fase da statua pensante mi sta mettendo ansia. Hai bisogno di una distrazione. E io ho bisogno di un caffè. Andiamo."
Prima che potesse alzarsi, il mio sguardo si posò su di lei, catturato dalla coda alta e disordinata che tratteneva i suoi ricci, un'eco ribelle del giorno all'autolavaggio. I grandi occhiali da sole le schermavano gli occhi, conferendole un'aria di mistero che contrastava con la sua energia travolgente. Con un movimento istintivo, guidato da un impulso più antico di qualsiasi strategia, la attirai a me, la mia mano che sfiorava il suo polso con una delicatezza che nascondeva secoli di forza.
"Mia diletta," mormorai, la mia voce un sussurro che vibrava di un'autorità antica, "permetti che ti liberi da queste catene." Le mie dita trovarono l'elastico che imprigionava i suoi capelli e, con un gesto lento e quasi cerimoniale, lo sciolsi. Una cascata di ricci scuri si riversò sulle sue spalle, incorniciandole il viso come una tempesta di seta selvaggia. "Ti preferisco così," continuai, un sorriso raro che mi increspava le labbra. "Con i capelli sciolti, sei la regina che non ha bisogno di vincoli."
Il suo respiro si fece più corto, un rossore leggero che le scaldava le guance. Prima che potesse rispondere, sollevai una mano e, con la punta delle dita, le sfilai gli occhiali da sole. I suoi occhi, grandi e ardenti come tizzoni, incontrarono i miei, e per un istante il campus, Clelia, l'ultimatum svanirono. C'era solo lei, un fuoco che bruciava senza consumarsi.
"Erny..." sussurrò, la sua voce incrinata da un misto di sorpresa e vulnerabilità. Si sporse verso di me, e il suo bacio fu un lampo: caldo, urgente, un'esplosione di vita che dissolse i miei pensieri strategici e mi ancorò al presente. Le sue labbra sapevano di sole e di promesse, e per un momento fui solo Ernesto, non Etius, non il condottiero, ma l'uomo che lei vedeva.
Si scostò, il suo sorriso ora più morbido, quasi timido. "Sei proprio un disastro, lo sai?" disse, ma il suo tono era caldo, privo di rimprovero. "Ora, muoviti, o il caffè me lo bevo da sola.”
Si alzò, afferrandomi per un braccio con una decisione che non ammetteva repliche. Mi lasciai trascinare, un gigante docile condotto dalla sua piccola e indomabile regina. Mentre attraversavamo il cortile, la sua mano scivolò nella mia, un gesto possessivo e rassicurante che era diventato il mio unico, vero ancoraggio a quella realtà.
Fu in quel momento che l'atmosfera cambiò.
Un'onda anomala si propagò attraverso il brusio del campus. Le conversazioni si interruppero, le teste si voltarono all'unisono verso l'entrata principale. Sembrava quasi che il mio potere si fosse attivato senza il mio consenso, ma la fonte di quella perturbazione non ero io.
Un grido acuto, quasi un fischio, si levò da un gruppo di ragazze. Poi un altro, e un altro ancora, fino a diventare un coro assordante. La folla di studenti si aprì come le acque del Mar Rosso, creando un corridoio umano. E in fondo a quel corridoio, apparve lui.
Era un uomo sui trent'anni, ma portava la sua età con la studiata noncuranza di chi sa di essere esteticamente impeccabile. Indossava un blazer blu navy sopra una t-shirt bianca così candida da sembrare quasi luminosa, abbinata a dei pantaloni sartoriali e a delle sneakers di un'edizione limitata che probabilmente costavano più della mia intera retta universitaria. I capelli, di un castano ramato, erano acconciati in un disordine così perfetto da essere costato ore di lavoro. Avanzava con passo lento, regale, distribuendo sorrisi smaglianti e cenni della mano come un monarca in visita alle sue colonie. Era seguito da uno stuolo di fan urlanti, un piccolo esercito di adoratrici che lo scortavano ovunque andasse.
"Oh no," mormorò Micaela accanto a me, e sentii la sua mano stringere la mia con più forza. La sua voce era un sussurro carico di un'esasperazione antica. "Non è possibile. Doveva restare a studiare a Singapore per un altro mese."
L'uomo continuò la sua marcia trionfale, fino a quando i suoi occhi non si posarono su di noi. O meglio, su Micaela. Il suo sorriso da copertina vacillò per un istante. Si fermò. Lo vidi sbiancare leggermente mentre il suo sguardo passava da lei, al suo braccio intrecciato al mio, al mio viso.
Panico.
Il suo pensiero mi colpì con la forza di un'onda, un'esplosione caotica di incredulità, gelosia e, sorprendentemente, una punta di terrore estetico. Micaela. La mia Micaela. Con... chi è? Aspetta. Ma è... bellissimo. No, impossibile. Io sono bellissimo. Ma lui... ha una simmetria quasi... illegale. Sembra scolpito nel marmo. Non ha pori. Il mio orgoglio! Il mio status! Non posso accettarlo. Devo dimostrare la mia superiorità. Ora!
Con uno sforzo visibile per ricomporre la sua maschera di perfezione, si avvicinò a noi, ignorando deliberatamente la mia esistenza con una teatralità così marcata da essere quasi comica.
"Micaela, tesoro," esordì, la sua voce un velluto impostato, studiato per ammaliare. "Che magnifica sorpresa. Il destino, instancabile regista, ci fa incrociare di nuovo le strade. L'aria del continente ti dona."
Il suo sguardo saettò verso di me per una frazione di secondo, un'occhiata carica di disprezzo. "Vedo che ti sei trovata un... accompagnatore. Molto... alto."
Era chiaro che il suo teatrino era studiato per escludermi. La mia mente, già concentrata su minacce di entità ben superiore, accolse con sollievo l'opportunità di ritirarsi del tutto. Feci un impercettibile passo indietro, un distacco sia fisico che mentale, e lasciai che il mio sguardo vagasse senza meta, perso nei miei calcoli. Fu allora che il caos latente della mia presenza decise di manifestarsi.
Mentre Alessandro si pavoneggiava, il mio sguardo si posò per un attimo sullo schermo di un laptop appoggiato su un tavolo vicino. Lo studente che ci stava lavorando si bloccò, fissandomi. Poi, come se le sue dita non rispondessero più ai suoi comandi, premette una combinazione di tasti a caso, cancellando un intero paragrafo della sua tesi con un'espressione di puro orrore.
Micaela si irrigidì. "Alessandro. Cosa ci fai qui? Non dovevi tornare il mese prossimo?"
"Ho deciso di anticipare i tempi," rispose lui, facendo un passo per frapporsi tra me e lei, un tentativo goffo di escludermi fisicamente. "La nostalgia per la nostra patria... e per certi suoi tesori... era troppo forte." Mentre pronunciava queste parole, si girò con un sorriso compiaciuto verso il suo codazzo di ammiratrici.
Ma il mio sguardo si era appena spostato su di loro. Le ragazze, come un sol uomo, si voltarono di scatto verso di me, gli sguardi attoniti. Come particelle di ferro attratte da una calamita, fecero due lenti passi nella mia direzione, abbandonando il loro idolo. Mentre si spostavano come ipnotizzate, sentii la mano di Micaela stringere più forte la mia. Nello stringere, il mio potere di percepire i suoi pensieri superò le sue naturali difese e riuscii a leggere la sua mente. La sua confusione mi colpì come un'ondata di pensieri disordinati: "Che noia, Alessandro è il solito idiota... Ma, aspetta, perché adesso le sue oche personali si sono voltate a guardare il MIO Erny? Non ho bisogno di altre ragazze da allontanare, mi bastano già la pazza all'autolavaggio, la prof Moretti e... Giulia!"
Il suo misto di irritazione per l'ex e di sbigottimento per il presente era quasi più divertente del caos stesso.
Alessandro si bloccò, perplesso nel vedere il suo seguito umano migrato di qualche metro senza motivo. Infuriato, riportai la mia attenzione verso una nuvola passeggera. Rotto l'incanto, le ragazze si "risvegliarono" e, notando con orrore la loro posizione, si affrettarono a tornare al loro posto dietro Alessandro, fingendo che nulla fosse accaduto.
Lui, sempre più confuso, le ignorò. Fissò di nuovo Micaela. "A proposito, sto organizzando un piccolo concerto acustico per il mio ritorno. Un evento esclusivo. Ovviamente, tu sei la mia ospite d'onore."
Mentre continuava la sua performance, la mia attenzione fu catturata da un professore anziano che attraversava il cortile. I nostri sguardi si incrociarono. Il professore si fermò di botto, perse l'equilibrio e crollò a terra in un'esplosione di fogli che lo seppellirono come una valanga di carta.
Di fronte a quella catena di ridicole calamità, la mia mente si ritirò del tutto. Questo teatrino era solo rumore di fondo. La mia indifferenza, tuttavia, non era una strategia. Era genuina. E per un uomo come Alessandro, era l'insulto più grande.
Lo sentii irrigidirsi, il suo pensiero un urlo frustrato. Non mi sta nemmeno guardando! Mi sta ignorando! A me! Come osa questo... questo manichino presuntuoso?! Ora gli faccio vedere io chi sono!
Ma prima che potesse agire, una voce fredda e annoiata tagliò l'aria.
"Patetico."
La voce proveniva da un muretto poco distante. Alexis, con il suo caschetto rosa shocking e un'espressione di totale sufficienza, ci stava osservando.
Alessandro si voltò verso di lei, offeso. "Come ti permetti, ragazzina?"
Alexis non rispose a parole. Inclinò la testa di lato, un sorriso crudele che le piegava le labbra. Poi, con una lentezza esasperante, iniziò a canticchiare.
"Micio-Miao, che fai?..."
Sollevò una mano, le dita laccate di nero piegate a imitare una zampina, e se la passò lentamente sotto il mento.
Fu come se una bomba fosse esplosa in silenzio.
Il colorito di Alessandro passò dal bianco al rosso pompeiano in un secondo. Il suo sorriso da star si sciolse in una smorfia di puro orrore.
Alexis continuò, implacabile, mentre le sue amiche le facevano eco.
"...Con quel nasino cosa cercherai?"
L'intera, magnifica costruzione di Alessandro De Silvestri crollò. Balbettò qualcosa di incomprensibile, un rantolo strozzato. Poi, senza un'altra parola, si girò sui tacchi e fuggì letteralmente via, spingendo da parte i suoi stessi fan, il suo blazer perfetto ormai stropicciato dalla fretta della sua ritirata umiliante.
Nel cortile calò un silenzio surreale, rotto non solo dalle risate della corte di Alexis, ma da un nuovo, inconfondibile suono: il ticchettio febbrile di decine di dita su schermi di smartphone. In un istante, l'intera popolazione studentesca stava cercando su Google "Alessandro De Silvestri Micio-Miao", pronti a dissotterrare il video di un bambino in salopette che miagolava in playback. La sua magnifica costruzione era crollata, e ora i suoi resti digitali venivano saccheggiati dai barbari di internet.
Micaela mi fissava, gli occhi sgranati, la bocca socchiusa. Fu solo allora che la mia mente tornò pienamente al presente. Mi voltai verso di lei.
"Tutto bene?" chiesi, la mia voce calma. "Quel rituale canoro sembra aver turbato il vostro conoscente."
Micaela mi guardò come se fossi un alieno. Per un lungo istante, rimase in silenzio. Poi, la tensione sul suo volto si sciolse e scoppiò in una risata fragorosa, una risata liberatoria e quasi isterica che mi fece capire, ancora una volta, quanto poco comprendessi di quel secolo bizzarro.
Il cortile era un pandemonio digitale. Il ticchettio febbrile di decine di dita su schermi di smartphone era diventato la colonna sonora della ritirata di Alessandro, un'eco moderna e spietata della sua umiliazione.
Il mio sguardo, però, fu catturato da Alexis.
Era ferma vicino al muretto, circondata dalla sua corte, e mi stava fissando. Ma non con la solita arroganza o con l'odio che le avevo visto negli occhi in passato. C'era qualcos'altro. Vidi la sua fronte corrugarsi, le sue labbra sottili serrarsi in una linea dura. Era lo sforzo di chi cerca di afferrare un pensiero fugace, la frustrazione di avere una parola sulla punta della lingua senza riuscire a pronunciarla.
Sapevo cosa stava cercando. Stava cercando il ricordo che le avevo strappato nel corridoio, l'eco di un contatto e di un ordine a cui la sua mente cosciente non aveva più accesso. Per un istante, osservando la sua lotta silenziosa, fui quasi affascinato. Era la prova che il mio potere, per quanto formidabile, non era perfetto. Poteva cancellare un evento, ma non la cicatrice che quell'evento lasciava sull'anima.
Poi, con la stessa rapidità con cui era apparsa, la crepa nella sua maschera si richiuse. Scosse la testa con un gesto secco e infastidito, come se si fosse liberata di un pensiero stupido. La sua espressione tornò quella di sempre: una maschera di noia e superiorità.
Si voltò verso le sue amiche, che la guardavano in attesa.
"Andiamo," la sentii sibilare, la sua voce abbastanza alta da raggiungermi, carica di un disprezzo che abbracciava l'intero cortile. "Non restiamo in mezzo a questa manica di imbecilli."
E con questo, si allontanò con il suo seguito, una regina viziata che, non riuscendo a risolvere un enigma, aveva semplicemente deciso che non valeva la pena pensarci.
La guardai e nella mia mente si fece largo un pensiero. Clelia credeva di poter usare queste pedine, ma i mortali erano caotici, imprevedibili, mossi da vanità e antiche rivalità. Erano imperfetti.
E l'imperfezione, per uno stratega, non è una debolezza. È un'arma.
Forse, dopotutto, quel principe bambino e la sua canzone su un gattino non erano solo un rumore di fondo. Erano un'opportunità.