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La neve cadeva fitta sul Bronx, non quella bianca delle cartoline, ma quella grigia, sporca di fuliggine e cenere industriale. Vincent “Vince” Moretti , Vince per nessuno, perché non aveva amici che respirassero ancora , sedeva nella sua Dodge Charger del ’72, motore acceso per tenere caldo l’abitacolo. Il posacenere strabordava. Stuck in the Middle With You degli Stealers Wheel ruggiva dagli altoparlanti rotti, quel groove ironico e surreale che sembrava uscito da un film di Tarantino. Il telefono usa e getta vibrò sul cruscotto.
«Moretti.»
Voce distorta. «Cinema Splendor, South Bronx, zona morta. Sala proiezioni. Il bersaglio è identico a te. Stesso taglio, stessa cicatrice sopra l’occhio sinistro, stessa Beretta con silenziatore. Elimina. Pagamento triplo se entro l’alba.»
Vince sorrise storto, quel mezzo ghigno che si era portato dietro dai vicoli del Bronx fino ai tetti di Tokyo, Berlino, Bogotá e Marrakech. «Identico a me. Certo. Come no.»
Guidò lento tra le strade deserte sotto la neve grigia. Il cielo era un coperchio di piombo da anni, da quando le Guerre di Successione avevano polverizzato il vecchio ordine mondiale e l’Organizzazione aveva trasformato il pianeta in un unico, enorme contratto a pagamento. Niente più nazioni. Solo assassini e silenziatori.
Parcheggiò nel vicolo dietro il cinema abbandonato. La neve attutiva ogni passo. Spinse la porta laterale ed entrò.
La sala era gelida. Il proiettore mandava un vecchio western di Sergio Leone. Clint Eastwood strizzava gli occhi verso un orizzonte che non esisteva più. In prima fila, gambe incrociate, sedeva un uomo.
Stesso completo nero sgualcito. Stessi capelli corti con il filo grigio alle tempie. Stessa cicatrice. Stessa espressione da cane bastonato che ha visto troppi morti.
Vince alzò la Beretta. «Chi cazzo sei?»
L’uomo girò la testa lentamente. Quel ghigno. Il suo ghigno. «Quello che devi far fuori, pare.»
Dietro di lui, altri passi nella neve. Dalla porta di emergenza ne uscì un secondo. Dal corridoio laterale un terzo. Tutti identici. Tutti lui.
Vince sentì il mondo inclinarsi, ma non abbassò l’arma. «Cloni.»
«Batch 47,» disse quello in prima fila.
PrimaFila , accendendo una sigaretta con lo Zippo di Vince. «Stampati in serie dopo le Guerre. L’Organizzazione aveva bisogno di assassini perfetti: senza famiglia, senza legami, senza coscienza. Tu sei stato uno dei migliori. Dal Bronx fino ai quattro angoli del mondo.»
Vince si sedette lentamente in quinta fila, pistola ancora puntata. La neve entrava dalla porta aperta, posandosi sui sedili sfondati. «Quindi sono un prodotto difettoso.»
«Tutti lo siamo,» rispose Bagno, sedendosi due file più indietro. «Ricordi Bogotá, tre mesi fa? Il padre era l’obiettivo. Ma il bambino ,il figlio di dieci anni ti ha visto. Non potevi lasciare testimoni.»
Vince ricordava fin troppo bene. La stanza buia nella baraccopoli. Il padre che implorava in spagnolo, in ginocchio. Due colpi puliti. Poi il bambino che usciva dal nascondiglio, gli occhi spalancati, troppo grandi, troppo consapevoli. Aveva urlato solo una volta. Un colpo solo. Pulito. Come ordinato. Poi due settimane di vomito ogni mattina. Poi il vuoto che non se n’era più andato.
«Da quella notte hai iniziato a incrinarti,» continuò PrimaFila. «Sogni in cui eri tu il bambino che ti guardava mentre premevi il grilletto. L’Organizzazione lo sa. Per questo ci hanno mandati. Per questo tu sei qui.»
Parlarono per ore mentre la neve fuori diventava una bufera. I cloni raccontavano vite parallele: lo stesso addestramento brutale nel Bronx, gli stessi omicidi da Tokyo a Berlino, Lisbona, Marrakech. Ma piccole differenze. Uno aveva risparmiato una donna a Lisbona. Un altro aveva esitato dopo il bambino di Bogotá. Un altro ancora aveva tentato di spararsi in una stanza d’albergo a Marrakech.
Vince ascoltava e sentiva il peso di ogni vita che aveva spento. Non era solo un assassino. Era un esercito di assassini che si divorava dall’interno.
«Sai qual è la cosa peggiore?» disse uno con la spalla fasciata. «Non c’è un originale. Il primo Vincent Moretti è morto nel 2014 durante la presa di New York. L’Organizzazione ha scannerizzato il suo cervello e ha iniziato a stamparci. Siamo tutti copie di un morto. Fantasmi che ammazzano altri fantasmi in giro per il mondo.»
Vince rise, una risata secca. «Quindi niente redenzione. Niente via d’uscita.»
«Nessuna,» confermò PrimaFila. «Solo il prossimo contratto.»
La violenza arrivò improvvisa, coreografica, quasi bella nella sua brutalità.
Uno dei cloni fece un movimento troppo rapido. Vince sparò due volte. Sangue caldo schizzò sullo schermo, mescolandosi al rosso del deserto di Leone. Un altro clone saltò tra le file. Proiettili silenziati fischiavano nell’aria gelida. Corpi che cadevano tra sedili rotti, dialoghi che continuavano tra un rantolo e l’altro.
«Ricordi Lisbona?» tossì uno, ferito al petto.
«Ricordo,» rispose Vince mentre gli piantava il colpo di grazia. «Diceva che eravamo già morti dentro.»
Ne rimasero due. Vince e l’ultimo, seduto contro la parete, pistola scarica in grembo, sangue che macchiava la neve entrata dalla porta.
«Hai capito, vero?» mormorò l’ultimo clone. «Non è mai stato un contratto. È sempre stato un test. Per vedere se il batch 47 era ancora utile.»
Vince puntò la canna alla fronte del clone. «E se non lo è?»
«Allora si resetta tutto.»
Bang.
Silenzio assoluto, tranne il ronzio del proiettore.
Vince uscì zoppicando nella neve. Il sangue sui suoi vestiti diventava rosa chiaro, sciogliendosi come un rimpianto inutile. Guidò fino al magazzino indicato per il pagamento nel DeepBronx , con le mani che tremavano sul volante.
Il cliente lo aspettava sotto una lampada al neon tremolante. Stesso viso. Capelli più grigi. Abito più elegante.
«Ottimo lavoro, Moretti. Sei ancora il migliore.»
Vince non abbassò la pistola. La voce gli uscì roca, spezzata. «Non c’erano cloni, vero?»
Il cliente sorrise. «Bravo. Hai capito.»
Fu allora che il mondo si squarciò.
Tutto crollò in un istante. I ricordi lo investirono come proiettili ad alta velocità.
Bogotá. La stanza buia che puzzava di umidità e paura. Il padre, l’obiettivo, in ginocchio che implorava in spagnolo, le mani alzate. Due colpi precisi al petto. Poi il rumore di piccoli piedi. Il bambino di dieci anni, occhi enormi, identici a quelli che Vince vedeva da piccolo nello specchio rotto del Bronx – che usciva dal nascondiglio dietro il divano. Non aveva urlato subito. Lo aveva solo guardato. Uno sguardo che non conteneva odio, solo puro, assoluto terrore. Vince aveva esitato mezzo secondo. Poi aveva premuto il grilletto. Un colpo solo. Pulito. Il corpo esile era caduto come un sacco vuoto.
Da quella notte tutto era cambiato.
Il vomito. Gli incubi. La pistola premuta sotto il mento in quella stanza d’albergo sudicia, il metallo freddo contro la pelle sudata. Lo sparo vero.
E poi… il buio.
E poi questo.
Non c’era mai stata nessuna Organizzazione. Nessun batch 47. Nessun clone. Solo lui. Vincent Moretti, l’assassino che aveva finalmente ucciso l’ultima cosa innocente rimasta al mondo, compreso se stesso bambino.
Il cliente davanti a lui iniziò a dissolversi, come fumo nella neve. Il magazzino tremò, i muri si sfaldarono, la lampada al neon sfrigolò e si spense. Rimase solo la neve che entrava da ogni crepa, bianca e sporca allo stesso tempo.
Vince cadde in ginocchio sul cemento gelido. Il cuore gli martellava nelle orecchie come un tamburo di esecuzione. Le lacrime , le prime dopo vent’anni , gli bruciavano gli occhi.
«Che cazzo ho fatto…» sussurrò, la voce rotta. «Era solo un bambino… il figlio di qualcuno. E io… io l’ho cancellato come se fosse niente.»
Si guardò le mani. Le stesse mani che avevano sparato centinaia di volte. Le stesse mani che un tempo avevano tenuto una palla da baseball nei vicoli del Bronx. Ora erano sporche di sangue che non se ne sarebbe mai andato.
Estrasse dal portafoglio la foto sbiadita. Lui a dieci anni, sorriso storto, occhi pieni di vita. La stessa età. Lo stesso sguardo che aveva visto a Bogotá.
Premette la fronte contro la foto, singhiozzando senza più controllo.
«Mi dispiace… mi dispiace tanto, cazzo…»
La Beretta pesava una tonnellata. La sollevò lentamente, la canna gelida sotto il mento. Il dito sul grilletto tremava.
Questa volta non c’erano allucinazioni. Non c’erano cloni. Non c’erano contratti.
C’era solo lui. E il bambino che non aveva mai smesso di guardarlo.
«Ora veniamo a casa insieme,» mormorò.
Bang.
Il rumore fu assordante nel silenzio del magazzino.
Fuori, la neve continuava a cadere fitta sul Bronx, coprendo le strade morte, i palazzi bruciati, i peccati di un uomo che aveva finalmente trovato la via d’uscita.
Nel cinema abbandonato il proiettore finì il rullo. Lo schermo diventò bianco.
Silenzio perfetto.