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La porta era vecchia, ma non fragile. Il legno era gonfio d’umidità, scuro come sangue coagulato, attraversato da crepe sottili come vene aperte. Qualcuno, anni prima, aveva tentato di rinforzarla con una piastra metallica arrugginita, ma il risultato era solo una ferita più brutta: sembrava che la porta stessa stesse marcendo dall’interno.
La lampadina nuda sopra la porta tremolava senza un vero motivo, come se stesse per spegnersi ma cambiasse idea ogni volta all’ultimo. La luce andava e veniva appena, quel tanto che bastava per far muovere le ombre sui muri di pietra. Non erano ferme, non del tutto. Si allungavano, si ritiravano, come se seguissero un respiro lento che non si capiva da dove arrivasse.
L’uomo davanti alla porta non si muoveva. Non aveva fretta.
Indossava una giacca di pelle scura, consumata sui gomiti e sulle spalle, di quel tipo che ha visto troppe notti e troppi scontri ma è stata sempre curata con ossessione. I guanti neri aderivano alle dita come una seconda pelle. La pistola ,una grande semiautomatica , era tenuta con precisione chirurgica, canna allineata perfettamente alla serratura.
Non tremava. Nemmeno di un millimetro.
Respirava piano, dal naso, quasi impercettibile. Gli occhi erano in ombra, ma non nascosti. La luce tremolante li sfiorava a tratti, abbastanza da far capire che non si muovevano mai davvero. Fissi. Attenti.
La guardava come chi sa già esattamente cosa troverà dall’altra parte.
Inclinò leggermente la testa, ascoltando.
Un rumore? Un respiro? Un sussurro soffocato?
O forse solo il ricordo di mille altre porte sfondate.
Le labbra si mossero appena, un mezzo sorriso freddo.
«Hasta la vista, baby.»
Lo disse piano. Senza enfasi. Come una formula ripetuta troppe volte, quasi stanca.
Il dito sul grilletto si strinse lentamente.
Bang.
Il colpo rimbombò nel corridoio di pietra come un tuono.
Buio.
Il furgone arrivò da lontano, prima come un rumore indistinto, poi come qualcosa di più concreto. Il motore basso, costante, si infilava tra le case del villaggio senza davvero disturbare nulla.
Sembrava che quel posto fosse abituato a suoni così.
La strada era stretta, piena di curve, scavata male nella terra. Ai lati, le case si succedevano una dopo l’altra, tutte con lo stesso aspetto stanco. Finestre chiuse o vuote, porte segnate, legno consumato.
Le case scorrevano lente ai lati della strada, chiuse su sé stesse, con le finestre scure e le porte consumate. Tutto sembrava fermo, come se il tempo si fosse ritirato da quel posto lasciandosi dietro solo gusci vuoti. Eppure, in quel silenzio, c’era qualcosa che pesava… come una presenza che non aveva bisogno di farsi vedere.
Il furgone avanzava senza fretta, il motore basso, quasi rispettoso. Le ruote affondavano nella terra irregolare e ogni tanto un sasso colpiva il fondo con un rumore secco, troppo forte per quel silenzio.
Dentro, l’aria era diversa. Più stretta.
«Non ti dà fastidio?» Disse Il Serpe, senza guardare il Monaco. Le dita gli tamburellavano sul ginocchio, un ritmo irregolare che non riusciva a fermare.
Il Monaco continuava a guidare, lo sguardo fisso davanti a sé. Sembrava che nulla lo toccasse davvero.
«Cosa.»
Il Serpe fece una smorfia.
«Questo posto.»
Il Serpe fece una smorfia, passandosi la lingua sui denti. «Questo posto. Tutto quanto. La nebbia che non si alza mai. Le case vuote…» guardò fuori dal finestrino, stringendo appena gli occhi. «Sembra che ci stiano guardando, cazzo.»
Il Monaco rimase in silenzio per qualche secondo. Non sembrava nemmeno ascoltare davvero, come se quelle parole gli scivolassero addosso.
Poi parlò, senza cambiare espressione.
«Mi dà fastidio solo quando parli troppo.»
Il Serpe fece una risata breve, nervosa.
«Ah sì? Be’, a me dà fastidio quando dobbiamo venire fin quassù per prendere una troia americana del cazzo che manco conosciamo. Sembra di stare in un film dell’orrore di merda.»
Il Monaco girò appena la testa. Solo di qualche grado. Abbastanza per far vedere un mezzo sorriso che non aveva nulla di divertente.
«Allora fai una cosa,» disse piano. «Quando finiamo, smetti di pensarci.»
Il Serpe lo fissò per un attimo, poi distolse lo sguardo.
«Speriamo solo che sia ancora lì,» borbottò. «Il capo non paga per le sorprese.»
Allungò la mano verso il cruscotto, tirò fuori un pacchetto di sigarette Red Apple e ne sfilò una con le labbra.
L’accese con calma, inspirò a fondo e lasciò uscire il fumo contro il parabrezza sporco.
Il fumo restò sospeso per un attimo contro il parabrezza, poi si disperse piano, inghiottito dalla luce sporca del pomeriggio.
Il furgone rallentò.
«Siamo arrivati.»
La strada si allargava appena, lasciando spazio a una costruzione diversa dalle altre. Non una casa vera e propria. Era un edificio isolato, più curato rispetto al resto del villaggio in rovina: muri ancora solidi, finestre chiuse ma integre, una recinzione bassa messa lì più per abitudine che per vera protezione.
Una luce calda filtrava da una finestra al piano terra.
Il Serpe la indicò con il mento.
«Quella là.»
Il Monaco rallentò fino a fermare il furgone poco prima del cancello. Lasciò il motore acceso, un brontolio basso che sembrava l’unico rumore vivo in tutto il villaggio.
Restarono qualche secondo in silenzio, osservando.
«Troppo pulita» mormorò Il Serpe, tamburellando nervosamente con le dita sul cruscotto. «Non mi piace per un cazzo. Sembra una trappola messa su misura.»
Il Monaco spense i fari, lasciando solo la luce della luna a illuminare i contorni della casa.
«Le trappole sono ovunque qui» rispose con voce bassa e calma. «Questa però ha dentro quello che vogliamo.»
Il Serpe si passò una mano sulla faccia.
«Ashley Graham. La principessa americana del cazzo. Tutto qui. Se dentro c’è qualcuno che la protegge, io non ho voglia di farmi spaccare il culo per quella troia ricca.»
Il Monaco aprì lentamente la portiera. L’aria fredda della notte entrò nell’abitacolo.
«Allora resta qui a cagarti sotto. Io vado a prenderla.»
Il Serpe imprecò sottovoce, poi aprì anche la sua portiera.
«Va bene, va bene… stronzo del cazzo. Andiamo. Ma se esce fuori qualche pazzo con un’ascia o un’accetta, io sparo prima e poi gli infilo la canna nel culo, chiaro?»
Il Monaco accennò un mezzo sorriso freddo, quasi invisibile nel buio.
«Come sempre.»
Il Serpe fece un verso tra il ridere e lo sbuffare, poi aprì la portiera con uno strattone. La ghiaia sotto gli scarponi scricchiolò troppo forte, rompendo il silenzio come un errore che non si può cancellare.
«Non mi abituerò mai a ‘sti posti di merda,» borbottò, tirandosi su il colletto della giacca. «Sembra sempre che ci sia qualcosa che ci guarda da dietro le finestre.»
Il Monaco scese senza fretta, chiudendo la portiera con un colpo secco ma controllato. Per un attimo rimase fermo, a studiare l’edificio davanti a loro.
Non sembrava minaccioso.
Ed era proprio quello il problema.
«Muoviti,» disse piano, quasi un sussurro.
Il Serpe lo affiancò. Camminavano senza parlarsi, ma con quell’intesa silenziosa da vecchi soci: passi lenti, misurati, pistole basse lungo il corpo.
Arrivarono davanti alla porta.
Da vicino si vedevano i dettagli: graffi profondi sul legno, segni di chi l’aveva aperta troppe volte e troppo in fretta. La maniglia era consumata, lucida nei punti dove tante mani avevano sudato.
Il Serpe si fermò mezzo secondo.
«Senti…»
Il Monaco non si voltò.
«Se vuoi dire qualcosa, dilla dopo.»
Silenzio.
Poi Il Serpe fece un mezzo sorriso storto.
«Giusto.»
Il Monaco appoggiò la mano guantata sulla maniglia.
E spinse.
Dentro, la luce era calda. Troppo calda per quel posto dimenticato da Dio. Una lampada a olio posata su un tavolo di legno grezzo proiettava un bagliore ambrato che danzava sulle pareti di pietra irregolare, creando ombre lunghe e inquiete. L’aria sapeva di legna bruciata da poco, di umidità vecchia e di qualcosa di dolce, forse una candela alla cera d’api. Sul tavolo c’erano i resti di una cena frugale: pane nero, un pezzo di formaggio, un bicchiere mezzo pieno di vino rosso che sembrava sangue sotto quella luce.
Per un attimo nessuno dei due si mosse.
Poi un rumore.
Un passo veloce sul pavimento di legno.
«Chi—»
La frase non finì mai.
Ashley Graham fece appena in tempo a voltarsi che Il Serpe le fu addosso come un’ombra. Una mano guantata le tappò la bocca con forza brutale, l’altra le bloccò le braccia dietro la schiena.
«Zitta, principessa» ringhiò lui a denti stretti, il fiato caldo contro il suo orecchio. «Non fare la stronza, o ti rompo il collo qui e ora.»
Ashley provò a divincolarsi, dando calci all’indietro, ma lo spazio era troppo stretto. Il suo respiro si trasformò in un mugolio disperato contro il palmo del Serpe.
Il Monaco chiuse la porta alle loro spalle con un gesto lento, quasi cerimoniale. Il clic della serratura risuonò come una sentenza.
«Muoviti» disse soltanto, la voce bassa e gelida.
Il Serpe trascinò Ashley verso l’uscita, quasi sollevandola da terra quando lei oppose resistenza. Una sedia cadde di lato con un tonfo secco. Dal tavolo scivolò un piccolo oggetto metallico , forse un coltellino o un accendino , che rimbalzò una volta sul pavimento e poi si fermò in un angolo buio.
Nessuno lo guardò.
Fuori, il furgone li aspettava, motore acceso al minimo fari spenti, una bestia nera che respirava nel buio.
Il Serpe aprì il portellone del bagagliaio con uno strattone secco. Il metallo cigolò lamentoso.
«Dentro.»
Ashley provò a resistere ancora, ma i suoi movimenti erano ormai scoordinati, deboli, spezzati dalla paura e dalla stanchezza. Scalciò una volta, inutilmente.
Il Serpe la spinse dentro senza pietà, premendole una mano sulla nuca.
«Ho detto dentro, troia.»
Un attimo dopo Ashley era nel bagagliaio, raggomitolata come un sacco di carne.
Un colpo sordo.
Il Monaco richiuse il portellone con un gesto preciso.
Per qualche secondo nessuno parlò. Solo il rumore del motore e il vento freddo che passava tra gli alberi morti del villaggio.
Il Serpe si passò una mano sul volto sudato, respirando ancora forte per l’adrenalina.
«Troppo facile» mormorò, quasi tra sé. «Non mi piace quando è troppo facile.»
Il Monaco lo guardò appena, mentre girava intorno al furgone per salire al posto di guida.
«Non ancora.»
Il Serpe aggrottò le sopracciglia, voltandosi di scatto.
«Che cazzo vuol dire “non ancora”?»
In quel momento arrivò un rumore dal bagagliaio.
Secco. Un calcio forte contro la lamiera.
Entrambi si bloccarono.
Il Serpe girò lentamente la testa verso il retro del furgone, pistola ancora in pugno.
«…Hai sentito?»
Il Monaco rimase fermo per un secondo, poi aprì la portiera del guidatore senza fretta.
«Sali.»
Il Serpe esitò solo un attimo, gli occhi ancora fissi sul bagagliaio come se potesse vedere attraverso il metallo.
«Se quella stronza continua a dare calci là dietro, giuro che accosto e le rompo le gambe.»
Il Monaco mise in marcia, lo sguardo fisso sulla strada sterrata davanti a loro.
«Risparmia le forze. Al castello avremo tempo per farla stare buona.»
Il furgone partì sobbalzando sulla terra battuta, allontanandosi dalla casa illuminata che diventava sempre più piccola nello specchietto retrovisore.
Eppure non cambiava davvero.
L’edificio restava lì, identico a prima. Porta socchiusa che oscillava appena nel vento, la luce calda all’interno continuava a filtrare dall’uscio, immobile, quasi ostinata. Come se nulla fosse successo. Come se quella casa non fosse stata violata nemmeno cinque minuti prima.
Per un attimo, nello specchietto retrovisore sporco di fango, si intravedeva ancora l’ingresso.
E qualcosa a terra, vicino alla soglia.
Un accendino rosso, mezzo coperto di polvere, dimenticato lì .Rimase visibile solo per un attimo nello specchietto, poi la curva del sentiero lo fece sparire del tutto.
Buio assoluto.
Odore di gomma vecchia, polvere e benzina. Ogni buca della strada era una fitta alla schiena e alla testa. Ashley respirava a fatica attraverso il bavaglio sporco, il cuore che le martellava nelle orecchie.
Sentiva le loro voci attutite ma chiare:
«Mi dà fastidio solo quando parli troppo» disse Il Monaco, voce piatta e gelida.
Il Serpe rise, una risata breve e nervosa.
«Ah sì? Be’, a me dà fastidio quando devo guidare con una troia americana nel bagagliaio e un pazzo come te al volante. Sembra di stare in un film dell’orrore di merda.»
Il Monaco girò appena la testa, un mezzo sorriso gelido che Ashley non poteva vedere ma riusciva quasi a immaginare.
«Allora considera questo: se la ragazza inizia a dare calci là dietro, la facciamo stare zitta per sempre. Problema risolto.»
Il Serpe si voltò verso il sedile posteriore, come se potesse vedere attraverso la lamiera.
«Speriamo solo che respiri ancora. Il capo non ci paga se gli consegniamo un cadavere.»
Ashley, con le ultime forze che le rimanevano, diede un calcio violento contro il portellone. Il rumore rimbombò dentro il bagagliaio come un tuono.
Dal davanti arrivò di nuovo la risata nervosa del Serpe.
«Senti questa? Ha ancora voglia di fare la ribelle. Brava, principessa… conserva le energie. Ne avrai bisogno quando arriviamo al castello e ti dovremo lavare per bene.»
Il Monaco non rise. Si limitò a cambiare marcia, la voce bassa e annoiata:
«Smettila di parlare. Guida e basta.»
Il furgone prese un’altra buca profonda. Ashley sbatté la testa contro la ruota di scorta e per un attimo vide lampi bianchi nel buio.
Fuori, la nebbia del villaggio spagnolo inghiottiva tutto.
Il castello si ergeva sulla collina come una corona di pietra marcia, torri irregolari che sembravano dita spezzate puntate verso il cielo. Il furgone si fermò nel cortile interno, illuminato solo da poche torce che tremolavano.
Il Monaco spense il motore.
Il Serpe scese per primo e aprì il bagagliaio con uno strattone.
Ashley era raggomitolata, sudata, sporca di polvere e con i capelli appiccicati alla faccia.
«Tiriamola fuori» disse Il Serpe. «Il capo la vuole presentabile. Non così.»
La trascinarono lungo i corridoi umidi fino a una cella con pareti di pietra grezza e un secchio d’acqua in un angolo. La legarono a una sedia di legno vecchia e le tolsero il bavaglio.
Il Monaco prese il secchio e glielo rovesciò addosso senza preavviso. Ashley ansimò per il freddo.
«Lavala» ordinò Il Serpe. «Io tengo la pistola. Se prova a scappare le sparo in un ginocchio.»
Il Monaco iniziò a passarle uno straccio bagnato sulla faccia e sulle braccia, gesti rudi e impersonali. L’acqua sporca colava sul pavimento.
Ashley tremava, gli occhi pieni di rabbia e umiliazione.
«Guardala» ridacchiò Il Serpe. «Sembra una bambola rotta ripescata dal fiume.»
Dopo averla lavata, la legarono di nuovo alla sedia di legno. I polsi stretti con fascette di plastica, le caviglie bloccate, i capelli ancora bagnati che le gocciolavano sul viso. Ashley respirava piano, esausta, ma con gli occhi ancora pieni di sfida.
Il Serpe si pulì le mani sui pantaloni e fece un passo indietro, osservandola.
«Così va meglio» disse. «Il capo non può lamentarsi stavolta.»
Il Monaco gettò lo straccio sporco nel secchio. «Finito.»
Silenzio.
Poi, nell’oscurità del corridoio, si sentì un suono familiare.
Click… clack.
Il rumore metallico di una Zippo che si apriva e si richiudeva.
Click… clack.
I due si irrigidirono.
Dall’ombra emerse Leon, la giacca di pelle ancora macchiata di polvere del villaggio. In mano teneva l’accendino rosso. Quello stesso accendino che avevano lasciato per terra davanti alla casa.
Lo faceva scattare lentamente, la fiamma che danzava nel buio.
«Questo l’avevate dimenticato» disse con voce bassa, quasi stanca.
Il Serpe strinse la pistola, ma non sparò subito.
«Tu… come cazzo fai a essere sempre qui?»
Leon richiuse la Zippo con un colpo secco.
Clack.
«Perché questa è la mia missione. E voi siete solo gli stronzi di turno.»
Il Monaco rimase immobile, ma la sua voce uscì bassa, quasi assente:
«Io sono già morto.»
Le parole caddero pesanti nella cella, come se non fossero sue. Come se qualcuno gliele avesse infilate in bocca.
Il Serpe si voltò di scatto verso di lui. «Che cazzo hai detto?»
Leon inclinò leggermente la testa, un mezzo sorriso stanco. Poi alzò di nuovo la pistola, puntandola con calma verso i due.
«Hasta la vista, baby.»
Bang.
Il primo colpo prese Il Serpe in pieno petto. Il secondo sfiorò Il Monaco, che si buttò di lato con un ringhio.
Per qualche secondo la cella divenne un inferno di spari e urla. Ashley gridava, legata alla sedia, mentre i due cercavano di rispondere al fuoco.
Poi tutto rallentò.
La fiamma della Zippo, ancora accesa a terra dove Leon l’aveva fatta cadere, tremolò in modo impossibile. I colori della stanza si saturarono per un istante, poi persero definizione. Le pareti di pietra ebbero un singhiozzo, come se stessero caricando.
Un basso ronzio elettronico riempì l’aria.
Il Serpe, con il sangue che gli usciva dalla bocca, guardò Leon con gli occhi spalancati.
«Quante volte… abbiamo già fatto questa scena del cazzo?»
Leon non rispose. Rimase lì, pistola abbassata, a guardarli mentre il mondo intorno iniziava a disintegrarsi.
Il Monaco, ferito, si appoggiò al muro e rise debolmente.
«Siamo solo i cattivi… sempre gli stessi cattivi.»
Lo schermo tremò. Le torce si spensero una dopo l’altra con uno sfarfallio digitale. I bordi delle pietre divennero pixel sfocati.
Il Serpe, ancora in ginocchio con il sangue che gli usciva dalla bocca, guardò le proprie mani che iniziavano a tremolare, come se fossero fatte di codice mal scritto.
«Ma che cazzo sta succedendo…?» mormorò, la voce che si distorceva leggermente, come una traccia audio rotta.
Il Monaco si appoggiò al muro, ridendo piano, una risata spezzata e vuota.
«Siamo sempre gli stessi… sempre qui. Sempre a rapirla, sempre a caricarla nel bagagliaio, sempre a lavarla in questa cella di merda… e lui arriva sempre alla fine.»
Leon rimase immobile, pistola abbassata, a guardarli senza nessuna emozione particolare. Come se avesse già visto questa scena troppe volte.
Il Serpe alzò gli occhi verso di lui, quasi supplichevole.
«Quante volte abbiamo già fatto questa stronzata? Dieci? Venti? Cento?»
Nessuno rispose.
Il ronzio elettronico divenne più forte, più insistente. Le pareti della cella persero consistenza, diventando trasparenti per un istante, come se qualcuno stesse scaricando la mappa. I colori si sbiadirono, poi tornarono troppo saturi. Ashley, ancora legata alla sedia, li guardava con occhi vuoti, come se anche lei avesse capito.
Il Monaco chiuse gli occhi.
«Io sono già morto» ripeté, stavolta più piano, quasi rassegnato.
Poi arrivò il suono.
Un click netto. Definitivo.
Come di un controller che veniva spento.
La fiamma della Zippo rossa sul pavimento tremolò un’ultima volta e si spense.
Tutto divenne nero.
Silenzio totale.
Solo il debole ronzio di una console che si spegneva nell’oscurità di una stanza lontana