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Creato il 26/07/2026, 18:07 · Aggiornato il 26/07/2026, 18:07

Capitolo 8: Gli Scheletri Nell'armadio (Maddalena)

@bloodymary79bloodymary79
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Ideazione suicidaria / Tentativo di suicidio
  • Morte
  • Stupro
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Bologna, 10 gennaio 2005. Maddalena

Il lunedì mattina a Bologna aveva sempre un sapore particolare, una specie di risacca emotiva che ne cambiava il ritmo. Dopo il fine settimana in cui la città si popolava di studenti, turisti, musicisti di strada e gente di ogni estrazione sociale che riempiva le vene del centro fino a tarda notte, a quell’ora del mattino i portici erano tornati silenziosi, restituiti alla loro solennità di pietra e mattoni rossi. L’aria fredda e densa di gennaio, carica dell'umidità tipica della pianura, si incanalava affilata come una lama per i vicoli medievali del Quadrilatero, rimbalzando sulle saracinesche ancora abbassate delle vecchie botteghe di via Drapperie e via Pescherie Vecchie. Era un freddo che profumava di terra bagnata, di caffè espresso e di gas di scarico, e che faceva venire la pelle d’oca. Nemmeno sei anni trascorsi nel gelo del Nord, abituata ai venti taglienti e asciutti che spazzavano i viali immensi di Berlino, l’avevano preparata a quel tipo di freddo umido emiliano: una nebbia invisibile che ti entrava dritto nelle ossa, appesantendo il respiro.

Quando era rientrata dal fine settimana trascorso in Trentino con Lisa, Maddalena aveva declinato fermamente l’invito a dormire a casa sua. Non voleva invadere quello spazio. Aveva preferito prendersi una stanza spartana alla pensione Marconi, cercando un perimetro che fosse esclusivamente suo, un luogo neutro dove nessuno conoscesse il suo nome. A casa dell’amica ci era rimasta appena il tempo di una cena; aveva conosciuto Alex e il piccolo Giacomo, sforzandosi di sorridere a ogni battuta, stringendo le dita attorno al bicchiere per nascondere il tremito e fingendo una leggerezza che non le apparteneva. Mentre guardava quella recita familiare, dentro di sé continuava a domandarsi cosa diavolo ci facesse lì. Sapeva che era giunto il momento di tornare a Bologna per riaprire gli armadi pieni di scheletri che aveva lasciato in sospeso prima di fuggire in Germania, e sapeva altrettanto bene che doveva lasciare Annalisa da sola con i propri spettri. Lei, in quella dinamica di coppia così precariamente sospesa, era solo un elemento di disturbo. Era di troppo.

Si era diretta a piedi verso piazza Maggiore, camminando con le mani affondate nelle tasche del cappotto scuro. Sotto i portici alti, dove il riverbero della luce mattutina faticava a scaldare il pavimento di marmo consumato da secoli di passi, si era fermata in una piccola caffetteria. Aveva ordinato un cappuccino, assaporando il gusto denso, caldo e schiumoso del latte italiano; mentre lo beveva, appoggiata al bancone di legno, si era chiesta con una punta di amara ironia come diavolo avesse fatto ad accontentarsi dei beveroni sbiaditi e bollenti di Starbucks per tutti quegli anni all'estero. Quello era il sapore di casa, un sapore che le faceva quasi male.

Arrivare a casa dei suoi genitori avrebbe comportato una bella camminata, ma aveva intenzione di godersela tutta, di usarla come un filtro per rimettere in fila i pensieri prima dell'impatto. Uscì all'aperto, attraversando l'immensità di piazza Maggiore, dove il Nettuno svettava grigio contro il cielo lattiginoso di gennaio. Imboccò via Santo Stefano, rallentando il passo per ammirare l'eleganza severa dei palazzi nobiliari, le facciate color terracotta e l'argilla che sembrava assorbire l'umidità della mattina, fino a raggiungere la splendida piazza triangolare, dominata dal profilo antico e misterioso del complesso delle Sette Chiese. Svoltò poi in via Cartoleria, tagliando verso il cuore del centro storico.

Passando davanti al teatro Duse le si strinse lo sterno: le parve di sentire l'odore di velluto vecchio e polvere delle poltrone. Era lì che aveva lavorato come maschera durante gli anni dell'università, per racimolare qualche soldo e stare lontana da casa il più possibile, ed era esattamente tra quelle mura, mentre strappava i biglietti sotto le luci soffuse del foyer, che aveva incrociato lo sguardo di Davide per la prima volta. Proseguì fino a porta Castiglione, concedendosi una breve sosta ai Giardini Margherita. Camminò lungo i viali, tra gli alberi spogliati dall'inverno e i prati coperti da un velo sottile di brina calpestata, tenendo tra le mani un secondo caffè da asporto. Una volta uscita dai giardini, la città mutava volto, facendosi più residenziale e silenziosa. Sapeva che le restava ancora poca strada da fare prima di raggiungere la sua meta: via Paolo Fabbri.

Mentre camminava, lo sapeva perfettamente: stava solo prendendo tempo. Ritardava il momento più difficile della sua vita. Non aveva nemmeno telefonato per avvisare del suo arrivo; del resto, nessuno aveva cercato di fermarla quando era partita sei anni prima, e nessuno dopo l'aveva più cercata al telefono o per lettera, permettendole di tagliare i ponti e facendole quasi credere di poter andare avanti facendo finta che il passato non fosse mai esistito. Ma le sue ferite erano troppo profonde per consentirle di guardare al futuro con Davide senza prima aver bonificato quel terreno.

Quando finalmente raggiunse il vecchio condominio di via Paolo Fabbri e premette il dito sul metallo freddo del campanello di casa, l'interfono rimase muto. Un silenzio piatto, pesante. Non rispose nessuno. Maddalena rilasciò il fiato, indecisa se sentirsi sollevata o frustrata, e decise di sedersi su una panchina di ferro poco distante. Da lì, stringendosi nel collo del cappotto, rimase a fissare i murales dedicati a Guccini che coloravano i muri della via, simboli di una Bologna poetica e ribelle che a lei non era mai appartenuta. Si sentiva esausta, svuotata dal viaggio, e quell’attesa non preventivata cominciava a renderla nervosa, tesa come una corda di violino.

«Maddalena? Sei tu?»

Maddy si alzò di soprassalto, come se la panchina avesse iniziato improvvisamente a scottare sotto le sue cosce. Sollevò gli occhiali da sole scuri e si trovò a fissare il volto segnato e familiare di Elena, la sua storica vicina di casa.

«Elena, ciao. Sì, sono io», disse, cercando di ricomporsi e forzando un sorriso che non le arrivò agli occhi. «Mi trovavo a Bologna per sbrigare alcune commissioni e sono passata a fare una sorpresa ai miei, ma non risponde nessuno al citofono».

Elena la guardò, e nei suoi occhi passò un'ombra di profonda, sincera tristezza. «È tanto che non li vedi, vero?»

«E nemmeno li sento, se è per quello», rispose Maddy, stringendosi nelle spalle con una finta indifferenza che non ingannò l'altra donna.

Elena si guardò intorno con evidente nervosismo, tormentandosi le mani, poi sospirò profondamente, posando lo sguardo su quella bellissima donna bionda che le stava di fronte. Nella sua mente rivide la bambina spensierata che un tempo veniva a bussare alla sua porta per chiamare i suoi amichetti, per giocare nel cortile interno e mangiare una fetta di torta alla marmellata. Maddalena aveva frequentato la sua casa quasi ogni giorno fino alle scuole medie, poi, improvvisamente, qualcosa si era rotto in modo terribile. Elena non aveva mai saputo, né minimamente intuito, il vero motivo: quella bambina così solare ed estremamente intelligente era diventata d'un tratto schiva, silenziosa, perennemente sulle sue, arroccata dietro un muro invisibile.

«Vieni da me, Maddalena», le disse la vicina, posandole una mano leggera sul braccio. «Ti preparo qualcosa di caldo e parliamo un po’».

Maddalena la seguì in silenzio su per le scale del palazzo, lo stesso odore di cera per pavimenti e detersivo che ricordava fin dall'infanzia. Salendo quei gradini le parve di sentire l'eco dei propri passi di bambina, di quando correva libera e felice per andare a giocare con gli amici del quartiere. Tante volte era caduta sbucciandosi le ginocchia su quelle scale, ed era sempre stato suo padre a prenderla in braccio, a soffiare sulla ferita e a prendersi cura di lei. Era successo tutto prima che l'uomo perdesse il lavoro in modo definitivo, prima che si riducesse a fare il manovale qua e là per sbarcare il lunario, mentre la madre di Maddalena si spaccava la schiena facendo i turni in fabbrica a ciclo continuo per mantenere la famiglia.

A quei tempi suo padre non era un mostro. Non lo era affatto, a parte quando beveva. E di solito iniziava a farlo la sera, quando pensava che Maddalena dormisse: si sedeva pesante sulla poltrona del salotto e trangugiava liquori di vario genere, uno dopo l'altro, fino a svenire nel buio della stanza.

«Ti piace ancora il karkadè?» domandò Elena, interrompendo i suoi pensieri mentre entravano nell'appartamento rimasto identico a come Maddy lo ricordava, con le stesse foto sbiadite sui mobili.

Maddalena accennò un sorriso malinconico. Forse non lo beveva più da allora, ma in quel momento sentì che quei sapori della sua infanzia erano l'unica cosa che non avrebbe potuto farle del male. «Sì, Elena, grazie».

Si sedettero al tavolino rotondo vicino alla finestra della cucina, tenendo tra le mani le tazze fumanti della tisana bollente e purpurea.

«Maddalena, non è facile spiegarti quello che è successo qui negli ultimi sei anni», esordì Elena, fissando il liquido nella tazza. «Per cui te lo dirò senza giri di parole, dato che non credo esista un modo per indorare la pillola. Tua mamma se n’è andata di casa poco dopo la tua partenza per la Germania. Ha preso le sue cose e se n'è andata; nessuno qui nel palazzo sa dove sia finita, non ha lasciato recapiti né ha più risposto alle lettere. Tuo padre, invece... da qualche tempo è ricoverato al Roncati. Ha avuto un crollo totale, mentale e fisico. Non so chi se ne occupi a livello legale, so solo che il vostro appartamento è stato venduto mesi fa all'asta per pagare i debiti che aveva accumulato. Ora ci vivono dei tirocinanti del Sant’Orsola in affitto, ma nel fine settimana tornano quasi sempre a casa dalle loro famiglie».

Maddalena fece un’enorme fatica a mantenere il contegno. Se non fosse stato per quegli anni di durissimo allenamento, durante i quali aveva esercitato un autocontrollo ferreo per non far trapelare mai all'esterno ciò che succedeva realmente dentro di lei e tra le pareti di casa sua, avrebbe preso la tazza di ceramica e l’avrebbe scaraventata con tutta la sua forza contro il muro.

Aveva passato gli ultimi sei anni a scappare da suo padre, a correre il più lontano possibile per sottrarsi alla sua ombra, e ora che tornava a Bologna per chiudere definitivamente i conti e dirgli addio, scopriva che l'uomo era già stato cancellato dalla realtà quotidiana, ridotto a un fantasma clinico. Ma il pensiero che sua madre potesse essere sparita nel nulla, abbandonando il campo subito dopo di lei, non l’aveva mai sfiorata. Andare a parlare con suo padre, a questo punto, non sarebbe stato affatto semplice: se si trovava al Roncati, nel reparto di Diagnosi e Cura, con ogni probabilità era imbottito di psicofarmaci, ridotto a uno spettro sotto lo stretto controllo degli psichiatri, e lei dubitava fortemente che il personale medico le avrebbe permesso di parlargli liberamente.

«Avrei voluto contattarti in qualche modo, darti la notizia», continuò Elena con tono dispiaciuto, «ma non avevo la minima idea di dove fossi. Ho provato a chiedere in giro qui nel quartiere, ma nessuno sapeva niente. C’era qualcuno che conosceva la tua destinazione?»

«Qualche compagno di università sapeva che mi sarei trasferita a Berlino dopo la laurea», rispose Maddy, la voce ridotta a un filo piatto, freddo. «Ma i miei recapiti privati, l'indirizzo della casa in cui vivo, li aveva solo una persona. Una persona che non frequenta questa zona». Nel dirlo, il pensiero corse inevitabilmente ad Annalisa, l'unico filo sottile che l'aveva tenuta legata all'Italia.

«Mi spiace davvero, Maddalena. Per tutto quanto». Elena si alzò da tavola con un gesto lento e si diresse verso la finestra che dava su via Paolo Fabbri, sbirciando fuori attraverso le tende bianche ricamate con motivi tirolesi. «Mi rendo conto di essere stata una pessima vicina, col senno di poi. Mi ero accorta che qualcosa si era rotto, già da quando avevi smesso di venire a casa mia a giocare. Ma i miei due figli in quel periodo erano nel pieno dell'adolescenza, mi davano un sacco di pensieri e io... pensavo solo che cambiando scuola tu avessi semplicemente cambiato giro di amicizie. Eri sempre così seria, così composta. Salutavi sempre con educazione, ma eri diventata così distante... Non volevo impicciarmi negli affari della vostra famiglia, ma oggi ho capito che voltarsi dall'altra parte è stato un enorme sbaglio».

«Non è colpa tua, Elena. Non hai colpe di niente», la rassicurò Maddalena, guardando il vapore che saliva dal karkadè. «Forse avrei dovuto essere io a trovare la forza di venire da te, a chiedere aiuto. Sei stata più presente tu di mia madre durante tutta la mia infanzia... ma ero io che vi ho allontanati tutti dalla mia vita, dalla mia mente e dal mio cuore. Non volevo che nessuno sapesse. Non potevo permetterlo».

Elena si voltò a guardarla, esitando. «Tuo padre beveva, vero? Non si è mai fatto vedere in giro in pessime condizioni, ha sempre cercato di mantenere una facciata dignitosa e io... io ho preferito non vedere, non approfondire. Ma quando sono venuti a prenderlo con l’ambulanza, quel giorno, è apparso tutto dolorosamente chiaro».

Maddalena finì la sua tisana d'un sorso, sentendo il calore bruciarle la gola. Si alzò in piedi, rivestendosi della sua solita corazza fredda e impeccabile.

«Elena, non è stato solo il bere. C'era molto altro». Fece una breve pausa, poi tese la mano. «Ora devo andare a risolvere questa questione. Ma ti prometto che, prima di ripartire per Berlino, passerò a salutarti. Lasciami il tuo numero di telefono».

Maddalena accennò un sorriso tirato, baciò la vecchia vicina sulle guance ed uscì da quel condominio, consapevole che non vi avrebbe mai più fatto ritorno.

Bologna, dicembre 1988. Maddalena

Era un inverno decisamente strano, sospeso in un'atmosfera irreale. Si passava repentinamente da giornate estremamente miti e calde – di cui Maddalena era felicissima, dato che odiava profondamente il freddo – a giornate di gelate improvvise, con una neve sottile e ghiacciata che cadeva dal cielo grigio, sembrando quasi chimica, artificiale.

Maddy aveva compiuto da pochissimo tredici anni. Le avevano finalmente tolto l’apparecchio fisso ai denti e i suoi capelli biondi avevano raggiunto una lunghezza che le piaceva moltissimo, scendendo fluidi ben oltre la metà della schiena. Era rimasta estremamente magra, esile, ma il suo corpo iniziava pian piano a mutare, a prendere le prime, accennate forme femminili. A scuola e nel quartiere tutti le dicevano che aveva delle bellissime gambe, lunghe e slanciate, e lei aveva iniziato a indossare qualche minigonna; non troppo corta, certo, ma abbastanza da farla sentire carina, un po' più grande. Sua madre gliele andava a comprare al mercato della Montagnola, e a lei piaceva tanto provarle davanti allo specchio. Sentirsi carina l’aiutava a fare schermo contro tutte le sue insicurezze e contro un'enorme, cronica timidezza che si portava dentro fin da piccola.

A casa, d'altronde, le avevano insegnato a comportarsi sempre come una perfetta signorina. Per questo, quando si sedeva, accavallava le gambe con cura per non mostrare mai più del dovuto, sorrideva a comando quando le veniva richiesto e cercava di non essere mai troppo esuberante, per evitare di attirare l'attenzione della gente. A guardarla da fuori, per quel modo di fare così composto, sarebbe potuta benissimo passare per una figlia dell’alta borghesia bolognese, l'ambiente formale da dove dopotutto proveniva sua madre, prima che il matrimonio e i problemi economici facessero cadere tutto a rotoli.

Con l’inizio della seconda media, Maddalena aveva cominciato a sentirsi in qualche modo grande, ma non poteva minimamente immaginare quanto sarebbe dovuta crescere in fretta da lì a breve. Le cose stavano andando molto male in casa: suo padre non riusciva più a trovare un impiego stabile e stava iniziando a bere molto più del dovuto, trascurando tutto il resto. Trascurava la moglie, che intanto lavorava come una matta facendo turni massacranti in fabbrica; trascurava la cura della casa; ma non trascurava la figlia. Anzi, la riempiva di attenzioni costanti e di domande continue, pressanti, che stavano diventando quasi soffocanti. Voleva sapere tutto: cosa facesse durante il giorno, a casa di chi andasse a studiare dopo la scuola, come si vestisse nei dettagli, a che ora sarebbe rientrata, persino che tipo di musica ascoltava nella sua stanza.

Quel pomeriggio Maddalena era rientrata a casa entusiasta, con il cuore leggero, dopo un compito in classe di Italiano andato particolarmente bene. Non vedeva l’ora di raccontarlo a sua madre, che ci teneva tantissimo affinché lei avesse un’ottima istruzione, l'unica via per trovarsi un lavoro pulito e migliore rispetto a quello che faceva lei. Con i voti alti sperava di renderla fiera, di regalarle un sorriso in mezzo a tutta quella fatica. Ma la madre, come quasi ogni giorno, era rimasta in fabbrica a fare gli straordinari; sarebbe rientrata molto tardi, probabilmente ben dopo l'ora di cena. Suo padre, invece, era già lì: seduto pesantemente sulla poltrona del salotto, con una bottiglia di Jack Daniel's appoggiata sul tavolino di fianco a lui. Maddalena ritenne opportuno non disturbarlo, sperando che non si accorgesse di lei, e corse dritta in camera sua. Voleva cambiarsi in fretta ed uscire con le sue amiche del cuore, Isabella e Valentina, per fare un giro in piazza Maggiore e festeggiare il voto.

«Maddalena? Dove sei?» la voce del padre rimbombò dal corridoio, pesante, impastata.

«Sono qui, papà. Mi sono appena cambiata...» rispose lei, comparendo sulla porta della stanza. «Vado a fare un giro in piazza Maggiore con Isabella e Valentina. Abbiamo preso un ottimo voto nel compito di Italiano e volevamo festeggiare insieme».

Il padre non rispose. Camminò lungo il corridoio ed entrò nella camera della figlia senza bussare, sbarrando l'ingresso con la sua figura massiccia. Fissò la ragazzina, che aveva i capelli biondi ancora sciolti sulle spalle e si stava infilando le scarpe con un piccolo tacco che le aveva regalato la madre per il compleanno.

«E tu vorresti andare fuori per strada vestita così?» domandò, stringendo gli occhi, lo sguardo fisso sulle sue gambe scoperte.

«Sì... beh, la gonna non è poi così corta, papà...» cercò di giustificarsi lei, accennando un sorriso nervoso, sentendo d'un tratto l'aria farsi pesante.

Prima che potesse finire la frase, si trovò l’enorme mano ruvida di suo padre premuta con violenza sulla bocca. La spinta fu così forte da farle perdere l'equilibrio, sbattendola all'indietro sul letto di legno bianco, quello ancora pieno dei suoi peluche a forma di gattini e dei cuscini a forma di cuore.

«Non vorrai mica attirare l’attenzione di qualche ragazzo in centro, eh, Maddalena?» le sussurrò sul viso, l'odore acido dell'alcol che le investiva la faccia.

Lei non poteva rispondere, non riusciva a emettere alcun suono perché la mano dell'uomo continuava a soffocarle le labbra, premendo contro i denti. Cercò disperatamente di dare una risposta negativa, scuotendo la testa sul cuscino, gli occhi sgranati.

«Non devi attirare l’attenzione dei ragazzi, Maddalena. L'hai capito? »

Maddy lo guardava con gli occhi spalancati, lucidi, riempiti da un terrore cieco e primordiale. Aveva capito, in quell'esatto istante, cosa stava per succedere, ma la paura di quello che lui avrebbe potuto farle se avesse provato a urlare o a contraddirlo la paralizzava completamente. Aveva amato profondamente suo padre quando era più piccola, ma negli ultimi due o tre anni era cambiato qualcosa in lui. L'uomo aveva iniziato a bere e lei, improvvisamente, non era più stata la sua bambina adorata da proteggere, ma era diventata quasi una spina nel fianco, un peso economico. Spesso l'aveva sentito dire alla madre che se non ci fosse stata lei, se non avessero avuto una figlia da mantenere, le cose sarebbero state più semplici.

Sotto il peso del corpo di suo padre, Maddalena sentì qualcosa rompersi definitivamente dentro di sé. Abbandonò ogni inutile difesa e smise di lottare.

Lo fece quel giorno di dicembre, e successe molte altre volte ancora, negli anni successivi, in quella stanza da letto. Non ne parlò mai con sua madre, né con le amiche di scuola, mai con nessuno. Si ripeteva che dopotutto era suo padre, che le voleva bene. Ci sarebbero voluti anni, la fuga a Berlino, il dolore della clinica in Baviera e la vicinanza di Davide per farle capire, finalmente, che quello che suo padre le dimostrava non aveva assolutamente nulla a che fare con l’amore.

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