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Berlino, 3 agosto 2005
Cara Annalisa,
forse ti stupirà, in questa nostra era digitale così frenetica, ricevere una lettera vecchio stile, scritta a mano. Forse in questo subisco le influenze nefaste del mio compagno antidiluviano, che se potesse viaggerebbe ancora in carrozza e spedirebbe messaggi con i piccioni viaggiatori, ma la verità è che affrontare certi discorsi davanti al freddo bagliore di uno schermo renderebbe tutto troppo difficile, quasi finto. La penna, invece, sembra essere il prolungamento naturale della mia mente e del mio braccio. La scrittura su carta rappresenta qualcosa di molto più intimo, viscerale e personale. Almeno per me.
Da quando sono tornata in Germania ci siamo sentite tante volte al telefono, ma non ho mai trovato il coraggio o la calma necessaria per raccontarti nel dettaglio cosa è successo il giorno dopo esserci salutate in auto a Bologna, in quel gennaio così freddo.
Come ti avevo accennato, mi sono diretta verso la mia vecchia casa in via Paolo Fabbri, convinta di trovarci il mio passato fermo ad aspettarmi. Invece ho scoperto che i miei genitori non abitano più lì da tempo. Me l’ha detto Elena, la mia ex vicina di casa. Mi ha fatto salire, mi ha offerto un karkadè e mi ha chiesto scusa, piangendo, per non essersi accorta di nulla in tutti quegli anni.
Ma la verità è che nessuno si è accorto di niente, Lisa. Forse sono sempre stata davvero brava a nascondere le cose, una specie di dono naturale ereditato dalla sopravvivenza. O forse, più semplicemente, le persone fanno un'enorme fatica ad accettare ciò che ritengono di non poter cambiare, e preferiscono voltarsi dall'altra parte, concentrandosi sulle proprie vite e dimenticandosi di una ragazzina silenziosa, forse poco simpatica, arroccata dietro a sorrisi di circostanza.
Avevo appena compiuto tredici anni la prima volta che mio padre ha abusato di me. Ricordo perfettamente ogni singolo dettaglio di quel pomeriggio di dicembre: come è entrato in camera mia, come mi ha bloccato sulla porta e mi ha chiuso la bocca con la sua mano ruvida, minacciandomi di farmi del male se solo ne avessi parlato con mia mamma o con qualcun altro. È così difficile, dall’esterno, riconoscere i veri aguzzini. Da quando aveva iniziato a "volermi così tanto bene", mio padre aveva anche iniziato a indossare la maschera del genitore perfetto di fronte al quartiere, l'uomo redento che aveva smesso di bere e che si occupava con rigore dell'educazione e della moralità della figlia.
Lui mi ha fatto credere che obbedendogli in tutto sarei tornata a essere la luce dei suoi occhi, ripetendomi che mi amava come nessun altro uomo avrebbe mai fatto al mondo. Io dentro di me sapevo che c’era qualcosa di profondamente, mostruosamente sbagliato... Ero giovane, sì, ma non ero una bambina di due anni. Eppure lui era così lucido, così convinto e manipolatore nelle sue parole, che arrivai a dubitare di me stessa e a crederci, tanto che oggi penso che non l’avrei denunciato nemmeno se non mi avesse minacciato.
Dopo quello che ho vissuto in quella stanza, ho decretato che non avrei mai più permesso all’amore autentico di bussare alla mia porta. Mi rifugiavo in relazioni tossiche o senza alcun coinvolgimento emotivo; passavo da un ragazzo all’altro non appena mi accorgevo che, per qualche strana ragione, iniziavo ad affezionarmi o a dipendere da loro. Io non dovevo essere mai più di nessuno, se non di me stessa.
Non rinnego i miei anni da adolescente e da giovane donna a Bologna, ma ora che guardo le cose da qui mi rendo conto di come facessi tutto per le ragioni sbagliate, mascherando i miei vuoti e le mie fughe con altisonanti nozioni sociologiche ed antropologiche apprese all'università. E nello stesso identico modo ho amato oltre ogni limite mio cugino Pedro. Volevo disperatamente difenderlo dalle schifezze del mondo, dalle stesse che avevo vissuto io, ma non sono stata abbastanza forte da difenderlo da se stesso e dalla sua autodistruzione.
Sono tornata a Bologna con un piano preciso in testa. Volevo parlare con mia madre, guardarla negli occhi e chiederle se davvero non si fosse mai accorta di nulla. Di quando suo marito si alzava di notte per venire nella mia camera, o di quando lei rientrava a casa la sera dai turni in fabbrica e mi trovava seduta sul letto con gli occhi lucidi, il respiro spezzato e i capelli scompigliati. Volevo parlare con mio padre e urlargli in faccia che era un mostro schifoso, che avevo solo tredici anni e non meritavo l’inferno che mi ha inflitto, anche se tante volte lui si giustificava dicendo che il mio essere così sexy e provocante non gli lasciava scelta, scaricando la colpa su di me. Volevo parlare con mia zia, sbatterle in faccia la morte di suo figlio Pedro in Germania e dirle che era tutta colpa della sua indifferenza. E volevo persino cercare Michele, e dirgli che era un mostro almeno quanto mio padre per essersi approfittato del mio corpo e della mia mente in un momento in cui ero troppo fragile per difendermi.
Purtroppo, Lisa, niente di tutto questo è stato possibile. Il passato si è dissolto prima che potessi colpirlo.
Mia madre è sparita nel nulla sei anni fa. Sospetto che alla fine abbia scoperto o intuito la verità e non abbia saputo reggere il peso della vergogna e del proprio fallimento. È brutto da dire, e mi fa quasi spavento scriverlo, ma non so nemmeno se sia viva o morta, e la cosa che più mi stupisce è che, intimamente, non mi interessa affatto. Lei non c’era quando avevo bisogno di lei. Per quanto fosse un momento difficile a livello economico, per quanto dovesse spaccarsi la schiena in fabbrica, io ero sempre sua figlia. Ma lei ha deciso che ignorare la realtà fosse la via più semplice, limitandosi ad apprezzare i miei successi scolastici e la mia irreprensibile educazione formale, vantandosene pure con amici e conoscenti per salvare la facciata.
Mia zia è emigrata in Canada dopo aver sposato un ricco sportivo, credo un giocatore di hockey, e le poche tracce che sono riuscita a reperire si fermano lì. Michele è stato trasferito a Roma, ha fatto carriera ed ha ottenuto una carica piuttosto alta in ambito investigativo. Il sistema protegge sempre i suoi simili.
E mio padre... Mio padre era ricoverato al Roncati, nel reparto di Diagnosi e Cura. "Esaurimento nervoso dovuto all'età", dicono i medici. Pararsi il culo a livello sociale, dico io. Ho provato in tutti i modi a parlare con lo psichiatra che lo ha in cura per avere un colloquio, ma non c’è stato verso di vederlo. È blindato, ridotto all'ombra di ciò che era.
Quando sono uscita dai cancelli del Roncati, con un peso d'andata e ritorno sul petto che mi toglieva il respiro, mi sono diretta a piedi verso i Giardini Margherita. Mi sono seduta su una panchina e ho acceso una sigaretta al freddo, proprio come facevo durante gli anni dell'università. Per un attimo, complice la nebbia fitta di gennaio, ho creduto davvero che il tempo si fosse fermato. La vecchia Maddalena è riemersa improvvisamente dall'oscurità, ma questa volta è riemersa con la consapevolezza e la maturità acquisite in questi anni tedeschi. Tutte le esperienze che ho vissuto, le cicatrici che porto addosso – ma anche le gioie inaspettate – mi hanno aiutata ad abbracciare quella ragazzina che anni fa cercava solo di nascondersi e di sparire, perché il mondo intorno a lei faceva sinceramente schifo.
La nuova me è riuscita finalmente a fare pace con se stessa e a perdonarsi per gli errori del passato. Ho capito che il passato non lo posso cambiare; anche se fossi riuscita a entrare in quella stanza d'ospedale e a urlare a mio padre che è stato un porco schifoso, non sarebbe servito a ridarmi l'innocenza dei miei tredici anni. L’unica cosa che potevo davvero fare era cambiare il modo in cui io mi sentivo al riguardo. Ho deciso di smettere di essere una vittima. Ho deciso di non lasciare che quell'uomo continui a sabotare la mia vita e la mia felicità a distanza di anni.
Oggi la mia vita è qui. Continuo a fare la lettrice d’Italiano alla Freie Universität Berlin. Io e Davide abbiamo finalmente cambiato casa: restare nell'appartamento dove aveva vissuto e sofferto Pedro era diventato un dolore troppo grande da sopportare ogni giorno. Ora abitiamo a Spandau, in un quartiere più tranquillo e luminoso. Però ogni singola settimana prendo il treno e vado a trovarlo al cimitero. Gli porto le gerbere, i fiori che amava tanto quando era un bambino spensierato, e mi siedo lì a raccontargli come prosegue la nostra vita, le mie lezioni, i miei progetti. Non sono mai stata credente, lo sai bene, ma mi piace profondamente pensare che l’amore vero non muoia mai e che una parte di Pedro continui a vivere, protetta e felice, nei miei ricordi, ovunque io sia nel mondo.
Ora non voglio annoiarti oltre con i miei resoconti, ma c'è una cosa fondamentale che ci tenevo a dirti, ed è il motivo principale per cui ho preso carta e penna.
Voglio che tu sappia che sono immensamente, profondamente orgogliosa di te.
Quando mi hai confessato in macchina che avevi deciso di affrontare Alex e di raccontargli tutta la verità, compreso il dubbio su Giacomo, ho avuto paura per te. Sapevo quanta macerazione e quanta sofferenza avrebbe comportato quella scelta. Ma quello che hai fatto, la lucidità e l'onestà brutale con cui hai posato tutte le carte sul tavolo di casa vostra, richiede un coraggio da leone. Hai scelto di non nasconderti più, di non accettare il compromesso di una felicità basata sull'inganno.
So quanto siano stati devastanti questi ultimi mesi, tra la separazione, le lacrime, le urla, e l'attesa del test di paternità. Ma l'aver affrontato quel drago a viso aperto ti ha restituito la tua dignità di donna. Stai imparando a camminare con le tue sole gambe, a ricostruirti un'esistenza autonoma giorno per giorno, ed è un processo doloroso ma bellissimo da osservare da lontano. Questo tuo tirare avanti da sola, senza reti di protezione, ti sta temprando. E io ne sono assolutamente certa: il destino non ti lascerà sola a lungo. Questo caos era necessario per fare pulizia; ora che sei finalmente autentica e libera, sono sicura che la vita ti condurrà dritto verso la persona giusta per te. Un uomo con cui potrai essere esattamente ciò che sei, senza segreti né ombre.
Nonostante i chilometri geografici che ci separano, sappi che il mio cuore è sempre lì con te. Non ti lascerò cadere.
Spero con tutta me stessa di vederti qui a Berlino per le vacanze di Natale, magari proprio insieme al piccolo Giacomo. Ho già in mente il piano perfetto: vi porterò in ogni singolo mercatino di questa stupenda città e vi vizierò a dovere.
Spero che tutto prosegua per il meglio, Lisa. Ti voglio un bene infinito.
Un caro, immenso saluto,
Maddalena