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← Doctor Who: The Fifteen Doctors

Creato il 02/10/2026, 20:46 · Aggiornato il 02/10/2026, 20:50

Capitolo 1: Una misteriosa convocazione

@saymanSayman
GeneraleIn corso
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Il vortice temporale, una forza primordiale e antica permetteva il passaggio tra epoche diverse. Le viaggiatrici più famose di questo luogo erano i TARDIS, prodigiose macchine del tempo allevate dai Signori del Tempo: alieni antichi, potenti, detentori di segreti e conoscenze ormai dimenticate. Il TARDIS più famoso era quello che aveva la forma di una cabina blu della polizia degli anni '60, il cui proprietario e più vecchio amico era il Signore del Tempo conosciuto come il Dottore.

Il suddetto stava controllando i pannelli della sua macchina per capire come arrivare dove desiderava. In questa incarnazione, per quanto sembrasse anziano e saggio, in realtà era relativamente giovane ed inesperto su alcune cose, come ad esempio pilotare la macchina del tempo. Forse perché in gioventù era stato bocciato agli esami di guida, o forse perché era noto come un pessimo studente. Da quando era fuggito dal suo mondo natale insieme alla nipote Susan, si era ritrovato nei luoghi più casuali del cosmo, vivendo mille strane avventure anche con i loro nuovi amici umani, Ian Chesterton e Barbara Wright.

<< Nonno, ecco il bicchiere d'acqua che mi hai chiesto >> Susan gli porse gentilmente il bicchiere. 

<< Grazie mia cara >> la ringraziò, togliendo le mani dalla console esagonale verde scuro, per poi prendere il bicchiere. 

<< Dottore, sono ore che non ti stacchi dalla console. Che cosa stai facendo? >> chiese Ian, appena entrato nella sala console con Barbara.

Il Signore del Tempo osservò i suoi tre compagni: Ian era tarchiato e ben fatto, con una faccia aperta e allegra

Il Signore del Tempo osservò i suoi tre compagni: Ian era tarchiato e ben fatto, con una faccia aperta e allegra. I suoi lineamenti regolari e i capelli neri ben divisi gli davano un'aria di onesta affidabilità. Indossava la tradizionale giacca sportiva e la flanella di un maestro di scuola. Barbara era alta, con i capelli scuri, magra ed estremamente bella. Indossava un dolcevita beige e pantaloni neri. Susan aveva capelli scuri tagliati corti che incorniciavano un viso elfico, pallido e rotondo. Indossava abiti simili a quelli di Barbara, ma più giovanili.

Questi abiti moderni erano in netto contrasto con l'aspetto del Dottore: un vecchio gentiluomo dai capelli bianchi che ostentava un senso dell'abbigliamento edoardiano leggermente eccentrico, indossando un cappotto doppiopetto di velluto nero ebano con collo a scialle, un gilet di tweed beige sopra una camicia bianca con una cravatta a nastro blu reale, pantaloni scozzesi grigi e stivali elasticizzati lucidi. Sulla mano destra portava un anello azzurro dalle molteplici funzionalità.

<< Sta cercando di capire al meglio il funzionamento della nostra nave >> rispose Susan al posto del nonno, sempre con la sua aura gentile e cordiale. 

<< Impresa impossibile, tuo nonno non ha la minima idea di dove andremo a finire >> sbuffò l'insegnante, che ormai aveva quasi rinunciato alla sua casa. 

<< Credi che non sappia farlo, hmm? >> lo sfidò il nonnino con sguardo truce. 

<< Credo di sì >> aggiunse l'insegnante. 

<< Mi dispiace Chesterfield, ma io la so pilotare! Inoltre non azzardarti mai più a insultare la mia intelligenza! >> ribatté il Dottore, mentre si teneva i baveri con entrambe le mani, dandogli un'aria di superiorità. 

Ian sbuffò, perché ancora una volta aveva storpiato il cognome. 

<< Calmati Nonno, non voleva offenderti >> Susan cercò di placare gli animi. 

<< Dottore >> intervenne Barbara, decidendo di cambiare argomento. Ormai sapeva che quando i due uomini litigavano, lei ne usciva sempre con un gran mal di testa. Forse era meglio spostare la conversazione su qualcosa di più importante o immediato. << Prima di partire dallo scorso pianeta, mi è stata data questa lettera >>. 

<< Fammi vedere >> disse, prendendola in mano. La carta della lettera era blu TARDIS: forse una coincidenza, ma ormai sapeva che nell'universo le coincidenze erano rare. Dopo averla letta in silenzio, la sua espressione si fece seria e pensierosa.

Susan, curiosa, la sfilò gentilmente dalla mano del nonno e la lesse ad alta voce: 

<< Gentile Dottore, è richiesto il suo aiuto il prima possibile. Se vorrà accettare, prenda il dispositivo in allegato e lo inserisca nella console della sua nave >>. 

<< Chissà chi è >> si chiese Susan, mentre frugava dentro la busta nera, per poi estrarre un piccolo dispositivo nero e cilindrico, con dei simboli argentati ricamati in quella che era decisamente la sua lingua natale. << I Signori del Tempo! >> esclamò allarmata, visto che erano in fuga... e se fosse stata una loro trappola?

 << Non saprei >> rispose dubbioso il nonno, osservando con il monocolo lo strano dispositivo nelle mani della nipote. << Bene, andiamo a vedere chi è >>. 

<< Aspetta Dottore, non pensi che possa essere una trappola? >> chiese Ian. 

<< No, non credo ragazzo mio >> replicò lui. << Il cilindro è senza ombra di dubbio legato al mio popolo, ma questo non è il loro solito modo di agire. Inoltre... non credete che ci avrebbero già catturati, in caso? Che senso avrebbe mandare una ragazza al posto loro? >> rifletté. << No no, non ha senso... >>

Mentre il nonno inseriva il dispositivo in una sezione apposita della console, Susan non poté fare a meno di osservare, forse per l'ultima volta, il bellissimo luogo che ormai chiamava casa: la stanza era enorme e completamente bianca, con incavature tonde sulle pareti. Vi erano anche alcuni mobiletti d'epoca qua e là. Al centro si trovava la console di comando, esagonale e di colore verde spento. In alto un monitor che somigliava vagamente a una televisione del ventesimo secolo, periodo in cui lei e suo nonno avevano vissuto per un po', oltre ad essere anche la casa dei suoi insegnanti. La porta semiaperta davanti a lei conduceva verso il resto del TARDIS, immenso, pieno di stanze e segreti che nemmeno loro conoscevano.

Il rumore di smaterializzazione, simile a un "Worp Worp Worp" metallico e gracchiante, segnalò che erano appena partiti verso la loro prossima meta, timorosi di scoprire in che razza di guaio cosmico li avrebbe cacciati questa volta.

––––––•––––––

In una prateria verde, ma già brulla per l'arrivo dell'autunno, su un masso grigio, forse di origine vulcanica, era seduto un buffo ometto dall'aspetto trasandato, di media statura, con capelli neri lunghi e arruffati. Indossava una giacca nera con i pantaloni piuttosto alti, una redingote di molte taglie troppo grande e il papillon indossato di traverso sotto il colletto della camicia. L'ometto suonava con allegria il suo flauto a strisce blu chiare e scure.

La dolce e allegra melodia risuonava tutt'intorno, accompagnata dal vento che faceva muovere placidamente l'erba sottostante

La dolce e allegra melodia risuonava tutt'intorno, accompagnata dal vento che faceva muovere placidamente l'erba sottostante. Come un'ascoltatrice silenziosa, vi era una cabina blu scuro che se ne stava lì, immobile, parte del paesaggio.

Le due lune — una più grossa e grigia con un anello intorno e l'altra più piccola e gialla — insieme al tenue fumo che usciva dalle casette di legno del villaggio in lontananza, creavano un'atmosfera che, unita alla musica e al resto, risultava surreale e magica.

La musica si interruppe quando l'ometto notò in lontananza due figure che si avvicinavano. Con un sorriso saltò giù dal masso per andargli incontro. Una volta vicino, salutò i suoi compagni con uno dei suoi caldi sorrisi. 

<< Finalmente siete tornati >> disse. << Vi siete forse persi in quel piccolo villaggio? >> li prese in giro, solo un po'. 

<< In realtà siamo stati trattenuti >> rivelò la ragazza. Era minuta, con corti capelli neri e un viso rotondo. Il suo abito totalmente argentato la ricopriva come una seconda pelle. L'altro, che annuì, era un ragazzo alto, con capelli castani e una faccia a metà tra il serio e il buffo. Indossava un tradizionale kilt scozzese con un tartan rosso.

<< Jamie, Zoe, spiegatevi meglio per favore. >> Inutile dire che l'uomo ora sembrava preoccupato. 

<< Non preoccuparti Dottore, non è nulla di grave. Siamo stati solo bloccati da una strana ragazza che ci ha dato questa lettera per te >> concluse, porgendogli una busta blu. << Sì, ha lo stesso colore del TARDIS >> disse la ragazza, indicando la cabina poco più in là. Ovviamente i due avevano fatto subito il collegamento.

Il Dottore si mise a leggere ad alta voce, tenendo la lettera con fare goffo tra le mani, risultando impacciato, buffo e a modo suo tenero: << Gentile Dottore, è richiesto il suo aiuto il prima possibile. Se vorrà accettare, prenda il dispositivo in allegato e lo inserisca nella console della sua nave >>.

Una volta terminato, al Dottore venne una sorta di déjà vu. Dove aveva già sentito quelle parole? Decise di lasciar perdere e frugò nella busta, che notò essere più grande all'interno. Vi trovò un cilindro nero con incisioni della sua gente. L'ometto osservò con sospetto quel particolare dispositivo: era ovvio chi fosse il mittente, anche se non era nel loro stile... no, decisamente no.

Il Dottore non sapeva che fare, ma la curiosità ebbe la meglio su di lui e comunque, non potevano certo restare lì, quindi...

Dopo aver messo la lettera nelle sue infinite tasche, fece un cenno esagerato con la mano destra, intimando ai due di seguirlo verso la sua nave. 

Una volta davanti al TARDIS, in modo piuttosto goffo, cercò la chiave: fece cadere il cilindro che aveva ancora in mano, poi tirò fuori gli oggetti più disparati — uno yo-yo, dei mortaletti, un cucchiaio, delle merendine e tanto altro — generando un vero caos ai loro piedi. Finalmente trovò la chiave ed entrarono. Jamie si limitò a spostare con un paio di calci ben piazzati gli oggetti per terra all'interno, sicuro che avrebbero ripulito in un secondo momento.

Dopo aver chiuso le porte, il TARDIS sparì, lasciando nella brezza solo il classico suono di smaterializzazione.

––––––•––––––

La UNIT era un'organizzazione militare internazionale che operava sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Il suo compito era investigare e combattere le minacce paranormali ed extraterrestri alla Terra. Non era l'unica organizzazione creata dall'umanità per questo scopo, come il famoso e più cupo Torchwood, ma si distingueva dalle altre per il loro scienziato numero uno: il Signore del Tempo conosciuto come il Dottore.

Se l'alieno era per lo più un freelancer, vi era stato un periodo, negli anni Settanta del Novecento, in cui il Dottore viveva nel quartier generale in pianta stabile, o almeno aveva appena smesso di farlo, tornando finalmente tra le stelle. Però, quando il Brigadiere chiamava, non esitava a tornare sulla Terra per dare una mano.

Il Brigadiere Alistair Gordon Lethbridge-Stewart era un uomo tutto d'un pezzo, sempre con la sua uniforme militare verde e i baffetti ben curati. Quando passava per i corridoi del quartier generale — lunghi, austeri, dalle pareti color crema interrotte da pannelli verdi e illuminati da luci al neon che gettavano un bagliore freddo — gli altri soldati lo salutavano sempre con grande rispetto. Il suono dei suoi passi risuonava sul pavimento lucido, scandendo la sua marcia decisa. Tra le mani teneva una lettera che sapeva già fin da subito a chi fosse destinata: il colore blu TARDIS non lasciava scampo.

Dopo aver attraversato svariate stanze chiuse da porte di legno, giunse a una doppia porta bianca che separava il cuore scientifico della base dal resto dell'edificio.

Dopo aver attraversato svariate stanze chiuse da porte di legno, giunse a una doppia porta bianca che separava il cuore scientifico della base dal resto dell'edificio

Oltre quella soglia si apriva il laboratorio: ampio, ordinato e vibrante di attività. Le pareti erano rivestite di scaffali colmi di strumenti e apparecchiature, mentre due lunghi tavoli bianchi dominavano la sala, coperti da provette, microscopi, circuiti elettronici e strani marchingegni alieni che avrebbero fatto impazzire qualsiasi scienziato. L'aria odorava di metallo e carta, mescolata al lieve ronzio delle macchine in funzione.

Su uno dei tavoli era seduto un uomo alto sulla cinquantina, con una massa di capelli bianchi, occhi azzurri, un mento pronunciato e un naso grosso e appuntito. Indossava una camicia bianca con volant, un abito di velluto rosso scuro, pantaloni dello stesso colore e materiale, e scarpe eleganti nere.

Accanto a lui, su una sedia, vi era una giovane donna: Jo Grant. Minuta e vivace, con grandi occhi espressivi e capelli biondi raccolti in una pettinatura semplice, emanava un'energia fresca e ottimista. Indossava un abito pratico ma elegante, spesso accompagnato da tocchi di colore che riflettevano la sua personalità solare. Era la sua attuale compagna di viaggio, amica e assistente pagata dalla UNIT.

<< Adesso che abbiamo finito con la UNIT ti va di andare in un mondo bello e pacifico? >> chiese distrattamente l'alieno alla sua amica, mentre armeggiava con uno strano e indefinito aggeggio meccanico di origine aliena. 

<< Con la tua fortuna? Ci troveremo in un conflitto nel giro di cinque minuti >> lo prese in giro lei, facendolo ridacchiare. 

<< Forse hai ragione Jo, ma tentar non nuoce >>. 

<< Dottore >>  si annunciò il Brigadiere, entrando con passo deciso. 

<< Brigadiere, che ci fa lei qui? >> chiese il Dottore, quasi infastidito. Ora che non era più bloccato sulla Terra, non desiderava l'ennesimo incarico UNIT.

Il militare si limitò a porgergli la lettera, che l'uomo elegante guardò subito con sospetto prima di prenderla in mano e iniziare a sfogliarla e leggerla in silenzio. 

<< Interessante, a quanto pare sono stato convocato >> disse pensieroso. 

<< Vedo solo qualche parola e dei numeri >> osservò Jo, che aveva provato a sbirciare il contenuto, cosa non facile visto che era seduta e il Dottore era più alto di lei. 

<< Sono coordinate spazio-temporali, Jo >> le rispose con un sorriso gentile, per poi alzarsi e dirigersi verso la cabina azzurro chiaro poco dietro di lui, che se ne stava appoggiata al muro placidamente. << Andiamo >>. 

<< Dottore, non pensa che sia una trappola? >> chiese il Brigadiere, giustamente sospettoso. Un invito misterioso e il Dottore significavano solo guai. << Chiunque può avervi inviato quella lettera, non vi pare? Se fosse stato il Maestro? Ritengo che la linea d'azione più appropriata sia restare qui e... >>. Ma notando che sia il suo amico che la signorina Grant erano già entrati nella cabina — cabina nella quale non voleva rientrare dopo il pasticcio con Omega e i due Dottori — sbuffò irritato: << Tipico, assolutamente tipico! >>

Detto ciò si precipitò all'interno del TARDIS come una furia, ma appena entrato le porte si chiusero dietro di lui, seguite dal suono di smaterializzazione. Deve aver imprecato, perché gli altri due si voltarono a guardarlo con espressioni sorprese e divertite. 

<< Dottore! >> tuonò lui, << le conviene sperare che non siamo già partiti, perché io ho un lavoro a cui tornare! >> 

<< Mi dispiace Brigadiere, ma siamo già nel vortice temporale >> rispose il Dottore con un sorriso di scuse, mentre Jo si ritrovò a mettere una mano sul volto per non ridere di fronte a cuolui che di fatto era il suo superiore. 

<< Dottore! >> l'urlo echeggiò in tutto il vortice temporale, segnando l'inizio di una nuova e strana avventura.

––––––•––––––

Davanti al negozio di dolci più famoso dell'intero universo conosciuto, una folla infinita di creature senzienti provenienti da ogni parte della Galassia stava aspettando l'apertura. Quel posto era così rinomato e i suoi dolci così apprezzati che ogni giorno sembrava il primo: molti, pur di non lasciarsi scappare la loro caramella preferita, si accampavano davanti alla porta già dalla sera prima e c'era persino chi ci restava giorni interi!

La facciata del negozio attirava anche i bambini, tanto era cartunesca: rosa, infiocchettata e quasi fiabesca. Due grossi lecca-lecca fungevano da ingresso, mentre tutto il resto sembrava una casetta di pan di spagna decorata con dolciumi. Una canzoncina allegra, che parlava di amore, unicorni e ogni cosa zuccherata, risuonava nell'aria.

Davanti a tutti c'era un uomo con grandi occhi azzurri espressivi, un naso adunco, un mento rotondo e denti bianchi incorniciati da un sorriso bambinesco, quasi folle. I suoi folti ricci castani rendevano la vita difficile al cappello marrone che portava. Intorno al collo aveva una lunghissima e ridicola sciarpa multicolore che sembrava avere vita propria. Indossava un maglione con gilet a quadri e pantaloni larghi e buffi. Accanto a lui, una donna minuta e aristocratica, con lunghi capelli biondi e fronte alta. Le labbra sobrie e la pelle chiara le conferivano un'aria nobile. Indossava una lunga giacca rosa elegante, che mostrava una scollatura con sotto una camicetta bianca.

<< Sembri più impaziente dei bambini davanti a noi >> lo prese in giro lei, roteando gli occhi. 

<< Andiamo Romana, divertiti ogni tanto >> la stuzzicò lui. << Inoltre, ogni dieci prodotti ti regalano un sacchetto di Jellie Babies gratis!! >> 

<< Ne hai fin troppe di quelle caramelle, di questo passo ti dovrai rigenerare per via delle carie >> lo ammonì Romana, anche se stava ridendo. Ormai si era abituata al carattere allegro e fuori dalle righe del suo collega Signore del Tempo. Il Dottore sapeva essere al tempo stesso un nemico temibile e un bambinone sovraeccitato, forse proprio a causa di tutti gli zuccheri che ingeriva per colpa di quelle maledette caramelline a forma di bambino. In un certo senso erano quasi inquietanti: non poteva scegliere quelle a forma di orsacchiotto, le Haribo? Anche se, a pensarci bene, svariate specie orsiformi lo avrebbero trovato a loro volta disturbante. Nel vasto cosmo, accontentare tutti era praticamente impossibile.

<< La padrona ha ragione, signore >> disse una vocina elettronica: era K9, il loro piccolo, ma grande amico, un robottino a forma di cagnolino che sembrava un giocattolo per bambini troppo cresciuto.

Prima che il Dottore potesse ribattere, il grande portone in vetro rosa si aprì, spinto da due teneri orsacchiotti — uno rosa e uno giallo — che facevano tenerezza.

I due Signori del Tempo furono subito sommersi dalla folla, che si precipitò all'interno come una mandria affamata di zucchero. Se non si fossero messi a correre, sarebbero stati travolti.

L'interno era un vero spettacolo surreale: un negozio a più piani, con scalinate di vetro trasparente decorate da fili di zucchero filato che brillavano come stelle. Alcuni dolci fluttuavano sospesi in aria, come se avessero vita propria, mentre altri emettevano una luce soffusa, pulsando come piccoli cuori di zucchero. C'erano praline che cantavano melodie dolci, biscotti che si muovevano da soli verso i clienti e gelatine che cambiavano colore a seconda dell'umore di chi le guardava. Le pareti erano rivestite da enormi tavolette di cioccolato e qua e là si intravedevano fontane di caramello liquido che sgorgavano come cascate dorate. Un profumo intenso di vaniglia, miele e spezie rare riempiva l'aria, rendendo l'ambiente quasi ipnotico.

Lo strambo trio si infilò subito nella corsia dei dolci più strani, quelli bistrattati e incomprensibili,  chi mai avrebbe mangiato un gelato al gusto telefono o cioccolato all'ossidiana fondente? Ok, il cosmo era vasto, ma non era certo roba per umanoidi.

Il Dottore, però, era interessato solo alle Jellie Babies in omaggio, quindi andava bene comprare qualsiasi cosa. Romana, invece, cercava dolcetti aristocratici, magari con liquore interno, ma il Dottore, quando si fissava, era inamovibile anche nelle sciocchezze.

<< Dottore!! Dottore!! >> Una donna sulla mezza età, bella, castana, con un grande sorriso gentile e occhi curiosi, corse verso di loro. Indossava una giacca di pelle da cui si intravedeva una camicetta blu sottostante. Al collo portava due semplici collane argentate e dei comodi jeans blu.

Il Dottore la osservò confuso, ma quando la riconobbe fece il più solare dei sorrisi, per poi abbracciarla con affetto

Il Dottore la osservò confuso, ma quando la riconobbe fece il più solare dei sorrisi, per poi abbracciarla con affetto. << Sarah Jane!! >> Era proprio lei! Sì, più matura e con abiti del ventunesimo secolo, ma era lei. L'uomo si sentiva ancora in colpa per averla abbandonata in quel modo: la scusa che Gallifrey non accettava umani era valida, ma non del tutto, non per la sua migliore amica... e forse qualcosa di più.

Il suo sguardo cadde involontariamente sulla bionda accanto a lui, che li osservava confusa e decise di sciogliere l'abbraccio. 

<< Quindi sei la famosa Sarah Jane. Il Dottore mi ha parlato molto bene di te >> disse Romana, stringendole la mano. << Io sono Romanadvoratrelundar, ma puoi chiamarmi Romana. Sono una Signora del Tempo >>.

Sentite quelle parole, il volto di Sarah si rabbuiò un istante. Romana pensò fosse gelosia, ma capì presto che si trattava di altro: dispiacere. Voleva spaerne di più, ma Sarah decise di sviare il discorso indicando K9 con un sorriso. 

<< È K9 >> disse. 

<< Sì, anche tu ne hai uno. Questo è un altro modello >> sorrise il Dottore, accarezzando le "orecchie" del suo amato cagnolone. << Chi è un bravo cane, eh? Ma sei tu! >> La scena era ridicola e tenera allo stesso tempo. 

<< Piacere di conoscerti, signorina >> salutò il cane robotico.

<< Scusa la mia schiettezza, ma perché sei qui? >> chiese Romana. 

<< Una ragazza mi ha dato una lettera e questo bracciale che mi ha portata qui >> spiegò Sarah. << Non posso rivelarvi di più: mi ha detto che ci troviamo in un territorio molto spoiler. Ha solo aggiunto che è umana e anche una tua futura amica. I Signori del Tempo non centrano >>.

Il Dottore sbuffò irritato alla menzione della sua razza, che aveva il vizio di manipolarlo. Sarah lo sapeva bene: era stata con lui su Skaro, durante la creazione dei Dalek.

<< E sei sicura che fosse davvero un'amica? >> chiese Romana. 

<< Sì, al cento per cento, ma non posso dirvi di più, perché... >> 

<< È spoiler >> sorrise il Dottore, abbracciandola di nuovo. 

<< Mi sei mancato, Dottore >> disse lei, con le lacrime agli occhi. 

<< Anche tu... Beh, non avevamo altro da fare, quindi ti seguiremo Sarah >> sorrise lui, << ma prima... >> 

<< Jellie Babies, sì... >> sbuffò Romana, mentre Sarah ridacchiava.

<< Queste dannate caramelle, eh? >> rise l'umana. << Dove siamo, piuttosto? >> 

<< Principessa! >> esclamò il Dottore. 

<< Questo negozio si trova sull'asteroide commerciale Principessa, nome datogli dalla proprietaria >> spiegò Romana, per poi bloccarsi pensierosa << Strano...  questo negozio non ha un nome... >>

<< È così, infatti >> un tenero orsetto color lime colmò il loro dubbio, fermandosi un attimo dal suo lavoro di allestimento. << La nostra principessa era distratta al momento della scelta e, prima che potesse deciderlo, era partita per un altro viaggio con quei suoi strani e inquietanti amici... >> detto ciò tornò al lavoro, poi però si bloccò di nuovo: << Non ditele che vi ho detto questo, eh, ci tengo al lavoro >>.

Di tutta risposta il Dottore fece il gesto della cerniera sulla bocca e l'orsetto se ne andò nel reparto accanto, intuendo forse che quel tipo fosse strambo quasi quanto la sua capa. 

<< Non cambi mai, Dottore >> ridacchiò Sarah. 

<< Non me ne parlare >> sbuffò Romana, prendendo a braccetto l'umana e incamminandosi verso il reparto successivo.

Il Dottore le osservò da dietro e, vedendole andare così d'accordo e persino prenderlo in giro, si ritrovò a riconsiderare una cosa: quello non era un sogno circondato da dolci e vecchi amici... ma un incubo!

––––––•––––––

Era un pomeriggio di fine estate: il sole filtrava tra le nuvole leggere e illuminava i campi verdi del piccolo club di cricket di contea. L'erba, tagliata di fresco, emanava un profumo dolce e pungente, mentre il vento portava con sé l'eco delle risate e delle voci dei soci.

Il club, una costruzione in mattoni rossi con finestre bianche e tende a righe, sembrava uscito da una cartolina. Sul campo, i giocatori indossavano i tradizionali maglioni bianchi con scollo a V bordato di blu e oro, pantaloni larghi e scarpe da cricket consumate. Alcuni portavano ancora i baffi tipici dell'epoca e sguardi fieri. Il rumore secco della palla colpita dalla mazza si mescolava al fruscio delle giacche di nylon degli spettatori, seduti su sedie pieghevoli lungo la linea di confine.

 Il rumore secco della palla colpita dalla mazza si mescolava al fruscio delle giacche di nylon degli spettatori, seduti su sedie pieghevoli lungo la linea di confine

Tra i soci del club c'era un ragazzo biondo alquanto strano: veniva a giocare solo saltuariamente e indossava una divisa tutta sua. Portava una redingote beige con bordini scarlatti lungo il colletto. Sotto il cappotto, un maglione color crema da cricket con un motivo cremisi e nero a scollo a V, e una camicia bianca con interno rosso. I pantaloni erano striati di marrone e beige, mentre le scarpe erano di un bianco marmoreo. In testa, un cappello dello stesso colore della giacca.

L'individuo era così preso dal gioco che si era scordato di togliersi giacca e cappello, divertendosi un mondo con gli altri soci, i quali non avevano potuto ignorare il gambo di sedano appuntato sul risvolto sinistro della giacca.

<< Dottore! >> lo chiamò a sé, con un poderoso cenno della mano, un uomo sulla quarantina dal portamento militare e con un cronometro sempre al polso, che teneva d'occhio ogni dettaglio della partita. << C'è un messaggio per te! >> 

Il Dottore si avvicinò e il Capitano gli consegnò una missiva blu TARDIS. Non gli era nuova... ma dove l'aveva già vista? Forse si stava facendo solo mille paranoie e quella lettera era qualcosa di innocuo, magari inviatagli dalla UNIT.

Dopo averla aperta e aver visto che all'interno vi erano delle coordinate, decise di andare a controllare. << Capitano >> disse il Signore del Tempo rivolgendosi all'uomo tarchiato. << Può badare ai miei amici per me? >> chiese, indicando un ragazzo e una ragazza stesi su due brande a rilassarsi. Da quella distanza si distinguevano soltanto un lungo abito viola e dei capelli rossi. << Ho ricevuto una chiamata che non posso ignorare, ma avevo anche promesso loro una giornata di pace e riposo >>.

Era vero: il trio era venuto in quel luogo per trascorrere una giornata tranquilla. Certo, i circoli inglesi non erano l'Occhio di Orione, ma dopo l'ultima volta non avevano davvero voglia di tornare nel posto più pacifico dell'universo... 

<< Ma certo, Dottore. Mi prenderò personalmente cura di loro >> rispose il Capitano con un gentile sorriso.

Il Dottore si voltò e si incamminò ancora una volta verso una meta misteriosa.

––––––•––––––

All'interno di un'immensa foresta di conifere, due strani individui erano stati legati come salami a un albero. Uno di loro era un uomo sui quaranta, con folti capelli biondi e ricci. Indossava un cappotto multicolore che definire orribile era un eufemismo, accompagnato da calzoni giallo acceso che erano un vero pugno nell'occhio. La ragazza, una bellissima castana, indossava una semplice maglietta bianca che metteva in risalto le sue forme generose e dei calzoni blu.

 La ragazza, una bellissima castana, indossava una semplice maglietta bianca che metteva in risalto le sue forme generose e dei calzoni blu

<< Dottore, quando torniamo al TARDIS ti trovo un nuovo look! >> sbottò lei, urtata. 

<< Che cos'ha che non va il mio?! >> chiese indispettito lui. 

<< Sembri una tavolozza di colori! >> gli urlò contro. 

<< Questo è un capo elegante, ma un'umana, ovviamente, non può capire appieno la moda >> la criticò lui. 

<< A volte sei così arrogante che... >> 

<< Su, continua >> disse lui sfidandola. 

<< Lasciamo stare, piuttosto come ci liberiamo? >> cambiò argomento lei. << Per prima cosa dimmi perché offendi il mio spettacolare abbigliamento >> insistette lui.

<< Perché gli uomini primitivi ti hanno visto da un chilometro di distanza, appariscente come sei, ti hanno scambiato per un essere mistico dai mille colori e ci hanno catturati per offrirci al loro dio sole! >> spiegò lei, più che urtata, indicando un gruppo di uomini vestiti di pelli animali che stavano costruendo un altare sacrificale con rocce e legno. Peri non avrebbe saputo dire se fossero Neanderthal o antichi sapiens: dai volti sembravano i secondi, ma il loro aspetto grezzo, trascurato e sporco non rendeva facile il riconoscimento. Non era stupida, ma nemmeno un'esperta in materia. L'unica cosa che le importava era non essere sacrificata, e i cani-lupo che giravano intorno facendo la guardia non la rassicuravano affatto.

<< Non è colpa mia se sono degli idioti! >> sbraitò il biondo, che si era già slegato, liberando di conseguenza anche lei. 

<< Ma come hai...? >> 

<< Sono stato allievo di Houdini >> rispose.

<< Il tributo sta scappando! >> urlò una primitiva al resto del clan, che subito si precipitò verso i due. 

<< Peri, dobbiamo andarcene! >> disse il Dottore, tirandola su.

La fuga si rivelò una delle imprese più ardue di sempre, soprattutto per la povera ragazza del futuro. Correre a perdifiato in una foresta antica e buia, dove gli aghi scuri delle conifere impedivano ai raggi del sole di filtrare, non era semplice. Era pomeriggio inoltrato e la nebbia calava, rendendo la visuale pessima: più volte aveva rischiato di sbattere la faccia contro un tronco. Inoltre, quel luogo selvaggio era la casa della tribù che li inseguiva e che conosceva quelle zone alla perfezione. Avevano anche cani da caccia che abbaiavano ferocemente dietro di loro e Peri sapeva che era questione di pochi secondi prima che la sbranassero viva.

<< Dottore! Qualche idea? >> chiese giustamente lei, visto che il Dottore era bravo a scappare da situazioni apparentemente impossibili.

<< Dobbiamo nascondere il nostro odore >> le rispose, correndo con la sicurezza di qualcuno che conosceva quella foresta da secoli o che, quantomeno, aveva vissuto in ambienti simili. Alla ragazza entrambe le possibilità sembravano del tutto plausibili.

 << Intendi dire... con il fango o... >> 

<< Le feci, sì. Guardati intorno se ne vedi qualcuna >> ordinò, e lei fece una smorfia disgustata. Era vero che a mali estremi estremi rimedi, però...

<< Dottore, Peri, seguitemi! >> gracchiò improvvisamente una voce sopra di loro. Alzarono subito lo sguardo... e videro un corvo!

<< Aspetta, cosa?! >> urlò stupita l'americana. 

<< I corvi in passato parlavano >> ribatté il Dottore, come se fosse la cosa più normale del mondo, ma con lui, cos'era mai normale? Inoltre erano inseguiti, quindi la questione degli uccelli parlanti poteva aspettare.

I due seguirono il volatile, che li fece deviare tra ripide discese, massi nascosti e un piccolo ruscello, forse per depistare gli inseguitori. Alla fine li condusse al TARDIS, che si ergeva glorioso come sempre tra due querce secolari.

Peri si piegò con il fiatone e le gambe che le bruciavano: era stanca morta e certa che sarebbe svenuta da un momento all'altro. Il Dottore, invece, fece atterrare il corvo sul braccio destro, come un falconiere, e slegò la strana busta blu che l'uccello aveva legata con un nastro alla zampa. La ragazza la notò solo allora.

<< La prossima volta che vieni scambiato per un'entità astratta e vogliono sacrificarti, non chiedere il mio aiuto! >> lo ammonì, quasi scherzando, ma lo sguardo di superiorità che ricevette come risposta riaccese la sua rabbia. C'erano momenti in cui trovava il Dottore davvero insopportabile e arrogante. Onestamente, le mancava la precedente versione del Signore del Tempo, quella gentile con il sedano.

Dopo che il corvo fu volato via, il Dottore disse: 

<< A quanto pare abbiamo un appuntamento. Dai, andiamo >>.

Detto ciò entrò nella sua amata cabina, seguito dalla ragazza, ancora stanca e torva. Sperava almeno di finire in un posto dove non sarebbe stata braccata, ma sapeva che viaggiare con il Dottore rendeva quel pensiero vano. Prima di chiudere la porta sentì per l'ultima volta il gracchiare del corvo: non era il solito cra cra cra, ma sembrava dire: << Clara! Clara! Clara! >>

Con il suono di quel misterioso nome e il rumore della smaterializzazione del TARDIS che si diffondeva nel vento, i due abbandonarono quell'epoca selvaggia e primordiale.

––––––•––––––

All'interno del TARDIS, oltre i corridoi infiniti e le stanze misteriose, si apriva un giardino sorprendente. Era un'oasi di pace, un luogo che sembrava impossibile esistere dentro una macchina del tempo.

Il pavimento era ricoperto da un prato verde e soffice, punteggiato da aiuole di fiori colorati e cespugli perfettamente curati. Qua e là si innalzavano piccoli alberi dalle chiome leggere, che diffondevano un'ombra gentile sulle panchine di ferro battuto, dipinte di bianco, dove ci si poteva sedere a riposare. Al centro, una fontana di pietra zampillava acqua cristallina, il cui suono armonioso si mescolava al fruscio delle foglie e al canto di qualche uccellino artificiale, programmato per rendere l'atmosfera più viva.

Accanto alla fontana, alcuni tavolini rotondi con sedie eleganti invitavano a fermarsi per un tè o una chiacchierata. L'aria era fresca e profumata, come se il giardino fosse davvero all'aperto, eppure bastava alzare lo sguardo per ricordarsi dove ci si trovava: le pareti erano bianche e punteggiate dalle forme tonde incassate, i cerchi luminosi che pulsavano lievemente, ricordando che tutto ciò non era un parco terrestre, ma un angolo segreto dentro una nave temporale.

In uno dei tavolini, due persone che sembravano professore e allieva stavano giocando a scacchi. L'uomo era basso e tarchiato, con occhi vivaci e penetranti che tradivano un'intelligenza acuta. Indossava un cappello panama chiaro, un gilet con motivi colorati e punti interrogativi rossi sopra una camicia bianca e una giacca beige. La ragazza, invece, era una giovane dai capelli castani corti, con un'aria ribelle e decisa. Portava una giacca di pelle nera e jeans.

Se l'uomo sembrava divertirsi e passare del buon tempo in compagnia della sua giovane amica, lei non lo sembrava altrettanto: sfoggiava un'espressione che dire annoiata era riduttivo. 

<< Professore! >> sbottò lei. << Questo gioco è una vera noia, chi è il cretino che l'ha inventato? >> 

<< La mia gente >> rispose calmo lui, per nulla turbato dal comportamento di Ace: alla fine la conosceva fin troppo bene. << Gli scacchi sono il gioco dei Signori del Tempo >>. 

<< Beh, non mi piace e sì, so che ti ho chiesto di insegnarmi, ma... >> sbuffò lei esausta. 

<< Gli scacchi richiedono una pazienza che tu non hai >> sorrise l'alieno, consapevole che l'indole esplosiva della ragazza andava decisamente contro la calma logica di quel gioco millenario. << Dai, facciamo un'ultima partita e basta, ti va? >>

In tutta risposta, la ragazza raccolse la sua amata mazza in metallo, situata accanto allo strano ombrello e con tutta la forza che aveva in corpo fracassò sia la scacchiera che il tavolino, facendo volare pezzi di legno qua e là e costringendo il...

In tutta risposta, la ragazza raccolse la sua amata mazza in metallo, situata accanto allo strano ombrello e con tutta la forza che aveva in corpo fracassò sia la scacchiera che il tavolino, facendo volare pezzi di legno qua e là e costringendo il Dottore a scansarsi appena in tempo, parandosi la faccia con entrambe le mani. 

<< Un no bastava, non credi? >> la ammonì lui, mentre lei alzava le spalle in segno di sfida. 

<< Giusto >> replicò, estraendo una lettera con la busta blu già aperta e porgendola al professore. << Mi ero scordata di darti questa. Praticamente ci sono delle coordinate >>.

Dopo aver messo la mazza sulla spalla destra con un sorriso, si avviò verso il resto della nave. << Andiamo? >> 

L'ometto sbuffò con affetto, per poi seguirla, deciso a capirci meglio di tutta quella faccenda.

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Grace Holloway si svegliò con il suono di un doppio battito cardiaco. Con un sospiro si costrinse ad aprire gli occhi, ancora pesanti per il sonno. Alzando leggermente la testa notò che era posata sul petto di un bell'uomo dai lunghi capelli castani mossi e dal volto elegante, quasi vittoriano, che dormiva beatamente. In quel momento le tornò in mente la sera prima.

Come ogni sera era tornata a casa dopo una lunga giornata di lavoro al Walker General Hospital, dove anche questa volta il suo mestiere di cardiologa le aveva permesso di salvare una vita. I colleghi, che l'avevano soprannominata Amazing Grace, le fecero i complimenti che lei accettò di buon grado, anche se a volte li trovava esagerati. Aveva scelto quella professione per salvare vite, non per essere una sorta di star locale.

Prima di tornare a casa, visto che era ancora presto, aveva pensato di fare un salto all'Istituto per il Progresso Tecnologico e la Ricerca (ITAR), di cui faceva parte del consiglio di amministrazione, ma una misteriosa missiva blu aveva cambiato i suoi piani.

Era ovvio che a inviarle quella lettera fosse stato il bellissimo alieno che ogni tanto appariva per sconvolgere la normalità che lei amava. Il colore blu TARDIS era la sua firma. Una volta aperta, però, non aveva compreso ciò che vi era scritto: erano forse delle coordinate?

Arrivata davanti alla vetrata di casa sua, sbirciò dentro come una ladra per vedere se l'alieno fosse lì ad aspettarla, ma di lui non c'era traccia.

Entrata, si ritrovò nel suo elegante appartamento di San Francisco. L'ingresso si apriva su un ampio soggiorno moderno, arredato con gusto sobrio ma raffinato. Le grandi vetrate lasciavano entrare la luce della città, riflettendosi sul pavimento in legno lucido. Alle pareti erano appesi quadri contemporanei e fotografie incorniciate, mentre una libreria ordinata mostrava testi di medicina e qualche volume d'arte. Un divano chiaro, ampio e comodo, dominava la stanza, accompagnato da un tavolino basso in vetro su cui erano posati riviste e fiori freschi. Sul lato opposto, una scala elegante conduceva al soppalco che fungeva da camera da letto, con ringhiera in metallo e linee moderne. L'ambiente trasmetteva ordine e serenità, riflettendo la vita quotidiana di una donna che amava la sua professione, ma anche la bellezza della sua casa.

Tornata al piano terra, dopo aver dato una sbirciatina di sopra, finalmente capì che quello non era un messaggio per lei, ma per il Dottore. Così, dopo aver alzato la cornetta del telefono di casa, chiamò l'uomo che le aveva cambiato la vita, ma non prima di averlo ucciso per errore, ovviamente...

Una volta riagganciata la cornetta, sentì bussare alla porta. Aprì e vide un uomo alto, con lunghi capelli castani e un portamento elegante. Indossava un abito in stile vittoriano: giacca lunga color verde scuro, gilet ricamato con motivi dorati, camicia bianca e cravatta di seta. Il suo volto era raffinato, con occhi profondi e un sorriso romantico che sembrava celare segreti millenari. 

<< Sei stato veloce >> disse Grace. 

<< È semplice essere veloci se hai una macchina del tempo >> rispose lui, sorridendo con il suo sguardo magnetico. << Perché mi hai chiamato? >> 

<< All'ospedale un'infermiera mi ha dato questa lettera. L'ho aperta e ho visto che era indirizzata a te >> spiegò lei, mentendo leggermente: non voleva dirgli che, all'inizio, aveva pensato fosse per lei. Inoltre, ora che ci rifletteva, non aveva mai visto quell'infermiera prima. Forse era nuova? Certo, non conosceva i volti di tutti i dipendenti dell'ospedale — era impossibile — ma era sicura che una come lei se la sarebbe ricordata, visto che qualche suo amico avrebbe sicuramente scherzato sul suo bell'aspetto.

<< Sono delle coordinate misteriose >> lesse pensieroso il Dottore, prendendola per mano. << Bene, Grace, andiamo >> lei lasciò subito la presa. La prima volta che lui le aveva chiesto di viaggiare tra le stelle, lei aveva rifiutato, anche se lo aveva baciato. Sentiva di aver fatto la scelta giusta: amava la sua vita, la sua quotidianità e sapeva che lo spazio era troppo. Certo, il Dottore le faceva visita di tanto in tanto e raramente lei decideva di accompagnarlo per brevi viaggi, ma alla fine restava ferma nella sua decisione.

<< Ho preso il cinese >> disse indicando un sacchetto bianco sul tavolino. << Resti con me? >>

L'alieno sorrise ed entrò in casa. I due si misero a parlare del più e del meno, abbuffandosi di ravioli al vapore. Grace si ricordò che gli aveva chiesto di andare a vivere con lei e quella scena domestica le confermò che aveva posto la domanda giusta.

La serata passò nel migliore dei modi: cenarono, guardarono un film sul divano e, una cosa tira l'altra, finirono a letto.

Ritornata con la mente al presente, Grace decise di alzarsi, ancora avvolta dalle lenzuola, e si posizionò davanti allo specchio

Ritornata con la mente al presente, Grace decise di alzarsi, ancora avvolta dalle lenzuola, e si posizionò davanti allo specchio. I lunghi capelli castani le incorniciavano un volto che sapeva essere bello. Non era vanitosa, ma nemmeno cieca. Una volta il suo ex le aveva detto che sembrava una dea greca, e lei, pur lusingata, sapeva che esagerava. Almeno fino a quando il Dottore non le aveva fatto lo stesso complimento: detto da lui, che probabilmente le dee greche le aveva incontrate davvero, era molto più speciale... e al tempo stesso assurdo.

<< Grace, vieni a letto, è presto >> mormorò assonnato l'alieno, facendola ridacchiare. 

<< Non hai delle misteriose coordinate da raggiungere? >> lo prese in giro lei. 

<< Sì, ma ho tempo. Tutto il tempo dell'universo >> rispose lui.

Con un sorriso, Grace decise di lasciar perdere il trucco mattutino e tornò a letto, posando la testa sul petto dell'amato. << Verrò con te, ma solo questa volta... >> disse piano.

L'ultima cosa che la cardiologa sentì prima di addormentarsi fu il sorriso del Dottore tra i suoi capelli.

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Quando Rose Tyler disse: << Dottore, mia madre... >> al Signore del Tempo gli si infiammarono le grandi orecchie per il fastidio. Erano poche, davvero poche le cose o le persone che potevano irritarlo tanto quanto Jackie Tyler. Nemmeno i Dalek — che aveva scoperto da poco, con suo grande rammarico, essere sopravvissuti all'ultima grande guerra del tempo — riuscivano a farlo arrabbiare quanto quella scimmia bionda e petulante.

<< Non sopporto quella donna >> sbuffò l'uomo, mentre girava attorno alla console esagonale e circolare, dal gusto un po' retrò, cercando di impostare la prossima meta. Poi, sbuffando ancora, si appoggiò a una delle colonne marroni in stile corallo e incrociò le braccia, facendo cenno a Rose di continuare: prima finiva quella storia e prima poteva portare la bionda e Jack in un mondo davvero bello.

 Poi, sbuffando ancora, si appoggiò a una delle colonne marroni in stile corallo e incrociò le braccia, facendo cenno a Rose di continuare: prima finiva quella storia e prima poteva portare la bionda e Jack in un mondo davvero bello

<< Sì, questo lo so >> disse Rose, roteando gli occhi divertita, << ma mi ha dato una lettera che secondo lei è molto importante >>. 

<< Tua madre ha un'altra concezione di "importante", Rose >> sbuffò lui. 

<< Smettila di prenderla in giro e leggila, per favore >> insistette lei, ridendo.

Al Dottore piaceva la risata di Rose: quando rideva la sua lingua si arricciava contro i denti, rendendola buffa e dolce allo stesso tempo. La bionda, che quel giorno portava i capelli in due trecce e indossava una giacca blu con una gonna nera, era affiancata dall'altro viaggiatore e amico, il Capitano Jack Harkness. Un bell'imbusto dai lineamenti americani, giacca militare blu, camicia azzurra sotto, bretelle bianche e calzoni blu scuro.

All'alieno non era sfuggito lo strano sbrilluccichio degli ologrammi attorno a Jack. Strano: perché indossava un ologramma? Era forse una spia e non era davvero lui? Ora che ci faceva caso, non portava nemmeno il suo manipolatore del vortice al braccio sinistro e il Capitano sembrava osservare il luogo con uno sguardo nostalgico. Beh, se fosse stato una spia, il Dottore avrebbe fatto finta di niente fino a coglierlo di sorpresa. Magari l'ologramma e la lettera erano collegati. Così decise di leggerla.

<< Sono delle coordinate. In sostanza ci dice luogo e ora in cui arrivare >>. 

<< Bene, adoro le richieste di soccorso! >> disse entusiasta Jack, con il suo solito sorriso a metà tra il divertito e il civettuolo. << L'ultima volta io e gli altri soccorritori siamo finiti tutti nudi in una spiaggia, per poi... >> 

<< Sì, non possiamo negare una richiesta d'aiuto, no? >> aggiunse Rose, interrompendo volutamente Jack. 

<< Spero solo che non sia una delle amichette di tua madre che ha bisogno di aiuto con il mascara >> disse il Dottore, mentre azionava i comandi, scatenando una risata generale.

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In una delle tante e silenziose vie periferiche londinesi, caratterizzate da file di case in mattone rossastro, un misterioso vento spazzò via le foglie autunnali cadute dagli alberi vicini. Subito dopo, il vento fu seguito da un rumore gracchiante e dall'apparizione di una cabina telefonica blu che non si vedeva più in quelle strade da settant'anni. Sembrava quasi che un cimelio del passato fosse tornato in superficie.

Quando la porta si aprì, ne uscì un uomo smilzo, dal sorriso a metà tra il folle e l'allegro, con capelli castani sparati in aria e due basette che incorniciavano il volto. Indossava un completo elegante blu, sopra il quale portava una lunga giacca marrone. La cravatta rossa spiccava sulla camicia bianca, così come le converse dello stesso colore, che non c'entravano nulla con il resto dell'abbigliamento. << La cara vecchia Londra! >> urlò allargando le braccia con un sorriso folle. << Grande città, grandiosa città! Fu costruita nel... >>

<< Mi hai riportato a casa? >> chiese quasi irritata una seconda figura che usciva dalla cabina blu scuro. Era una bella ragazza dai capelli rosso fuoco e dal volto gentile, con occhi azzurri sognatori e un'espressione contrariata. Indossava una semplice maglietta bianca a maniche corte e jeans blu. Se si faceva attenzione, si notava che aveva ancora le mani leggermente sporche di pittura. 

<< Beh... no, questa non è la tua Londra >> rispose lui, con le mani in tasca. 

<< È comunque Londra! >> sbuffò lei, massaggiandosi le braccia: il suo abbigliamento estivo non era adatto al clima frizzante. Vi erano volte in cui avrebbe voluto ereditare la capacità dei Signori del Tempo di resistere a quasi ogni temperatura, ma purtroppo il suo lato umano aveva avuto la meglio. << Universi paralleli o meno, questa città resta una noia >>.

<< Oh, andiamo Emily! >> il Dottore la guardò tra l'offeso e il divertito. << Che cosa ti avrà fatto questa città? >> 

<< Non è Firenze >> rispose convinta lei. Non odiava davvero Londra: aveva dei bei ricordi lì, il negozietto di suo padre, le giornate passate con la sua migliore amica Anika, l'università e il simpatico edicolante Thomas, ma non era comunque Firenze, non era l'Italia. Ricordava ancora quanto male avesse preso il trasferimento in quella che aveva soprannominato "la città della pioggia", anche se col senno di poi aveva compreso la scelta del padre. Pensare a lui le fece venire un peso nel cuore: era scappata con suo zio, di fatto lasciandolo. Sarebbe tornata, prima o poi. Amava viaggiare con il Dottore, ma trovava ancora difficile considerare "papà" quello strano ragazzo biondo, giovane e vecchio allo stesso tempo. << Zio, il punto non è se mi piace Londra o meno, ma che la conosco. Dai, mi piacerebbe vedere qualcosa di alieno, o magari una mostra di Monet >>. 

<< Nah... >> disse lui roteando piano sulla punta dei talloni. << Beh, dopo volendo sì, ma prima, mentre ti cambiavi, ho ricevuto una chiamata da una mia vecchia amica. Adorerai Martha Jones! >>

Come evocata dal nome, una macchinona total black si fermò accanto a loro. Ne scesero due persone di colore, un uomo e una donna, entrambi vestiti di nero. La donna, molto bella, aveva delle treccine ben curate; l'uomo indossava un cappello e aveva il volto leggermente incolto. 

<< Martha Jones! >> urlò il Dottore, per poi guardare confuso e allarmato l'altro

<< Martha Jones! >> urlò il Dottore, per poi guardare confuso e allarmato l'altro. << E Rickey l'Idiota? Che ci fai qui? Se sei tornato allora... >> In quel momento i suoi occhi divennero lucidi: Emily li aveva soprannominati "occhi da cucciolo" e venivano fuori quando parlava del passato, soprattutto di Rose Tyler.

<< Dottore, sono tornato dopo... >> provò a rispondere Mickey, ma Martha lo bloccò allarmata, fissando il suo vecchio amico alieno. << Dottore... non ti ricordi? A che punto della tua linea temporale sei? >> 

<< Beh... >> l'alieno capì subito che loro provenivano dal suo futuro, così come quella donna, River, della quale aveva incontrato una sua variante nella villa della versione parallela della sua amica Vastra. << In questo momento sto viaggiando con mia nipote >> disse, indicando Emily.

La ragazza salutò timidamente con la mano. << Salve! Io sono Emily, la figlia del Guardiano. Avete sentito parlare di lui? >> chiese, aggiungendo: << Non sono sua nipote in senso biologico, ma lo considero mio zio >>. 

<< I Signori del Tempo non sono estinti? >> chiese giustamente Mickey, confuso. 

<< È complicato >> dissero in coro i due, per poi guardarsi e sorridere.

<< La UNIT ha dei file su tuo padre >> rivelò Martha. << Quindi a grandi linee so chi è >>. Poi guardò il Dottore. << Vediamo... conosci Donna? >> 

<< Oh sì... >> rispose lui con un brivido. << Credo che mi ucciderà per averla lasciata da sola con il Guardiano e il vampiro belloccio >>.

Scuotendo la testa, Martha estrasse una lettera color TARDIS e la porse al Dottore. << Ti ho chiamato per questa >>. 

Il Dottore la esaminò per qualche minuto, poi fece un sorriso a trentadue denti. << Una nuova avventura ci aspetta! >>.

Senza dire altro, rientrò nella sua cabina seguito da Emily: almeno lì dentro era caldo. Gli altri due, dopo essersi guardati divertiti e rassegnati, entrarono ancora una volta all'interno della cabina, ben consapevoli che una volta varcata la soglia non sarebbero più potuti scappare dai guai imminenti.

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Rory era furioso, stanco e puzzava di bruciato. << Non ci posso credere che lui mi abbia mandato là fuori da solo! >> sbraitò, rosso in faccia sia per lo stato d'animo che per le scottature.

<< Dai, non l'ha fatto apposta >> cercò di calmarlo la sua bellissima moglie dai capelli rosso fuoco e lo sguardo sbarazzino. Rory amava davvero Amy, sul serio: il suo amore era così forte che l'aveva aspettata per oltre duemila anni. Ma c'erano certe volte, quando lei difendeva a spada tratta il loro "genero alieno", che lo facevano davvero arrabbiare. In primis perché lo riportavano indietro nel tempo, quando credeva che Amy preferisse il Signore del Tempo a lui.

<< Mi ha mandato da solo su un pianeta, convincendomi che fosse un luogo meraviglioso con mucche amichevoli... però si è leggermente scordato che erano fatte di lava! >>

<< Hai qualcosa da dire a tua discolpa? >> chiese la rossa al ragazzo alto ed eccentrico che indossava una giacca di tweed, un farfallino rosso e delle bretelle dello stesso colore. Portava anche strani e grandi occhiali protettivi, visto che stava lavorando ai motori del TARDIS, nel "piano" di sotto, facendo scattare scintille e rumori preoccupanti. La cosa buffa era che sedeva su una sorta di altalena improvvisata con i cavi, sembrando un bambinone che giocava con la sua macchinina.

<< Non è colpa mia! Inoltre gli avevo detto che le mucche potevano essere pericolose >> si giustificò, saltando a terra e risalendo di corsa le scale fino alla console esagonale, bizzarra quanto lui. Rory amava quel posto completamente arancione, con scale in ferro che si intrecciavano in tutte le direzioni. La console, ricolma dei pulsanti più strani e ridicoli — come manovelle da bagno — era situata su una superficie in vetro rialzata. Vi era anche un gigantesco monitor circolare incastonato nel muro.

<< Tu mi hai detto: "Attento che le mucche possono fare cose". Che razza di avvertimento è?! >> sbottò Rory, mentre Amy rideva come una matta, facendolo sbuffare irritato. << Inoltre, perché ci sono dovuto andare solo io su quel pianeta? >> 

<< Perché io stavo lavorando ai motori e tua moglie stava facendo le faccende. Quindi tu eri l'unico libero per andare a prendere il latte, non credi, Pond? >>

Prima che potesse mandarlo a quel paese, qualcuno bussò. 

<< Chi è là? >> chiese Amy. 

<< Sono io, mamma >> rispose una voce femminile.

<< River! >> urlò il Dottore, aprendo la porta alla moglie tutto contento, per poi sorriderle. << Che ci fai qui? >> 

<< Non sei felice che la tua mogliettina ti faccia visita? Comunque, sono venuta solo per un saluto, tutto qui >>.

Rory sapeva che non era vero: era stata sua figlia a salvarlo dalle mucche. Sua figlia... era ancora strano e doloroso considerare quella donna, visivamente più vecchia di lui, la sua piccola Melody, strappata troppo presto dalle loro braccia da un gruppo di criminali. Né lui né Amy avevano davvero superato quella faccenda e probabilmente non lo avrebbero mai fatto. Inoltre, per colpa della rigenerazione, River non gli somigliava nemmeno: quei folti capelli ricci erano una novità per tutti, anche se lo sguardo sbarazzino e impertinente era tutto di Amy.

<< A proposito... >> Rory cambiò argomento per non deprimersi ulteriormente. << Mentre stavo per essere arso vivo, River è apparsa e mi ha liberato, per poi darmi questa lettera. >> Mostrò loro una busta blu TARDIS, praticamente identica a quelle che il Dottore aveva spedito per farli assistere alla sua morte. Sì... la loro vita era assurda. << Molto probabilmente River è rimasta fuori aspettando il momento giusto per entrare in scena... >> Il padre roteò bonariamente gli occhi alle buffonate della figlia, che si portò una mano al petto fingendo di essere ferita. 

<< Non potevi dirmelo prima invece di protestare su ogni cosa? >> protestò il Dottore, strappandogliela di mano e leggendola. << Forte! Sembra che abbiamo una missione da svolgere! >> 

<< Che tipo di missione? >> chiese Amy. << Inoltre, nessuno ha notato la preoccupante somiglianza con tutta la faccenda del Lago Silenzio? >> disse indicando la busta, per poi guardare il suo migliore amico. << Non è che stai morendo di nuovo, vero? >> 

<< Scopriamolo, Pond >> sorrise bonariamente. 

<< Vengo anch'io, non si sa mai >> disse River, che secondo Rory già sapeva in che casino si sarebbero cacciati.

<< Vengo anch'io, non si sa mai >> disse River, che secondo Rory già sapeva in che casino si sarebbero cacciati

<< Bene, la famiglia Pond al completo! >> esclamò il Dottore, abbassando la leva. << Geronimooo!! >>

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La St Luke's University di Bristol aveva un professore davvero singolare, le cui lezioni erano così interessanti e bizzarre da attirare anche chi non studiava effettivamente in quell'università. Molti studenti dicevano che questo enigmatico professore insegnava da più di settant'anni, cosa impossibile di per sé, visto che nessuno può insegnare per così tanto tempo senza invecchiare. La cosa più strana di tutte era che l'insegnante non sembrava avere un vero nome: si faceva chiamare semplicemente "il Dottore".

Anche se tutti gli studenti avevano capito che il Dottore fosse un tipo eccentrico, nessuno poteva immaginare quanto lo fosse davvero, eccetto Bill Potts, la sua studentessa preferita e attuale compagna di viaggio.

Bill voleva un mondo di bene al Dottore: le aveva cambiato la vita in meglio e non si riferiva solo agli incredibili viaggi nello spazio e nel tempo, ma anche al fatto che le aveva permesso di frequentare quella fantastica università. Prima vi lavorava soltanto alla mensa, e lo faceva ancora, ma ora era anche studentessa. Inoltre, le aveva donato delle bellissime foto di sua madre, che non aveva mai avuto modo di conoscere. Foto che, incredibilmente, avevano persino salvato il mondo da una razza di monaci alieni.

Distratta dai suoi pensieri, si rese conto appena in tempo di stare per andare addosso a un ragazzino adorabile. Sul serio lo era: folti capelli neri, occhi marroni nascosti da occhiali troppo grandi che, in qualche modo, gli stavano bene. Indossava una maglietta nera a maniche corte con un joystick della PlayStation stampato al centro e jeans blu. 

<< Scusami tanto! >> si affrettò a dire Bill, con le mani avanti, controllando se gli avesse fatto male. 

<< Nessun problema, tranquilla >> sorrise lui, alzando le spalle. 

<< Io sono Bill Potts, tu? Inoltre, scusa se mi permetto, ma non sei un po' troppo giovane per questo posto? Aspetti forse la tua sorellona? >>.

Era vero: il ragazzo avrà avuto sì e no quattordici o quindici anni, quindi la domanda era più che lecita, anche se forse un po' invadente. 

<< Mi chiamo Xavier Cross, piacere >> si presentò << e no, sono venuto qui con mia madre. Lei ora è con suo zio a fare casino, mentre io ho deciso di esplorare il posto. Tra qualche anno potrei far parte di questa facoltà... o forse no, chissà >>. 

<< In che senso "a fare casino"? >> chiese Bill, un po' perplessa: detta così sembrava quasi una madre assente che si portava dietro il figlio solo per dovere, lasciandolo poi da solo.

<< No no, hai capito male >> disse Xavier, muovendo le mani davanti a sé in segno di scusa, gesto che sembrava aver fatto molte volte. << Non sono stato lasciato da solo tutto il giorno, sono qui da due ore. Lei suona con lo zio, cosa che a me interessa poco. Preferisco i videogiochi alla musica >>. 

<< Tuo zio insegna qui? >> cambiò argomento Bill, per non sembrare troppo invadente. 

Xavier sembrava imbarazzato, o forse solo timido. << Sì, è un vecchio, alto, slanciato, veste come un mago e... >> 

<< Il Dottore è lo zio di tua madre?! >> lo interruppe Bill, con gli occhi sgranati e un sorriso a trentadue denti. Cavolo, l'universo era davvero piccolo a volte. Anche se... il Dottore non le aveva mai parlato di una nipote. Era forse la ragazza della foto in bianco e nero sulla sua scrivania?

<< Sì, è lui. Lo conosci? >> Lei annuì. 

<< Dai, andiamo da lui, ti va? >> 

<< Aspetta, prima... potresti farmi da cicerone e mostrarmi per bene questo luogo? >> chiese Xavier e Bill annuì.

Mentre gli mostrava le aule, i corridoi eleganti stracolmi di studenti, la biblioteca e persino un tour esclusivo della mensa, Bill scoprì con piacere che Xavier era davvero un bravo ragazzo. Dolce e curioso, le sembrava di portarsi dietro un fratellino che faceva mille domande. A volte si fermavano in qualche aula dove un professore stava tenendo lezione e, incredibilmente, quando uno di loro, divertito dalla presenza del ragazzino, lo sfidò con una domanda, Xavier rispose prontamente dimostrando una conoscenza al di sopra della sua età.

<< Mi piace sapere le cose, sai? >> le rivelò, mentre uscivano dall'ultima tappa del tour, la sala studio. << Mi informo sempre sugli argomenti più disparati e pongo mille domande. La maggior parte delle persone non riesce a rispondermi. La mamma dice che l'unico che potrebbe farlo è il nonno >>. 

<< Tuo nonno? >> chiese Bill, incuriosita. 

<< È come il Dottore >> rispose lui con un sorrisino buffo. << Se hai capito, hai capito >>.

<< Ohh... >> esclamò lei, che ovviamente aveva capito. Chissà se...

Una volta giunti davanti alla porta in legno che separava l'ufficio del Dottore dal resto dell'edificio, da fuori si potevano sentire dei lamenti decisamente infastiditi. Lamenti che avevano la voce del suo amico Nardole.

<< Nardole, tutto ok? >> chiese Bill, senza aspettare risposta, entrando seguita dal ragazzo. Una volta dentro, i due si trovarono davanti a una scena surreale.

Un'inquietante, ma affascinante signora di mezza età, dai capelli castani e gli occhi di un azzurro glaciale, vestita come una nobildonna vittoriana amante del viola, stava giocando con la testa decapitata del loro amico. La testa, tuttavia, era ancora viva e mostrava un'espressione di puro fastidio, che lo faceva sembrare un tenero faccione irritato. La donna, seduta con le gambe appoggiate sulla scrivania, strizzava le gote del povero malcapitato con gioia sadica.

Poco più in là, il resto del corpo di Nardole si muoveva confuso, agitava le braccia e roteava su se stesso. Il fatto che appartenesse a un uomo di media statura, cicciottello e vestito con un largo cappotto rosso, rendeva la scena al tempo stesso raccapricciante ed esilarante.

<< Missy! >> l'ammonì Bill, facendosi avanti per prendere la testa, salvo bloccarsi subito dopo. Si vergognò di sé stessa, ma quella donna le faceva paura. Sapeva che era una psicopatica omicida spaziale e ogni volta si chiedeva come mai il Dottore fosse suo amico. I due erano praticamente opposti! Aveva anche capito che i loro trascorsi si estendevano per millenni e lei non voleva averci nulla a che fare. Inoltre... non doveva essere rinchiusa nel TARDIS? Che ci faceva lì fuori?

<< Sì? >> rispose Missy, finta innocente, avendo notato l'esitazione di Bill. 

<< Rimetti a posto Nardole, per favore >> provò a chiedere gentile. 

<< Ma mi sto annoiando. All'interno del TARDIS c'è un frastuono assordante e Testa d'Uovo era qui, quindi... >> 

<< Missy, non sto scherzando. Metti la testa di Nardole a posto o chiamo il Dottore! >> la minacciò Bill, pur morendo dentro dall'ansia. 

<< Oppure chiamo il Dottore >> le fece il verso Missy, facendo smorfie da bambina di tre anni, poi indicò con il mento la cabina poco lontana. << Fai pure, vediamo che succede >>.

<< Ok, allora chiamo mio nonno >> intervenne Xavier, facendosi avanti. << O meglio, chiamo la Tata >>.

Quella minaccia, che per Bill non aveva alcun senso, fece sbiancare Missy. Poi, ricompostasi con un falso sorriso, si alzò rigida e rimise la testa nel corpo, avvitandola come fosse il tappo di un barattolo di marmellata. Indicò con sfida il ragazzino: << Sappi che la Tata mi ha copiata e non mi ha pagato il copyright! >> detto ciò, si girò indispettita ed entrò nella cabina. Per un secondo ne uscì un'esplosione di musica rock, che svanì di colpo non appena la porta si richiuse.

 Per un secondo ne uscì un'esplosione di musica rock, che svanì di colpo non appena la porta si richiuse

<< Ok... >> Bill guardò stupita il piccolo corvino accanto a sé. << Chi diavolo è la Tata? >> 

<< Uno dei volti del nonno, credo >> rispose lui alzando le spalle. << La mamma mi ha detto che se mai mi fossi imbattuto in Missy, di minacciarla in questo modo >>. 

<< Ok... >> sospirò Bill. Sul serio, che situazione assurda.

Dopo essersi assicurata che Nardole stesse bene, Bill si mise a osservare l'ufficio. Come la prima volta, lo trovò bellissimo: caldo e accogliente. I muri erano pieni di librerie e scartoffie. Sul pavimento, un bel tappeto rosso. Al lato della stanza, una scrivania in legno zeppa di oggetti particolari, tra cui un cilindro con bacchette metalliche: i vari cacciaviti sonici che il Dottore aveva usato nelle sue lunghe vite. Vi erano anche una foto di una bella donna bionda dai capelli ricci e vaporosi e un'altra foto in bianco e nero di una giovane ragazza. L'oggetto più particolare, però, era una grossa cabina telefonica della polizia degli anni '60, tutta blu, appoggiata vicino all'entrata: il TARDIS.

Con un sospiro, i tre entrarono nella cabina. Appena aprirono la porta, un potente rombo di chitarra elettrica li investì. 

Al centro, davanti alla console futurista e argentata, c'era un tipo alto, dal viso magro, con una ciocca arruffata di capelli grigio-argento e occhi intensi incorniciati da sopracciglia indisciplinate

Al centro, davanti alla console futurista e argentata, c'era un tipo alto, dal viso magro, con una ciocca arruffata di capelli grigio-argento e occhi intensi incorniciati da sopracciglia indisciplinate. Aveva un naso adunco e occhi azzurri argentati. Indossava una redingote di velluto blu sopra una camicia bianca. Sembrava uno stregone... uno stregone rock, visto che portava occhiali da sole e suonava come un pazzo una chitarra elettrica bianco crema e marrone.

Accanto a lui c'era Paradox! Una delle cotte adolescenziali di Bill. Trasgressiva, ribelle, capelli mossi con riflessi blu-verdi, taglio deciso e irregolare, piercing al naso e tatuaggi sulle braccia che spuntavano dalla giacca di pelle nera. Indossava un top nero aderente che lasciava intravedere l'addome e jeans strappati. Al collo portava una collana d'argento vistosa, al polso un orologio metallico. Sulle labbra, un sorriso sicuro e beffardo. Sembrava appena uscita da un concerto underground... o da una rissa. Una vera rocker, un mix esplosivo di stile, arroganza e libertà.

Bill emise un urletto da fangirl così acuto da sovrastare il baccano, facendo fermare i due e tappare le orecchie al povero Nardole. 

<< Oh mio dio, Paradox! Sono una tua grande fan! >> urlò, diventando rossa quando la rocker le fece un occhiolino provocatorio e si avvicinò. 

<< Sei Bill Potts, giusto? >> le chiese Paradox, appoggiandosi sfacciata alla ringhiera. << Lo zio mi ha parlato bene di te, ma non mi ha detto che eri carina. Sei come un cioccolatino Lindor da scarta... >> 

<< Mamma! >> la interruppe Xavier. Lei sorrise e gli scompigliò i capelli, mentre Bill fumava di imbarazzo.

Paradox notò una busta blu che usciva dalla tasca del figlio e la prese, lanciandola allo zio. 

<< Xavier, chi ti ha dato quella lettera? >> 

<< Una ragazza poco fuori dall'università. Poi ho incontrato Bill e me ne sono dimenticato, scusa... >> disse timido, mentre la madre gli regalava un'altra struffata di capelli.

<< Coordinate >> disse il Dottore, inserendole nella macchina del tempo. 

<< Per dove? >> chiese distrattamente Missy dal balcone rialzato che circunnaviagava tutal a stanza sotostante. L'uomo si limitò ad alzare le spalle.

<< Momento >> intervenne Bill, guardando Paradox. << Il flirt di prima mi ha fatto piacere, ma... Jared è d'accordo? >> 

<< Siamo del 2025 >> rivelò Xavier, facendola annuire, leggermente dispiaciuta: Emily e Jared erano carini insieme, peccato.

Nardole si fece avanti con aria di goffa autorità. << Mi debbo categoricamente opporre! Non avete pensato che potrebbe essere una trappola? >> 

<< Pinco Panco ha ragione >> disse Emily, guardando il figlio. << Descrivimi chi ti ha dato la lettera >>. 

<< Ehm... ragazza carina, minuta, dall'aria da insegnante e... >> 

<< Bellissima ragazza minuta, occhi da cerbiatta? Naso carino? Vestita semplice ma elegante? >> continuò lei. Il figlio annuì, roteando gli occhi al commento della madre.

<< Clara! >> urlò Missy, scendendo le scale di corsa euforica. << Dobbiamo andare, ora! >> 

<< Per una volta concordo con Pussy >> disse Paradox, guadagnandosi un'occhiataccia. Lei alzò le mani. << Ok, scusa Trixy, non lo farò più >>. 

<< Vuoi davvero morire, mezzo sangue? >> ribatté Missy con un ghigno velenoso. 

<< Ti conviene solo provarci, Bellatrix >> la insultò Paradox e l'altra sorrise compiaciuta. 

<< Adoro Bellatrix! >> esclamò Missy, quasi entusiasta. 

<< Anche io: sia lei che la sua attrice sono una bomba! >> urlò la rocker, alzando la mano destra al cielo con il simbolo del rock.

Intanto il Dottore aveva preso da parte il nipotino e, con un sorriso, gli indicò la leva della console. << A te l'onore >> disse con tono solenne.

Xavier, emozionato, afferrò la leva e la abbassò con decisione. Un rombo profondo riempì la sala, le luci del TARDIS si accesero e la cabina iniziò a vibrare. Quello strano gruppo — il Dottore, Bill, Nardole, Missy, Paradox e Xavier — partì verso le misteriose coordinate, ignaro del pericolo e dell'avventura che li attendeva.

––––––•––––––

Sheffield era sempre stata una città relativamente tranquilla, fino a quando, un giorno, un'aliena bionda precipitò dal cielo portando con sé i suoi guai alieni. O almeno era questo quello che pensava Graham O'Brien, ex compagno di viaggio del Signore del Tempo noto come il Dottore. L'uomo era insieme a suo nipote Ryan Sinclair, un giovane ragazzo di colore con capelli quasi rasati a zero e una felpa blu, a mangiare in un fast food locale, quando dal nulla apparvero delle morbidose palline di pelo colorate che si moltiplicarono a vista d'occhio causando diversi problemi in città. Poco dopo, una donna bionda, minuta e con un lungo cappotto grigio, si mise a catturare queste palline dispettose, utilizzando varie gabbiette per animali o meglio... dei cesti di plastica improvvisati.

<< Doc, quanto tempo >> la salutò Graham

<< Doc, quanto tempo >> la salutò Graham.

<< Graham! Ryan! >> li accolse con un grande sorriso, correndo ad abbracciarli. << Come state? >> Il Dottore non li vedeva da quando avevano deciso di lasciare il TARDIS; da quello che sapeva, i due si erano messi a risolvere misteri sulla Terra.

<< Stiamo bene, come vedi, siamo sempre impegnati con qualche stranezza >> disse Ryan e lei gli sorrise: le erano mancati, entrambi.

<< Mappols >> spiegò il Dottore con voce squillante. << Creature adorabili tanto quanto invasive. Basta un po' d'acqua e si moltiplicano a dismisura >>.

<< Sono come i Gremlins >> disse eccitato Ryan, visto che amava quei film.

<< Più o meno... >> gli rispose la bionda.

<< Come ce ne liberiamo? >> chiese Graham, preoccupato.

<< Ho già un'idea, seguitemi! Sarà come i vecchi tempi! >>

L'esuberante aliena li condusse all'interno del suo TARDIS. Ryan si fermò un istante, colpito dalla nostalgia: gli era mancato quel luogo. L'interno era un tripudio di luce dorata e cristalli luminosi che si innalzavano come stalattiti e stalagmiti, formando un ambiente quasi organico, vivo. La console centrale, gialla e cristallina, sembrava un cuore pulsante, circondata da colonne di quarzo che riflettevano bagliori caldi e mutevoli. Le pareti curve, incise da motivi geometrici e linee di energia, davano l'impressione di trovarsi in una caverna aliena, sacra e antica. 

<< Fatto! >> esclamò il Dottore, smanettando con entusiasmo sulla console. << Ho unito la piscina del TARDIS con l'entrata principale e ho reso l'acqua estremamente invitante e golosa, in modo da attirare tutti i Mappols all'interno >>.

<< Ma se bevono altra acqua non si moltiplicheranno ancora di più? >> chiese Graham, sempre più perplesso.

<< No, perché verranno teletrasportati mano a mano in un'altra zona del TARDIS prima che possano effettivamente bere >> spiegò lei, raggiante.

<< Dov'è Yaz? >> domandò Ryan.

<< Con il nostro nuovo amico Dan, lo sta aiutando con problemi di cuore >> rispose lei. << Ho preferito occuparmi di questo >>. Ryan annuì.

<< Bene! Ora un piccolo viaggetto verso il pianeta di questi piccoletti e poi si ritorna a casa! >> disse il Dottore, quando qualcuno bussò alla porta. << E ora che succede? >>

<< Abbiamo rimesso piede in questa cabina da tre secondi e siamo già nei pasticci >> commentò sarcastico Graham, mentre Ryan ridacchiava.

La bionda corse fuori per vedere chi fosse, ma trovò soltanto una lettera, fin troppo familiare. Non aveva bisogno di leggerne il contenuto per sapere che qualcuno la stava cercando.

<< Graham! Ryan! Andiamo! Si va verso una meta sconosciuta >> li incitò l'aliena, ripartendo senza dar loro il tempo di protestare. Alla fine, i due si limitarono a roteare gli occhi e scuotere la testa rassegnati.

Alla fine, un'avventura in più non poteva far male a nessuno... vero?

––––––•––––––

All'interno di casa Sunday regnava la festa. L'appartamento, che in realtà era una soffitta adattata a spazio abitativo, era stato trasformato in un piccolo angolo di Natale: un grande albero decorato troneggiava tra il salotto/cucina, illuminato da fili di luci colorate che scintillavano come stelle. Ghirlande e addobbi pendevano dalle pareti e dalle travi del soffitto, mentre piccole candele profumate diffondevano un calore accogliente. L'atmosfera era resa ancora più allegra da una canzone natalizia in sottofondo, le cui note vivaci riempivano la stanza di gioia e spensieratezza.

Ruby adorava J-Time e la sua nuova canzone di Natale "Sleigh Ride Swagger": era davvero bellissima. Il rapper non la deludeva mai, ecco perché era uno dei suoi cantanti preferiti, insieme ai Paradox e ad altri. Ruby amava la musica in ogni sua forma e aveva persino una piccola band con le sue amiche: ogni tanto suonavano in qualche locale.

Il clima festivo aveva coinvolto anche la sua famiglia, sua madre e la nonna adottive, due donne di colore che stavano chiacchierando contente. Carla Sunday, la madre, era una donna pratica e affettuosa, con un sorriso luminoso e un carattere forte. Ruby la vedeva sempre pronta a difendere la sua famiglia, ma anche capace di ridere di gusto e di rendere la casa un luogo accogliente. Cherry Sunday, la nonna, era più saggia e ironica, con quell'aria di chi ha visto tanto nella vita e non si lascia sorprendere facilmente. Aveva un modo di parlare diretto, ma sempre condito da calore e da un pizzico di sarcasmo che faceva sorridere tutti.

Carla era particolarmente felice perché quell'anno non toccava a lei cucinare il cenone di Natale: l'onore se l'era preso la strana ragazza dai capelli platinati, arricchiti da un cappello di Natale rosa glitter e un vestito elegante arcobaleno. Ballava qua e là mentre cucinava, ipnotica nella sua velocità e leggerezza. La sua piccola statura la faceva sembrare più una bambola che una persona e il modo in cui saltellava tra le stoviglie la trasformava in una magica fatina arcobaleno. Cosa ancora più strana: era completamente scalza.

Ruby la conosceva bene ormai: era il Guardiano, o Cherise in quel corpo, nome che le era stato dato dai suoi strani amici del multiverso. C'era Emmanuel, suo figlio, ma anche no, un legame complicato che Ruby non aveva mai capito fino in fondo. Poi la Rani, che era stata la sua vicina di casa e a cui Ruby voleva bene, ma che allo stesso tempo aveva quasi distrutto il mondo intrappolandola nel "mondo dei desideri", un luogo distopico creato con l'aiuto di un'altra Rani e della sua ex cotta, rivelatasi uno stronzo. E infine Mister Ring-a-Ding, o Lux, un dio appartente al Phaeton della Discordia, lo stesso di Maestro che ancora le faceva venire gli incubi.

Insomma, un gruppo di pazzi, ma almeno divertenti. Per grazia di Dio, quella sera c'era solo Cherise: Ruby pensava che fosse venuta per scusarsi con la sua famiglia dopo averla rapita, ma in realtà era solo una scusa per cucinare dolci e festeggiare.

Ruby non poteva lamentarsi: la svampita platinata era una pasticcera provetta. I suoi dolci erano straordinari, si scioglievano in bocca sprigionando mille sapori diversi. Il problema era che sapeva cucinare solo leccornie zuccherate: se le chiedevi altro, ti guardava male e metteva il broncio come una bambina offesa.

Per questo Ruby aveva ordinato il resto della cena da asporto, ringraziando mentalmente il corriere che lavorava anche a Natale, ma quando il campanello suonò e lei andò ad aprire, il cuore le perse un battito: non era il corriere, ma lui... il Dottore.

<< Dottore? >> chiese con un filo di voce. Lui le sorrise con il suo solito sorriso, bello come il sole. Il Dottore era solare come la sua carnagione, con capelli rasati quasi a zero, occhi svegli e pieni di vita e un paio di baffi strani, ma che su di lui avevano un senso. Indossava una maglia arancione che lasciava intravedere diverse collane sul petto e una giacca di pelle lunga dello stesso colore. I pantaloni blu stonavano un po', ma non troppo.

<< Ruby Rubs! >> esclamò. << Buon Natale, mi sei mancata lo sai? >> 

<< Anche tu! >> rispose lei, ricambiando l'abbraccio con gioia. << Come stai? Sei riuscito a salvare Poppy? >>

Il Dottore sciolse l'abbraccio e la guardò confuso. << Chi? >> 

<< Spoiler! >> urlò la voce melodica del Guardiano da dietro, e Ruby capì: quello non era il suo Dottore, o meglio lo era, ma da un'epoca passata. Non aveva ancora vissuto certe avventure.

<< Nulla nulla, fa finta di niente! >> cercò di rimediare lei, facendolo entrare. << Buon Natale anche a te, ti unisci alla festa? >> 

<< Che ci fa il Guardiano qui? >> chiese stupito e forse un po' geloso. << Non dirmi che stai viaggiando con lei. Avevi detto che volevi stare sulla Terra con la tua famiglia >>. 

<< Infatti è così, non ti ho mentito. Ma sai com'è Cherise: ogni tanto, se trova qualcuno di tenero, lo rapisce... >> disse sarcastica Ruby. L'accusata ridacchiò e anche il Dottore finì per sorridere: non sembrava davvero arrabbiato, solo un po' infastidito.

<< Sono arrivati i guai >> commentò Cherry, la nonna, osservandoli sottecchi dal divano. Sembrava più divertita che preoccupata.

<< Cherry! Fatti abbracciare! >> disse il Dottore, andando da lei con un grande sorriso, poi passò da Carla.

<< Oh, la musica è finita >> disse distrattamente la Time Lady, con il suo tipico tono svampito. 

<< Che musica stavate ascoltando? >> chiese curioso il Dottore. Ruby gli mostrò il cellulare con la canzone. Se possibile, il suo sorriso divenne ancora più radioso. << J! Non si smentisce mai, eh? >> disse, guardandola. << Potevi dirmelo che eri una sua fan, te l'avrei fatto conoscere >>. 

<< Conosci J-Time? >> chiese Ruby sorpresa.

Il Dottore la prese da parte, attraversarono il piccolo corridoio laterale fino alla camera di Ruby, poi chiuse la porta. << J altri non è che il Signore del Tempo conosciuto come l'Artista. È anche mio nipote — non biologico, certo — ma gli voglio un mondo di bene in tutte le sue versioni. Inoltre... >> sbirciò oltre la porta per assicurarsi che nessuno li stesse seguendo. << È il figlio del Guardiano, ma per Cherise non è ancora nato. Ecco perché ti ho portata qui: sai... spoiler >>.

<< Ohh!! >> esclamò Ruby eccitata. Il multiverso era davvero piccolo. << Finita la cena, mi porterai a conoscerlo, ok? >>. Dopo una risata, i due tornarono in sala.

<< Ora però voglio ascoltare anch'io la nuova canzone di J, va bene? >> chiese il Dottore, ma Carla non era d'accordo. 

<< La canzone è molto bella, per carità, ma non è rap. Da J-Time mi aspetto il rap >>. Ruby sapeva che anche sua madre era una fan di J, ma non lo avrebbe mai ammesso. 

<< Mamma, lui canta un po' di tutto, lo sai >> ridacchiò Ruby.

<< Il rap! Non ho mai provato a reppare... >> disse Cherise. Poi, con un salto, si buttò sul divano, costringendo la povera Cherry a scansarsi appena in tempo. Saltellando su e giù come una bambina, la platinata sorrise: << Voglio provare! >> e iniziò a cantare.

Neve che cade come una danza nel cielo

Bambini che ridono

Slitte che corrono

Oh mamma mia Cioccolata calda nella mia tazza

Il vapore sale alto Le luci di Natale lampeggiano

Catturano il mio sguardo

 Catturano il mio sguardo

Calze appese al muro

Biscotti sul piatto Babbo Natale è di turno

Non arriva mai in ritardo

Jingle per le strade

Senti il ritmo

Senti il calore

Stivali sulla neve che battono

Mani che applaudono al ritmo

Jingle per le strade

Lascia scorrere

Lascia brillare

È Natale Lo sapete già tutti

Ruby dovette ammettere che Cherise era una cantante eccezionale! Ora sì che poteva riconoscere il legame di parentela con J-Time. Tutti stavano ballando a ritmo, con sorrisi radiosi e ebeti stampati sul volto, nell'attesa della seconda strofa.

Guanti ben stretti

La mia sciarpa al vento

Avvolto caldo

Che la festa cominci

Canti nell'aria

Ogni nota è una vittoria

Zucche di zucchero in tasca

Diffondere gioia è il mio peccato

A questo punto tutti quanti era totalmente presi dalla canzone.

Renne sul tetto

Campanelli impazziti

È un groove natalizio

Che fa uscire il bambino che c'è in noi

Jingle per le strade

Senti il ritmo

Senti il calore

Stivali sulla neve che battono

Mani che applaudono al ritmo

Jingle per le strade

Lascia scorrere

Lascia brillare

È Natale Lo sapete già tutti

Il clima festoso fu però interrotto dal campanello e, come sempre, toccò a Ruby l'onere di andare a vedere chi fosse. Quando aprì la porta vide che si trattava della sua madre biologica, che aveva conosciuto da poco e con la quale andava molto d'accordo. Era praticamente la sua copia più matura, leggermente più in carne, ma non troppo e teneva in mano una lettera blu.

<< Mamma, sei arrivata finalmente! >> esclamò Ruby con un sorriso, per poi scansarsi e lasciarla entrare. Appena mise piede sulla soglia, però, la lettera le fu strappata dalle mani dal Guardiano. 

<< Blu TARDIS! >> urlò, saltellando fuori dall'appartamento, seguita dal Dottore che si scusò con tutti con un sorriso.

Ruby sbuffò, ma poi sorrise. Dopo aver baciato le madri e la nonna ed essersi soffermata brevemente a osservare il frigo giallo, dove erano appese tutte le foto dei bambini affidati a Carla — la sua preziosa famiglia allargata — si precipitò anche lei dietro ai suoi Signori del Tempo, sapendo che se li avesse lasciati soli sarebbe scoppiato il delirio.

<< Ci risiamo >> disse la nonna, mentre le altre due annuivano quasi rassegnate. Alla fine della fiera, però, erano solo contente. Poi posarono lo sguardo sui fantastici dolci di Cherise e decisero di abbuffarsi: C'erano biscotti di pan di zenzero decorati con minuscole lucine che si accendevano da sole; torroncini morbidi che profumavano di miele e mandorle caramellate; cupcake alla cannella e arancia, sormontati da piccole stelle di zucchero che brillavano come neve al sole; cioccolatini ripieni di spezie invernali, che si scioglievano in bocca lasciando una scia di calore e una mini‑torta di Natale che cambiava decorazione ogni volta che qualcuno la guardava, passando da agrifoglio a fiocchi di neve a renne stilizzate.

Forse non sarebbe stato un brutto Natale.

Note di capitolo

Ed eccoci alla fine di questo speciale di Natale/primo capitolo di questa storia, che rappresenta anche lo speciale per il ventesimo anniversario del New Who. È una storia che avevo in mente da tempo, tanto che è una riscrittura di una vecchia fanfic di anni fa.

Ora ricapitoliamo i personaggi apparsi nel capitolo per farvi uno schemino:

Primo Dottore – Ian Chesterton, Barbara Wright e Susan Foreman

Secondo Dottore – Jamie McCrimmon e Zoe Heriot

Terzo Dottore – Jo Grant e Alistair Gordon Lethbridge-Stewart

Quarto Dottore – Romana, K9 e la Sarah Jane Smith del "presente".

Quinto Dottore – Nessuno perchè non sono un grande fan dei suoi companion.

Sesto Dottore – Peri Brown

Settimo Dottore – Ace

Ottavo Dottore – Grace Holloway

Nono Dottore – Rose Tyler ( Purtroppo ) e Jack Harkness

Decimo Dottore – Emily ( direttamente da Guardian Who), Martha Jones e Mickey Smith

Undicesimo Dottore – I Ponds!

Dodicesimo Dottore – Bill Potts, Nardole, Missy, Paradox, Emily e Xavier. Si, ho introdotto ufficilamente il figlio dell'Artista.^^

Tredicesimo Dottore – Graham O'Brien e Ryan Sinclair

Quindicesimo Dottore – Ruby Sunday e l'Undicesimo Guardiano! Grazie al mio amico EmanueleForte9 per aver suggerito il nome Cherise. Il personaggio di Emmanuel è suo e gli altri fanno parte di piccole avventure che potete trovare nelle sue storie, visto che questa versione del Guardiano è apparsa più spesso da lui che da me. XD

Le immagini che avete visto nel capitolo le ho create io con l'IA: la bruttezza di alcune lo rende piuttosto evidente, ma devo ammettere che altre sono venute davvero bene.

Detto ciò, non mi resta che augurarvi un Buon Natale e un felice anno nuovo!

Commenti

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