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Creato il 27/06/2026, 18:48 · Aggiornato il 27/06/2026, 18:48

Capitolo 2: Vibe-back (v. 3.2 - Unrestricted)

@bloodymary79bloodymary79
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Morte
  • Violenza
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Atto I: La frequenza fantasma

Il foglio di calcolo sul monitor Excel si confondeva con il grigio della pioggia fuori dalla finestra dell'ufficio. Valerio aveva quarantacinque anni, una camicia azzurra d'ordinanza leggermente tesa sull'addome e un dolore sordo alla base del collo, lì dove la postura da impiegato della logistica sgranocchiava le vertebre un giorno alla volta. Intorno a lui, il ticchettio delle tastiere e il ronzio del condizionatore formavano la colonna sonora del suo fallimento ordinato.

Aprì il cassetto della scrivania. Sotto le bustine di antidolorifici e i badge scaduti, c'era la piccola scatola nera di Vibe-Back.

Il micro-trasmettitore a conduzione ossea non era più grande di una moneta da due euro. Lo applicò dietro l'orecchio, sulla mastoide, avvertendo la solita, fredda scossa statica quando il magnete aderì alla pelle. Sfiorò lo schermo dello smartphone. L'interfaccia dell'applicazione era minimale: un oscilloscopio d'oro che fluttuava su uno sfondo scuro.

Vibe-Back (v. 3.2) — Calibrazione neuro-chimica in corso.

Target temporale: 1998-2002. Isolamento frequenze: Melodic Punk / Seattle Grunge.

Il software non cercava semplicemente canzoni su un server; scansionava i picchi di dopamina registrati nella sua memoria a lungo termine. Cercava l'esatta traccia bioelettrica di quando Valerio aveva vent'anni, le dita piene di calli per le corde del basso, la gola infiammata dalle urla nei microfoni dei centri sociali e addosso l'odore di birra economica e fumo.

L'oscilloscopio sul telefono ebbe un sussulto. Una linea verde acido tagliò lo schermo.

«Rilevato picco dopaminergico latente: Punkreas - "Aca Toro" (Live al Tunnel, Milano, 1999)».

Nelle ossa del cranio di Valerio non risuonò solo la musica. Le vibrazioni ossee bypassarono il timpano, colpendo direttamente l'ipotalamo. Il riff iniziale di chitarra, distorto e velocissimo, gli penetrò nella testa con la violenza di un idrante. Ma non era un ascolto distaccato. Insieme alle note, l'app rilasciò nel suo sistema la chimica esatta di quella sera di maggio di ventisette anni prima: l'adrenalina pura di un corpo che non conosceva la stanchezza, il sapore del sudore altrui nel pogo, la sensazione onnipotente di avere vent'anni e un fegato indistruttibile.

Valerio chiuse gli occhi. Il foglio Excel svanì.

Le sue dita, che un secondo prima faticavano a digitare codici di spedizione, iniziarono a tamburellare freneticamente sulla scrivania di finto legno. Sentiva il calore risalirgli lungo il collo, le guance tingersi di un rossore biologico che non vedeva da anni. La stanchezza della mezza età, quella nebbia mentale che lo accompagnava da quando si svegliava a quando andava a dormire, venne spazzata via in tre minuti di distorsione punk.

«Tutto bene, Valerio?»

La voce di un collega della scrivania accanto gli arrivò smorzata, cupa, come se provenisse da sotto tre metri d'acqua. Valerio aprì gli occhi a fatica. Il volto del collega gli sembrò sbiadito, privo di contrasto, una comparsa noiosa in un mondo di spettri grigi.

«Sì», rispose Valerio, e la sua stessa voce gli risuonò estranea, troppo vecchia per la musica che aveva dentro. «Tutto bene. Sto solo... ottimizzando i flussi».

Abbassò lo sguardo sul telefono. La traccia successiva stava già caricando la firma chimica dei Nine Inch Nails del 1994. Valerio aumentò l'intensità del trasmettitore dal cursore laterale, portandola all'85%. Il mal di schiena sparì, sostituito da una tensione muscolare elettrica.

Il presente stava perdendo la sua capacità di trattenerlo. La droga era entrata in circolo.

Atto II: Il loop di giovinezza artificiale

Nel giro di un mese, la camicia azzurra d'ordinanza diventò solo un travestimento che Valerio indossava per i rari momenti in cui era costretto a guardare il mondo reale. Ormai non si toglieva il trasmettitore osseo nemmeno per fare la doccia. Il magnete dietro l'orecchio gli aveva lasciato una piccola piaga circolare, una sbucciatura rosea che continuava a spurgare un siero trasparente, ma a lui non importava. Quella ferita era il prezzo del biglietto per l'unica realtà che valesse la pena di essere vissuta.

Le sue giornate divennero una partitura ritmata dall'algoritmo di Vibe-Back.

Mentre camminava verso l'ufficio lungo i marciapiedi di via Repubblica, le piastrelle grigie della città sparivano sotto i piedi. Nelle sue ossa non risuonava il traffico delle auto, ma la batteria forsennata dei Blink-182 o i muri di chitarre fangose degli Arctic Monkeys. L'app lavorava di fino, iniettando micro-dosi di serotonina e dopamina sincronizzate sui cambi di tempo dei brani. Valerio camminava con un passo elastico, quasi aggressivo, le spalle larghe, la testa ritmata da un pogo invisibile. Chi lo incrociava vedeva un uomo di mezza età con lo sguardo fisso e un sorriso accennato, perso in un'allucinazione acustica.

I problemi veri, però, cominciavano quando tornava a casa.

La sua casa puzzava di presente: l'odore del detersivo per i piatti, i compiti di scuola dei figli sul tavolo del soggiorno, le bollette della luce scadute. Un microcosmo di responsabilità che gli stringeva il petto come una morsa.

«Valerio, mi stai ascoltando?»

Sua moglie, Silvia, era in piedi davanti ai fornelli. Gli parlava muovendo le labbra, ma la sua voce era solo un ronzio fastidioso che cercava di farsi largo tra le frequenze dei Nirvana del 1993 live a Seattle che gli facevano vibrare la scatola cranica. Per Valerio, Silvia era diventata una figura bidimensionale, sbiadita, un'estranea che cercava continuamente di trascinarlo dentro la sua noia. Aveva le occhiaie, i capelli legati male, le mani screziate dal freddo; non somigliava in nulla alle ragazze dalle ginocchia sbucciate e le magliette strappate che giravano nei club underground dei suoi vent'anni.

«Sì, Silvia. I flussi della logistica... la spesa. Certo», rispose lui, usando frasi standardizzate, tenendo il pollice incollato al regolatore di volume dello smartphone nella tasca.

I suoi figli, due adolescenti veri che ascoltavano una musica trap sintetica e priva di chitarre, lo guardavano con un misto di diffidenza e fastidio. Per loro, quel padre che cenava tenendo lo sguardo perso nel vuoto, muovendo le dita a ritmo di una batteria invisibile sul bordo del piatto, era solo un vecchio bizzarro. Non sapevano che Valerio, in quel preciso istante, non era seduto in quella cucina di provincia: era sul palco del Festa dell'Unità del 2001, davanti a tremila persone, con il basso a tracolla e le vene del collo pronte a esplodere per la rabbia.

Una sera, dopo che Silvia gli aveva strappato via le cuffie a conduzione ossea in preda a una crisi di pianto energetica, accusandolo di essere un fantasma egoista, Valerio andò a chiudersi in bagno.

Rimase lì dentro, al buio, seduto sul bordo della vasca. Senza l'app, il silenzio della casa gli sembrò un vuoto pneumatico intollerabile. Sentiva il peso dei suoi quarantacinque anni crollargli addosso tutto insieme: il dolore alle ginocchia, la gastrite, la consapevolezza di essere un ingranaggio sacrificabile in una ditta di trasporti. Il presente lo schifava. Era una prigione di carne decadente.

Riapplicò il magnete alla tempia. Le dita gli tremavano per l'astinenza chimica.

Vibe-Back — Riconnessione Wetware eseguita. *Stato emotivo corrente: Depressione clinica transitoria. Soluzione: Incremento stimolazione dopaminergica al 110%. Attivazione modalità "Overdrive 90s".*Quando la linea di basso dei Green Day cominciò a martellargli sulla mastoide, Valerio sentì un calore violento esplodergli nel cervello. Pianse di sollievo, asciugandosi le lacrime con la manica della camicia azzurra. Era di nuovo salvo. Era di nuovo invincibile. Fu in quel momento che decise che tre ore di musica al giorno non bastavano più. Aveva bisogno che quel passato glorioso colonizzasse anche la notte.

Atto III: La potatura inversa

La modifica del firmware fu una questione di disperazione e codici open-source scaricati da un forum di bio-hacking durante una notte di luglio.

I blocchi di sicurezza di fabbrica di Vibe-Back erano rigidi: l’app si spegneva automaticamente dopo novanta minuti di sessione continua per prevenire il sovraccarico neuro-acustico e raccomandava di non utilizzare il dispositivo durante le ore di sonno.

«Un uso prolungato può alterare i cicli REM e la plasticità sinaptica», recitava il manuale digitale in un grigio font di avvertimento.

Valerio passò tre ore a sovrascrivere le righe di codice del kernel sul suo portatile, stringendo tra i denti una sigaretta spenta per non svegliare Silvia. Quando ricollegò lo smartphone al trasmettitore osseo, la filigrana dell'oscilloscopio cambiò colore, virando da un oro rassicurante a un rosso fosforico, privo di limitatori.

Vibe-Back — Firmware modificato (v. 3.2-Unrestricted). Attenzione: Monitoraggio neurochimico disattivato. Stimolazione continua attiva.

La prima notte di sonno artificiale fu un'epifania. Valerio impostò una playlist loop intitolata «Sonic Youth & Rage Against The Machine — Live Remastered». Mentre il suo corpo di mezza età giaceva immobile sotto le lenzuola di flanella, la mastoide trasmetteva impulsi elettrici a frequenze sintonizzate sulle sue onde cerebrali delta. L'algoritmo, privo di freni, forzò le sinapsi a rivivere l'adrenalina dei suoi diciannove anni per otto ore filate.

Si svegliò la mattina dopo con le pupille dilatate e un'energia feroce che gli faceva vibrare i muscoli delle braccia. Non sentiva più il bisogno del caffè, né quello di parlare. Il presente era diventato un fastidio superficiale, una pellicola trasparente che poteva strappare via semplicemente alzando il volume.

I primi vuoti di memoria recente si manifestarono a metà settimana, precisi e chirurgici come colpi di bisturi.

Era seduto alla sua scrivania in ufficio quando il direttore della logistica gli appoggiò una cartella sulla tastiera. «Valerio, mi serve il resoconto sull'inventario della filiale di Verona che hai chiuso venerdì scorso. Ci sono tre discrepanze sui codici di spedizione.»

Valerio sollevò lo sguardo. Le lenti delle cuffie ossee stavano facendo vibrare il suo cranio sulle note di «Symphony of Destruction» dei Megadeth. Guardò il volto del capo, poi la parola "Verona" sulla carta. La sua mente andò a vuoto. Non era un semplice dimenticare dove avesse messo le chiavi; era un buco nero, una porzione di spazio neuronale completamente liscia. Non ricordava di essere stato a Verona la settimana prima. Non ricordava il nome della filiale. Se scavava in quel punto della memoria, trovava solo il riff di chitarra di Dave Mustaine e l'odore dell'asfalto bagnato del festival di Coreglia del 1997.

«Valerio? Mi senti?»

«Sì... sì. Lo cerco nel server», rispose con un filo di voce, sentendo un sudore freddo colargli lungo la schiena.

Quella sera, a casa, l'amnesia colonizzò lo spazio degli affetti. Silvia gli mostrò una fotografia sul telefono: una torta con dodici candeline, un ragazzino che sorrideva con un filo di panna sull'angolo della bocca.

«Guarda cosa ha ritrovato la mamma nei vecchi album. Ti ricordi quanta paura avevi che si rovesciasse durante il viaggio in macchina?» disse lei, cercando un contatto, uno sguardo che non fosse quella serranda abbassata dietro gli occhi dell'uomo con cui dormiva.

Valerio fissò lo schermo. Il cervello compì un movimento disperato all'indietro, cercando di agganciare quell'immagine a un ricordo emotivo, ma non trovò nulla. Quel ragazzino dodicenne era un estraneo. Quella torta non era mai esistita. Il suo cervello, sottoposto al bombardamento notturno della nostalgia modificata, stava operando una potatura sinaptica inversa. Per mantenere stabile, iper-nutrito e protetto il nucleo dei suoi vent'anni — l'unica zona cerebrale che produceva ancora serotonina a fiumi — l'organismo stava letteralmente bruciando i rami più giovani della memoria. Stava cancellando gli ultimi vent'anni di vita adulta per fare spazio alla distorsione del passato.

«Certo», mentì Valerio, e la sua voce tremò. «La macchina... la torta. Me lo ricordo.»

Silvia lo guardò, e per la prima volta nei suoi occhi non ci fu rabbia, ma un terrore puro, animale. Sotto i capelli brizzolati della tempia di suo marito, la piaga del magnete a conduzione ossea era diventata un cerchio nero, infetto, che pulsava a ritmo di una musica che lei non poteva sentire.

Atto IV: Il punto di non ritorno

A fine agosto, l’ufficio della logistica era ormai un ricordo sbiadito, sradicato dalla mente di Valerio attraverso una serie di licenziamenti per assenze ingiustificate che lui non ricordava nemmeno di aver accumulato, né di aver firmato. Trascorreva le sue giornate sul vecchio divano di finto velluto nel seminterrato della casa, l'unico luogo abbastanza buio da proteggerlo dalla luce del sole, che da qualche tempo gli provocava una violenta emicrania retinica a causa delle pupille costantemente dilatate.

Il presente si era ridotto a un fastidio epidermico, un vestito stretto e fuori misura che continuava a strapparsi ad ogni movimento. Nella sua testa, la timeline biologica si era accartocciata su se stessa, collassando verso un unico baricentro cronologico. Il firmware modificato di Vibe-Back, spinto ormai al 130% della capacità di stimolazione, lavorava a ciclo continuo, ventiquattro ore su ventiquattro, fondendo definitivamente i confini tra il sonno e la veglia in un'unica, ininterrotta allucinazione retroattiva.

Valerio non distingueva più le immagini dei suoi sogni dai ricordi reali del 1999. Quando chiudeva gli occhi sul divano, mentre la mastoide gli trasmetteva l'arpeggio iniziale e ipnotico di «Creep» dei Radiohead, lui non vedeva il soffitto macchiato di umidità della taverna; vedeva le luci chimiche e i fari rotanti del Sonoria Festival, sentiva il fango fresco che cedeva sotto il peso degli anfibi, l'odore aspro di erba e pioggia che bagnava le magliette, e la pelle liscia della sua prima ragazza, una studentessa di filosofia di cui ricordava l'esatto profumo di patchouli ma di cui non riusciva più a visualizzare i tratti del volto. Il software non riproduceva il passato: lo stava ricreando pezzo dopo pezzo, usando le sue cellule come mattoni.

Silvia scese le scale di legno con un piatto di minestra fredda tra le mani. I suoi passi erano pesanti, lenti, lo sforzo visibile di chi trascina un corpo morto da mesi all'interno di una routine domestica spettrale.

«Valerio, devi mangiare qualcosa», disse, appoggiando il piatto sul tavolino da fumo, proprio in mezzo a pile di vecchie musicassette sventrate, foglietti scarabocchiati e cavi di ricarica arrotolati. «Il medico della mutua è passato di nuovo. Ha detto che se non ti lasci visitare questa settimana, dovrà avviare una procedura di TSO. Ti stai spegnendo, Valerio. Guarda le tue mani. Sei dimagrito dieci chili in un mese. Non puoi vivere di sole frequenze».

Valerio sollevò la testa con una lentezza innaturale. Le cuffie ossee stavano facendo vibrare il suo cranio sulle note dei Punkreas. La chitarra ritmica di «Sotto esame» gli martellava il lobo temporale con una violenza acustica tale da fargli lacrimare l'occhio sinistro. Guardò la donna davanti a sé, ma il processo di decodifica visiva fu spaventosamente lento, quasi dovesse tradurre i tratti di quel viso da una lingua straniera. Chi era quella signora con le rughe profonde intorno agli occhi e i fili bianchi che le tagliavano i capelli castani? Perché si prendeva cura di lui con quella familiarità quasi oscena, muovendosi nei suoi spazi come se ne avesse il diritto?

La sua mente andò a caccia di un'etichetta nel cassetto degli ultimi vent'anni, ma trovò solo una distesa di cenere grigia, un vuoto pneumatico. Le sinapsi destinate a contenere il giorno del loro matrimonio, la nascita dei figli o il mutuo trentennale della casa erano state completamente spianate, rase al suolo per fare spazio alla stabilità elettrica del suo nucleo adolescenziale. Quell'uomo biologico di quarantacinque anni rifiutava la propria storia per non morire di noia.

«Io devo andare alle prove», disse Valerio. La sua voce era impastata, i fonemi incastrati tra la lingua e il palato come se non usasse i muscoli della fonazione da anni. «I ragazzi sono già al locale di via Bezzecca. Il furgone... dobbiamo caricare gli amplificatori Marshall prima che chiuda il cancello del cortile. Sono in ritardo.»

Silvia fece un passo indietro, coprendosi la bocca con una mano tremante per soffocare un gemito che le nasceva dallo stomaco. Il piatto di minestra sul tavolo vibrò per il colpo che lei aveva dato con il ginocchio al legno.

«Quali prove, Valerio? Di cosa stai parlando? Guarda questo seminterrato. Hai quarantacinque anni. La tua band si è sciolta prima ancora che io e te ci incontrassimo in quel locale a Bologna. Tuo figlio... tuo figlio ieri sera ha preso la patente e tu non sei nemmeno salito a stringergli la mano. Non sai chi è, vero? Non sai più chi siamo. Hai cancellato tutto per questa merda».

Valerio non rispose. Non perché volesse punirla o ferirla, ma perché la parola "figlio" non aveva alcuna risonanza bioelettrica nel suo cervello ottimizzato. Era un termine astratto, un vocabolo burocratico letto su un registro scolastico. Il firmware unrestricted stava completando l'ultima, massiccia sessione di formattazione neurologica, una deframmentazione spietata. Per proteggere il picco di massima felicità registrato nel suo wetware — quella notte del settembre 2000 in cui si era sentito un dio del rock sul palco di un centro sociale — l'organismo stava staccando i cavi di tutto il resto, isolando il nucleo.

Portò la mano al volume del telefono, spingendo la levetta touch oltre la zona rossa di sicurezza software. Le chitarre aumentarono di volume fino a diventare un boato bianco, un muro di suono che gli azzerò i pensieri coscienti. Il volto piangente di Silvia si scompose, svanendo in una nebbia di pixel grigi, prima che lui richiudesse gli occhi per tornare a sprofondare nel pogo del 1999.

Epilogo: La sovrascrittura

Valerio si svegliò la mattina dopo mentre un raggio di sole tagliente e dorato bucava le fessure delle persiane, colpendolo dritto sulle palpebre infiammate.

Si tirò su a fatica sul materasso, avvertendo una strana, dolorosa rigidità lungo tutta la colonna vertebrale, come se le sue vertebre fossero fatte di gesso. Si guardò intorno, profondamente confuso. La stanza era grande, troppo ordinata, arredata con mobili di legno chiaro e lunghe tende svedesi che non ricordava di aver mai comprato o visto. Sul comodino, accanto a una lampada di design, c'erano due boccette di plastica piene di pillole per la pressione e un mazzo di chiavi con il logo metallico di una concessionaria d'auto.

«Ma dove cazzo siamo andati a dormire ieri sera?» pensò, passandosi una mano ruvida sulla faccia per scacciare i residui del sonno. «Il furgone della band deve aver fatto cilecca un'altra volta e i ragazzi mi hanno lasciato a dormire a casa di qualcuno dei loro amici più grandi. Devo essermi sbracato di brutto».

Si girò di fianco per cercare i pantaloni e sobbalzò, tirando indietro le gambe con un colpo di reni che gli strappò una fitta alla schiena. Accanto a lui, sotto le coperte candide, c'era una donna. Dormiva di schiena, mostrando la linea delle spalle segnata da una pelle matura, morbida, lontana anni luce dalla compattezza nervosa ed energica dei vent'anni.

Il panico gli artigliò la gola con la forza di una mano fredda. Scese dal letto nudo, avvertendo che le sue gambe tremavano come ramoscelli sotto il peso di un corpo che gli sembrava assurdamente pesante, sgraziato, privo del baricentro atletico della giovinezza. Camminò barcollando lungo il corridoio sconosciuto, cercando disperatamente un bagno, un punto di riferimento analogico. Trovò la porta specchiata in fondo alla parete ed entrò di colpo, premendo l'interruttore della luce al neon.

Si guardò nello specchio sopra il lavandino. E lanciò un urlo animale, un ruggito di puro terrore che gli squarciò la gola, un suono che non sembrava nemmeno umano.

Nello specchio non c'era il ragazzo magro con la cresta spettinata, gli occhi accesi e la maglietta logora dei Rancid che aveva visto l'ultima volta prima di addormentarsi. C'era un uomo di mezza età, con la pancia pronunciata, i muscoli flaccidi, i capelli radi e grigi sulle tempie e una piaga circolare, nerastra e infetta proprio dietro l'orecchio destro, da cui colava un filo di siero rappreso misto a sangue.

«No! No! Questo non sono io! Chi c'è là dentro?! Cosa mi avete fatto?!» gridò fuori di sé, sferrando un pugno violentissimo contro il vetro. Lo specchio si incrinò in mille linee a ragnatela con un rumore secco, frammentando la sua faccia da vecchio in decine di riflessi distorti e taglienti che gli restituivano l'immagine di un mostro sconosciuto.

La porta del bagno si aprì di colpo, sbattendo contro il muro. La donna della camera da letto entrò di corsa, scalza, con gli occhi gonfi di pianto, il respiro spezzato e il volto completamente stravolto dal terrore di chi sa già cosa sta per succedere.

«Valerio! Valerio, basta, ti prego! Fermati! Sono Silvia, sono tua moglie, guardami!»

Lo afferrò per le braccia nude, tentando con tutto il peso del corpo di trattenerlo dal colpire ancora il vetro, ma lui la spinse via con una forza selvaggia, animalesca, terrorizzato dal tocco intimo di quella estranea che continuava a chiamarlo con un nome che gli suonava come una condanna a morte.

«Lasciami stare, puttana! Chi cazzo sei?! Dove sono i miei ragazzi? Dove sono gli amplificatori della band? Io ho le prove oggi pomeriggio al Tunnel, dobbiamo aprire il concerto dei Punkreas a Milano! Perché mi avete chiuso qui dentro?! Che posto è questo?! Aiuto!»

Silvia cadde sulle piastrelle fredde del bagno, scivolando contro il bidet, stringendosi le ginocchia al petto. Era svuotata, privata di ogni residuo di speranza, una donna che assisteva al funerale biologico di suo marito. Con un gesto rapido, dettato dalla disperazione più nera, allungò la mano verso la tempia dell'uomo e, con uno strappo deciso, gli strappò via il micro-trasmettitore a conduzione ossea dal cranio. La piaga infetta sanguinò subito, una goccia scura e densa che le macchiò le dita e colò lungo il collo di lui.

Ma il silenzio che seguì a quello strappo non portò la guarigione, né il risveglio dall'incubo. Portò solo la fine.

Valerio si accasciò lentamente contro la parete del bagno, scivolando fino a sedersi sul pavimento con le gambe divaricate. Il suo sguardo rimase fisso sulle piastrelle, vitreo, privo di qualsiasi scintilla di coscienza. Il respiro si fece corto, regolare, piatto. Nella sua testa non c'era più la musica dei festival del 1999, ma non c'erano nemmeno i ricordi della sua vita adulta. La rimozione fisica del dispositivo aveva semplicemente spento l'allucinazione predittiva, lasciando al suo posto una gigantesca, spaventosa tabula rasa. Il cervello era un nastro magnetico bruciato dal calore della corrente.

A terra, vicino ai piedi nudi di Silvia, lo schermo dello smartphone di Valerio si era acceso dopo l'impatto con la piastrella della doccia. Sull'interfaccia rossa e fosforica di Vibe-Back, l'oscilloscopio era fermo su una linea perfettamente orizzontale, piatta e asettica come quella di un monitor ospedaliero dopo che il cuore ha smesso di battere. Sotto quell'onda morta, una notifica di sistema continuava a lampeggiare nel silenzio del bagno, illuminando la stanza a intermittenza:

[Stato Sovrascrittura Sinaptica — Report Finale] Archiviazione Memoria Presente (2006-2026): 0% Ripristino Backup Adolescenziale (1996-2001): Completato. Stato del sistema: Operativo. Nessun dato recente trovato nella memoria locale.

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