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Creato il 24/06/2026, 22:06 · Aggiornato il 25/06/2026, 07:27

Capitolo 1: Logos v.9.1.

@bloodymary79bloodymary79
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Gaslighting / Manipolazione psicologica
  • Morte
  • Violenza
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La lampada ministeriale sulla scrivania proiettava un cono di luce verde smeraldo sul foglio di stile del documento. Sul monitor da trentadue pollici, l’ennesima bozza del piano di ristrutturazione didattica e mobilità regionale era ferma al terzo paragrafo.

«Il sottoscritto Claudio Rinaldi, visti i criteri di ottimizzazione dell'organico per l'anno scolastico corrente, avanza formale richiesta di trasferimento presso l'ufficio di coordinamento didattico...»

Claudio sollevò le dita dalla tastiera meccanica. Le falangi rimasero sospese a un centimetro dai tasti, rigide. Sentiva il sudore freddo impregnargli il colletto della camicia. Aveva quarantun anni, due lauree con lode, un saggio sull’evoluzione sintattica del tardo Settecento pubblicato da un editore d'avanguardia, eppure quella riga di testo gli sembrava un patibolo. Se la commissione avesse percepito anche solo una sfumatura di presunzione, il trasferimento a Roma sarebbe saltato. Sarebbe rimasto bloccato in provincia, un pendolare della burocrazia, un fallito eccellente.

Cancellò la frase. Tre volte. La pagina bianca tornò a risplendere, aggressiva.

Fece un respiro profondo e sfiorò l’asticella destra dei suoi occhiali a realtà aumentata. Un leggero ronzio pre-focale precedette l'attivazione dell'overlay. Nell'angolo inferiore destro del suo campo visivo apparve la filigrana argentea di una L stilizzata, circondata da un anello pulsante.

Logos Corp. — Benvenuto, Claudio.

Inserì le credenziali d'accesso della commissione esaminatrice all'interno del modulo di contextual-feed. In meno di quattro secondi, l'algoritmo indicizzò i profili pubblici dei cinque membri della giuria ministeriale: i loro articoli accademici, i verbali delle sessioni precedenti, persino la tonalità linguistica dei loro post sui social professionali. Il software stava mappando la loro neuro-estrazione sociale.

Claudio digitò di nuovo, di getto: «Voglio chiedere il trasferimento perché la mia attuale collocazione non valorizza le mie competenze di coordinamento strutturale».

In tempo reale, la frase venne sottolineata da una serpentina color magenta. Tre finestre di dialogo fluttuanti si aprirono a mezz'aria, sovrapponendosi alla libreria dello studio.

\[Analisi Psicometrica Destinatario: Commissione Ministeriale\] Rilevato orientamento gerarchico-conservatore (Livello 8/10). Rischio di rigetto per percepita arroganza: 64%.

Selezionare riscrittura neuro-ottimizzata:

A. Formale-Persuasiva (Efficacia stimata: 91%): «L'istanza di mobilità qui presentata si configura come una proposta di cooperazione sinergica, volta a mettere a servizio dell'amministrazione centrale un'esperienza decennale nella gestione dei flussi metodologici...»

B. Analitico-Sottomessa (Efficacia stimata: 74%): «Si sottopone al vaglio di codesta spettabile Commissione la possibilità di un ricollocamento funzionale, qualora sussistano le condizioni di compatibilità con gli obiettivi di efficienza...»

Claudio deglutì, gli occhi che saettavano sulla prima opzione. Premette il tasto Invio per convalidare la variante A. Il testo sulla pagina si riscrisse da solo, mutando forma con la fluidità di un muscolo che si contrae. La prosa era magnifica. Non era la sua, ma era perfetta. Era una lama burocratica rivestita di velluto.

Un bip acuto all'interno dell'auricolare interruppe il suo compiacimento. Sullo smartphone appoggiato accanto al mouse si accese il display. Un messaggio da Elena.

«Tutto bene, sono solo stanca. Ci sentiamo domani per la cena?»

Claudio inquadrò lo schermo con le lenti AR. Logos catturò la stringa di testo prima ancora che la sua mente potesse elaborare la fitta di ansia che ogni silenzio di Elena gli provocava. Erano sei mesi che quella distanza sembrava un elastico teso sul punto di spezzarsi.

\[Analisi Stringa Input — Destinatario: Elena\] Tempo di digitazione calcolato: 42 secondi (superiore alla media del soggetto per messaggi sotto i 150 caratteri). Indice di distacco emotivo: 48%. Probabile tentativo di rimozione di un dubbio relazionale non verbalizzato.

Attenzione: Il tasso di risposta spontanea del mittente presenta un rischio di incremento del conflitto pari al 57%.

Claudio sentì il cuore accelerare. L'algoritmo vedeva quello che lui sospettava soltanto: Elena si stava allontanando. La paura del rifiuto, quel vecchio demone che lo accompagnava fin dall'adolescenza, gli bloccò la gola. Se avesse risposto d'impulso («Cosa c'è che non va?», «Ti sento distante»), avrebbe solo accelerato la fine.

«Logos», sussurrò, con la voce incrinata. «Genera risposta. Focus: disinnesco e rassicurazione emotiva.»

L'interfaccia AR elaborò l'input per mezzo secondo, poi proiettò due opzioni fluttuanti direttamente sopra lo schermo del telefono.

Selezionare risposta neuro-ottimizzata:

A. Empatia Protettiva (Efficacia di stabilizzazione: 89%): «Riposati, amore. So quanto sia pesante questo periodo per te. Non pensare a domani, ci sono io a organizzare tutto. Ti stringo da qui.»

B. Rassicurazione Assertiva (Efficacia di stabilizzazione: 72%): «Nessun problema per domani, la cena può aspettare se hai bisogno di staccare. L'importante è che tu stia bene. Sentiti libera.»

Claudio fissò la variante A. Le parole fluttuavano nell'aria, calde, misurate, prive di quella bava di ansia che invece a lui stringeva lo stomaco. Non era il modo in cui parlava di solito. Lui era quello logorroico, quello che esigeva chiarimenti immediati. Ma l'algoritmo non offriva spazio ai suoi difetti.

Sfiorò il touchpad della montatura degli occhiali e convalidò la scelta. La stringa si materializzò nel campo di testo di WhatsApp e partì con un leggero click sonoro.

Dall'altra parte del cloud, i tre puntini di digitazione di Elena apparvero quasi subito, per poi sparire. Dopo dieci secondi, sul display comparve la notifica di lettura. Nessuna replica, ma l'indicatore di distacco emotivo sul visore di Claudio scese istantaneamente dal 48% al 18%.

Il silenzio di lei non faceva più paura. Era stato addomesticato.

Claudio si appoggiò allo schienale della sedia, respirando finalmente a pieni polmoni. Guardò le sue dita sulla tastiera. Per la prima volta nella sua vita, non aveva dovuto combattere contro l'inadeguatezza della propria voce. Qualcuno, o qualcosa, aveva ripulito il suo linguaggio, rendendolo invulnerabile.

Atto II: L'overclocking sociale

Tre settimane dopo, Claudio non scriveva più. Selezionava.

Il modulo Logos era stato integrato in ogni sua terminazione digitale: sulla tastiera meccanica dello studio, sul client della posta elettronica dell'istituto, persino nell'interfaccia predittiva dell'orologio da polso. Camminava per i corridoi della scuola avvolto in una bolla invisibile di suggerimenti testuali fluttuanti. Quando un collega lo fermava vicino alla macchinetta del caffè per chiedergli un parere sulla circolare delle verifiche di recupero, Claudio non rispondeva subito; aspettava che le lenti AR analizzassero la frequenza vocale e la postura dell'interlocutore, traducendole in micro-opzioni di interazione sociale.

«Opzione B: Condivisione formale con riserva di valutazione. Incrementa l'autorità percepita del 14% e disinnesca potenziali rivendicazioni sindacali.»

Muoveva impercettibilmente le dita nella tasca dei pantaloni, sfiorando il mini-controller Bluetooth, e pronunciava la stringa calcolata. La sua intera esistenza era diventata un capolavoro di cinica efficacia. Le mail ai genitori degli alunni più problematici, che un tempo gli costavano ore di travasi di bile e riscritture tormentate per evitare conflitti, ora venivano digerite dall'algoritmo e restituite sotto forma di capolavori di "empatia istituzionale". Nessuno protestava più. I padri più aggressivi rispondevano ringraziando per la squisita collaborazione. Claudio Rinaldi era diventato, nel giro di venti giorni, il docente più stimato del plesso: equilibrato, magnetico, infallibile. Una macchina comunicativa.

La discussione del progetto di mobilità e ristrutturazione didattica davanti alla commissione ministeriale fu un trionfo che sfiorò la teatralità. Claudio si era presentato all'audizione con le lenti attive, schermate da un filtro antiriflesso per non insospettire i cinque esaminatori. Durante l'esposizione del piano finanziario e dei flussi metodologici, una barra temporale invisibile agli altri gli indicava il ritmo esatto dell'oratoria sul margine inferiore della cornea.

«Rallentare il fraseggio. Abbassare il tono di 2 decibel. Introdurre pausa analogica di 1.5 secondi adesso. Focalizzare lo sguardo sul commissario al centro.»

I cinque burocrati lo avevano ascoltato in un silenzio quasi ipnotico. Al termine, il presidente — un accademico noto per aver bocciato tre quarti dei progetti della regione — si era alzato per stringergli la mano, congratulandosi per la sua «straordinaria e rara sensibilità alle dinamiche gestionali della scuola moderna». Il trasferimento a Roma era firmato, approvato, definitivo.

Ma il vero capolavoro, l'opera d'arte digitale che giustificava ogni singolo centesimo dell'abbonamento a Logos, Claudio la stava compiendo con Elena.

Ogni sera, la chat di WhatsApp era un tavolo da gioco neuro-ottimizzato. Elena scriveva testi densi della stanchezza accumulata in farmacia, dubbi fumosi sul loro futuro, mezze frasi sull'inutilità dei rapporti a distanza. Claudio non correva più rischi biologici. Lasciava che Logos decostruisse la sintassi di lei, isolandone i picchi di vulnerabilità nascosti dietro la punteggiatura, e rispondeva scegliendo l'opzione a più alto impatto dopaminergico.

Elena: «A volte mi chiedo se stiamo solo trascinando una cosa morta, Claudio. Mi manchi, ma è come se parlassi con una foto. C'è troppa distanza tra quello che diciamo e quello che sentiamo».

[Suggerimento Logos — Opzione C: Empatia protettiva con proiezione futura] «La distanza è solo la grammatica del nostro legame, Elena. Un intervallo necessario prima della frase principale. Il trasferimento è approvato. Da settembre lo spazio tra noi sarà solo quello di una stanza. Tutto il resto è rumore di fondo.» Probabilità di stabilizzazione emotiva immediata: 94%.

Claudio premette il tasto sul controller. La risposta partì.

Dall'altro lato dello schermo, i tre puntini di Elena rimasero sospesi per due minuti netti. Poi arrivò l'icona di un cuore rosso. «Non mi hai mai capita così profondamente come in questo periodo, Claudio. Mi sembra di riscoprirti ogni sera. Ti amo».

Seduto nel buio del suo studio, avvolto solo dal bagliore verde dei LED della scrivania, Claudio avvertì una strana, fredda vertigine. Non era gioia, era l'ebbrezza anestetizzata del giocatore d'azzardo che sa che il tavolo è truccato a suo favore, ma continua a puntare. Logos non stava barando, si ripeteva per zittire l'ultimo rimasuglio di coscienza saggistica. Stava solo estraendo la versione migliore di lui. Quella priva di spigoli, priva di esitazioni. Quella che Elena meritava di amare.

Atto III: La disfasia indotta

I primi problemi di indicizzazione biologica iniziarono a metà giugno, sottili come un difetto di pixel sul fondo dell'occhio.

Claudio si accorse che, quando si svegliava la mattina, i suoi primi pensieri non avevano una struttura sintattica definita. Erano grumi di immagini, concetti astratti, impulsi elettrici che galleggiavano nella corteccia senza riuscire a coagularsi in parole. Per chiedere un caffè macchiato e una brioche al bar sotto casa, doveva fare uno sforzo di concentrazione anomalo. Avvertiva una strana resistenza neuro-muscolare alla base della lingua, un millesimo di secondo di ritardo tra l'intenzione e il suono, come se i muscoli fonatori avessero dimenticato la sequenza esatta degli impulsi. La sua mente si era pigramente adagiata su una modalità di ascolto passivo: attendeva lo stimolo esterno, la griglia delle opzioni di Logos, prima di convalidare e liberare il proprio pensiero.

L'uso costante del software stava provocando una forma precoce di disfasia indotta. L'area di Broca, privata dell'esercizio quotidiano della formulazione spontanea e fallibile del linguaggio, si stava atrofizzando, sostituita dall'efficienza predittiva dei server della Logos Corp. Ogni volta che spegneva il visore, il mondo gli sembrava spaventosamente privo di sottotitoli, un rumore bianco di facce e suoni che non sapeva più come decodificare.

Ma Claudio non poteva fermarsi. Era diventato un predatore conversazionale dipendente dalla sua stessa protesi. Non riusciva più a concepire un'interazione che non fosse pre-calcolata, schermata da una percentuale di successo.

Una notte, colto da un'ossessione paranoica che gli faceva battere i denti, caricò sul cloud di Logos l'intero archivio delle chat storiche con Elena, risalenti a quattro anni prima, quando l'algoritmo non era ancora sul mercato. Voleva che l'intelligenza artificiale analizzasse il passato, che facesse un'autopsia della loro storia per capire dove lui avesse fallito.

La schermata si riempì di stringhe evidenziate in rosso e arancione. Un bollettino medico della sua inadeguatezza.

[Analisi Storica — Errori di Allocazione Comunicativa] Notifica: Al minuto 14:22 del 12/04/2024 il soggetto Elena ha utilizzato l'avverbio "forse" in un contesto di affermazione affettiva. Indice latente di insoddisfazione non rilevato dal mittente. Errore comunicativo grave: rischio di rottura latente stimato al 35%. Analisi paragrafo 4 (09/11/2025): L'uso di una sintassi prevalentemente paratattica e coordinata da parte del mittente ha proiettato un'immagine di rigidità emotiva, inducendo nel destinatario un meccanismo di difesa da rifiuto.

Claudio passò la notte insonne a leggere i suoi stessi errori del passato, coprendosi il volto con le mani bagnate di sudore. Come aveva fatto a essere così stupido? Così rozzo? Aveva rischiato di perderla decine di volte senza rendersene conto, affidandosi alla pura, fallimentare spontaneità di un uomo innamorato ma goffo. Le sue risposte di allora gli sembravano i versi di un uomo delle caverne: frammentate, piene di spigoli egoistici, prive di calcolo neurochimico. Al confronto, il Claudio ottimizzato da Logos era un dio della parola.

Il software ormai controllava ogni singolo istante della sua vita pubblica, colonizzando anche la sua professione. Durante le sue lezioni d'italiano al liceo, Claudio teneva l'overlay attivo costantemente. Se spiegava la sintassi del Settecento o l'infinito di Leopardi, Logos gli proiettava sul visore le varianti lessicali più adatte a mantenere l'indice di attenzione della classe sopra il 75%. Modulava gli aggettivi, inseriva aneddoti calcolati sul profilo medio degli studenti, anticipava i loro sbadigli cambiando tono di voce un istante prima che potessero distrarsi.

I ragazzi lo guardavano estasiati, rapiti da quel ritmo perfetto, da una dialettica che non conosceva mai un'esitazione, un'interruzione, un momento di dubbio umano. I colleghi in sala insegnanti lo ascoltavano pendendo dalle sue labbra, mentre lui sbrogliava le matasse burocratiche dei consigli di classe con formule linguistiche che azzeravano ogni replica.

Eppure, dietro quella facciata d'oro, Claudio cominciava a fare paura a se stesso. A volte, a lezione finita, si chiudeva nel bagno della scuola, si guardava allo specchio e provava a dire qualcosa a voce alta, da solo, senza occhiali AR.

«Oggi il cielo è...», diceva. E si fermava.

La mente cercava disperatamente tre opzioni tra cui scegliere. A. Sereno. B. Terso. C. Malinconico. Ma non c'era nessuna lettera da premere. C'era solo lo specchio. E il silenzio che cominciava a mangiarsi le sue parole.

Atto IV: Il cortocircuito

Il ristorante era una vecchia osteria nascosta tra i vicoli di Trastevere, a Roma. Tavoli di legno scuro, candele soffuse che disegnavano ombre calde sulle pareti di sasso e il rumore del fontanone in lontananza oltre la finestra. L'atmosfera perfetta per festeggiare il trasferimento definitivo nella capitale, la cattedra d'oro al Ministero.

Elena era seduta di fronte a lui. Indossava un abito di seta verde che le faceva risaltare gli occhi, ed era radiosa come Claudio non la vedeva da anni. Gli stringeva la mano sopra la tovaglia, le dita intrecciate alle sue, una pressione calda e reale che avrebbe dovuto rassicurarlo, ma che invece gli metteva addosso una strana ansia.

«Sei diverso, Claudio», disse lei, guardandolo con una dolcezza nuda che gli fece quasi male. «In questi ultimi due mesi... non lo so. È come se fosse caduto quel muro che mettevi sempre tra noi. Nei tuoi messaggi, nelle tue lettere, ho trovato una limpidezza che mi ha fatto innamorare di te una seconda volta. Prima eri sempre così sulla difensiva, così terrorizzato dall'idea di sbagliare parola, così bloccato.»

Claudio sorrise, annuendo meccanicamente. Sotto il bordo della tovaglia, teneva il pollice destro premuto sullo schermo dello smartphone connesso in mirroring costante con le sue lenti AR. Logos stava processando in background la frequenza vocale di Elena, aggiornando i dati in tempo reale sulla sua cornea.

[Analisi Flessione Vocale — Destinatario: Elena] Tonalità: Aperta/Vulnerabile. Livello di attaccamento affettivo attuale: 98%. Focus conversazionale: Consolidamento relazionale.

«Ho solo capito cosa conta davvero, Elena», rispose lui. O meglio, pronunciò con precisione chirurgica la stringa di testo che l'overlay gli stava proiettando in quel momento sul bicchiere dell'acqua.

«Lo sento», sussurrò lei, avvicinando il busto al tavolo. Il viso illuminato dalla candela cercava il suo. «Proprio per questo voglio dirti una cosa. Una cosa enorme, ora che hai ottenuto il posto qui a Roma e che finalmente vivremo sotto lo stesso tetto.»

Claudio fece per fare uno swiping invisibile sul controller per scorrere le opzioni predittive e prepararsi a qualunque scenario, ma sul display del telefono — e di riflesso nell'angolo destro del suo campo visivo — apparve una riga di testo anomala, color ambra pulsante.

Avviso di sistema: Temperatura dispositivo superiore ai 44°C. Sovraccarico del modulo di overlay neurale per sessione prolungata. Tentativo di ripristino della banda in corso...

Claudio avvertì una fitta di panico freddo bloccargli lo stomaco. No. Adesso no, cazzo. Non adesso.

«Claudio, guardami», disse Elena. Il suo tono perse quella leggerezza da brindisi, facendosi denso, carico di una gravità nuda, priva di schermi. Fece scivolare la mano libera nella borsa e appoggiò sul tavolo un piccolo tubetto di plastica bianca. Un test di gravidanza. Positivo.

Claudio sentì il sangue defluire dal volto.

«Sono due settimane che lo so», continuò lei, e la sua voce prese a tremare. «Ho aspettato che finissi i colloqui ministeriali per non destabilizzarti. Ma ora siamo qui. E io... io ho paura, Claudio. Ho una paura matta. Non so se sono pronta a fare la madre, non so se questa città enorme sia il posto giusto, e soprattutto ho bisogno di sapere se tu vuoi questa vita con me. Ma non rispondermi con le tue solite frasi colte, ti prego. Guarda la mia paura. Dimmi cosa senti tu, nel petto. Dimmi che ci sei anche quando tutto è un disastro».

Claudio aprì la bocca per rispondere. Il suo pollice premette disperatamente sul controller nella tasca per evocare una risposta d'emergenza.

Nello stesso millisecondo, le lenti AR emisero un sibilo elettrico acuto, un fischio che gli trapassò il timpano. Le tre finestre fluttuanti delle opzioni (A. Accoglienza Emotiva, B. Razionalizzazione Logica, C. Rassicurazione Standard) iniziarono a laggare vistosamente. I caratteri si scomposero in una sequenza caotica di glifi, pixel verdi e stringhe di codice corrotte. Poi, l'intero overlay si spense con un flash bianco.

Sotto il tavolo, lo smartphone vibrò tre volte convulsamente, prima che lo schermo diventasse completamente nero, morto per surriscaldamento hardware. Nessun segnale. Connessione al cloud Logos interrotta.

Il silenzio cadde sul tavolo come una lastra di cemento armato.

Elena lo stava guardando, immobile, in attesa. I suoi occhi cercavano una risposta, una vibrazione, un segno di vita cosciente, una crepa umana che le dicesse che non era sola di fronte a quel futuro spaventoso.

Claudio cercò disperatamente dentro la sua testa. Provò a formulare un pensiero, una frase di conforto, un'espressione di gioia o di terrore condiviso per quel figlio che lei gli stava mettendo sul tavolo. Ma i canali sinaptici della sua corteccia frontale erano un deserto vuoto. La sua mente, abituata da settimane a funzionare solo come un muscolo che sceglie tra opzioni pre-compilate, non sapeva più come si costruisce una frase partendo dal niente. Senza un algoritmo che calcolasse per lui la percentuale di rischio del rifiuto, ogni singola parola gli sembrava un errore fatale, un burrone in cui precipitare.

«Io...», accennò.

La lingua gli pesava in bocca come un pezzo di piombo fuso. La sua Area di Broca emise solo un rumore bianco, un vuoto terrificante. Qual era l'avverbio corretto per non sembrare spaventato? Quale aggettivo avrebbe ridotto il rischio di deluderla al di sotto del venti per cento? Non lo sapeva. Non c'era nessuna lettera da premere.

«Io... ed ecco... cioè... io penso che...»

Elena corrugò la fronte. La mano che stringeva la sua iniziò a perdere pressione, allentando la presa millimetro dopo millimetro. «Claudio? Che c'è? Perché mi guardi così? Mi stai ascoltando? È il padre di mio figlio o è un fantoccio del Ministero quello che ho davanti?»

Lui rimase immobile, la bocca leggermente aperta, le pupille sgranate che fissavano il test sul tavolo, terrorizzato dal peso specifico di ogni singolo fonema. L'uomo che aveva incantato la commissione centrale di Roma, il brillante saggista, non riusciva a mettere insieme un soggetto e un verbo per accogliere la vita.

Epilogo: Il cursore vuoto

L'entusiasmo sul volto di Elena si spense lentamente, sostituito da una strana, orribile realizzazione. Ritirò la mano dal tavolo, portandosela d'istinto alla pancia, come a voler proteggere quel segreto biologico da un uomo di pietra. Lo guardò come si guarda uno sconosciuto o, peggio, un guscio vuoto che ha simulato la vita e l'empatia fino a un istante prima. Una marionetta a cui qualcuno ha tagliato i fili all'improvviso.

«Tu non sei qui», sussurrò lei, con una nota di disperazione fredda che le incrinò la gola. «Tu non sei mai stato qui con me in questi mesi. Chi... chi era che mi scriveva quelle cose così tese e bellissime, Claudio? Con chi ho concepito questo bambino? Con un fantasma?»

Lui non rispose. I muscoli della mandibola rimasero contratti in una morsa rigida, incapaci di produrre persino un gemito di scusa.

Elena si alzò lentamente dal tavolo. Le nocche le diventarono bianche mentre raccoglieva il test di gravidanza e lo infilava nella borsa. Fece un passo indietro, guardandolo un'ultima volta non con rabbia, ma con una pietà devastante, poi si mosse verso l'uscita dell'osteria senza voltarsi. Il rumore dei suoi passi sul pavimento di cotto andò sfumando, fino a essere del tutto inghiottito dal brusio del locale e dal traffico romano che scorreva fuori, tra i vicoli umidi di Trastevere.

Claudio rimase seduto sulla sedia, immobile, un monumento alla propria impotenza burocratica. Il cameriere passò, diede un'occhiata al suo piatto intatto e alla sedia vuota di fronte, intuì la tragedia e si allontanò senza dire una parola.

Solo allora Claudio abbassò lo sguardo sul tavolo. Lo smartphone, ormai freddo, giaceva accanto alle posate. Nel riflesso del vetro nero dello schermo spento non vedeva la sua faccia, ma la simulazione geometrica del vuoto che era diventato. La sua mente era una stanza bianca, un'anteprima di stampa senza caratteri.

Premette il tasto di accensione. Il dispositivo rispose con una vibrazione sorda e si avviò in modalità di recupero protetta, bypassando la connessione di rete che a Roma continuava a laggare. L'interfaccia offline di Logos si aprì sulla schermata iniziale di digitazione.

Non c'erano opzioni A, B o C. Non c'erano percentuali di efficacia dopaminergica, né profili psicometrici dei membri del Ministero o di Elena da consultare per capire come riconquistare una madre. C'era solo una riga bianca, nuda, asettica, che attendeva un'immissione manuale. La memoria del suo corpo si attivò per riflesso condizionato: Claudio avvicinò le dita allo schermo, accarezzò la tastiera virtuale, ma i polpastrelli rimasero immobili, sospesi sul vetro.

Voleva scrivere «Elena, ti prego, torna indietro». Voleva scrivere «Ho paura anche io, ma sono qui».

Ma la paura del rifiuto, privata del paracadute matematico dell'algoritmo, gli sembrò un muro insormontabile. E se quella frase spontanea fosse stata troppo banale? Se l'avverbio sbagliato avesse sancito la rottura definitiva? Se la sua vera voce, quella rozza e insicura che aveva nascosto per mesi, le avesse fatto schifo?

Le dita non si mossero. I canali sinaptici del linguaggio rimasero spenti.

All'inizio di quella riga vuota, nell'angolo in alto a sinistra dello schermo, un piccolo cursore verticale continuava a lampeggiare nel buio. On. Off. On. Off. Un battito cardiaco digitale, regolare, spietato, che misurava l'intervallo esatto della sua scomparsa. Rimase lì a fissarlo per ore, mentre la candela sul tavolo si consumava fino a spegnersi nella cera, in attesa di un input umano che Claudio non avrebbe mai più saputo generare da solo.

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