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Il mattino seguente all’arrivo della lettera, Arlene si svegliò con il cuore pesante. Il pensiero di essere convocata dal re Thalador, uno degli uomini più potenti di Valedorn, le aveva tolto il sonno. Nessuno si sarebbe mai aspettato che una ragazza come lei, sebbene dotata del potere delle fiamme blu, potesse ricevere un tale privilegio. Non sapeva cosa la aspettasse, ma la tensione nel suo petto cresceva a ogni istante.
Seduta sul bordo del giaciglio, Arlene prese un profondo respiro, cercando di calmare la mente. Le parole della lettera erano ancora impresse nella sua memoria: «Il re desidera parlarti personalmente.» Cosa significava? Cosa avrebbe voluto da lei il sovrano? E soprattutto, era pronta a sostenere quel peso?
Mentre si preparava, Myra e Lysara, che avevano percepito il suo nervosismo, cercarono di incoraggiarla. «Non preoccuparti,» disse Myra, cercando di nascondere l'agitazione che provava anche lei. «Sei stata chiamata perché hai fatto qualcosa di straordinario. Nessuno si sarebbe aspettato meno da te.»
Lysara annuì, con un sorriso di supporto. «Il re vede in te ciò che vediamo tutti noi: una luce che può guidare il nostro popolo. Sarai grandiosa.»
Ma nonostante le parole delle sue amiche, Arlene non riusciva a liberarsi di quella sensazione opprimente. Era sempre stata abituata a lottare con le sue mani, con la sua spada, ma il pensiero di dover affrontare una figura così importante e autoritaria come il re la faceva sentire vulnerabile.
Il Palazzo Reale di Aetherion era una meraviglia architettonica che rifletteva la grandezza e la potenza del regno di Valedorn. Costruito su un’altura naturale, il palazzo dominava la capitale, con le sue torri dorate che scintillavano alla luce del sole e le sue mura spesse, ornate da intricate decorazioni in pietra e oro. I cancelli principali, massicci e decorati con emblemi reali, si aprivano su un ampio cortile che conduceva al palazzo stesso. I giardini erano perfetti, curati nei minimi dettagli, con fontane che gettavano acqua cristallina in pozzi di marmo bianco.
Mentre Arlene avanzava verso la sala del trono, la sua mente era travolta dall’imponenza del luogo. Colonne altissime, rivestite d’oro e incise con scene di grandi battaglie, si ergevano su entrambi i lati della sala principale. Gli arazzi appesi alle pareti raccontavano storie di re passati e delle loro vittorie, mentre le finestre di vetro colorato riflettevano una luce soffusa, creando un’atmosfera solenne e regale. Il pavimento, fatto di lastre di marmo liscio, sembrava emanare un’aura di autorità e potere.
Quando Arlene giunse di fronte alla grande porta che conduceva alla sala del trono, due guardie reali aprirono l'ingresso. La sala era vasta, quasi intimidatoria. Il trono stesso, fatto di legno scuro intarsiato con oro, era posto su un'alta pedana, e dietro di esso un imponente arazzo raffigurava un’aquila dorata, simbolo del regno di Valedorn. Al centro della sala, seduto con maestosa compostezza, si trovava Re Thalador.
Il re la fissava con sguardo attento e penetrante, i suoi occhi grigi riflettevano una saggezza forgiata da anni di guerra e governo. I suoi capelli grigi cadevano sulle spalle, e l’armatura dorata che indossava era riccamente decorata con simboli del regno. Nonostante l’armatura, la sua presenza emanava una sensazione di autorità naturale, un peso che faceva tremare chiunque gli si avvicinasse.
«Arlene,» disse Re Thalador, la sua voce profonda rimbombava nella sala, «avvicinati.»
Con il cuore che batteva forte, Arlene si avvicinò al trono, cercando di mantenere la calma. Ogni passo sembrava più pesante del precedente, ma sapeva che non poteva mostrare debolezza. Si inginocchiò davanti al re, come da protocollo, e attese.
«Ti ho convocata,» iniziò il re, «perché hai dimostrato un coraggio straordinario nella difesa della nostra capitale. Hai affrontato una delle più potenti generali del Re Demone e, sebbene tu non l'abbia sconfitta, hai dato speranza al nostro esercito e al nostro popolo.»
Arlene rimase in silenzio, mentre il re continuava.
«Le fiamme blu che porti dentro di te non sono solo una leggenda. Sono un simbolo, Arlene. Un simbolo di ciò che possiamo ottenere se combattiamo con determinazione. E per questo, voglio conferire su di te un titolo che rifletterà ciò che rappresenti per tutti noi.»
Re Thalador si alzò dal trono, scendendo lentamente dalla pedana e avvicinandosi ad Arlene. La sua figura imponente torreggiava su di lei, ma i suoi occhi erano pieni di rispetto.
«Da oggi,» proclamò il re, con voce solenne, «tu sei l'Eroe dell'Umanità. Il tuo sacrificio e il tuo coraggio ti hanno reso degna di questo titolo. Avrai lo stesso rango dei comandanti del nostro esercito, ma più di tutto, sarai la luce che guiderà i nostri soldati contro le tenebre del Re Demone.»
Arlene sentì il peso di quelle parole gravare su di lei, ma allo stesso tempo, un’ondata di orgoglio la pervase. Eroe dell’Umanità. Era un titolo che non si sarebbe mai aspettata, ma sapeva che ora più che mai doveva dimostrarsi all'altezza.
Il re continuò: «Avrai una casa qui ad Aetherion, degna del tuo nuovo rango. E, per aiutarti nel tuo percorso, farò trasferire Elion, il tuo maestro, qui nella capitale. Non dovrai più preoccuparti di tornare al villaggio. Da oggi, la tua casa è qui, tra noi.»
Arlene alzò lo sguardo verso il re, sentendo la responsabilità di quel titolo e il fardello che comportava. «Grazie, Maestà,» rispose, con voce ferma. «Farò del mio meglio per essere all’altezza di questo onore. Non deluderò né voi né il regno.»
Re Thalador le sorrise lievemente, poi si voltò verso la sala. «Alzati, Eroe dell’Umanità. Il tuo compito è solo all’inizio.»