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Arlene ricordava ancora l'odore delle candele consumate nel piccolo rifugio che chiamava casa. Non era molto: quattro pareti di legno traballanti e un letto di paglia, ma era stato tutto ciò che aveva conosciuto per gran parte della sua infanzia. Aveva sempre pensato che la vita sarebbe stata semplice, che avrebbe continuato a lavorare come serva in una delle locande del villaggio, magari sperando in una paga sufficiente per non patire la fame.
Ma i demoni avevano distrutto ogni certezza.
Era una notte di luna nuova quando tutto era cambiato. Le ombre si erano mosse come predatori silenziosi, avanzando tra le strade del villaggio. Nessuno aveva avuto il tempo di reagire. Arlene si era svegliata di soprassalto, il cuore che batteva forte mentre sentiva le urla disperate dei vicini. Non ci fu alcun tempo per pensare, solo per fuggire. Aveva preso lo zaino, la sua unica mela, e si era lanciata nella foresta.
«Non voltarti indietro,» si era detta, con le lacrime che le rigavano il viso. Ogni passo le sembrava una condanna, ogni ramo spezzato un segnale di allerta per i mostri che si aggiravano nelle tenebre.
Non sapeva quanto aveva corso. Solo quando l’alba iniziò a tingere il cielo di rosa pallido si rese conto di essere sopravvissuta. Ma che tipo di vita era quella? Tutti quelli che conosceva, tutto ciò che possedeva, erano rimasti indietro, tra le rovine del villaggio.
Per settimane, Arlene aveva vagato senza meta. Dormiva dove poteva, nutrendosi di bacche e radici, quando era fortunata. Altrimenti, il suo stomaco vuoto si faceva sentire con dolorosi brontolii, come quella mattina sotto la grande quercia.
«C’è un altro villaggio a nord,» si disse, guardando verso l’orizzonte. La mappa che aveva con sé segnava delle strade, ma ormai non sapeva più di chi fidarsi. Aveva scambiato quelle tre pellicce di coniglio con un vecchio mercante, e ora si chiedeva se lui non le avesse rifilato una truffa. «Non importa,» pensò, riponendo la mappa nello zaino. Non aveva altra scelta se non continuare a camminare.
«Prima o poi, qualcuno mi accoglierà.»
La sua vita da fuggitiva era diventata un'abitudine. I pochi villaggi che aveva incontrato erano diffidenti, chiusi. Non c'era spazio per una ragazza senza un soldo, senza famiglia e, cosa ancora peggiore, senza un potere magico. «Non vali nulla,» le aveva detto una volta un mercante, rifiutandosi di venderle anche un tozzo di pane in cambio di lavoro.
Ma c'era una voce, dentro di lei, che si rifiutava di arrendersi. Qualcosa che la spingeva a continuare, nonostante tutto. «Devi andare avanti,» si ripeteva, «devi trovare il tuo posto.»
Tutti pensavano che il caldo estivo facesse diminuire la fame, ma Arlene non ci credeva. Dopo giorni di cammino, la fame era diventata la sua unica compagna costante. Ogni passo sembrava più pesante dell'ultimo, e il sudore le scendeva dalla fronte. Il suo vecchio villaggio era ormai un ricordo lontano, bruciato dalle fiamme e dalle grida di un passato che non voleva ricordare. La sua vita era una corsa contro il tempo e la fame, ogni giorno una battaglia per sopravvivere.
Il sole la bruciava da ore e il suo corpo le gridava di fermarsi. Quando vide la grande quercia, si lasciò cadere all'ombra, lasciando che l'aria fresca la accarezzasse. Non aveva molto, solo un vecchio zaino e una mappa che non sembrava più così utile. La sua unica risorsa, una piccola mela rossa, era ormai nelle sue mani. La guardò per un attimo, cercando di convincersi a resistere, ma il suo stomaco brontolava troppo forte. Addentò il frutto, assaporandolo lentamente, come se volesse prolungare quel piccolo piacere il più possibile.
Mentre finiva l'ultimo morso, si riprese in piedi, riprendendo il cammino verso il nord. Non aveva una destinazione precisa, solo una vaga speranza che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato. Forse un nuovo villaggio, forse qualcuno disposto ad aiutarla. Ogni volta che pensava di arrendersi, quella voce dentro di lei la spingeva avanti.
A due ore di distanza, il suo sguardo si posò finalmente su qualcosa che somigliava a un villaggio. I tetti di legno si stagliavano contro il cielo, piccoli e semplici, ma reali. La mappa non indicava nulla lì, il che le fece venire un dubbio. «Forse il vecchio mercante mi ha ingannato,» pensò, riponendo la mappa nello zaino. Ma non importava, era un villaggio e aveva bisogno di cibo, lavoro e… speranza.
Mentre si avvicinava, sentì il suo corpo farsi pesante, il respiro sempre più affannato. «Non adesso,» mormorò, chiudendo gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, la strada davanti a lei divenne sfocata e sentì le gambe cedere sotto di sé. Con l’ultimo sforzo, cercò di mantenere l’equilibrio, ma crollò a terra, il viso che si schiacciava contro la polvere.
Cadde nell'oscurità.
Quando Arlene si risvegliò, si ritrovò avvolta dal tepore di un letto soffice, troppo comodo per essere il suo. La luce del giorno filtrava attraverso una piccola finestra e il profumo di erbe aromatiche riempiva l'aria. Si sentiva stranamente riposata, come non succedeva da settimane. Si tirò su lentamente, cercando di capire dove fosse, quando una voce sconosciuta la sorprese.
«Finalmente ti sei svegliata.»
Arlene si girò di scatto verso la voce. Un uomo robusto, con una barba folta e grigia, la osservava da uno scaffale pieno di libri e bottiglie dalle forme strane. Indossava un grembiule macchiato e aveva un sorriso bonario stampato in volto.
«Chi... dove sono?» chiese Arlene, con la voce ancora impastata dal sonno.
«Ti ho trovata svenuta fuori dal villaggio,» disse l'uomo, avvicinandosi con una ciotola fumante. «Questo è un posto sicuro, non preoccuparti. Sono Elion, l’alchimista del villaggio.»
«Un alchimista?» Arlene si irrigidì un istante. Aveva sentito storie sugli alchimisti, persone che praticavano la magia attraverso pozioni e incantesimi. Alcuni di loro si diceva avessero tradito il regno durante la guerra, unendosi ai demoni. Ma Elion non sembrava pericoloso, solo… curioso.
«Sì, un vecchio alchimista,» rispose Elion con un sorriso, intuendo i suoi pensieri. «Ma non mordo. Prendi, mangia qualcosa, hai bisogno di forze.»
Arlene fissò la ciotola di zuppa che l'uomo le aveva messo davanti. Il profumo era delizioso, e il suo stomaco brontolò di nuovo, più forte di quanto volesse. «Non posso accettare,» disse a bassa voce, stringendo le mani al lenzuolo.
Elion scoppiò a ridere. «Non accettare? Ragazza mia, sei praticamente crollata davanti alla mia porta! Non chiedo niente in cambio, mangia pure.»
Arlene esitò solo un attimo prima di prendere il cucchiaio e iniziare a mangiare. Il caldo del brodo le riempì il corpo, e per la prima volta dopo tanto tempo, si sentì al sicuro. Mentre mangiava, Elion la osservava in silenzio, come se cercasse di capire qualcosa.
«Dunque,» iniziò lui, rompendo il silenzio. «Cosa ci fa una giovane come te in giro da sola? Non sembri una vagabonda come gli altri che passano di qui.»
Arlene sollevò lo sguardo dalla ciotola, sorpresa dalla domanda. Era da tanto che nessuno le parlava in quel modo. «Vagavo. Cerco... un posto in cui fermarmi,» rispose, scegliendo con attenzione le parole.
Elion annuì, come se sapesse già la risposta. «E da dove vieni?»
Arlene esitò ancora una volta. Non voleva ricordare il suo villaggio distrutto, non ancora. «Da lontano,» disse infine, abbassando lo sguardo. «Ho perso tutto.»
Elion non disse nulla per un attimo, poi si chinò in avanti, appoggiando un gomito sul tavolo. «Capisco. Beh, qui non abbiamo molto, ma se vuoi restare e dare una mano, sei la benvenuta. C'è sempre qualcosa da fare per una ragazza sveglia come te.»
Arlene si fermò un attimo, sorpresa dalla sua offerta. «Davvero... posso restare?»
«Certo,» rispose Elion, con un sorriso caldo. «Abbiamo bisogno di giovani che vogliono fare la differenza.»
Arlene, per la prima volta dopo tanto tempo, si sentì speranzosa. Non era molto, ma forse, solo forse, aveva trovato un posto da chiamare casa.