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← Sympathy for the Devil

Creato il 26/04/2026, 00:02 · Aggiornato il 26/04/2026, 00:03

Capitolo 1: Capitolo 1

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  • Contenuto Sessuale Esplicito
  • Morte
  • Sangue
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Il sole basso tingeva di rame il cielo polveroso. Il SUV scuro avanzava lento sullo sterrato come un animale stanco, sollevando una lingua di polvere che si sfilacciava nell’aria calda dietro di loro. Le sospensioni gemevano a ogni buca, il telaio sobbalzava, e gli pneumatici mordevano la terra con un suono che era a metà fra il masticato e il graffio.

Jude serrò la mascella, ingoiando un’imprecazione all’ennesimo sobbalzo. Guidavano da ore su quella strada di merda, e lui aveva perso sensibilità alle chiappe due ore prima. Come se non bastasse, era schiacciato di sbieco contro lo sportello dalla bara di legno chiaro che occupava quasi tutto l’abitacolo. Il bordo grezzo gli premeva contro la coscia, e ogni scossone gli faceva sbattere il ginocchio contro la maniglia. Avrebbe avuto un livido nuovo da aggiungere alla collezione, e questa volta non sarebbe nemmeno stato in grado di raccontare a nessuno come se l’era fatto.

I due uomini davanti se la passavano meglio, non essendo stipati come sardine, ma non offrivano svago. Quello sul lato del passeggero — un tipo sulla quarantina, capelli scuri tagliati corti, pelle olivastra cotta dal sole, una cicatrice sottile che gli incideva il sopracciglio destro come una virgola dimenticata — ogni tanto si girava verso di lui, come a controllare che fosse ancora vivo, ma non aveva spiccicato una sillaba da quando erano partiti. Il guidatore, un vecchio dall’aria scorbutica con un braccio ingessato fino al gomito e occhi grigi come pietra bagnata, dava l’impressione di essere un’autentica testa di cazzo. Non aveva nemmeno acceso la radio. Tre ore di silenzio, e l’unico rumore era stato il gemito delle sospensioni e il respiro corto del tipo accanto.

L’aria nell’abitacolo era densa e pesante come cemento fresco. Jude si passò una mano sulla fronte. La pelle gli scottava, ma le dita erano fredde — il classico, beato regalo dell’astinenza che cominciava a farsi sentire dopo nemmeno mezza giornata. Avrebbe dato qualunque cosa per potersi fare un po’ di quell’eroina che aveva nascosto nella tasca interna della giacca, ma aveva la sensazione precisa che il vecchio non avrebbe apprezzato. Si sarebbe fermato, gli avrebbe puntato la pistola al naso — perché certo che aveva una pistola, gente come quella ne aveva sempre una — e gli avrebbe spiegato in due parole secche che da lui ci si aspettava professionismo. Anche solo pensare alla parola professionismo applicata a sé stesso bastò a strappargli un mezzo sorriso. Trentadue anni, sette di galera, due overdose, zero conti in banca, un capolavoro di curriculum che culminava con due sconosciuti dentro un SUV in mezzo al niente.

Lo sguardo del vecchio nello specchietto retrovisore lo trovò per un secondo. Era uno di quegli sguardi che ti dicono che la tua vita, in quel momento, non ti appartiene. Apparteneva a lui, e a quanto era disposto a fare per portarla a casa.

Jude distolse gli occhi, fingendo interesse per un punto qualsiasi del paesaggio. Fuori dal finestrino, il niente. La campagna inglese aveva un suo modo specifico di essere niente, fatto di siepi disordinate e cieli larghi e villaggi che apparivano e scomparivano in trenta secondi — ma niente lo stesso. Erano molti chilometri da Londra. Quanti, di preciso, non lo sapeva: gli era stato detto di salire in macchina con la giacca sulla schiena e tenere la bocca chiusa, e per una volta in vita sua aveva eseguito.

Aveva accettato di fare quella cosa unicamente perché Jack l’aveva costretto.

«Fai questa cosa per me e considererò i tuoi debiti estinti» aveva detto Jack, con quel suo sorriso che non raggiungeva mai gli occhi. E Jude non ci aveva pensato due volte. Sulle prime gli era sembrato di aver vinto al gratta e vinci. Poi aveva visto la bara, e qualcosa nello stomaco gli si era riposizionato in un angolo che non aveva mai saputo di possedere.

Jack non aveva specificato cosa ci fosse, dentro la bara. Non aveva specificato perché ci fossero un vecchio storpio e un tipo con la cicatrice. Non aveva specificato dove andassero. Si era limitato a dire: vanno a prenderti loro, fai quello che ti dicono, e quando torni siamo a posto. E Jude aveva accettato, perché l’alternativa era trovare ottomila sterline entro tre giorni o avere un infortunio sul lavoro abbastanza grave da non camminare più senza bastone.

L’aveva trovato Ty, il giorno prima. Ty Bennet, lo spacciatore di Jude da quando avevano dieci anni e si scambiavano figurine dei calciatori in cortile. Ty con i suoi rasta sciatti e le quattro fedi d’oro alle dita e il sorriso largo da bambino sotto la barba di tre giorni. Ty che, una settimana prima, gli aveva tirato le orecchie con un tono da fratello maggiore e un pizzico di disperazione: J.D., ti devi dare una calmata, bro. Ti devi dare una mossa. Jack ha fatto i nomi, è arrivato il momento. E poi, a bassa voce, mentre infilava un rotolo di banconote nella tasca della giacca di Jude: non ti posso più coprire, ti giuro. Mi sto giocando il culo anch’io.

E Jude aveva annuito, aveva ringraziato, aveva detto a Ty che si sarebbe sistemato, aveva preso le banconote e ne aveva spese più di metà in eroina entro mezzogiorno. Perché era così che funzionava. Perché Jude Doyle, Cristo santo, era nato per fare esattamente quel tipo di scelta lì.

Un colpo proveniente dalla bara lo fece sussultare.

Fu così rapido e lieve che per un attimo pensò di averlo immaginato. Si voltò lentamente a guardare il legno chiaro, trattenendo il respiro. Niente. Eppure l’aria dentro l’auto, ne avrebbe giurato, era diventata di colpo più fredda di un grado.

«Quanto manca?» domandò Jude. La voce gli uscì più roca di quanto avrebbe voluto, come se fosse rimasta troppo a lungo in un cassetto chiuso.

Il vecchio gli lanciò un’occhiata glaciale dallo specchietto. «Ti sembro forse un dannato tassista? Ci arriviamo quando ci arriviamo.»

Bel modo di parlare a uno con cui stai per condividere un crimine grave, pensò Jude, ma evitò di dirlo ad alta voce. Il tipo con la cicatrice — quello che fino ad allora non si era mai voltato del tutto — gli rivolse un mezzo sguardo veloce, e Jude colse, dietro la cicatrice, una specie di rincrescimento. Come se gli volesse dire anch’io, bro. Anch’io non vorrei essere qui. Poi tornò a fissare la strada.

Erano arrivati a una specie di incrocio. La strada sterrata si divideva in quattro direzioni, tutte ugualmente deserte e polverose. Il vecchio rallentò appena e svoltò a destra, verso la foresta, con la sicurezza di chi conosce bene la strada nonostante l’assenza di qualsiasi indicazione. Niente cartelli. Niente luci. Nessun rumore di altri motori.

Quel posto era nel bel mezzo del nulla. La sensazione di essere finiti fuori dal mondo conosciuto si attorcigliò intorno alle costole di Jude come una corda bagnata.

Il vecchio proseguì, inoltrandosi tra la vegetazione. Gli alberi si chiudevano sopra di loro come dita nodose, creando un tetto naturale di fronde intrecciate, come a volerli proteggere o, forse, a nasconderli. La luce filtrava a stento tra i rami, disegnando giochi di ombre sul sentiero, che diventava sempre più stretto e sinuoso mentre si addentravano in quel labirinto verde. Il silenzio del bosco era rotto soltanto dal rumore dei pneumatici che schiacciavano foglie secche e piccoli rami.

Avanzarono per un’altra mezz’oretta, mentre il sole scendeva ancora più basso tra gli alberi e il rame del cielo virava al sangue. Poi il vecchio finalmente si fermò, tirando il freno a mano con un gesto secco. Aprì il cassetto del cruscotto e ne tirò fuori una pistola — una semiautomatica scura, vissuta, niente di scenografico, l’arma seria di chi le sa usare — che controllò con fare esperto prima di infilarsela nella cintura dei pantaloni. Il colpo in canna fece un suono asciutto che rimbalzò sul parabrezza.

Poi smontò, con una lentezza che dava la misura di tutti gli acciacchi che il braccio ingessato non bastava a spiegare.

«Scendete.»

Jude e il tipo con la cicatrice si guardarono per la prima volta, e in quello sguardo passò una conversazione intera. Non lo conosci nemmeno tu, vero?No, bro. Non lo conosco nemmeno io.

Smontarono. Il tipo con la cicatrice scese dal lato passeggero con la goffaggine di chi ha le ginocchia stanche, raddrizzandosi e mettendosi una mano sulla schiena. Jude dovette spingere la bara di mezzo metro per riuscire a uscire dalla portiera dietro, e nel farlo gli arrivò di nuovo, fortissima, la sensazione che dentro ci fosse qualcosa che pesava in modo sbagliato.

Si trovò in piedi nell’aria della foresta. Era più fresca di quanto si aspettasse, e l’odore del muschio e del legno bagnato gli ripulì per un istante le narici dalla polvere del viaggio. Le gambe gli formicolavano. Piegò un paio di volte le ginocchia per far ripartire il sangue, e si guardò intorno.

Non c’era nulla. Solo alberi, una piccola radura naturale con un tronco caduto al centro, e oltre quella un dolce pendio che saliva verso un punto più scuro tra gli abeti.

«Lassù» disse il vecchio, indicando il pendio con il mento. «Tirate fuori la bara. Portatela su. Lì in cima ci sono le pale.»

Jude si voltò verso il tipo con la cicatrice e si rese conto, soltanto adesso, che non sapeva nemmeno come si chiamasse. Il tipo doveva avere pensato la stessa cosa nello stesso istante, perché tese la mano — un gesto stranamente formale, considerato il contesto — e disse, con un accento che a Jude sembrò spagnolo o forse portoghese: «Mateo.»

«Jude.»

«Piacere mio.»

«Anche.»

Il vecchio sbuffò. «Quando avete finito.»

Sollevarono insieme la bara. Era pesante — più pesante di quanto Jude si aspettasse, un peso compatto e omogeneo che non oscillava come avrebbe dovuto se ci fosse stato dentro un corpo morto. Jude se la mise sulla spalla destra e cominciò a salire dietro Mateo, le scarpe che scivolavano sul tappeto di aghi di pino. A metà del pendio era già senza fiato. Pulizia del polmone, gli aveva detto un medico sei mesi prima, prima che Jude smettesse di andare dal medico. Pulizia del polmone, signor Doyle, se proprio non vuole smettere di fumare.

Arrivarono in cima. Il sole adesso era una linea bassa fra gli alberi, dell’esatto colore della carne cruda. C’era una piccola radura ovale, una piazzola che sembrava fatta apposta — e infatti era fatta apposta, capì Jude, vedendo le tre vecchie pale appoggiate a un tronco, e i tre cumuli di terra rossastra mezzi ricoperti di foglie. Tre cumuli. Non era la prima volta.

L’idea gli si sedette nello stomaco e ci rimase.

«Scavate.» Il vecchio era arrivato dietro di loro senza fare alcun rumore. La pistola gli pendeva tranquilla dalla cintura. Si sedette sul tronco con un grugnito, e indicò il punto con un cenno del bastone. «Profonda un metro e mezzo. Larga abbastanza per la cassa. Avete fino al buio.»

Mateo si fece il segno della croce, mormorando qualcosa fra i denti che a Jude suonò come Madre de Dios, perdóname.

Era un gesto piccolo, rapido, fatto come si fa un automatismo dell’infanzia che torna nei momenti in cui niente ti aiuta. Jude lo notò perché ne aveva visti, nella sua vita, di gesti così. Le madri delle vittime in tribunale. I tossici nella stanza dove si aspetta. Il prete che era venuto a trovare suo nonno il giorno prima che morisse. Il segno della croce nei momenti in cui sai che quello che sta succedendo è troppo grande per te.

Presero ciascuno una pala e cominciarono.

La terra era dura nei primi venti centimetri, poi cedette. Era una terra rossa, argillosa, che si attaccava al ferro della pala come carne. Jude ci si mise di gusto, paradossalmente, perché lavorare gli faceva almeno passare il tempo, e perché non pensare alla bara dietro di loro era la priorità numero uno. Il sudore gli colava lungo la schiena, sotto la giacca che non si era levato per non mostrare la bustina nascosta. Si sentiva i polsi tremare, quel tremito sottile e fastidioso che precede l’astinenza vera. Mancava forse mezz’ora prima che diventasse insopportabile. Forse meno.

Mateo lavorava con una metodicità che a Jude metteva quasi soggezione. Affondava la pala, sollevava, scaricava, affondava di nuovo, in una cadenza regolare che sembrava una preghiera ritmata. Jude lo guardò di sbieco. Il sudore gli colava sulla cicatrice del sopracciglio e ci si raccoglieva, brillando come olio.

«Chi è?» disse Jude, a voce bassa, indicando con il mento il vecchio.

Mateo non rispose subito. Tirò su una palata di terra, la scaricò di lato, prima di mormorare: «Non lo so.»

«E tu come ti sei trovato in mezzo?»

«Debiti.»

«Anch’io.»

Mateo gli rivolse un mezzo sorriso che aveva dentro tutta la solidarietà che si poteva permettere senza farsi sentire dal vecchio. «Pensavo» disse. «Hai gli occhi.»

«Gli occhi?»

«Gli occhi di chi sa che non è qui per piacere.»

Jude stava per ridere, e si trattenne. Continuarono a scavare. Ogni tanto il vecchio lanciava un’occhiata, ma quasi più per noia che per controllo. Sembrava piuttosto perso a fissare un punto qualsiasi tra gli alberi, come se ascoltasse qualcosa che loro non sentivano. Una volta Jude credette di vederlo muovere le labbra senza emettere suono.

La buca cresceva. La fossa, più correttamente. Jude smise di chiamarla buca dentro la propria testa quando arrivò all’altezza dei suoi fianchi.

A un certo punto Mateo si fermò. Si appoggiò alla pala. Fissò la bara, in cima al pendio, ferma sulla terra battuta, una sagoma chiara contro l’oscurità che cresceva tra gli alberi.

«Questa cosa cattiva» mormorò, la voce così bassa che Jude all’inizio non capì cosa avesse detto. «Dio punirà noi per questo.» Poi, quasi a sé stesso, una preghiera bassa, ritmata, sotto il fiato: «Padre nuestro, que estás en los cielos…»

«Eh?»

Mateo gli scoccò un’occhiata di sguincio, ma non si girò del tutto. Lanciò un’occhiata nervosa al vecchio, che continuava a fissare il vuoto. Poi sussurrò: «C’è qualcosa lì dentro.»

«Sì, bro, è una bara. Di solito ci stanno dentro le persone.»

«No.» Mateo scosse il capo con violenza, facendo di nuovo il segno della croce, rapido. «Io prima ho sentito grattare. Mentre eravamo in macchina. Tu dormivi, non hai sentito.»

«Non dormivo.»

«Allora non hai sentito lo stesso.»

«Cosa hai sentito?»

«Grattare. Come unghie sul legno. Per cinque secondi, dieci. Poi basta. È viva. Quella cosa è viva.»

Jude si guardò la pala in mano. Si guardò la fossa. Si guardò la bara. Sentì arrivare l’astinenza nel modo in cui ti arriva un ascensore: lo scatto, l’inizio del moto, e poi il pavimento che ti molla sotto i piedi. Il bisogno gli salì lungo le braccia in onde fredde. Aveva la bocca asciutta e gli occhi acquosi. Se non si faceva nei prossimi dieci minuti, si sarebbe messo a vomitare nella fossa che stavano scavando, e quello, statisticamente, sarebbe stato il sigillo definitivo a una giornata già miracolosamente disastrosa.

Smise di scavare e si voltò a controllare il vecchio, che rimase immobile sul tronco, gli occhi grigi persi in chissà quali oscuri pensieri. Con movimenti cauti tirò fuori la bustina dalla tasca interna della giacca, sentendo la plastica scricchiolare tra le dita. Lasciò cadere un po’ di polvere bianca sul dorso del pugno, poi lo portò velocemente al naso, volgendo le spalle sia al vecchio che a Mateo.

L’effetto arrivò in pochi secondi: caldo dentro le costole, le ginocchia che smettevano di tremare, il mondo che riprendeva la sua giusta distanza.

Si voltò. Mateo lo stava fissando, gli occhi sgranati, un misto di incredulità e panico. La pala gli pendeva dalle mani, dimenticata.

«¡Guárdala!» sibilò, con un gesto repentino della mano, gli occhi che saettavano nervosamente tra Jude e il vecchio. La vena sulla tempia, accanto alla cicatrice, gli pulsava visibilmente. «Mettila via, idiota. Non ora!»

«Tranquillo» mormorò Jude, infilando di nuovo la bustina nella giacca. «Non gli interessa. Sta in trance, non lo vedi?»

«Tu ascoltami.» Mateo gli si era avvicinato, la voce ridotta a un sussurro feroce. Aveva il fiato che sapeva di tabacco freddo e di paura. «Tu mi devi aiutare. Lì dentro c’è qualcuno. Ti giuro su mia madre. Tu apri lui, io tengo il vecchio. O tu tieni il vecchio e io apro lui. Una delle due.»

«Sei impazzito?»

«Forse. Ma c’è qualcuno vivo, lì dentro. Capisci? Vivo

Un altro suono dalla bara, più forte questa volta. Non un grattare. Un colpo. Asciutto, deciso. Come un pugno.

Jude e Mateo si girarono insieme verso il vecchio. Il vecchio non aveva sentito, oppure aveva sentito e gli era indifferente. Continuava a fissare il vuoto con quegli occhi grigi che sembravano non riflettere nulla.

«Viva. Está vivo.» ripeté con fermezza Mateo, appoggiando la mano callosa sulla bara. «Io apro. Tu distrai lui.»

Jude sentì il proprio cuore, drogato com’era, riprendere a martellare. L’effetto dell’eroina stava già velocemente scivolando in qualcosa di diverso — non più calma, ma una lucidità affilata e sgradevole, una di quelle lucidità che ti permettono di vedere benissimo in che merda sei finito. Possibile che ci fosse davvero una persona viva, lì dentro? Non un cadavere, ma un essere umano che respirava, che lottava, che aveva graffiato il legno con le unghie per ore mentre lui e Mateo lo trasportavano inconsapevoli su una strada di campagna?

L’idea gli si piantò in mezzo al cervello.

Se fosse stato così, non stavano solo occultando un cadavere — stavano per commettere un omicidio. Un omicidio a sangue freddo, premeditato, organizzato, pulito. Sapeva esattamente che faccia avrebbe avuto, in tribunale: ottocento anni, pena massima. Sapeva esattamente cosa avrebbe detto sua sorella, se mai l’avesse rivisto da dietro un vetro. Te l’avevo detto, J.D. Te l’avevo detto.

Avrebbe passato il resto della sua vita in galera, se quella merda fosse venuta fuori. Sempre che il vecchio non li ammazzasse prima sul posto. Cosa, riconobbe Jude con onestà cristallina, era a quel punto lo scenario più probabile dei due.

La sua mente corse veloce. Il volto di Jack quando gli aveva affidato il lavoro. Le sbarre di una cella. Il buio di una tomba in mezzo al bosco. Cercava una via di fuga, ma il suo corpo era bloccato, i piedi nella terra rossa fino alle caviglie, e il raspare sotto la bara continuava, più forte, più insistente, le unghie che grattavano il legno con una disperazione che Jude non avrebbe mai potuto fingere di non aver sentito.

Non era troppo tardi per fermarsi, si disse. Al diavolo Jack e i suoi dannati debiti. Al diavolo tutto quanto. Si sarebbero trovati un altro modo. Sarebbe scappato, avrebbe cambiato nome, sarebbe sparito. Qualunque cosa, pur di non diventare complice di un’esecuzione.

Con un respiro profondo, annuì verso Mateo. Non era un eroe, lo sapeva. Era solo un tossico con un sacco di problemi. Ma questo — seppellire viva una persona — era troppo persino per lui.

Mateo gli rivolse uno sguardo che Jude non avrebbe più dimenticato. Era uno sguardo di puro, semplice riconoscimento.

Jude si voltò verso il vecchio, schiarendosi la gola.

«Ehi!» urlò, alzando la voce più di quanto fosse necessario. L’uomo, che fino a quel momento era sembrato perso in trance, tornò improvvisamente presente a sé stesso, raddrizzando la schiena sul tronco e fissandolo con sguardo penetrante. «Ce l’hai un po’ d’acqua? Qui stiamo morendo di sete!»

Uscì dalla buca con cautela, sentendo le gambe incerte sotto il peso del corpo, e si diresse verso il vecchio con il sorriso più vacuo che riuscì a produrre. Mentre si allontanava, lanciò un’occhiata a Mateo, che annuì impercettibilmente e si chinò sulla bara, le mani pronte a sollevare il coperchio non appena avesse avuto campo libero.

Il vecchio lo guardò torvo, gli occhi neri che brillavano di sospetto alla luce morente. Poi si alzò con espressione scocciata, la pistola ancora stretta nella mano rugosa, e gli fece cenno di seguirlo. Tornarono alla macchina in silenzio. Il vecchio camminava davanti a Jude con un passo sorprendentemente sicuro nonostante l’età e gli acciacchi. Sicuro, e silenzioso. Jude si rese conto, osservando le sue spalle, che non riusciva a sentirne i passi. Le foglie secche dovevano scricchiolare anche sotto i suoi piedi, e invece il vecchio si muoveva come se la foresta lo lasciasse passare per cortesia.

«Tieni» disse brusco, prendendo dal bagagliaio una bottiglietta d’acqua e lanciandogliela con un movimento rapido e quasi sprezzante.

«Grazie.»

Jude la afferrò al volo. Si accorse solo in quel momento di quanto fosse assetato. Svitò il tappo con dita tremanti e svuotò quasi tutta la bottiglietta in lunghi sorsi avidi, sentendo l’acqua fresca scendergli giù per la gola secca. Gli lavò via parte del torpore, restituendogli un minimo di lucidità che, in quel momento, non era esattamente quello che voleva.

«Vi manca ancora molto?» domandò il vecchio, chiudendo il bagagliaio con un colpo secco che risuonò nella quiete del bosco.

«No.» Jude si pulì la bocca con la manica della giacca sporca di terra, cercando di guadagnare più tempo possibile. «Abbiamo quasi finito.»

Tese l’orecchio, cercando di captare qualche suono proveniente dal punto in cui aveva lasciato Mateo, ma non si sentiva nulla a parte il fruscio del vento tra le foglie e il battito accelerato del proprio cuore.

«Ti faccio una domanda, ragazzo.»

Il vecchio si era appoggiato al cofano del SUV. Aveva tirato fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette, ne aveva pescata una, e adesso stava cercando l’accendino con la mano del braccio sano, gli occhi fissi su Jude. Aveva uno sguardo che non chiedeva permesso.

«Spara.»

«Quanti anni hai?»

«Trentadue.»

«E quanti ne hai passati a farti?»

Jude sentì il proprio mezzo sorriso scomparire. «Senti, bro...»

«Non sono il tuo bro. E non sto giudicando. Sto chiedendo.» Il vecchio trovò l’accendino, accese la sigaretta, soffiò il fumo verso il cielo che adesso era nero quasi del tutto. «Tu domani sera, se domani sera arrivi vivo, te ne fai un’altra. Lo sai anche tu. E chi te lo vende sa cosa stai facendo qui adesso, perché è per quello che ti ha dato il lavoro. Ti chiedo solo: sei sicuro che ne valga la pena?»

Jude lo fissò. Aveva quasi esaurito la bottiglietta. Si sentiva, bizzarramente, accusato e protetto allo stesso tempo, come quando da bambino la maestra ti rimproverava davanti a tutta la classe ma poi ti dava la sua merenda. Non sapeva cosa rispondere, e questa volta non era la dose a impedirglielo.

«Come ti chiami, intanto?» chiese, più che altro per spostare la conversazione.

Il vecchio tirò una boccata lunga, scrutandolo come se la domanda fosse una trappola. Poi alzò appena le spalle, come a dire tanto, fra qualche ora, quale differenza fa.

«Bramwell.»

«Solo Bramwell?»

«Solo Bramwell.»

Un improvviso schiocco di rami spezzati li fece sussultare entrambi.

Il suono secco si propagò nell’aria immobile come uno sparo, rompendo il silenzio spettrale della foresta. Il vecchio sollevò la pistola con un gesto fluido e rapido, l’arma che sembrava un’estensione naturale del suo braccio. Gli occhi grigi scrutavano l’oscurità con la precisione di un predatore, vigili e freddi come ghiaccio. La sigaretta gli era caduta dalla bocca. Non l’aveva nemmeno notato.

Jude si voltò di scatto, il sangue che gli si gelava nelle vene. L’oscurità era ormai quasi completa, le ombre degli alberi si fondevano in una massa nera e impenetrabile. Il buio era troppo fitto per distinguere qualcosa oltre pochi metri, ma il suono era stato chiaro. E vicino.

«Che cosa è stato?» disse, la voce che si incrinava, più acuta di quanto avrebbe voluto.

«Resta qui.» Il vecchio aveva già le mani su una torcia, che accese con un gesto. Il fascio bianco tagliò la foresta. «Non muoverti.»

Si arrampicò rapidamente lungo la salita con un’agilità sorprendente per la sua età, la pistola stretta saldamente nella mano del braccio sano, il braccio ingessato che sembrava non ostacolarlo minimamente. Jude rimase fermo accanto alla macchina, le scarpe nella terra, la bottiglietta vuota stretta in pugno come se servisse a qualcosa.

Non aveva nessuna voglia di seguirlo.

Si sentiva incredibilmente vulnerabile. Solo, nel buio crescente della foresta. Ascoltò i passi del vecchio allontanarsi — niente, anche stavolta non li sentiva davvero, sentiva solo il fascio della torcia spostarsi tra gli alberi —, e con mani tremanti tirò fuori la bustina dalla tasca e si concesse un’altra sniffata, più generosa di quella di prima, cercando rifugio nell’unica cosa che poteva dargli conforto.

La droga si diffuse rapidamente, appianando le creste aguzze del terrore, lasciando spazio a una calma artificiale. Il mondo si fece più distante, più gestibile. Alzò lo sguardo e vide il vecchio raggiungere la cima del pendio, una sagoma scura stagliata contro il cielo notturno, la torcia che oscillava davanti a sé. Un attimo dopo era scomparso, inghiottito dall’oscurità della foresta.

Jude sbatté le palpebre, confuso. Dov’era finito? Era come se il buio stesso l’avesse divorato, torcia e tutto.

Stava per fare un passo avanti, spinto da una curiosità annebbiata dall’eroina, quando le urla del vecchio squarciarono il silenzio.

Furono brutte. Urla brutte. Non c’era altra parola. Non erano urla di sorpresa, e non erano urla di dolore. Erano urla di pura, incomprensibile incredulità, le urla di un uomo che si stava rendendo conto, troppo tardi, di aver vissuto tutta la vita sbagliando bersaglio. Durarono forse tre secondi, e poi si interruppero di colpo, come se qualcuno avesse staccato la spina.

Jude sobbalzò così violentemente che fece un mezzo passo all’indietro, il cuore in gola. La sua mano cercò d’istinto la maniglia della portiera del lato passeggero, e in due gesti goffi si infilò nell’abitacolo, chiudendo con un colpo secco che riecheggiò nella foresta. Scavalcò sul sedile del guidatore, la testa che gli girava per i movimenti bruschi.

Non capiva cosa cazzo stava succedendo, ma di sicuro non sarebbe rimasto per scoprirlo.

Il silenzio dopo le urla era ancora più terrificante delle urla stesse.

Con dita febbrili, cercò di avviare la macchina, solo per rendersi conto, con un tuffo al cuore, che non aveva le chiavi. Erano rimaste col vecchio. Il vecchio che, presumibilmente, in quel momento, non era più in condizione di restituirgliele.

«Cazzo, cazzo, cazzo!» sibilò Jude tra i denti.

Abbassò il parasole con uno schiaffo disperato, sperando di trovare una copia di riserva nascosta lì, come aveva visto fare nei film. Niente. Aprì il vano portaoggetti. Niente. Cercò dietro l’aletta del passeggero. Niente. Sotto il tappetino. Niente.

Si passò una mano tra i capelli sudati, il cuore che gli martellava nel petto come un tamburo impazzito. Fuori, il buio sembrava stringersi sempre di più intorno all’auto, come una creatura viva, affamata. Le ombre degli alberi si allungavano, contorcendosi come braccia scheletriche che cercavano di afferrarlo.

Tutto a un tratto, la portiera del passeggero si aprì con uno scatto metallico, e un ragazzo si infilò dentro, rapido e silenzioso come un gatto. Jude non ebbe nemmeno il tempo di reagire, paralizzato dalla sorpresa.

Il ragazzo aveva sia la bocca che le mani sporche di sangue fresco. Brillava nero nella penombra dell’abitacolo. Un rivolo scuro gli colava lentamente sul mento e si fermava alla mascella, stillando ogni tanto sul colletto della camicia. La maglietta bianca, sgualcita e macchiata, sembrava non aver visto una lavatrice da settimane. Era deperito, con il volto scavato da fame e privazioni, e i capelli castano scuri afflosciati sul viso, unti e appiccicati alla fronte sudata.

Ma furono gli occhi a catturare completamente l’attenzione di Jude.

Grandi occhi azzurri, da bambino. Limpidi e spiazzanti. Di una bellezza quasi irreale, intensi perfino in quell’oscurità. Occhi che sembravano appartenere a un altro volto, a un’altra vita. Occhi antichi in un viso giovane.

Per un attimo, nessuno dei due parlò. Solo il battito accelerato di Jude e il suo respiro affannoso riempivano l’abitacolo, mentre il ragazzo lo studiava con un’intensità inquietante. Aveva la testa leggermente inclinata di lato, come un uccello.

«Sei un cacciatore?» domandò infine il ragazzo. La voce era roca, come se non la usasse da molto tempo, ma il suo accento — Jude lo notò perfino in quella manciata di parole — era pulito, controllato, di un’altra epoca. Non l’accento di un ragazzo della sua età.

«Un... cosa?» balbettò Jude, che non riusciva a distogliere lo sguardo dal sangue che macchiava le labbra e le mani del giovane. Un pensiero terribile gli attraversò la mente. «Tu... li hai uccisi? Mateo e il vecchio?»

«Mateo era quello con la cicatrice?»

Jude deglutì e annuì debolmente.

«Sì.»

Jude chiuse gli occhi per mezzo secondo. Il fatto che Mateo fosse morto da solo, lassù, mentre Jude si faceva una sniffata accanto al SUV, gli si sedette nel petto come un sasso che non si sarebbe più tolto.

«E il vecchio?» riuscì a chiedere.

«Anche.»

Avrebbe voluto dire altro — provare a sentire se l’idea che il vecchio fosse morto gli pesasse o lo sollevasse o lo lasciasse del tutto indifferente —, ma non riuscì a trovare niente di adatto.

«Sei un cacciatore?» ripeté il ragazzo, con la stessa identica intonazione di prima, come se la conversazione precedente non fosse mai esistita.

«No. Ti giuro di no, bro. Io... io non so neanche cosa sia un cacciatore. Mi hanno solo pagato per portarvi qui. Non so chi sei tu, non so chi era lui, non...»

«Pagato come?»

«Eh?»

«Pagato come? Chi ti ha pagato?»

«Un tipo. Si chiama Jack. È un... uno strozzino, diciamo. Avevo un debito con lui.»

«Quanto?»

«Ottomila sterline.»

«E tu come ti chiami?»

«Jude... Jude Doyle, ma tutti mi chiamano J.D.»

Il ragazzo lo studiò con quegli occhi penetranti, come se stesse leggendo qualcosa scritto nella sua anima. Il sangue sulla bocca aveva cominciato a seccarsi, formando una crosta scura che accentuava il pallore della pelle.

«Hai della droga con te, Jude Doyle?»

Jude esitò un secondo di troppo.

«Non c’è bisogno che tu menta» disse il ragazzo, con una calma che sapeva di noia educata. «La sento da qui.»

«Senti che cosa?»

«La droga.»

«La...»

«La senti anche tu, ne sono sicuro. Solo, in modi diversi. Per favore, dammela.»

C’era qualcosa di così tranquillo nella voce del ragazzo, e qualcosa di così palesemente sbagliato in tutta la situazione, che Jude — con uno di quei movimenti automatici dell’autoconservazione che non passano per il cervello — tirò fuori la bustina dalla tasca interna e gliela porse senza pensarci.

Il ragazzo la prese fra il pollice e l’indice, come si prende una cosa morta. La guardò un secondo. Poi abbassò il finestrino e la lanciò fuori, in mezzo agli alberi, con un movimento svelto e netto.

Jude rimase a bocca aperta. «Ma che cazzo...»

«Adesso scendi.»

«Cosa?»

«Scendi dal sedile. Dietro. Mettiti dietro.»

Era un ordine, pacato ma assoluto. Jude obbedì senza nemmeno rendersi conto di averlo deciso. Si infilò goffamente nei sedili posteriori, schiacciato di nuovo contro lo sportello, mentre il ragazzo passava sul sedile del guidatore con una scioltezza che non avrebbe dovuto avere. C’erano le chiavi nella sua mano. Jude non l’aveva visto prenderle. Doveva averle prese al vecchio.

Il ragazzo accese il motore. La radio si svegliò sintonizzata su una frequenza vuota, statica bianca, e lui la spense con un gesto rapido. Mise la marcia. La macchina cominciò a scendere lungo lo sterrato in retromarcia, con una precisione assurda per le condizioni di luce.

Jude si guardò le mani. Tremavano. Ma non erano l’astinenza, stavolta. Erano altro.

«Sei fortunato, Jude» disse il ragazzo dopo un lungo silenzio, il tono quasi annoiato. C’era qualcosa di inquietante in quella calma innaturale. «Ho deciso che ti porterò con me. Mi condurrai da questo “Jack”.»

«Perché?»

«Perché Jack ha tentato di farmi uccidere, e questo è un problema mio. E perché tu, anche se non sei un cacciatore, hai accettato di scavarmi una fossa, e questo è un problema tuo. Sembra giusto che lo risolviamo insieme.»

«Non sapevo che dentro la bara ci fossi tu» protestò Jude, debolmente.

«Nemmeno il vecchio sapeva, in fondo. Sapeva solo che gli era stato detto di seppellirmi. Non è una giustificazione che porta lontano, però, vero?»

Jude non rispose.

Avevano raggiunto la strada principale. Il ragazzo girò il volante e imboccò l’asfalto, accelerando con la sicurezza di chi conosceva il percorso a memoria. Le luci basse del cruscotto disegnavano la sua mascella. Jude si rese conto, adesso che lo guardava più con calma, che era bellissimo. Bellissimo sotto il sangue. Bellissimo come certi ragazzi nei vecchi ritratti. Bellissimo in un modo che gli mise una piccola, ulteriore inquietudine.

«Voglio essere franco con te, Jude» disse il ragazzo, dopo un po’. La voce era misurata, come quella di un insegnante che spiega le regole il primo giorno di scuola. «Non ti farò del male, a meno che tu non mi costringa. Se tenterai qualche mossa azzardata — come provare a saltarmi addosso, o a buttarti dalla macchina, o a piantarmi qualcosa nel collo — ti ucciderò, se necessario. Senza rancore. Ti è chiaro?»

«Chiaro.»

«Bene.»

«Posso sapere chi sei?»

Il ragazzo esitò. Guidò in silenzio per quasi un minuto prima di rispondere, come se stesse decidendo se fidarsi o meno. Quando finalmente parlò, la voce aveva una nota di rassegnazione, come se stesse rivelando un segreto che tanto sarebbe venuto a galla.

«Non c’è stato tempo per le dovute presentazioni.» Rallentò leggermente mentre la strada si faceva più larga. «Sono Sebastian. Sebastian Ashe.»

«Piacere.»

«Vedremo.»

Sebastian gli rivolse un sorriso, il primo da quando era salito in macchina, e Jude vide i denti.

I canini erano lunghi. Più lunghi di quanto un canino di un essere umano abbia il diritto di essere. Bianchi, affilati come piccole lame d’avorio, e all’angolo destro del labbro superiore c’era ancora un grumo scuro di sangue.

Jude si schiacciò istintivamente contro lo sportello.

«Ah» disse Sebastian. Era un ah misurato, paziente, come se questo fosse il momento della conversazione che lui aveva previsto da venti minuti. «Sì. Quelli.»

«Quelli cosa, bro?»

«Te lo dico, ma ti pregherei di non urlare. Ho una specie di mal di testa.»

«Non urlo.»

«Sono un vampiro.»

Jude lo fissò. Aspettò. Aspettò ancora un po’. Sebastian non sorrideva, non strizzava l’occhio, non dava nessun segno di prendere in giro. Continuava a guidare con le due mani sul volante alle ore dieci e due, gli occhi azzurri fissi sulla strada.

Jude scoppiò a ridere. Una risata acuta, isterica, completamente fuori controllo, che venne fuori tutta insieme come un singhiozzo.

«Sì. Una reazione appropriata.» disse Sebastian, paziente.

«Cazzo, bro.» Jude si asciugò gli occhi. «Intendo come Dracula?»

«Non proprio. Le croci e l’aglio non mi fanno niente.» Sebastian lanciò una breve occhiata al piccolo crocifisso di plastica che ondeggiava appeso allo specchietto retrovisore. Lo accarezzò con un dito. Niente. «Ho la velocità, la forza, l’udito. Non posso digerire cibi solidi, ma solo liquidi, come il sangue. E non devo espormi alla luce del sole, questo sì.»

Sebastian pronunciò quelle parole con la naturalezza di chi elenca le caratteristiche di un’auto usata, senza enfasi, senza melodramma. Era quella normalità, più di ogni altra cosa, a essere inquietante.

«Dormi nelle bare?» chiese Jude. La voce gli tremava ancora un po’, tradendolo.

«No.» Sebastian scosse leggermente la testa, mantenendo lo sguardo fisso sulla strada che si dipanava nel buio davanti a loro. «Preferisco di gran lunga i letti, proprio come te.»

«Ti trasformi in pipistrello?»

Sebastian tornò a sorridere, e Jude vide ancora i canini, e questa volta non rise. Doveva esserseli modificati, si disse con crescente disagio, non c’era altra spiegazione. Esistevano persone che si facevano limature ai denti per sembrare vampiri, lupi, demoni, tigri — ne aveva sentito parlare in prigione, una volta. Forse era solo questo. Qualcuno con un trauma molto grande e un dentista molto ben pagato.

«Purtroppo no» rispose Sebastian, con un tono quasi nostalgico. «Mi sarebbe piaciuto poter volare.»

La strada si allargava, adesso, unendosi a un’arteria più grande che li avrebbe presumibilmente ricondotti verso la civiltà. Le luci distanti di una cittadina brillavano all’orizzonte come una costellazione terrestre. Da qualche parte oltre quella, c’era Londra. C’era Jack. C’erano i pub di Camden e gli appartamenti puzzolenti di Whitechapel e le cabine telefoniche fumose di King’s Cross. C’era un mondo a cui Jude apparteneva, o almeno credeva di appartenere fino a tre ore prima.

Jude lo studiò con attenzione, cercando indizi che potessero rivelare la verità dietro quella facciata. «Quanti anni hai?»

«Ufficialmente ventiquattro» rispose Sebastian, svoltando sulla strada principale con una sicurezza che suggeriva una familiarità con il percorso.

«E non ufficiosamente?»

Sebastian rimase in silenzio per un altro momento. Quando parlò, la sua voce aveva una nota di malinconia che sembrava genuina.

«Sono così dal millenovecentoventicinque.»

Jude fece un rapido calcolo mentale, le dita che tamburellavano nervosamente sul ginocchio. «Vuoi farmi credere che hai cento anni? Te li porti bene.»

«Tu, invece?» chiese Sebastian, ribaltando la conversazione con elegante naturalezza.

«Trentadue.»

«E da quanto tempo fai uso di sostanze?»

La domanda lo colse di sorpresa. Diretta, e priva di giudizio, esattamente come quella che il vecchio gli aveva fatto qualche minuto prima.

«Che ne so» bofonchiò. «Da anni.»

Si agitò sul sedile, sentendo l’assenza della bustina di eroina come un vuoto fisico. Quella era la sua vera, definitiva preoccupazione: che fine aveva fatto la bustina, esattamente, e quanto in fretta poteva tornare a recuperarne un’altra.

«E non sei mai stato tentato di smettere?» continuò Sebastian, il tono genuinamente curioso.

«Per un po’ l’ho fatto. Quando ero in prigione.»

«Come mai sei finito dentro?»

La domanda era posta con una tale naturalezza che Jude si ritrovò a rispondere quasi automaticamente, come se si trovasse a chiacchierare con un vecchio amico in un pub.

«Furto. Mi sono beccato sette anni. Ne ho fatti cinque e mezzo.»

«Un bel curriculum» commentò Sebastian, con sottile sarcasmo, l’angolo della bocca che si increspava.

«Almeno io non ammazzo la gente» si lasciò sfuggire Jude.

Si pentì delle parole nello stesso istante in cui le pronunciava. Si irrigidì sul sedile. Il sorriso di Sebastian gli morì sulle labbra, sostituito da un’espressione che Jude non riuscì a decifrare — non era rabbia, ma qualcosa di più profondo, di più antico. Un dolore così vecchio da essersi mineralizzato.

«Non mi hanno lasciato scelta» disse Sebastian, dopo un lungo silenzio.

«Mateo voleva solo aiutarti» azzardò Jude, ricordando la determinazione dell’uomo ad aprire la bara, e quella benedizione veloce, in spagnolo, sul legno. «Lo sai questo, vero? Lui era dalla tua parte.»

Sebastian lo guardò di traverso, gli occhi che si assottigliavano lievemente. «Hai detto che non li conoscevi.»

«Infatti è così.» Jude si affrettò a rispondere, sentendosi improvvisamente esposto. «Abbiamo scambiato due chiacchiere mentre scavavamo la tua tomba. Tutto qua.»

«E ti ha detto che voleva aiutarmi.»

«Voleva aprire la bara mentre io distraevo il vecchio.»

Sebastian non rispose. Continuò a guidare. Le luci della strada principale, adesso, gli passavano sul viso a intervalli regolari, e ogni volta il sangue secco intorno alla bocca brillava di un colore diverso. Jude si rese conto che Sebastian aveva chiuso gli occhi per un secondo. Solo un secondo. Una specie di lutto.

Il silenzio calò pesante, carico di tensione e non detti. Jude si voltò verso il finestrino, osservando le ombre degli alberi che scorrevano velocemente accanto a loro come spettri silenziosi. Le luci della città si avvicinavano, promessa di vita e di possibilità, e di Jack, e di altre eroine, e forse di un piano di fuga che a quel punto della serata non si sentiva ancora di formulare. Doveva aspettare. Era solo un pazzo che si credeva un vampiro, per quanto convincente potesse essere. Poteva gestirlo. Nella sua vita aveva affrontato peggio, molto peggio — gangster veri, spacciatori violenti, detenuti brutali — e questo qui non era niente che non potesse controllare, si ripeté come un mantra.

Le luci della cittadina cominciarono a chiudersi intorno a loro come un riparo. Ai lati della strada apparvero i primi cartelli, le prime pompe di benzina, un kebab aperto. Sebastian rallentò appena. Sembrava sapere benissimo dove stava andando, e il fatto che Jude non lo sapesse — il fatto che da quel momento in poi, fino a chissà quando, non sarebbe stato lui a decidere dove andare — era esattamente la realtà che adesso doveva accettare.

Bastava solo aspettare il momento giusto.

Si appoggiò al finestrino, gli occhi semichiusi, e fece finta di addormentarsi.

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