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Creato il 30/05/2026, 13:35 · Aggiornato il 30/05/2026, 13:37

Capitolo 3: l'universo

@bergadavideDavide
GeneraleCompleta

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Il silenzio nella mia auto era un boato assordante, più fragoroso delle sue vuote promesse e del tintinnio dei braccialetti tibetani che si era ostinato a regalarmi. Avevo appena chiuso la porta, non solo quella del suo monolocale che puzzava di incenso a buon mercato e sogni infranti, ma quella di un intero, imbarazzante capitolo della mia vita. Lasciare il Gran Maestro Kenshiro Takamura – nome d'arte che si era dato dopo un weekend a un corso intensivo di Reiki a Riccione – era stato meno doloroso e molto più liberatorio di quanto avessi immaginato. Il vero peso non era la fine della nostra "connessione cosmica", ma il buco nel mio conto in banca. Un prestito per "armonizzare le energie del centro olistico" (leggi: pagare l'affitto arretrato), un altro per "un importante seminario di purificazione a Bali" (leggi: un volo per Ibiza con annessa vacanza).

Mia madre, Jasmine, aveva ovviamente ragione. Le sue parole, taglienti come il vento di marzo, mi risuonavano in testa: "Sole, la spiritualità non è un pretesto per la mediocrità. Quell'uomo si sta approfittando della tua ingenuità e del tuo bisogno di trovare una strada che non sia la mia". E così, quella mattina, spinta più dalla sua volontà che dalla mia, avevo messo fine alla farsa, che era durata 2 lunghi anni.

Quando rientrai a casa, la trovai in salotto, intenta in una posizione di Hatha Yoga che sembrava sfidare le leggi della fisica e del buon gusto. Non si scompose, ma i suoi occhi marroni mi fulminarono.

«Fatto?» chiese, la sua voce calma come quella di un generale dopo una vittoria.

Annuii, lasciando cadere la borsa sul pavimento. «Sì, mamma. Il Gran Maestro è stato deposto.» con un gesto della mano nell'aria, a formare un taglio netto.

«Bene,» disse, tornando con un movimento fluido in posizione eretta. «Era ora. La vita non aspetta i conti in rosso. Ma non preoccuparti, ho già pensato a tutto.»

Ecco mia madre. Un uragano di energia controllata, una donna che non lasciava mai nulla al caso. Specialmente la mia vita.

«Ho parlato con il dottor Rossi,» continuò, porgendomi una tazza di tè che sembrava materializzatasi dal nulla. «Un mio caro amico. Ha uno studio di psicologia in centro, molto prestigioso. Gli serve un'assistente per iniziare. È perfetto per te, come apprendistato nel pomeriggio, dopo le lezioni all'università.»

«Fantastico,» replicai, sorseggiando il tè. «Così avrò finalmente qualcosa da raccontare alla prossima riunione di famiglia, oltre alle mie disavventure con santoni da strapazzo.»

Lei mi ignorò. «Inizi questo pomeriggio.»

Per poco non sputai il tè. «Come, pomeriggio? Non ho neanche il tempo di fare una doccia per lavarmi di dosso l'odore della sua aura... o del suo dopobarba, non ho ancora capito bene.»

«Sole,» disse, con quel tono che non ammetteva repliche, «l'illuminazione non aspetta. E nemmeno il dottor Rossi.»

Quel pomeriggio, mentre camminavo verso Piazza della Vittoria, mi sentii come una barca senza timone. Forse un lavoro "normale" era quello che mi serviva per mettere ordine nella mia vita e, soprattutto, nelle mie finanze. Lo studio del Dottor Rossi era silenzioso e raffinato, con mobili di design e opere d'arte contemporanea alle pareti. Lui era un uomo gentile, sulla cinquantina, con un'aria pacata e un sorriso rassicurante.

«Jasmine mi ha parlato molto bene di te, Sole,» disse, stringendomi la mano. «Ha detto che sei brillante e piena di risorse.»

«Sì, beh, mia madre ha un talento naturale per il marketing,» risposi con un sorriso. «Soprattutto quando si tratta di sua figlia.»

Lui rise, una risata genuina. «Vieni, voglio presentarti la mia collaboratrice più preziosa. È appena tornata da un lungo periodo all'estero...» lasciando quella parola ‘estero’ sospesa nell'aria.

Mi guidò lungo un corridoio fino a una porta socchiusa. Bussò leggermente ed entrò.

E fu allora che la vidi.

Era seduta dietro a una scrivania di noce, di schiena alla finestra da cui filtrava la luce dorata del pomeriggio. Aveva lunghi capelli neri, lisci come seta, e indossava un semplice abito marrone che le dava un'aria quasi monacale. Stava sfogliando un libro, ma alzò lo sguardo sentendoci entrare.

Quando i suoi occhi verdi incontrarono i miei, il mondo si fermò. Erano occhi stanchi, velati da una tristezza profonda, quasi antica. Così profondi che potevi vederci vorticare dentro intere galassie. Eppure, al di sotto di quella malinconia, c'era una calma assoluta, una pace così radicata che zittì di colpo tutto il rumore che avevo dentro.

Credo che la parola che si manifestò nella mia mente con forza, fu ‘magnetica!’ Per la prima volta nella mia vita, quel giorno, sentii un silenzio vero.

«Sofia, ti presento Sole,» disse il Dottor Rossi, ignaro del terremoto che mi stava scuotendo. «Sarà la nostra nuova assistente.»

Lei si alzò, un movimento fluido ma appesantito da un'invisibile stanchezza, e mi tese la mano. «Piacere, Sole,» disse. La sua voce era melodiosa, ma con una nota fragile, come una corda di chitarra che vibra ancora dopo essere stata pizzicata troppo forte.

Strinsi la sua mano. Il suo tocco era caldo, gentile. E in quello sguardo che conteneva un dolore silenzioso, capii che non ero arrivata lì per caso. Quell'incontro non era un lavoro trovato da mia madre. Era l'inizio di qualcosa di completamente diverso.

«Sofia, ti presento Sole,» disse il Dottor Rossi. «Sarà la nostra nuova assistente.» Si voltò verso di me, il suo viso che si apriva in un sorriso pieno di orgoglio paterno mentre guardava la sua collaboratrice. «Sole, questa è Sofia Squasi. E non esagero se ti dico che è il più grande talento che abbia mai incontrato. Ha una capacità analitica fuori dal comune e un'empatia con i pazienti che è pura magia. Non ho mai visto nessuno così giovane essere tanto abile nel nostro campo. Sarà la tua tutor, imparerai moltissimo da lei.»

Sofia accennò un sorriso umile, quasi imbarazzata da tanti elogi. Abbassò leggermente lo sguardo, scuotendo appena la testa. «Riccardo, esageri sempre,» mormorò, la sua voce melodiosa ma con una nota fragile. «Faccio solo del mio meglio. Sarò felice di aiutare Sole ad ambientarsi.»

Il peso di quell'investitura, unito alla loro serietà, creò una leggera tensione nell'aria. Sentii il bisogno di alleggerire il tutto, di essere me stessa.

«Beh,» dissi con un sorriso smagliante, guardando prima il Dottor Rossi e poi Sofia. «Fantastico! Spero solo che tra le sue incredibili capacità non ci sia anche la lettura del pensiero, altrimenti scoprirebbe che sto già mentalmente calcolando quanti giorni di ferie potrò chiederle a Natale.»

Il giorno seguente, dopo una estenuante lezione su Nietzsche, mi presentai in studio con un misto di curiosità e apprensione. Trovai Sofia già al lavoro, immersa nella lettura di una cartella clinica. Indossava un semplice maglione grigio e i suoi lunghi capelli neri erano raccolti in una coda di cavallo. Alzò lo sguardo quando entrai e mi sorrise.

«Buongiorno, Sole. Pronta per iniziare?»

«Prontissima,» risposi, cercando di mascherare il mio nervosismo.

La giornata trascorse tranquilla, tra scartoffie e prime analisi di casi semplici. Verso sera, quando lo studio si stava svuotando, il Dottor Rossi si affacciò alla porta dell'ufficio di Sofia. Aveva un'aria stanca ma speranzosa.

«Scusate se vi disturbo, ragazze,» disse, tenendo in mano una cartellina. «So che Sofia ha già un carico di lavoro enorme, ma c'è un paziente, Davide. Un ragazzo molto complicato, si è chiuso a riccio e nessuno qui è riuscito a cavarne un ragno dal buco. Mi chiedevo... come cortesia personale, se poteste dedicargli un'ora questa sera. Insieme.»

Sofia alzò lo sguardo dalla sua scrivania, i suoi occhi verdi incontrarono quelli del Dottor Rossi, poi si posarono su di me. Vidi un lampo di sfida, una scintilla di compassione. Annui.

Durante il colloquio con Davide, Sofia fu incredibile. La sua voce calma e il suo sguardo empatico crearono un'atmosfera di fiducia in cui il giovane, dopo un'iniziale resistenza, si sentì libero di aprirsi. Io presi appunti, affascinata dalla sua delicatezza e dalla sua abilità nel porre le domande giuste, quelle che scavavano sotto la superficie senza mai essere invasive.

Dopo l'incontro, ci ritrovammo nel suo ufficio per discutere del caso.

«Cosa ne pensi?» mi chiese.

«Penso che sei bravissima,» risposi sinceramente. «Hai un dono. Ora capisco perché Riccardo ha insistito per affidartelo, anche fuori orario!»

Sofia rise, una risata cristallina che sembrò alleggerire l'aria. Poi, con un sorriso dolce, mi disse: «No, sciocchina. Volevo sapere cosa ne pensavi tu del caso.»

Il suo sguardo era genuinamente interessato. Capii che non era una domanda di cortesia. Voleva sentire la mia voce, capire cosa avevo colto. Presa alla sprovvista, un po' imbarazzata, balbettai le mie impressioni in modo confuso. Le parlai del sogno ricorrente dell'onda che lo travolgeva, dell'ansia che mi sembrava nascondere una rabbia profonda, forse verso una figura familiare. Sofia ascoltava, annuendo, incoraggiandomi con lo sguardo.

Alla fine di tutto il mio discorso strampalato, non potei non farle i miei complimenti, “Comunque stasera ho assistito a qualcosa di incredibile davvero Sofia! Ora capisco i complimenti di Riccardo di ieri…” quasi arrossendo.

«Ho solo imparato ad ascoltare,» disse alla fine, con un velo di tristezza negli occhi. «Non solo le parole, ma anche i silenzi.»

Il mio sguardo si posò sul suo collo dal quale emergeva un collana in legno con una pietra verde, che riconobbi immediatamente. La indicai e dissi, «È una bella collana,», per cambiare argomento.

Lei abbassò lo sguardo, sollevando la pietra tra le dita per mostrarmela meglio. «Ti piace? Era di mia nonna. Mi aiuta a ricordare chi sono.»

In quel momento, vidi l'opportunità di mostrare la mia passione, la mia conoscenza. «È una Septaria,» affermai con sicurezza, riconoscendo le venature uniche. «È una pietra incredibile. È conosciuta come una pietra di radicamento, molto potente, aiuta a connettere il piano fisico con quello spirituale. Si dice che protegga e nutra chi la indossa, promuovendo la pazienza e la tolleranza.»

Mentre parlavo, Sofia mi ascoltava annuendo, un sorriso compiaciuto e quasi sorpreso sul volto.

Sentii che dietro quel semplice gesto c'era un mondo di esperienze che non potevo nemmeno immaginare. Iniziai a capire che Sofia non era solo una psicologa talentuosa, ma un'anima che aveva attraversato tempeste profonde e ne era uscita trasformata. E in quel momento, capii anche che il mio percorso, fino ad allora così confuso e influenzato da mia madre, aveva finalmente trovato una guida autentica. Una guida che non mi avrebbe imposto la sua visione del mondo, ma mi avrebbe aiutato a trovare la mia.

La mia prima settimana, durata solo tre giorni, fu un allegro assalto alla pacata routine dello studio. Ogni pomeriggio, mi presentavo allegra e sorridente e decisa a incrinare la silenziosa professionalità di Sofia. Mentre lei lavorava, io la sommergevo con il racconto delle mie innumerevoli (e fallimentari) avventure spirituali: dalle costellazioni familiari finite in drammi da telenovela, alla cristalloterapia usata per caricare il cellulare. Lei ascoltava con pazienza, annuendo appena mentre mi diceva con tono distratto: «Sole, mi passeresti il profilo di Rossi?» oppure «Controlla l'appuntamento delle 11:00».

Poi, un giorno, mentre le parlavo del mio ex, buttai lì la parola che cambiò tutto. «...e ovviamente si era autoproclamato Gran Maestro di Reiki dopo un corso...»

A quella parola, Sofia si bloccò. Alzò di scatto la testa dai suoi fogli, e per la prima volta i suoi occhi verdi mi fissarono con un'intensità quasi spiazzante, come se avesse sentito un richiamo.

«Spiegami,» disse, la voce insolitamente concentrata.

Pensando di aver trovato un'alleata nel criticare il mio ex, partii in quarta. «Ah, Kenshiro! Un caso umano. Pensa che usava i simboli sacri per decidere cosa mangiare a cena e...»

«No, sciocchina.» rise, mettendosi una mano, davanti alla bocca. Poi, si sporse e mi appoggiò una mano sulla spalla. Il suo tocco fu gentile ma fermo, e mi immobilizzò all'istante, bloccando il fiume di parole. «Non mi interessa di lui. Ti chiedevo di questo... Reiki. Che cos'è?»

Colta di sorpresa, ma felice di poter finalmente mostrare la mia competenza, mi lanciai. Essendo Master Reiki, le feci una spiegazione impeccabile e super complicata. Per dieci minuti parlai di energia universale, di canali, di simboli, di trattamenti e di come tutto funzionasse a un livello quantico.

Quando finii, ansante e orgogliosa, mi aspettavo una domanda, un dubbio. Invece, Sofia rimase in silenzio per un lungo istante, lo sguardo perso nel vuoto. Poi mi guardò e, con una semplicità disarmante, disse: «Capisco. Quindi è un metodo di cura naturale in grado di ripristinare l'equilibrio psico-fisico attraverso l'utilizzo dell'energia, che scorre dentro e fuori il nostro organismo.»

L'aria mi mancò nei polmoni. La mia conoscenza tecnica, di cui andavo così fiera, era un castello di carte spazzato via dal soffio di una sua unica, semplice frase. Lei, che mi aveva ascoltato in silenzio, non aveva solo capito. Aveva assorbito l'essenza di un'intera disciplina in un istante, vedendola con una chiarezza che a me, dopo anni di studio, era ancora preclusa. In quel preciso momento, il mio mondo si capovolse. Sofia non era solo una psicologa talentuosa. Era qualcosa di completamente diverso.

Era venerdì pomeriggio, mentre stavamo chiudendo le ultime pratiche della settimana, mi avvicinai alla scrivania di Sofia con la mia migliore faccia tosta. Lei stava già riponendo le sue cose nella borsa di pelle consunta che portava sempre con sé.

«Senti,» esordii, appoggiandomi con noncuranza allo stipite della porta. «Io e un paio di amici dell'università, tipi un po' strani che studiano filosofia e psicologia, ci troviamo nel weekend per meditare. Il problema è che loro vengono da Milano e qui a Pavia non abbiamo un posto. Pensavo... siccome sei la mia tutor preferita e sembri una che ha una casa tranquilla... non è che potremmo usare la tua?»

Sofia si bloccò, una cartella a mezz'aria. Mi fissò per un istante con gli occhi sgranati, un'espressione di puro sbigottimento sul volto. Vidi le sue labbra tremare, e per un attimo temetti di aver esagerato. Poi, inaspettatamente, dalle sue labbra sgorgò un suono che non le avevo mai sentito fare: una risata. Non un sorriso accennato, ma una risata piena, cristallina e incontenibile, che le scuoteva le spalle e le faceva brillare gli occhi.

«Ma sei seria?» riuscì a dire tra le risate, scuotendo la testa.

«Serissima!» confermai, unendomi alla sua allegria.

Lei prese un profondo respiro, cercando di ricomporsi. «E va bene, Sole. Portami i tuoi amici strambi. Vediamo che succede.»

Sorrisi, sentendo di aver vinto molto più di un posto per meditare. Avevo visto uno spiraglio di luce oltre la sua nebbia.

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