Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Sii Felice
L'uomo sedeva sui talloni, al riparo sotto la veranda di legno del suo fin troppo sontuoso appartamento all'interno della corte di Edo.
Il Capo della guardia reale osservava il giorno spegnersi sotto quella fitta pioggia estiva, i suoi compiti erano stati portati a termine, si era lavato, ben pettinato ed era vestito di fresco.
Alle sue spalle sentì la porta di carta di riso aprirsi lentamente, strusciando il telaio in legno nella guida, mosse giusto la testa per osservare la giovane donna dal viso dipinto di bianco che che chinava la testa in segno di saluto, ancora inginocchiata all'interno della stanza.
"Mio signore, vuole del the?"
Era una delle ragazze che Akemi ha raccolto per strada quando è diventata la moglie del fratello dello Shogun.
Non ricordava nemmeno il suo nome.
"... O forse preferisce del sakè?"
La principessa gliel'aveva rifilata con la scusa che il suo capo della guardia non poteva non avere servitori, ma il samurai sapeva che era solo un'altro modo per tenere sotto controllo le cose che le appartenevano.
Così un giorno si presentò con questa ragazzina di forse 15 anni, una delle protette di Madame Kaji, gli preparava i pasti, il bagno, gli lava i vestiti, gli ungeva i capelli e li acconciava in uno chignon alto.
"Sakè."
Sarebbe potuta essere una buona moglie un giorno.
Gli servì il sakè caldo, alla moda della capitale, e il samurai lo lasciò scorrere lungo la gola come un dolce veleno per la sua mente, stasera così cupa.
Il calore che gli invase il petto e si scontrò con la pelle d'oca sotto quel kimono così regale.
Aveva salvato la vita allo Shogun Ito, al fratello, e alle loro mogli, ed era stato ricompensato per questo, aveva riavuto il suo onore, un buon impiego al fianco del suo padrone, un buon alloggio, buone vesti, una cameriera personale.
Ora vestiva come un lord mentre sedeva ore accanto al suo signore o accompagnava le spose nelle loro carrozze per le vie di Edo, non vedeva una battaglia dal grande incendio.
Era passato molto tempo, Edo era bruciata, fino all'ultima casa, stalla, staccionata; ogni giardino, ogni ciliegio.
A lui erano rimasti solo carbone e speranza.
Ma la speranza se ne andò in fretta, i corpi erano così tanti, e lui non era sicuro avrebbe riconosciuto quello del suo vecchio amico, quello del demone dagli occhi azzurri, tra i resti di quella povera gente.
Migliaia di orbite vuote lo fissavano, le bocche spalancate, i denti unica cosa risparmiata dal fuoco.
Aveva sognato quei denti a lungo, quelle orbite nere che lo fissavano senza vederlo davvero, non c'era un fondo, o una fine, come non c'era una fine al senso di vuoto che gli era rimasto ancorato allo stomaco quando la ricostruzione ebbe inizio.
Ogni speranza morì il giorno in cui venne piantato il primo palo.
Porse il sakazuki a Kyoko, e lei lo riempì di nuovo.
Avrebbe mai davvero avuto speranze di riconoscerlo?
Ringo gli fece visita, qualche tempo dopo, resto per diverse settimane ed aiutò per quanto gli fosse possibile.
Il Samurai gli offrì un lavoro a corte, nelle cucine, ma il ragazzo rifiutò, voleva conoscere la via della grandezza, e lui non se la sentiva di dargli torto.
Non parlarono mai del loro compagno caduto, ma prima di andarsene, il ragazzo donò al samurai un'arma, una spada di un'intensa blu.
"Questa è..?" Chiese l'uomo.
Ringo si limitò ad annuire.
Non aveva mai usato quella spada.
L'aveva appesa ad una parete e nelle sere malinconiche la prendeva per osservare quell'azzurro così simile a quell'occhi che non vedrà mai più.
Gli era stato fatto l'onore di essere nominato capo delle guardie, ma non era un ruolo d'azione come se lo era immaginato e questo lo aveva impigrito.
Un Samurai resta tale anche senza combattere?
La porta dell'appartamento si lamentò piano mentre la ragazzina la scostava.
"Mio signore..."
Aveva una voce così pacata, l'uomo riconobbe la servilità tipica delle sale da the dov'era cresciuta.
"È arrivata la signora..."
Tutte le sere, puntuale come un'orologio, Akemi arrivava.
Veniva a ricordargli che non serviva solo suo cognato lo Shogun, ma che la sua vita apparteneva soprattutto a lei.
Si, una volta avrebbe dato qualsiasi cosa per poter passare la vi taccando alla donna che amava, col quale era fidanzato, che gli avrebbe portato prestigio e riconoscimenti.
Ma quella donna aveva preferito la grandezza al suo cuore.
Ma nonostante tutto, sera dopo sera veniva a prendersene un altro pezzo.
Fece il suo dovere e lei tornò al suo posto, accanto al marito.
Era di nuovo seduto sui talloni nella sua veranda, quella spada dall'acciaio blu sulle ginocchia, un piccolo spiraglio lasciava che il bagliore della luna si riflettesse sulla lama.
La pioggia aveva cessato di batte e l'erba profumata di bagnato, non un rumore, se non quello delle grosse gocce cariche d'acqua che si lasciavano cadere dal tetto.
Spesso si fermava per chiedere a se stesso cosa avrebbe pensato quel demone di come stava vivendo la sua vita ora.
"Sii Felice"
Furono le due ultime parole per lui.
Era felice?
Il cielo iniziò lentamente a schiarire sotto la sua stretta supervisione, un gallo cantò da qualche parte e l'uomo si alzò, l'arma stretta in pugno e si preparò al per il viaggio.
Era il primo giorno d'autunno.