Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Non era mai stato facile distinguere il giorno dalla notte nell’eterna penombra del sottosuolo, ma da quando era stato catturato chissà quanto tempo prima per Levi era diventato impossibile. Non sapeva che avrebbe dato per indossare di nuovo il suo dispositivo per il movimento tridimensionale e sfrecciare libero, per quanto possibile, tra i vicoli fatiscenti della città sotterranea, ma iniziava a temere che sarebbe invece morto a breve in quella cella buia e sudicia, che già da sola era una tortura per lui.
Avrebbe voluto continuare a resistere ancora a lungo solo per vedere la rabbia sul volto dei soldati della Gendarmeria, che si ostinavano ad accanirsi su di lui per vendicare probabilmente tanti anni di offese, oltre che per strappargli informazioni sui suoi crimini e su come fosse riuscito a impadronirsi di ben tre dispositivi, usandoli poi con tanta maestria insieme ai suoi complici.
Inutile dire che perdevano solo il loro tempo, dal momento che era più che deciso a portarsi i suoi segreti nella tomba, ma doveva riconoscere ai suoi carcerieri una perseveranza che non si sarebbe mai aspettato.
In realtà non era sicuro che si trattasse di quello e non di semplice frustrazione mista a vigliaccheria, visto che un giovane criminale dei bassifondi continuava imperterrito a prendersi gioco di loro nonostante tutto, ma poco importava. La verità non l’avrebbe comunque mai saputa e al momento, sebbene gli costasse ammetterlo, non aveva neanche la forza di inseguire pensieri così complicati. L’umidità della cella e i maltrattamenti subiti iniziavano a fare effetto e Levi, tra un respiro doloroso e l’altro, si domandò, per l’ennesima volta, in che condizioni fossero i suoi amici. Era fuori con Farlan e Isabel a procurare qualche soldo e un po’ di provviste per tutto il gruppo quando un giovane caposquadra del Corpo di Ricerca aveva cominciato a inseguirli, riuscendo infine a catturarli con l’aiuto di altri tre compagni, per poi consegnarli alla Gendarmeria al suo rifiuto sprezzante di unirsi a loro nella lotta contro i giganti.
Una proposta inizialmente allettante, senza dubbio, ma il buon senso gli aveva fatto notare appena in tempo che qualcosa non quadrava: perché mai un soldato avrebbe dovuto chiedere proprio a loro una cosa simile? Era piuttosto improbabile che l’esercito avesse bisogno dell’aiuto di tre teppistelli del sottosuolo senza alcuna istruzione militare e il loro gruppo aveva ben altro a cui pensare. Procurarsi il denaro necessario a ottenere il lasciapassare per il mondo in superficie era diventato ancora più urgente da quando uno dei loro compagni si era ammalato gravemente e Levi non aveva alcuna intenzione di abbandonare al suo destino né lui né gli altri. Avevano fondato la loro piccola società per aiutarsi a vicenda a realizzare il sogno di vivere finalmente alla luce del sole che accomunava tutti in quello schifo di città sotterranea e loro tre, gli unici in grado di utilizzare i dispositivi per il movimento tridimensionale, con tutti i vantaggi che ne derivavano, non potevano certo andarsene di punto in bianco.
Erano stati avvertiti che, in caso di rifiuto, sarebbero stati consegnati alla Gendarmeria e giudicati per i loro crimini, ma Levi, sfuggito più di una volta alla cattura, si era illuso di poter scappare di nuovo insieme a Farlan e Isabel. Purtroppo, però, i soldati che li avevano presi in custodia erano stati bene attenti e di lì a poco i tre erano arrivati a quella tetra prigione, che sarebbe stata probabilmente la loro tomba.
Ripensandoci, sarebbe stato più furbo da parte sua cercare di capire meglio quella strana richiesta e trattare sulla ricompensa per il bene dell’intero gruppo, ma ormai era troppo tardi. Sperava solo che i suoi compagni di sventura non avessero pagato troppo caro il suo errore. Era sempre stato lui il più forte e resistente e Isabel, in particolare, correva un grosso rischio lì da sola.
Si sentì invadere dalla rabbia al pensiero di cosa i soldati avrebbero potuto farle e rinnovò per l’ennesima volta la sua promessa di sfruttare anche la più piccola occasione per liberarsi e raggiungere gli amici a qualunque costo. Probabilmente sarebbe riuscito solo a farsi ammazzare, visto oltretutto che il suo corpo non era certo in buone condizioni, ma immaginare la sua fuga lo aiutava a sopportare il dolore e gli orribili suoni e lamenti che giungevano di tanto in tanto dalle celle vicine.
Si rendeva conto, a volte, di aguzzare le orecchie nel tentativo di capire se quelle voci potessero appartenere a Farlan o Isabel, dal momento che le sue domande su di loro non avevano mai avuto risposta, ma era troppo difficile dirlo con certezza. Potevano anche essere morti da tempo, per quanto ne sapeva, e il senso di colpa lo faceva sprofondare ancora di più nel buio, che ormai sembrava albergare anche dentro di lui.
A un certo punto gli parve di sentire dei passi in avvicinamento e non poté fare a meno di irrigidirsi per un attimo, trattenendo un’imprecazione tra i denti. Ci mancava solo la consueta visita dei suoi aguzzini in quel momento, ma lui purtroppo non aveva alcuna voce in capitolo.
Ovviamente non era detto che la meta dei soldati, almeno tre o quattro, fosse proprio la sua cella, ma la luce accecante di una torcia poco dopo fu la sgradita conferma.
Si sforzò di alzare la testa e mostrarsi fiero e combattivo come sempre, a dispetto dell’ulteriore maltrattamento che sapeva gli avrebbero sicuramente inflitto. Era una scena che ormai si ripeteva fin troppo spesso, per disgrazia del suo corpo già molto provato, ma l’insegnamento di Kenny di non mostrarsi mai debole di fronte a un estraneo era ormai talmente radicato in lui che gli veniva automatico sfidarli alla minima occasione.
Lo sprezzante saluto che decise di aggiungere per buona misura, visto l’insolito numero di soldati venuti a prelevarlo, venne interrotto da una mano che lo afferrò per i capelli con tanta forza da costringerlo a piegare bruscamente il collo all’indietro.
«Continua a provocarmi in questo modo, teppistello, e ti farò strisciare ai miei piedi come il verme che sei, implorando pietà» gli soffiò minaccioso a un nulla dal viso.
Levi avrebbe voluto rispondergli per le rime, ma il gesto improvviso gli aveva mozzato il respiro già molto difficoltoso e poté solo fissarlo per un attimo con tutto l’odio e il disprezzo possibile prima che un’altra voce, appartenente di sicuro a un superiore, obbligasse l’uomo a mollare la presa.
«Basta così, non avrò problemi a gestirlo. Mi lasci parlare da solo con lui» disse lo sconosciuto in tono calmo ma autoritario, osservando con apparente indifferenza il prigioniero squassato dai colpi di tosse mentre il soldato, dopo un’iniziale protesta che Levi non si sarebbe mai aspettato, si avviava controvoglia verso l’uscita.
Rimasti soli, il suo salvatore avanzò in silenzio nella cella, fermandosi a pochi passi dal ragazzo ansimante, costretto in ginocchio sul pavimento dalle corte catene che lo assicuravano al muro. Si intuiva che stava molto male, ma i suoi taglienti occhi grigi lo squadrarono comunque con evidente ostilità appena riuscì a rialzare la testa.
«Ci rivediamo, Levi» lo salutò tranquillo.
«Cosa vuoi ancora?» sbottò aggressivo il giovane appena lo riconobbe alla luce della torcia rimasta appesa all’esterno della cella. Una piccola parte di lui sapeva di dover ringraziare Erwin per avergli evitato guai peggiori con uno dei suoi aguzzini più crudeli, ma si guardò bene dal farlo. Non era affatto sicuro che la sua presenza lì fosse un buon segno. Tutt’altro.
«Sono venuto a rinnovare la mia offerta.»
«Ah, sì? La risposta è sempre no» disse d’impulso Levi, a dispetto di tutti i buoni propositi. Sebbene ci fosse in gioco la sua stessa vita, non riusciva proprio a fidarsi di quel tizio e non voleva avere nulla a che fare con lui.
«Ne sei sicuro? Credo tu sappia cosa ti aspetta se resti qui» cercò di farlo ragionare Erwin.
«Vorresti farmi credere che te ne importi qualcosa?»
«Se ti dicessi di sì?»
«Bel tentativo, ma non ci casco. Cosa vuoi davvero?» insistette Levi.
«Te l’ho già detto: la vostra abilità con il dispositivo per il movimento tridimensionale è sprecata nella città sotterranea.»
«Il Corpo di Ricerca è messo così male da aver bisogno di tre criminali dei bassifondi senza alcun addestramento militare?» lo provocò il ragazzo.
«Capisco la tua perplessità, ma da quello che ho visto in quel vicolo le tue capacità combattive sono molto superiori a quelle della maggior parte delle reclute appena arruolate e immagino sia lo stesso anche per i tuoi amici» spiegò tranquillo Erwin.
«Troppo poco per offrirci un posto nel mondo in superficie. Cosa vuoi davvero da noi?» insistette il prigioniero.
«Mettere in gioco le vostre vite per il bene dell’umanità è più che sufficiente.»
«Qualunque moccioso dei bassifondi deve imparare presto a combattere, se vuole vivere, e sarebbe molto più facile da gestire» gli fece notare serio.
«È vero, ma i dispositivi erano in mano vostra e vi ho visti usarli con un’abilità che su un campo di battaglia sarebbe molto preziosa. Conosco la vostra fama e soprattutto tu, Levi, hai la stoffa per diventare il faro di speranza dell’umanità in questo mondo dominato dai giganti» spiegò paziente, guardandolo intensamente negli occhi.
«Offrirci un posto lassù è un grosso rischio. Come sai che non ne approfitteremo?» insistette il ragazzo, sia pure meno convinto.
«Conosco il motivo per cui ultimamente avevate intensificato la vostra attività» disse serio Erwin, mantenendo il contatto con i suoi occhi spalancati per la sorpresa. «Se tu accettassi, potrei procurare il lasciapassare per tutti voi e farmi carico delle spese mediche del vostro amico.»
«Legandoci a te per sempre con una quantità di debiti che non saremmo mai in grado di ripagare» disse amaramente Levi. Iniziava a capire dove volesse andare a parare e non aveva intenzione di servirlo fino alla fine dei suoi giorni.
«Ti sbagli. Quello che voglio è solo la vostra fedeltà nella lotta contro i giganti per dare a tutta l’umanità, abitanti del sottosuolo compresi, un posto sicuro in cui vivere. Oltre le mura c’è un vasto territorio che potremmo abitare; non possiamo lasciarlo a quei mostri mentre la gente, all’interno, muore di fame o viene sacrificata perché non ci sono cibo e spazio per tutti. Sarebbe molto più furbo impiegare chiunque sia in grado di dare una mano per riprenderci il posto che ci spetta di diritto» lo contraddisse Erwin con una passione inaspettata in quel tono basso ma vibrante di emozioni e questa volta Levi, suo malgrado colpito dalle sue parole, rimase a lungo in silenzio a riflettere.
Il soldato sembrava sincero e, sebbene una parte di lui fosse ancora convinta che ci fosse sotto qualcosa, iniziava a capire perché li volesse nell’esercito: aveva sempre visto persone di tutte le età, nel sottosuolo, combattere per sopravvivere e poteva avere senso coinvolgerle in quella lotta disperata in cerca della libertà, anziché lasciarle lì sotto ad ammazzarsi tra di loro. Del resto, era risaputo che il Corpo di Ricerca avesse sempre meno reclute, nonostante l’importanza delle sue missioni all’esterno delle mura, e per gente già addestrata al combattimento dalla vita stessa non sarebbe stato un problema rischiare tanto contro i mostri che, in fondo, li costringevano ad ammassarsi in quel piccolo spazio. Sarebbe stato sicuramente diverso da ciò a cui erano abituati, motivo per cui era molto probabile che, in una battaglia vera, non se la sarebbero passata meglio degli altri soldati, ma la proposta era comunque interessante. Era ovvio che loro tre da soli, in ogni caso, non avrebbero potuto ottenere chissà quali risultati, ma forse questo era solo l’inizio e l’idea che fosse proprio il loro gruppo ad avviare il cambiamento gli dava un orgoglio e una speranza che non pensava di poter provare. Davvero dei giovani criminali come loro avrebbero potuto contribuire, addirittura meglio di soldati appositamente addestrati, a qualcosa di tanto grande?
Levi non ne era molto sicuro, nonostante l'assurdo desiderio di crederci per chissà quale motivo, ma restava il fatto che quella avrebbe potuto essere la loro unica possibilità per uscire di lì e raggiungere in fretta il loro obiettivo. Aveva già fatto l’errore di rifiutare senza riflettere a dovere e sarebbe stato stupido ripeterlo dopo aver avuto, stranamente, una seconda possibilità. Il problema era la forte sensazione che il soldato stesse nascondendo dei dettagli fondamentali che avrebbero fatto sembrare quell’accordo meno vantaggioso, ma non riusciva a capire quali.
«Come stanno Farlan e Isabel?» chiese alla fine e per un attimo fu quasi sicuro di aver visto un lampo di trionfo nel suo sguardo.
«Meglio di te. La Gendarmeria non si è accanita più di tanto su di loro» lo rassicurò Erwin.
«Voglio vederli» disse deciso, sperando di venirne a capo con il loro aiuto.
«Accetti la mia offerta?»
«Mi stai ricattando.»
«Ho bisogno di saperlo per portarti fuori di qui.»
Levi sospirò di frustrazione a quelle parole. Una parte di lui urlava disperatamente di non accettare alla cieca una proposta così sospetta da parte di un tizio ancora più sospetto, che, oltretutto, sembrava sapere troppe cose su di loro per essere un abitante del mondo in superficie, ma l’altra sapeva che quell’uomo era la loro unica possibilità di salvezza e non se la sentiva di condannare anche il resto del gruppo, soprattutto se il soldato aveva intenzione di mantenere la promessa e pagare le cure per il loro amico.
«Hai già parlato con Farlan e Isabel?» chiese ancora per prendere tempo, nonostante il suo corpo rischiasse di cedere da un momento all’altro. Cercava di ignorarne i segnali, ma la verità era che il dolore e la febbre lo stavano logorando e la conversazione con Erwin non era stata d’aiuto. Voleva sentire anche il loro parere, però, sia pure indirettamente, prima di quel salto nel buio. Il soldato avrebbe anche potuto mentirgli, ovvio, ma aveva bisogno di credere che almeno su questo fosse sincero.
«I tuoi amici hanno accettato» rispose l’uomo.
«Va bene» cedette alla fine Levi, non del tutto convinto, dopo qualche secondo di silenzio.
A quelle parole Erwin annuì, decisamente sollevato, e chiamò qualcuno alle sue spalle.
Un altro soldato del Corpo di Ricerca, con i capelli biondo scuro e corti baffi, emerse dall’ombra in cui era rimasto fino a quel momento e pochi istanti dopo Levi sentì le catene abbandonare i polsi e le caviglie martoriati. Non credeva che sarebbe più successo senza che altre le sostituissero un attimo dopo, ma cercò di non mostrare alcuna emozione. Una parte di lui aveva ancora l’impressione che seguire quel giovane caposquadra avrebbe potuto essere più pericoloso che restare lì a farsi maltrattare dalla Gendarmeria, ma a sé stesso non poteva negare di essere impaziente di uscire da quella cella buia e puzzolente e vedere i suoi amici, assicurandosi che fossero davvero in condizioni migliori delle sue come gli era stato detto.
Si sforzò di rimettersi in piedi con le gambe doloranti per la scomoda posizione che aveva tenuto troppo a lungo, ma barcollò paurosamente. Aveva cercato di mostrarsi forte durante il colloquio, ma si sentiva malissimo e non era sicuro di riuscire a fare molta strada. Doveva solo sperare che non decidessero di abbandonarlo lì, una volta scoperto che sarebbe stato un pessimo investimento, e si ripromise di fare del suo meglio per resistere.
Cercò di ritrovare l’equilibrio, fingendo che non fosse successo nulla, ma il capogiro divenne ancora più forte.
Soffocò un’imprecazione e si preparò al peggio, ma l’impatto con il pavimento non avvenne perché delle braccia forti, appartenenti probabilmente a due persone diverse, si affrettarono a sorreggerlo, permettendogli di raggiungere la porta della cella e percorrere dei corridoi che gli parvero interminabili.
Seguendo Erwin, oltrepassarono la stanza in cui era stato più volte torturato e alla fine gli sembrò di udire in lontananza le voci dei suoi amici, insieme a un’altra femminile che non conosceva. Sembrava una chiacchierata normale e si sentì invadere da un’ondata di sollievo mentre una porta davanti a lui si spalancava.
Fece appena in tempo a vedere i suoi amici, all’apparenza in buona salute, e sentire Isabel urlare qualcosa prima di perdere i sensi.
Si svegliò in una stanza che non riconobbe, dentro una tinozza di acqua calda e profumata. Qualcuno lo stava sorreggendo, impedendogli di annegare, e sentiva un panno sfiorargli la pelle martoriata con più delicatezza di quanto si aspettasse.
Si agitò d’istinto e una voce femminile lo rassicurò, raccomandandogli di restare calmo. Non era quella di Isabel, ma in quel momento ricordò cosa fosse accaduto chissà quanto tempo prima e la febbre ancora alta, unita alla stanchezza e al dolore in tutto il corpo, lo costrinsero a obbedire.
Chiese comunque di lei e Farlan e una voce maschile stranamente familiare, sebbene non fosse in grado di collegarla a qualcuno, gli assicurò che stavano bene e li avrebbe rivisti di lì a poco.
Una risposta sufficiente, per il momento, e Levi si rifugiò in una sorta di dormiveglia in cui si accorse a malapena di essere lavato e asciugato da persone sconosciute prima di essere depositato su un letto con lenzuola fresche e leggermente profumate.
Non aveva idea dell’ultima volta in cui aveva avuto questo piacere e, nonostante il timore di essere del tutto in balia di qualcuno che non era ancora riuscito a vedere bene nella penombra, non poté fare a meno di sospirare di sollievo. Sarebbe forse riuscito a fare una bella dormita, per una volta, ma il bruciore di un probabile disinfettante sulle ferite inferte dalla Gendarmeria lo strappò al torpore con un lamento soffocato.
Sentì qualcuno incoraggiarlo a resistere mentre una donna borbottava cose poco carine sui suoi aguzzini e i loro medici. Nessuno si era mai occupato come si deve di quelle lesioni e Levi non osava immaginare il risultato.
Memore delle parole di Kenny, che gli aveva sempre insegnato a sopportare stoicamente il dolore, si sforzò però di restare impassibile mentre la donna medicava e fasciava le sue ferite una per una prima di spalmargli sui lividi un unguento fresco dall’odore penetrante che gli diede un immediato sollievo. Non che fosse contento di essere toccato da una sconosciuta, ma al momento era disposto a lasciar correre.
Una volta finito, la stessa voce femminile gli ordinò di respirare lentamente con la bocca aperta mentre la proprietaria gli passava con cura lo stetoscopio sul petto e sulla schiena, sospirando quando mise giù lo strumento.
Levi intuì che non fosse contenta di ciò che aveva sentito, ma non gli importava. Avrebbe voluto che lo lasciasse in pace, invece iniziò a fargli domande di varia natura, che capì a stento. Gli sembrava di andare a fuoco e ogni respiro era uno sforzo immane e doloroso. Era certo di avere qualche costola rotta fin dai primi giorni di prigionia, ma da un tempo che non avrebbe saputo quantificare si erano aggiunti tosse e brividi sempre più frequenti a peggiorare di molto la situazione. Il risultato era una sofferenza continua, che si aggiungeva ai postumi di ogni nuova tortura, e Levi non avrebbe chiesto di meglio che sprofondare ancora nell’oblio.
Esausto come non ricordava di essere mai stato, non sapeva nemmeno se stesse rispondendo a tono oppure no, e sospirò impercettibilmente di sollievo quando la donna smise di parlargli.
Fu meno contento quando gli tastò i lati del collo e osservò la gola, pungendogli infine un braccio dopo avergli legato un laccio poco sopra il gomito, ma il peggio fu quando ordinò a qualcuno di girarlo sul fianco, per fortuna in una posizione non dolorosa, prima di abbassargli pantaloni e biancheria e infilargli qualcosa tra le natiche.
Fu l’unico momento in cui tentò di lottare, sia pur debolmente, ma si ritrovò presto immobilizzato mentre la voce maschile che di tanto in tanto lo rassicurava tornava a farsi sentire.
Avrebbe voluto rispondere per le rime a entrambi e sottrarsi alla loro presa, ricoprendoli di insulti, ma il suo corpo rifiutò di collaborare.
Chiuse quindi gli occhi e si sforzò di non pensare a nulla, rimanendo fermo e tranquillo anche quando sentì una garza imbevuta di disinfettante passargli sul fianco, subito seguita dalla sensazione di un ago che penetrò nel muscolo, iniettandogli un liquido che bruciava.
In condizioni normali non avrebbe reso loro la vita così facile, ma stava troppo male per aver voglia di farsi valere.
Finalmente lo rivestirono con qualcosa di fresco e profumato e lo sdraiarono di nuovo sulla schiena, appoggiandogli sulla fronte un panno bagnato che accolse, senza volerlo, con un sospiro di sollievo.
Qualcuno accanto a lui lo esortò a riposare, ma Levi, ricordatosi all’improvviso della promessa di rivedere presto i suoi amici, fece uno sforzo immane per pronunciare i loro nomi.
Sentì le due persone al suo fianco scambiarsi qualche parola al riguardo ed era già sicuro che gli avrebbero negato il permesso quando gli arrivò alle orecchie la voce squillante di Isabel.
Aprì gli occhi sollevato e accennò uno dei suoi rari sorrisi. Quel soldato di nome Erwin aveva ragione a dire che la Gendarmeria non doveva essersi accanita più di tanto su lei e Farlan, subito apparso alle spalle della ragazza, visto che erano entrambi accanto al suo letto con solo qualche livido qua e là.
Chiese comunque conferma per sicurezza e la risposta dei due gli permise finalmente di cominciare a rilassarsi. Non stavano davvero bene, dal momento che ogni tanto sfuggiva anche a loro un colpo di tosse o un occasionale starnuto, che provocavano spesso piccole smorfie di dolore, ma le sue disastrose previsioni non si erano avverate, per fortuna.
Poco prima di addormentarsi, li sentì chiedere a una certa Hange come stesse, lasciandosi sfuggire commenti astiosi nei confronti dei suoi aguzzini, ma decise che avrebbe pensato in un altro momento alle implicazioni della polmonite e degli altri danni di quel periodo di prigionia più lungo del previsto, da quanto aveva sentito. La sola famiglia che gli era rimasta stava bene ed era finalmente al sicuro; poco importava che lui avesse avuto la peggio se era servito a proteggerli.
Prompt: What-if di “No Regret” in cui Levi sceglie di non seguire Erwin, venendo consegnato alla Gendarmeria.