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(Kitsune)
Se c’era una cosa che Maruco aveva imparato in trent’anni di potere, era l’arte dell’imperturbabilità.
Non sali i gradini di un Clan se il tuo stomaco non è diventato di pietra, non sopravvivi se tremi davanti a una lama sporca.
Ma quella sera, l’aria aveva un peso diverso. L’odore lo aveva investito ancor prima che la porta venisse forzata.
Denso, dolciastro, un pugno sferrato dritto allo stomaco; era un mostro invisibile che smaniava per uscire dal buio e nutrirsi del suo terrore.
Maruco cercò lo sguardo di Jihi.
Il ragazzo, solitamente una maschera vuota, per la prima volta tradiva qualcosa.
Non era semplice inquietudine, non era la lingua che si faceva pesante o le membra che si irrigidivano: Jihi era terrorizzato. Il leader del Clan confinante, il giovane manipolatore che non conosceva pietà, sembrava sul punto di voltare le spalle e scappare, indifferente al potere e agli uomini che lo seguivano.
-Oyabun, perimetro pulito. Le auto sono ancora qui, ma non c’è anima viva.- la voce di John arrivò come un’eco distorta.
Accanto a lui, una donna dai capelli neri, lisci come seta su un tailleur scuro, fissava Jihi con occhi inespressivi. Lui annuì.
Erano lì per un complesso edilizio al confine tra i loro distretti, un luogo segnalato per traffico di esseri umani non autorizzato. Il bip del tastierino annunciò che la violazione era compiuta: Alexis aveva appena aperto il vaso di Pandora.
Maruco deglutì, sfilò la calibro dalla fondina ascellare e strinse la presa. La porta di metallo iniziò a scorrere verso destra, un sipario macabro che rivelò uno spettacolo aberrante.
-Quindi è questa la morte?- le parole di Jihi lo trafissero come uno stiletto.
Maruco aveva servito la morte, l’aveva sfiorata, schivata, e persino invocata, ma ciò che aveva davanti superava ogni incubo che il suo subconscio avesse mai osato partorire.
Sotto la luce lunare che tagliava le grandi finestre, non c’era solo una fossa comune.
Era una distesa di carne e sangue, un ammasso di corpi trucidati nell’atto disperato di fuggire. Denti digrignati, occhi spalancati sul nulla, capi di bestiame macellati senza pietà.
Gli uomini entrarono con reticenza, le torce a fendere il buio, finché Alexis non trovò l’interruttore. Un ronzio elettrico e poi, impietosa, la luce.
-Ma che diavolo...- imprecò John, ansimando con una mano tra i capelli verde lime.
Nessun mercenario, nessun cecchino. Solo cadaveri.
Gli uomini dell’avanguardia scivolarono sul sangue ancora caldo, imprecando per il disgusto mentre scostavano col calcio del fucile quelle facce. Li fissavano in un silenzio atroce.
Qualcuno vomitò.
L'odore ferroso era ovunque: sulla pelle, sulla lingua, in fondo alla gola. Jihi bestemmiò, rompendo l’incantesimo di orrore tra i due leader. Maruco lo osservò passarsi le mani tra i capelli biondi, quasi bianchi, mentre i suoi occhi da husky sondavano la stanza con un’attenzione maniacale. Maruco voleva solo uscire, bruciare tutto, cancellare quell'inferno.
Ma all'improvviso, un braccio si mosse tra i morti.
Alcuni uomini urlarono, sparando colpi a vuoto, poi il silenzio tornò, imposto dai due capi.
Puntarono lo sguardo sul corpo martoriato di quella che un tempo era stata una donna. E lì sotto, protetto da quel macabro scudo, c’era una creaturina. Jihi scattò con una velocità predatoria.
Spostò il cadavere, le mani che scivolavano sulla carne viscida, il volto pallido mentre l’acido gli risaliva in gola.
Era una bimba di uno, forse due anni.
Lo guardava con enormi occhi azzurri, tersi e spalancati. Sembrava albina, con i capelli in origine nivei, ora intrisi di sangue fino a diventare di un rosso fiammeggiante. Era nient'altro che una manciata d'ossa. Nessun bambino sarebbe dovuto essere così magro.
Maruco restò a guardare mentre il ragazzo più crudele che avesse mai conosciuto la sollevava tra le braccia. La piccola allungò le manine pregne di sangue, toccandogli le guance.
Lo sporcò, ma Jihi non diede nessun cenno di fastidio. Rimase immobile.
- E' gelata.- disse solo.
E in quel momento, Maruco capì cosa stesse vedendo Jihi: non una vittima, ma se stesso. Un sopravvissuto.
Jihi si voltò e si diresse in silenzio verso l'uscita.
Maruco si schiarì la voce, l’autorità che tornava a farsi spazio tra i detriti dell’anima.
-Prendete i registri. Poi date fuoco a tutto.-
(anni dopo)
Rosso come una fragola selvatica, colta un istante prima che il sole la bruci.
Rin respirò. Il freddo del dojo era un ago che le pizzicava i polmoni.
Rosso come i capelli di Ikari quando corrono nel vento. Rosso come le foglie d’acero in autunno, che si arrendono alla terra senza fare rumore.
Sentiva il sudore scivolare lungo la schiena, un brivido di ghiaccio sulla pelle lattea.
Rosso come la felpa di Yuki. Rosso come il fuoco nel caminetto della sala grande, dove i vecchi giocano a Go e muovono le dita per decidere chi resterà al mondo e chi dovrà sparire. Rosso come il succo di pomodoro. Rosso come la penna del sensei.
Quel segno che sporca raramente i suoi fogli, perché lei non sbaglia. Rin non può sbagliare. Era sola nel salone del Clan.
Ma il silenzio lì non è mai vuoto; è una creatura viva, abitata da sussurri e dal ronzio dei neon che si specchiano sul legno laccato dei pavimenti. Si muoveva a piedi nudi, un’ombra bianca in un mondo di giganti vestiti di nero.
Rin era una creatura fatta di sottrazioni: esile come un giunco e magra a tal punto da apparire quasi affilata, ma armonica tale da non sembrare nemmeno umana. La sua statura sfiorava appena il metro e sessanta, ma possedeva una muscolatura scattante, pronta a tendersi come una molla alla minima vibrazione dell’aria.
Il suo viso era un paradosso di tratti infantili e gelo millenario: i lineamenti erano dolci, quasi angelici, ma venivano traditi da una freddezza severa che ne irrigidiva ogni espressione. Gli occhi, grandi e dal taglio a mandorla, ricordavano la trasparenza del cielo primaverile, ma le labbra erano costantemente serrate in un broncio che sapeva di sfida e solitudine.
Indossava un kimono di seta bianca, un indumento che sembrava cucito con la stessa materia della luce.
Il tessuto era di un candore accecante che non ammetteva macchia. Le ricadeva addosso fluido, ricalcando la sua longilineità senza mai costringerla.
La stoffa era lavorata con un motivo a rilievo quasi impercettibile, dove piccoli fiori di ciliegio sembravano sbocciare tra le pieghe solo quando la luce la colpiva direttamente. Le ampie maniche si agitavano a ogni suo minimo spostamento, simili ad ali tarpate, mentre l'obi che le stringeva la vita era l'unico elemento di rigore in quel mare di seta fluttuante.
I suoi capelli scendevano ben oltre i gomiti, ondeggiavano come un velo da sposa. La proteggevano dagli sguardi che odiava, nascondendo le cicatrici che la luce intensa avrebbe altrimenti rivelato.
Si fermò davanti alla rastrelliera.
Le dita sfiorarono l’elsa di una katana, ma la mano scattò indietro come se il metallo scottasse.
Odiava la katana.
Era un’arma troppo nobile, troppo pulita per una come lei. Preferiva il peso sordo della mazza o il morso rapido della lama corta. Eppure, quel giorno, la prese. La sentì pesante, un’estensione di un braccio che non aveva nessuna voglia di colpire. Mentre sfilava la lama dal fodero, il metallo emise un gemito sottile.
Un rintocco nella mente.
Il suo primo ricordo odora di sangue. Tutta la sua vita, a pensarci bene, ha quell'odore. L’unica immagine che ha di sua madre è scura e viscosa, una macchia dolciastra e ferrosa. Lei è rigida, grigiastra, gli occhi sgranati in un disordine terribile e la bocca spalancata su un ultimo grido.
Non è un’immagine gentile.
Kazuki Kiyomizu, invece, era crudeltà fatta uomo.
Si faceva chiamare Jihi. Misericordia.
Era a capo di una delle più feroci bande criminali di Tokyo. Era imprevedibile, eccentrico.
L’aveva raccolta due anni dopo aver conquistato il titolo di Oyabun.
Le diede un nome: Rin. Fredda. Severa.
Poi, un soprannome: Debito.
Crebbe in un posto dove insegnare a morire è impossibile, perché una volta fatto l'affare non c’era ritorno.
Ma convivere con la minaccia, tentare il destino, quello si imparava in fretta. Le fiabe di Rin non avevano fate, né cavalieri, ma scontri, bottini e il silenzio di chi muore senza tradire i fratelli. Rispetto. Coraggio. Dedizione.
A quattro anni Rin capì che c’era sempre un modo per aggirare l’ostacolo.
Capì che la sua vita era più importante di tutte le altre, semplicemente perché era la sua. I bambini avevano sogni tiepidi nei loro cuori. Lei ne aveva uno solo, modesto e feroce: sopravvivere. Possedeva solo se stessa, tutto il resto era solo un prestito.
A sette anni, però, capì che alcuni ostacoli dovevano essere saltati.
Il dojo era un antro buio, con una lampada che oscillava dal soffitto creando artigli di ombra.
Le faceva male la faccia.
-Più forte.- le urlò all'orecchio Jihi.
Un sibilo di serpente pronto a scattare.
Il sangue cadeva dalla ferita dell’uomo, ticchettava sul pavimento, e la mano di Rin ebbe uno spasmo.
Strinse la mascella per non sentire le sue preghiere.
-Più forte, Rin. Raggiungi il punto di rottura.-
Lo fece.
La mano tremava, il suo fiato correva insieme a quello rantolante della sua vittima.
Sentiva la puzza del sangue ovunque. Puzzava come sua madre. Era l’odore della fossa in cui era nata. Chiuse per un attimo gli occhi e cercò di scappare.
Pensò a quanto fossero facili le sue lacrime quando era più piccola, e pensò che dovesse ricominciare da lì. Da quel pianto che lavava i pensieri cattivi, dagli elefanti volanti che era solita disegnare, dal colore pallido di una speranza minuscola, che la vita poteva sempre cambiare. Le venne in mente il gioco che le insegnò Josephine, anni prima. Era l’antidoto contro la tristezza, quella tristezza inspiegabile che assaliva i bambini in una giornata qualsiasi.
Non sapeva se avrebbe funzionato anche contro quel mostro che le stava divorando la pancia, però.
Il gioco dei colori cacciava via la tristezza.
Verde come, giallo come, celeste come. Lo avevano fatto insieme molte volte. Lo fece da sola. Verde come l’erba sotto la pioggia. Giallo come il sole che non posso guardare senza bruciare. Azzurro come gli occhi di Jihi. Nero come la giacca di Ryuuki.
Ma il gioco si spezzò. I colori morivano l'uno nell'altro.
-Rosso.-
Lo disse a fior di labbra. Rosso come una fragola. Respirò profondamente e continuò. Rosso come un pesce alla fiera. Rosso come i capelli di Ikari, come le foglie in autunno, come i lamponi. Le venne da piangere, ma continuò. Rosso come la felpa preferita di Yuki, come le fiamme del caminetto, come la copertina de “L’origine del male”. Rosso come il succo di pomodoro, come il segnalibro di Ryuuki, come la scritta sul kimono di Jihi, rosso come la penna del sensei. Rosso come le labbra di Josephine, che invitava gli uomini come mosche con il miele, ma che possedeva il veleno di una vespa. Rosso come gli occhi di Mimì, il coniglio albino della signora Philomène, che di giorno sembrano avere quasi una riga nel mezzo, ma di notte si gonfiava e diventava una palla che si mangiava tutto il colore, e diventano neri. Rosso come i fuochi d’artificio, e della speranzamaisiperde, il nastro attorno alla sua maschera da volpe.
Rosso che la stava mangiando. Intorno a lei, sotto di lei, dentro di lei.
Eppure, per un attimo, per un solo battito di ciglia, Rin ebbe speranza.
Ora basta. È finita Rin, è finita.
Aveva cominciato a ripeterselo come una preghiera muta, stringendo le labbra, col sudore freddo che le colava lungo la schiena.
E l’uomo cantò, più morto che vivo.
-Bene.- disse Jihi.
-Sei stata brava, Rin. Molto brava.-
Era finita. Finalmente, finita.
Rin sentì il fiato tornare a circolare, un rantolo sottile che si confondeva con il silenzio elettrico della stanza.
Il cuore le batteva contro le costole come un uccello in gabbia che intravede la porta aperta; voleva solo voltarsi, correre via, lavare via quell'odore dolciastro e ferroso che le colava addosso. Si ripeteva che il suo dovere l'aveva fatto, che la tortura era conclusa, che il buio poteva riprendersi tutto quel dolore.
-Ora...- sussurrò Jihi.
Quel suono la trafisse come uno stiletto sul retro del cranio.
Rin si voltò lentamente verso di lui, e in quel momento il mondo si restrinse a un unico, atroce punto focale.
Le sue pupille azzurre si erano ridotte a spilli neri, circondate da iridi venate di un rosso violaceo, i capillari pronti a scoppiare sotto la pressione.
Il suo visetto era deturpato da schizzi di sangue caldo che le macchiavano le guance pallide, rendendo la sua espressione infantile una maschera di pura follia. Era ferma sul filo del rasoio, un passo prima del baratro.
E Jihi era lì, a pochi centimetri.
Era bellissimo e agghiacciante, un fuoco vivo che non emetteva calore. Il suo sguardo era lucido, di un'intelligenza spietata, severo come il comando di un dio crudele. Non c'era esitazione in lui, solo la calma assoluta di chi sta forgiando un'arma, di chi sta insegnando a una creatura pura come si uccide.
La sua bellezza rendeva l'orrore circostante ancora più aberrante.
-...uccidilo.-
Rin si ruppe. E rise.
Tornare al presente fu come riemergere da un lago ghiacciato.
La katana rifletteva il suo viso.
Le sue labbra erano rosse, morse fino a sanguinare, come faceva sempre quando i pensieri pesavano troppo. Rinfoderò l'arma. Un gesto secco.
Da quella volta, aveva giocato con la morte finché non ne aveva imparato a memoria ogni lineamento.
Guardò le sue mani. Erano pulite, adesso.
Ma sapeva che, sotto la pelle, il rosso non se ne sarebbe mai andato.
-Rosso come il sangue.- sussurrò al vuoto del salone.
E per un istante, nel Clan che profumava di ortensie, le sembrò di sentire ancora l'eco di quella risata. Una risata bambina, ma senza luce. Come il suono del vetro che si frantuma contro la pietra.
Era lontana, ormai. Alle sue spalle.
E Rin non si è mai voltata indietro.