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← Non È Colpa Del Tempo

Creato il 26/04/2026, 21:07 · Aggiornato il 27/04/2026, 04:35

Capitolo 1: Non È Colpa Del Tempo

@andrew_thabooyzAndrew_ThaBooyz
AdolescentiCompleta

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
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La pioggia aveva smesso di essere un suono da ore.

Era diventata un rumore dentro la testa, qualcosa di continuo e indistinto che non si poteva più ignorare né distinguere davvero. Batteva contro i vetri della centrale con la stessa ostinazione con cui il detective Smith continuava a fissare la porta della stanza interrogatori, come se potesse aprirsi da sola, come se bastasse aspettare abbastanza a lungo perché tutto si sistemasse senza che lui dovesse fare niente.

Non succedeva mai.

Anche lì dentro, tra le luci fredde e il ronzio basso dei neon, la pioggia sembrava trovare il modo di entrare comunque, insinuandosi nei silenzi, riempiendo gli spazi vuoti tra un pensiero e l’altro. Smith la sentiva ovunque, anche quando non avrebbe dovuto esserci, come certe cose che restano anche quando si è convinti di averle lasciate indietro.

Non si muoveva da diversi minuti, o forse da molto di più. Il tempo aveva perso consistenza, ridotto a qualcosa di elastico che si allungava e si spezzava senza un ordine preciso. Le dita si muovevano da sole, il pollice che sfregava lentamente contro il palmo dell’altra mano, sempre nello stesso punto, con la stessa pressione, come se potesse cancellare qualcosa che invece restava, ostinato, sotto la pelle.

Davanti a lui, sulla scrivania, il fascicolo era aperto. Non lo stava leggendo. Non ne aveva bisogno. Ogni dettaglio era già lì, inciso, ripetuto troppe volte per essere dimenticato.

Accanto, quasi nascosto sotto un angolo piegato, c’era un foglio.

Non ricordava quando lo avesse tirato fuori. Non ricordava quasi mai quando succedeva.

Lo guardò senza toccarlo. Non era necessario. Bastava un attimo perché l’immagine si ricomponesse da sola nella sua testa: la casa storta, il sole troppo grande, le due figure una accanto all’altra, sempre uguali, come se qualcuno si fosse ostinato a lasciarle lì.

Il respiro gli si fermò per un istante, poi riprese più lento.

E mentre la pioggia continuava a battere, dentro e fuori, Smith ebbe la sensazione precisa che nulla fosse cambiato davvero, né allora né adesso, come se fosse rimasto l’unico a non essersi mai mosso.

La porta dell’ufficio si aprì senza bussare.

«Smith.»

La voce arrivò bassa, come se non volesse disturbare. Smith non si voltò subito. Continuava a muovere le dita senza pensarci, il pollice che sfregava contro il palmo nello stesso punto, come se quel gesto potesse ancora sistemare qualcosa.

«L’abbiamo preso.»

Quella frase rimase sospesa per un istante.

Smith sollevò lo sguardo. «Chi.»

«L’uomo vicino al luogo del rapimento.» Una breve pausa. «Ha chiesto di te.»

Il movimento delle mani vacillò appena, senza spezzarsi del tutto.

Smith si alzò senza dire altro. Il foglio rimase dov’era, come sempre. Eppure sapeva che, in qualche modo, lo stava già portando con sé.

Il corridoio gli sembrò più lungo del solito. Le luci al neon gli scorrevano addosso senza fermarsi, e per un attimo ebbe la sensazione di non andare avanti, ma di tornare indietro.

Quando aprì la porta della sala

interrogatori, l’uomo era già seduto.

Non sembrava nervoso né stanco. Aveva le mani appoggiate sul tavolo e lo sguardo fermo, come se stesse aspettando esattamente lui.

«Smith,» disse.

Smith si sedette senza fretta e rimase a osservarlo, con quella sensazione sempre più netta di averlo già visto, senza riuscire a collocarlo.

«Dov’è il bambino.»

L’uomo inclinò appena la testa. «Quale.»

Smith non reagì. «Non farlo.»

Un accenno di sorriso attraversò il volto dell’altro. «Lei ha sempre avuto questo problema.»

«Quale.»

«Vuole arrivare subito alla fine.» Fece una pausa. «Come se il tempo fosse una formalità.»

Il silenzio si fece più pesante.

«Dov’è,» ripeté Smith.

L’uomo abbassò lo sguardo sulle proprie mani. «Sa qual è la parte peggiore?» disse piano. «Non è quello che succede.»

Smith non rispose.

«È sapere che qualcuno sta aspettando.»

Alzò lo sguardo. «E che lei non arriverà.»

Le dita di Smith si fermarono per un istante, poi ripresero come se nulla fosse.

«Non mi interessa.»

«Lo so.» L’uomo sollevò lo sguardo. «Non le è mai interessato davvero.»

Smith lo fissò. «Stai facendo un errore.»

«No.» L’uomo scosse lentamente la testa. «Quelli li fa lei.»

«Io glieli ho lasciati tutti.»

«Gli indizi.»

Smith si irrigidì.

«Come le altre volte.»

«Sempre abbastanza chiari,» continuò. «Sempre abbastanza per farle credere di aver capito.»

Il gesto delle mani si fermò di nuovo, questa volta più a lungo.

«Non so di cosa stai parlando.»

L’uomo lo guardò senza fretta.

«No,» disse piano. «Lei lo sa benissimo.»

Smith non rispose.

« Sa qual è il problema?» continuò. «Non è che non capisce.»

Si inclinò appena in avanti.

«È che decide cosa ignorare.»

Il silenzio si fece più stretto.

«Io non ho nascosto niente,» disse. «Non ho mai nascosto niente.»

Smith lo fissava senza muoversi.

«Lei ha visto tutto.»

Una pausa.

« E ha scelto altro.»

Le dita si fermarono appena.

«Non era un errore,» aggiunse l’uomo. «Era una scelta.»

Smith serrò la mandibola.

«E sa qual è la parte peggiore?»

Un sorriso appena accennato.

«Che la rifarebbe.»

Il silenzio tornò a riempire la stanza.

Per un istante la stanza cedette, lasciando spazio a qualcosa di più vecchio, qualcosa che non se n’era mai andato davvero.

Il tavolo era lo stesso. La luce identica. Anche il silenzio aveva lo stesso peso.

L’uomo era seduto nello stesso modo, le mani appoggiate davanti a sé, lo sguardo fermo.

«È ancora vivo,» aveva detto allora.

Quella frase gli era rimasta addosso più delle altre, non per quello che diceva, ma per quello che era venuto dopo.

C’era un altro indirizzo, un’altra pista, più solida, più convincente. Non era stata una decisione presa d’impulso: in quel momento gli era sembrata quella giusta.

Aveva lasciato quella stanza convinto di aver capito.

E mentre si allontanava, l’uomo non disse altro. Non insistette, non ne aveva bisogno. Quando Smith capì, era già troppo tardi: il posto era vuoto, il silenzio lo stesso, e il tempo aveva già fatto il resto.

L’uomo si sporse appena in avanti. «Lei c’era.»

Smith non disse nulla. Non c’era più niente da dire. L’uomo lo osservava, senza fretta.

«Se lo ricorda adesso,» disse piano.

Non era una domanda, Smith rimase immobile.

«Non è stato il momento,» continuò. «Non è stato un dettaglio.»

Si sporse appena in avanti.

«È stato lei.»

Il rumore della pioggia tornò a riempire ogni spazio.

Smith deglutì, ma non disse nulla.

«E non è cambiato niente,» aggiunse l’uomo. «Non è mai cambiato.»

Una pausa. «Lei è sempre lo stesso.»

Le dita si mossero appena, poi si fermarono di nuovo.

«E io lo sapevo,» concluse. «Sapevo che sarebbe andata così.»

Un battito.

«Sempre.»

Un altro.

«E non è mai arrivato.»

«Sa qual è la differenza?» disse. «Io ho aspettato.»

Il rumore della pioggia sembrò riempire ogni spazio.

Smith inspirò lentamente. «Chi sei.»

L’uomo lo guardò con una calma quasi crudele.

«Quello che è rimasto.»

«Davvero non si ricorda.»

Non era una domanda, e a quel punto una risposta non avrebbe cambiato nulla. Smith capì, non in un colpo solo, ma quanto bastava.

«Dov’è il bambino,» disse, e la voce era cambiata appena.

«Vuole davvero saperlo?» chiese l’altro.

Smith annuì.

«Anche se è tardi.»

Le dita si fermarono, senza riprendere subito.

«Non è tardi.»

L’uomo lo fissò a lungo, poi annuì.

Gli diede un indirizzo.

Smith si alzò e uscì senza dire nulla.

La pioggia lo colpì in pieno appena fuori, fredda, insistente. Salì in macchina e partì, le mani strette sul volante mentre il gesto tornava, automatico, sempre nello stesso punto.

Le parole continuavano a tornare, insistenti, come le altre volte: gli indizi, lei c’era, e non è mai arrivato. Quando arrivò all’edificio capì subito, non perché fosse diverso, ma perché era lo stesso. Entrò, e il silenzio lo chiuse dentro.

«Polizia.»

Non arrivò nessuna risposta. Fece un passo, poi un altro. Ogni stanza era vuota, ma non completamente. C’erano segni, piccoli dettagli fuori posto, come se qualcuno fosse stato lì poco prima.

C’era qualcosa nell’aria. Non un rumore preciso, non un segno chiaro, ma abbastanza da farlo rallentare. Una sedia leggermente spostata. Una porta che non combaciava del tutto. Smith si fermò. Per un attimo ebbe la sensazione che qualcuno fosse ancora lì, non davanti a lui, ma nascosto da qualche parte, in attesa.

«C’è qualcuno?» disse.

La sua voce si disperse senza risposta mentre avanzava di un passo, poi un altro, con il cuore che batteva più forte del silenzio intorno.

Una porta socchiusa.

Smith si fermò, per un attimo gli sembrò di sentire qualcosa. Un movimento. Un respiro.

Spinse la porta.

Non c’era niente. Continuò, imboccando un corridoio stretto che lo portò a un’altra porta, chiusa. La mano si fermò sulla maniglia e, per un istante, credette di essere ancora in tempo. Poi aprì.

L’odore lo colpì prima ancora dello sguardo, e quando vide capì subito: il corpo del bambino era lì, immobile, troppo piccolo.

Smith fece qualche passo e si inginocchiò accanto a lui. Allungò una mano, sfiorando il viso freddo.

Le dita gli tremavano, questa volta senza controllo, e qualcosa dentro di lui cedette, non all’improvviso, ma in modo definitivo. Fu allora che lo vide: il foglio accanto alla mano. Lo prese senza esitazione, anche se non serviva davvero guardarlo. Lo conosceva già. La casa storta, il sole troppo grande, le due figure, sempre le stesse. E in quell’istante tutto tornò: lo stesso uomo, lo stesso sguardo, otto anni prima, un indirizzo, una scelta. Aveva seguito altro, qualcosa di più logico, più sicuro, e proprio per questo più sbagliato.

Abbassò lo sguardo sul bambino, poi sul disegno, poi sulle proprie mani.

Si strofinò il palmo, una volta, poi un’altra, ma il gesto non serviva a nulla. Non era mai servito.

La pioggia continuava a battere sopra di lui, identica a quella di allora.

Smith rimase immobile, con il foglio stretto tra le dita e il corpo del bambino davanti a sé, senza più alcuna distanza possibile tra ciò che era stato e ciò che era.

Aveva sempre pensato che il momento decisivo fosse altrove.

Ma non era lì.

Era in quello spazio preciso, invisibile, in cui si smette di tornare indietro,  in cui si capisce di essere già oltre, che quella soglia non è davanti, ma alle spalle, attraversata molto tempo prima, senza accorgersene.

E per la prima volta, Smith smise di cercare una spiegazione.

Perché non ce n’era. Non era stato il tempo, né gli indizi. Era stato lui, sempre. Non era arrivato troppo tardi, era arrivato esattamente come allora. E questa volta non c’era più niente da correggere, niente da inseguire, solo una verità da riconoscere: non aveva fallito di nuovo. Non aveva mai smesso.

Smith abbassò lo sguardo sulle proprie mani, pulite, inutili.

Poi, per la prima volta, non si mosse più.

Rimase lì, in ginocchio, accanto a ciò che non aveva salvato.

Perché non c’era più niente da inseguire.

E nessuna pioggia avrebbe mai lavato via quello che aveva deciso di ignorare.

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