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Era un normalissimo giovedì pomeriggio quando Sakura, durante la ronda, iniziò a sentirsi debole e accaldato e a sudare copiosamente, ma sulle prime non diede peso alla cosa: erano giornate calde per la stagione ed era naturale che la rissa appena terminata, sia pure di entità minore per i suoi standard, non fosse stata d’aiuto.
Accortosi del momento di difficoltà, Suo gli domandò preoccupato se qualcosa non andasse, facendo agitare Nirei, che gli suggerì di tornare a casa a riposare, sostenendo che avesse una brutta cera, ma il capoclasse si affrettò a tranquillizzarli con evidente fastidio. Sebbene da un lato gli facessero piacere le loro attenzioni, dall’altro lo mettevano ancora fortemente in imbarazzo e di certo non era il caso di fare tante scene per un probabile calo di zuccheri o qualcosa del genere.
Imbronciato come sempre in questi casi, ordinò quindi ai due compagni di continuare il loro giro, sforzandosi di ignorare quel fastidioso malessere che non accennava ad andarsene. Doveva prima finire la ronda e fare rapporto; solo dopo si sarebbe concesso, se proprio, di crollare.
Per fortuna non ebbero altri problemi quel giorno, ma Sakura, per una volta, fu comunque felice di tornare a casa dopo un pomeriggio che, in condizioni normali, avrebbe definito noioso. Non l’avrebbe mai ammesso, ma si sentiva uno schifo e il suo unico desiderio era farsi una bella dormita. Forse si stava davvero ammalando, a pensarci bene, ma non aveva dolori o altri sintomi particolari e una doccia rinfrescante sembrava averlo aiutato.
Per quanto insolito per lui, quindi, la cosa più probabile era che stesse risentendo del caldo improvviso; il giorno dopo avrebbe dovuto ricordarsi di comprare dei succhi di frutta per contrastare il problema.
Come aveva immaginato, comunque, i suoi amici si preoccupavano sempre troppo; bene o male, Sakura aveva imparato presto a badare a sé stesso e, se si fosse sbagliato, nel peggiore dei casi avrebbe preso una pastiglia come tante altre volte all’arrivo di segnali più specifici.
Certo di non avere nulla da temere, andò a letto presto senza quasi aver toccato cibo e si addormentò in fretta, ma non poté godersi a lungo il meritato riposo: era ancora buio quando si svegliò con la gola in fiamme e il naso chiuso, accaldato come non ricordava di essere mai stato.
Brontolò infastidito alla conferma inequivocabile che il primo caldo della stagione non c’entrava nulla con i suoi malesseri e cercò di costringersi ad alzarsi per andare a prendere un antipiretico e tutto ciò che avrebbe potuto essergli utile, ma la testa gli girava troppo per fare un tragitto così lungo e dopo vari tentativi andati a vuoto, sconfitto, si trascinò di nuovo fino al futon. Al diavolo la medicina, prima o poi la febbre si sarebbe abbassata da sola, pensò imbronciato mentre il sonno tornava a reclamarlo.
Si svegliò altre volte prima del mattino, sentendosi sempre peggio, ma il suo corpo si rifiutava di collaborare e di certo non avrebbe disturbato nessuno dei suoi compagni in piena notte. Prima di separarsi, quella sera, Suo e Nirei gli avevano detto, come sempre, di chiamarli in qualsiasi momento, se avesse avuto bisogno di qualcosa, ma Sakura non se la sentiva di accettare l’offerta: era abituato ad affrontare da solo questi piccoli inconvenienti e una banale influenza non avrebbe fatto eccezione. Senza contare che, se anche avesse voluto, il telefono, messo in carica come al solito prima di andare a letto, era irraggiungibile con dei capogiri così forti. Era già un miracolo che fosse riuscito a tornare al futon senza svenire o farsi male lungo il tragitto e tentare altri spostamenti in quelle condizioni non sembrava affatto una buona idea.
Una volta capito che la situazione non era cambiata in meglio, quindi, non restava altro da fare che raggomitolarsi di nuovo sotto le coperte intrise di sudore, augurandosi di guarire presto mentre si sforzava di ignorare le fastidiose ondate di caldo e freddo che lo assalivano a intermittenza e il feroce mal di testa che gli martellava le tempie.
Il giorno dopo, a scuola, Suo e Nirei si sorpresero parecchio di non veder arrivare Sakura e non poterono evitare di preoccuparsi ancora di più quando si accorsero che era offline dalla sera prima. In realtà sapevano meglio di tutti come viveva e il suo rapporto con il telefono, ma era strano che continuasse a ignorare i molti messaggi che l’intera classe gli aveva inviato durante la mattinata.
Come era già capitato, decisero quindi di andare a trovarlo alla fine delle lezioni, approfittando del fatto che quel pomeriggio non fossero di turno. Si sarebbe arrabbiato, probabilmente, ma era meglio controllare: il giorno prima si erano accorti che stava per svenire dopo una rissa che di norma non gli avrebbe procurato nemmeno il fiatone, ma non pensavano che la situazione potesse essere così grave da impedirgli di andare a scuola. Era anche possibile che quell’episodio non c’entrasse nulla, ovviamente, ma non potevano saperlo e il fatto che vivesse da solo imponeva di stare più attenti che con chiunque altro.
Carichi di tutti i cibi e le bevande che i compagni avevano detto loro di portargli, si incamminarono quindi verso la casa dell’amico. Anzai, Tsugeura e Kiryu, in particolare, avevano insistito per accompagnarli, ma Suo era riuscito a dissuaderli con la scusa che non era il caso di fare troppa confusione intorno a qualcuno che non sta bene. Non sapeva per quanto ancora sarebbe riuscito a tenerli lontani da quell’appartamento, a giudicare dalle reazioni, ma per il momento era meglio godersi il risultato. Si appuntò però mentalmente di affrontare quel discorso con Sakura appena si fosse ripreso: non avrebbe potuto continuare ancora a lungo a tenere nascosta la verità ai loro compagni più cari.
Arrivati alla porta bussarono, ma non ottennero risposta e Suo, non sentendo alcun rumore all’interno, le diede un colpo abbastanza forte da far cedere la maniglia tra le proteste di Nirei. Un po’ gli dispiaceva entrare in quel modo a casa di un amico, ma aveva un pessimo presentimento e il ragazzo biondo, nonostante i maggiori scrupoli, sembrava essere dello stesso avviso.
Tolte le scarpe, si incamminarono quindi all’interno, aspettandosi di veder apparire Sakura da un istante all’altro come la prima volta che erano andati a trovarlo, ma non accadde nulla.
«Forse è uscito» suggerì Nirei, un attimo prima di lanciare un urlo spaventato e inorridito insieme. Avevano svoltato un angolo e la scena che si era presentata ai loro occhi era a dir poco preoccupante: Sakura era ancora steso scompostamente sul futon in un groviglio di lenzuola con le guance arrossate e il respiro affannoso, del tutto ignaro di avere ospiti.
Chiamarono entrambi il suo nome, affrettandosi a raggiungerlo e chinarsi su di lui. La pelle era bollente come non pensavano fosse possibile e al tocco di Suo sul polso non ottennero la minima reazione.
«Dobbiamo chiamare un’ambulanza?» chiese Nirei preoccupato, rimpiangendo di non essere arrivato prima. E se fosse stato troppo tardi?
«Non credo che la situazione sia così grave, ma dobbiamo far scendere la febbre» rispose il ragazzo con la benda sull’occhio guardandosi intorno. Stranamente non c’era nulla vicino al futon e il telefono, ancora in carica nell’angolo della stanza in cui l’avevano visto la volta precedente, doveva essere troppo lontano per poterlo raggiungere in simili condizioni. Sempre ammesso che il suo proprietario avesse deciso di chiamare aiuto, visto che tendeva a voler fare tutto da solo anche quando il buonsenso avrebbe suggerito il contrario. Possibile, però, che una febbre così alta l’avesse colto all’improvviso, impedendogli di portarsi vicino tutto ciò che avrebbe potuto servirgli prima del disastro? Da ciò che sapevano di lui, infatti, sembrava abbastanza improbabile che avesse permesso alla situazione di peggiorare così tanto senza prendere per tempo i dovuti accorgimenti, ma era chiaro che qualcosa fosse andato storto e il risultato era davanti ai loro occhi.
A quel punto sembrava abbastanza ovvio che il giorno prima non si fosse trattato di un semplice calo di zuccheri, ma come gli era venuto in mente di sforzarsi tanto se stava così male? Erano tutti consapevoli che avesse preso a cuore il compito di proteggere la città e i suoi abitanti, ma possibile che non capisse quando era il caso di tirarsi indietro e lasciar fare a loro, accettando l’aiuto che gli veniva offerto volontariamente?
Sapeva bene, in realtà, cosa ci fosse dietro quell’apparente mancanza di fiducia perfino nei suoi vice e in fondo non poteva biasimarlo se preferiva ancora affrontare da solo i momenti di maggiore vulnerabilità, ma faceva comunque male rendersi conto che l’amico non li avrebbe chiamati nemmeno in caso di evidente bisogno.
Era anche possibile, a onor del vero, che lo stesso Sakura non avesse riconosciuto subito la causa del suo malessere, ma a quel punto era ancora più grave che non gli fosse venuto in mente di provare a sfiorarlo “per caso” per controllare la temperatura, anche solo per escludere un possibile colpo di calore, e guardando Nirei capì che stavano pensando le stesse cose. Vederlo così malconcio era un colpo al cuore e non poterono evitare di chiedersi, preoccupati, da quanto tempo l’amico stesse cuocendo in quel modo in completa solitudine prima di riscuotersi da quelle cupe riflessioni.
Bastò un’occhiata per comunicarsi a vicenda cosa avrebbero dovuto fare e a quel punto, sia pure dispiaciuti all’idea di svegliarlo, iniziarono a chiamarlo e scuoterlo leggermente, intenzionati a chiedergli dove tenesse le medicine e aiutarlo a prendere qualcosa, ma tutto ciò che ottennero fu un mugugno infastidito e di farlo girare sul fianco.
«Mi sa che dovremo arrangiarci noi» concluse Suo con un sorriso che non riuscì a mascherare del tutto il disagio e la preoccupazione.
«Già» confermò Nirei con un lieve sospiro ed entrambi si allontanarono a malincuore per cercare l’occorrente.
«La medicina l’ho trovata, ma non sarà facile fargliela prendere» annunciò poco dopo il ragazzo biondo.
«Proviamo lo stesso. All’occorrenza, possiamo sempre fargli le spugnature» disse Suo, che era riuscito a recuperare un catino e un paio di asciugamani puliti.
«Secondo te ha mangiato qualcosa oggi?» chiese nervosamente Nirei.
«Ne dubito, ma questa si può prendere anche a stomaco vuoto» lo rassicurò il compagno dopo una rapida occhiata alla scatola.
Come si aspettavano, il tentativo di svegliarlo fallì di nuovo miseramente e dovettero quindi accontentarsi di appoggiargli sulla fronte un asciugamano imbevuto di acqua fresca e passargli l’altro sul corpo bollente.
All’inizio il ragazzo non parve apprezzare, a giudicare dai mugugni e dai deboli tentativi di scacciare le loro mani, ma non aveva la forza di contrastarli e si arrese presto alle loro cure, limitandosi a qualche sospiro di natura poco chiara di tanto in tanto.
Passò parecchio tempo prima che si svegliasse di soprassalto, annaspando, tra le braccia di Suo, che, vedendolo agitarsi nel sonno come se fosse in apnea, si era affrettato a sollevarlo per aiutarlo a respirare meglio. Fin dal loro arrivo gli era sembrato che avesse il naso molto chiuso e purtroppo si aspettava qualcosa del genere.
«Va tutto bene, respira» gli disse con calma mentre Sakura si sforzava di inspirare quanta più aria possibile con la bocca aperta e gli occhi spalancati per la paura senza nemmeno far caso alla presenza dei suoi vice e al contatto fisico con Suo, che, di norma, avrebbe dovuto farlo diventare ancora più rosso di quanto già non fosse. Un’assenza di reazioni che preoccupò ulteriormente i due compagni, a giudicare dallo sguardo che si scambiarono per un attimo, ma non fecero commenti.
«Prendi questa, Sakura. Ti farà stare meglio» intervenne Nirei, porgendogli una pastiglia e un bicchiere d’acqua quando il loro capitano sembrò essersi un po’ ripreso.
All’inizio non ottenne nulla, nemmeno provando a ripetere la frase e avvicinargli alle labbra il recipiente, ma mentre entrambi cominciavano a cercare nervosamente tra sé un’altra soluzione, all’ennesimo richiamo lo videro girarsi appena verso di lui con gli occhi già chiusi a metà, probabilmente sul punto di crollare di nuovo sul futon se Suo non l’avesse tenuto stretto.
«Per favore, Sakura, prendi la medicina. Ti sentirai meglio dopo» lo pregò ancora Nirei con gli occhi lucidi e finalmente, dopo un attimo di crescente panico da parte del ragazzo biondo, il compagno si riscosse abbastanza da mandare giù a fatica il tutto con enorme sollievo degli altri due. Il loro capoclasse li stava davvero spaventando, ma speravano che la pastiglia avrebbe fatto presto il suo dovere. Nonostante la preoccupazione, non ci tenevano affatto a chiamare un’ambulanza per quello che si auguravano fosse un banalissimo raffreddore.
A quel punto Suo lo aiutò a sdraiarsi di nuovo, sperando con tutto il cuore che la scena di poco prima non si ripetesse per il bene di tutti. A parte lo spavento collettivo – di certo non da poco –, per il loro capitano non era stata di sicuro una sensazione piacevole e non credeva che sarebbe riuscito a dissuadere ancora a lungo Nirei dal chiamare aiuto se la situazione non fosse migliorata in fretta. Da un lato, forse, sarebbe stata la cosa migliore, ma conoscevano il rapporto di Sakura con medici e ospedali e non voleva che si svegliasse nel posto che odiava di più senza avere la minima idea di come ci fosse arrivato.
Era triste e frustrante che non potessero fare di più per aiutarlo, visto che le spugnature non sembravano sortire un grande effetto e la pastiglia avrebbe comunque richiesto tempo per dare risultati apprezzabili, ma non restava altro che aspettare.
Un’improvvisa illuminazione gli suggerì che a Sakura avrebbe fatto un gran bene un unguento balsamico o qualcosa del genere, ma dubitava che avesse in casa un simile medicinale.
Avrebbe potuto andare a comprarglielo in qualsiasi momento, ma non voleva neanche immaginare la sua reazione se avessero dovuto spalmarglielo loro sul petto. Da un lato sarebbe stato divertente, vista la somiglianza del loro capitano con un gatto randagio spaventato alla semplice vicinanza di chiunque al di fuori di un combattimento, ma dall’altro avrebbe potuto creare a tutti e tre non pochi problemi.
Per sicurezza, provò comunque a dire a Nirei di dare un’occhiata nell’armadietto delle medicine mentre lui sarebbe rimasto al fianco dell’amico a rinfrescarlo, ma, come entrambi si aspettavano, non trovò nulla.
«Posso andare a comprarne uno. C’è una farmacia qui vicino» si offrì subito il ragazzo biondo, lanciando un’occhiata preoccupata al loro capoclasse, che era sprofondato di nuovo nel sonno appena toccato il cuscino.
«Te la immagini la sua reazione quando lo scoprirà o se dovesse svegliarsi in quel momento?» gli fece notare Suo con una piccola smorfia, facendolo rabbrividire.
«Non sarà piacevole per nessuno,» convenne Nirei, «ma non possiamo neanche lasciarlo così.»
«Forse hai ragione» sospirò Suo. «Aspetterei comunque a metterglielo, ma è meglio averlo in casa per qualsiasi evenienza.»
Con sua sorpresa, l’altro ragazzo si dichiarò d’accordo con quest’ultima frase, nonostante l’ombra di dubbio nel suo sguardo, ma prima di uscire aspettò che avesse finito di misurargli la febbre.
Cercando l’unguento, gli era venuto in mente che avrebbe potuto essere utile conoscere la sua temperatura in quel momento ed era tornato con un termometro che, com’era ovvio, Sakura aveva del tutto ignorato, costringendoli a fare da soli. La scoperta non sarebbe piaciuta né a lui né a Suo, probabilmente, ma poco importava: non si sarebbe mai perdonato se avessero tralasciato un particolare che avrebbe potuto rivelarsi fondamentale.
Rimasero in silenzio mentre aspettavano il verdetto, sentendosi ancora più in colpa quando lessero che Sakura aveva più di 39°C. Non che avessero davvero una qualche responsabilità per le sue attuali condizioni, ma avrebbero dovuto sapere, ormai, che il loro capitano tendeva a trascurare un po’ troppo la sua salute e agire di conseguenza.
«E meno male che ti avevamo detto di chiamarci in caso di bisogno» non poté fare a meno di commentare esasperato Suo.
«È davvero testardo quando ci si mette» lo seguì a ruota Nirei, sentendosi ugualmente a disagio. Sapeva perché l’amico non avesse chiesto aiuto nemmeno a loro, ma faceva male lo stesso. Chissà se e quando sarebbero riusciti a fargli capire che poteva contare su di loro in qualsiasi momento senza paura o vergogna?
«Purtroppo certe abitudini non possono cambiare dall’oggi al domani» gli fece notare tristemente Suo dopo qualche secondo di riflessione.
«Immagino di no» convenne a malincuore il compagno stringendo i pugni.
Uscì di casa poco dopo con un sorriso un po’ forzato, promettendogli che sarebbe tornato il prima possibile con l’unguento. Gli dispiaceva lasciarli soli, anche solo per qualche minuto, ma era innegabile che tra i due fosse Suo quello più adatto ad affrontare a sangue freddo qualsiasi imprevisto, che si auguravano con tutto il cuore che non sarebbe avvenuto.
Per fortuna la situazione era ancora uguale al suo ritorno e Nirei, incerto se essere più sollevato o preoccupato, si unì di nuovo all’amico nel rinfrescare Sakura.
Era già buio quando il loro capitano aprì finalmente gli occhi con enorme sollievo dei suoi vice.
«Cosa ci fate voi qui?» domandò confuso appena si accorse della loro presenza.
«Per fortuna abbiamo deciso di passare a trovarti. Da quanto tempo stavi così male?» non poté trattenersi dal rispondere Suo con un accenno di rimprovero nella voce, nonostante il suo solito sorriso.
«Da stanotte e comunque non era necessario» borbottò infastidito Sakura, arrossendo leggermente mentre provava a sedersi con cautela.
«Stai scherzando, vero? Stavi cuocendo dalla febbre quando siamo arrivati» insistette severo il ragazzo con la benda sull’occhio, agghiacciato per la risposta, facendolo diventare ancora più rosso.
D’istinto Sakura avrebbe voluto negare con tutte le sue forze e urlargli contro come al solito per contrastare l’imbarazzo, ma il suo ultimo ricordo, per quanto nebuloso, era proprio quello, in effetti, e una parte di lui gli diceva purtroppo che l’amico aveva ragione a sgridarlo. Era stato stupido a sottovalutare in quel modo una condizione sicuramente anomala; in fondo, cosa gli costava mettere accanto al futon la scatola di antipiretico e una bottiglia d’acqua come faceva sempre quando aveva malesseri di qualsiasi tipo? Non che gli fosse mai capitato di avere la febbre alta prima di altri sintomi, ma a quanto pare era possibile… In ogni caso, non aveva scusanti per essersi ridotto in quel modo e dubitava, inoltre, che la gola avrebbe retto un simile sforzo senza fargliela pagare. La situazione era di certo migliorata rispetto alla notte prima, ma era ben lontano dallo stare bene. Meglio, quindi, rimanere in silenzio e sperare che l’amico non insistesse.
«Come ti senti?» intervenne ansioso Nirei, guardandolo come se potesse morire da un istante all’altro.
«Sono stato meglio, ma passerà» ammise a fatica Sakura dopo qualche secondo di silenzio. Era stato sul punto di rispondere «Bene» come al solito, ma vista la situazione era ovvio che non gli avrebbero creduto e non se la sentiva di mentire in maniera così spudorata. A giudicare dai suoi pochi ricordi e dalle parole di Suo, dovevano averlo trovato in condizioni davvero pietose e l’affetto e la preoccupazione che leggeva nei loro occhi, uniti ad altre emozioni impossibili da classificare in quel momento, aumentavano parecchio il suo disagio, ma anche la gratitudine nei loro confronti. Era tutto molto confuso e non riusciva a pensare come si deve, ma aveva di sicuro meno caldo e immaginava, quindi, che gli avessero fatto scendere la febbre in qualche modo. Mettendo insieme il tutto, meritavano come minimo un po’ di sincerità, nonostante l’imbarazzo che gli faceva desiderare di sparire all’istante.
«Meno male» disse sollevato Nirei, trattenendosi a stento dall’abbracciarlo. Sebbene Suo avesse tentato più volte di rassicurarlo fino a poco prima, una parte di lui aveva sempre temuto che stessero perdendo tempo prezioso e vederlo seduto a parlare con loro quella sera era più di quanto avesse osato sperare. Il loro capitano non sembrava essersi accorto che l’altro vice l’avesse aiutato a sedersi, a giudicare dalla mancanza di proteste, ma a parte questo era evidente che la situazione fosse molto migliorata.
«Grazie» mormorò Sakura senza guardarli, con le guance di nuovo infuocate, dopo qualche secondo di silenzio in cui nessuno aveva saputo cosa dire.
I due compagni si guardarono increduli per un attimo prima di aprirsi in un sorriso.
«Non dirlo nemmeno, capitano. Lo sai che puoi sempre contare su di noi» gli rispose Suo.
«Esatto. Non sei stato bene ieri durante la ronda e non rispondevi ai messaggi; non potevamo far finta di niente» aggiunse Nirei con un brivido al ricordo di come l’avevano trovato.
«Me la sarei cavata comunque» provò a dire imbarazzato Sakura, pur sapendo che in realtà non era vero. La notte prima gli era venuto naturale arrendersi al malessere e arrancare di nuovo in qualche modo fino al futon senza prendere nulla, ma permettere alla febbre di alzarsi così tanto avrebbe potuto rivelarsi un errore fatale. Cosa avrebbe fatto se i due compagni non fossero andati a trovarlo?
Da un lato l’idea che si fossero presi cura di lui mentre non era cosciente lo faceva vergognare da morire, ma dall’altro era bello, dopo tanti anni passati a contare solo sulle proprie forze, sapere che esisteva qualcuno disposto a cercarlo e dargli una mano nel momento del bisogno. Nonostante questi pensieri, però, faticava davvero ad abituarsi alle loro attenzioni e una parte di lui continuava a ricordargli istintivamente che abbassare del tutto la guardia davanti ad altre persone poteva costargli molto caro. Perché mai doveva essere tutto così complicato da quando era arrivato a Makochi?
«Come no» sospirò esasperato Suo. «Cambiando discorso, dovresti mangiare qualcosa adesso» aggiunse poi, decidendo di dargli tregua. Stava ancora molto male, si vedeva, e non era il caso di farlo agitare.
L’amico non sembrò entusiasta a quella frase, ma permise comunque a Nirei di andare a preparargli qualcosa mentre Suo sarebbe rimasto al suo fianco.
«Provati ancora la febbre» lo esortò il suo vice poco dopo passandogli il termometro, tanto per spezzare il fastidioso silenzio che si era creato. Sempre sostenendolo con discrezione, gli aveva fatto bere a fatica un altro bicchiere d’acqua, per poi aiutarlo a sdraiarsi, e da allora il suo capitano gli lanciava di tanto in tanto delle rapide occhiate per poi distogliere subito lo sguardo con le guance sempre più rosse. Non riusciva a capire se se ne fosse accorto oppure no – anche se aveva molti dubbi, vista la mancanza delle solite reazioni a cui era abituato per molto meno –, ma poco importava. Era tenero, in fondo, ma quel probabile misto di piacere e imbarazzo non era facile da sopportare per nessuno dei due.
Con suo enorme sollievo, Sakura accolse bene quella piccola distrazione, affrettandosi a obbedire. Probabilmente non era il massimo misurarla di nuovo mentre era così agitato – Suo avrebbe quasi giurato di poter sentire il battito furioso del suo cuore contro le costole –, ma voleva comunque capire quanto le loro cure fossero state efficaci.
«Vuoi che ti passi il telefono?» chiese poco dopo, sentendo il suono dell’ennesima notifica alle loro spalle. Qualche ora prima Nirei aveva scritto, come promesso, sulla chat di gruppo della classe per informare i compagni della salute del loro capitano senza scendere nei dettagli e da allora immaginava che in tanti si fossero fatti sentire. Anche quello avrebbe potuto metterlo in imbarazzo, a pensarci bene, ma sperava che leggere quella marea di messaggi servisse a distrarlo e dare un po’ di sollievo a entrambi.
Sakura scosse la testa e Suo, vedendolo chiudere gli occhi con una piccola smorfia, si lasciò sfuggire un lieve sospiro.
«Ti fa male la testa?» chiese premuroso, impedendosi appena in tempo di appoggiargli la mano sulla fronte per proteggerlo un po’ dalla luce sul soffitto, che ormai non potevano più tenere spenta. Avevano aspettato il più possibile ad accenderla per non disturbarlo, ma a un certo punto era stato inevitabile per continuare ad accudirlo.
«Sì» mormorò stancamente Sakura, facendo per girarsi sul fianco.
«Dammi prima il termometro» lo fermò Suo, bloccandolo per una spalla, e l’altro ragazzo, all’apparenza dimentico dell’oggetto, si affrettò a passarglielo con qualche difficoltà.
«È parecchio tenace» commentò questi preoccupato, lanciando un’occhiata al loro capitano, che si era subito girato appena l’aveva lasciato libero. La situazione era molto migliorata in tutti i sensi, per fortuna, ma la febbre era ancora ben oltre i 38°C.
«Mi metto in modo da coprirti la luce, ma tu torna sulla schiena. Ti faccio ancora un po’ di spugnature in attesa di Nirei» lo chiamò dopo un attimo di riflessione. Facendo un rapido calcolo, era troppo presto per un’altra dose di antipiretico, ma la temperatura non era scesa abbastanza.
«Che stai dicendo? Non mi serve!» protestò Sakura imbarazzato, sprofondando ancora di più nel cuscino, e Suo non poté fare a meno di sorridere. Ora sì che lo riconosceva, ma purtroppo non poteva accontentarlo.
«Hai la febbre ancora alta, ma è troppo presto per un’altra pastiglia» gli spiegò paziente. «Se preferisci, posso aiutarti a fare un bagno o una doccia tiepida» aggiunse premuroso, colto da un’illuminazione improvvisa.
«Ti sembra una cosa da dire?!» urlò quasi Sakura, rosso come un pomodoro, fulminandolo con un’occhiataccia degna dei suoi momenti migliori, subito seguita, però, da una serie di colpi di tosse che lo scossero violenti.
«Vedi che erano meglio le spugnature?» gli fece notare Suo, sentendosi leggermente in colpa mentre lo aiutava a sedersi e gli porgeva altra acqua.
La risposta si perse tra altri colpi di tosse, ma quando Sakura si fu calmato – non prima che Nirei fosse venuto a vedere cosa stava succedendo, lanciando all’altro vice un’occhiata di rimprovero all’imbarazzata confessione che era colpa sua – gli permise di procedere. Fu solo un semplice «D’accordo» con aria imbronciata prima di sdraiarsi di nuovo con gli occhi chiusi, ma era più che sufficiente. Suo non si aspettava niente di diverso, in fondo, ed era già contento che avesse accettato senza troppe discussioni. Si vedeva che gli pesava molto, ma doveva essersi reso conto che da solo non sarebbe riuscito nemmeno ad arrivare nella stanza di fianco e farsi aiutare con la doccia – per fortuna di entrambi, tutto sommato – era fuori discussione.
Soddisfatto per il risultato, il suo vice gli appoggiò un panno fresco sulla fronte, facendolo sospirare di sollievo, per poi passargli l’altro sul collo e sui polsi come aveva fatto tante volte nelle ore precedenti. Per fortuna Nirei, capendo la situazione, aveva cambiato l’acqua nel catino prima di tornare in cucina, assicurando che era quasi pronto.
Calò di nuovo il silenzio, interrotto solo dai piccoli rumori tipici delle spugnature e dalla voce di Suo, che chiamava ogni tanto l’amico per tenerlo sveglio. Gli dispiaceva un po’ disturbarlo, ma mangiare qualcosa lo avrebbe di sicuro aiutato a riprendersi più in fretta.
Poco dopo il compagno li raggiunse e i tre ragazzi si sedettero vicini con i rispettivi piatti. I due vice non persero di vista il loro capitano nemmeno per un attimo, pronti a intervenire in caso di bisogno, mentre cercavano di dare alla situazione una parvenza di normalità raccontando a Sakura della mattinata in classe.
Sembrava che le spugnature avessero fatto il loro dovere, abbassando probabilmente la temperatura di qualche altra linea e diminuendo il mal di testa, perché il ragazzo parve apprezzare quelle chiacchiere a voce bassa. Non disse quasi una parola, ma gli amici videro che era contento di essere stato coinvolto in quelle scene di ordinaria follia al Furin e alla fine della cena, con loro grande sorpresa, riuscì anche a dare un’occhiata al telefono, rispondendo brevemente ai molti messaggi della chat di gruppo con probabile sollievo dell’intera classe.
Era arrossito di nuovo in maniera preoccupante mentre leggeva, al punto che i suoi vice iniziavano a temere altre urla imbarazzate dalle conseguenze disastrose, ma si limitò a borbottare un semplice «Che vi è saltato in mente a tutti quanti? Non avreste dovuto» che non riuscì a nascondere l’evidente piacere per quelle dimostrazioni di affetto. La febbre doveva averlo ammorbidito più del previsto, a quanto pare, ma andava bene così. Chissà, forse sarebbe stata la volta buona che avrebbe capito di potersi davvero affidare a loro in caso di bisogno…
Dopo un po’ gli porsero un’altra pastiglia e Sakura riuscì perfino ad andare da solo a prepararsi per la notte, nonostante fosse un po’ malfermo sulle gambe. Gli amici avrebbero voluto almeno accompagnarlo fino al bagno, ma dovettero accontentarsi di osservare a distanza il pericoloso tentativo, tenendosi pronti a intervenire.
Per fortuna di tutti non ce ne fu bisogno e al suo ritorno stavano sistemando i rispettivi sacchi a pelo, lasciati lì in un angolo da quando, qualche tempo prima, erano rimasti una notte a casa sua dopo che il loro capitano aveva preso un brutto colpo alla testa durante una rissa.
«Cosa state facendo?» chiese sospettoso.
«Come sarebbe a dire? Restiamo con te, no?» rispose Nirei.
«Non se ne parla, non ho bisogno di aiuto!» esclamò con foga Sakura, arrossendo violentemente. «Avete già fatto abbastanza» aggiunse con più calma, distogliendo lo sguardo, dopo un minaccioso colpo di avvertimento da parte della tosse.
«Non dire sciocchezze, capitano. Hai ancora la febbre» intervenne Suo.
«Sto molto meglio adesso. Non c’è bisogno che restiate» insistette il ragazzo. Gli faceva piacere, in realtà, ma non era abituato ad avere in casa degli amici e ricordava l’imbarazzo dell’ultima volta, che l’aveva tenuto sveglio a lungo mentre i due dormivano beati.
«Meglio non rischiare. E poi è tardi e abbiamo già avvisato casa ore fa che saremmo rimasti fuori per la notte» insistette il ragazzo con la benda sull’occhio e a quel punto Sakura non seppe più cosa dire. Le loro famiglie si sarebbero arrabbiate o spaventate se li avessero visti rientrare a un’ora tarda che nemmeno sapeva, giusto?
Borbottando qualcosa di incomprensibile, si infilò di nuovo sotto le coperte, sforzandosi di pensare ad altro mentre i compagni si preparavano a loro volta come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Poco dopo erano tutti sdraiati ai rispettivi posti con la luce spenta dopo essersi augurati la buonanotte a vicenda, ma Sakura, nonostante la stanchezza, non riusciva a rilassarsi abbastanza da cedere al sonno, rimanendo quindi ben presto immobile con gli occhi spalancati per non disturbarli. Nel silenzio assoluto, infatti, aveva sentito i loro respiri diventare sempre più lenti e regolari, ma lui non era in grado di seguirli nel mondo dei sogni.
Suo malgrado, continuava a pensare alle loro attenzioni e al piacere che aveva provato mentre si prendevano cura di lui come se fosse naturale. Nei suoi ricordi nessuno gli aveva mai fatto le spugnature, nemmeno da bambino, ma la sensazione gli era piaciuta, nonostante l’istintivo timore di essere toccato in punti delicati mentre non era in grado di difendersi, e il panno più fresco sulla fronte, più lungo e largo delle pezze che usava di solito, era stato un toccasana per il dolore alla testa che non gli aveva dato tregua dalla notte precedente.
Era così che ci si sentiva ad avere degli affetti sinceri? Qualche tempo prima Kotoha gli aveva detto che tutti loro avrebbero potuto essere la famiglia che non aveva mai avuto, ma lui non sapeva nemmeno cosa si provasse ad averne una e non osava credere di aver trovato davvero, nel posto più impensato, ciò che in fondo aveva sempre desiderato.
Con le guance sempre più rosse, ripensò a quando la ragazza l'aveva accudito l’ultima volta che aveva avuto la febbre. Era stata gentile e premurosa, nonostante si divertisse a prenderlo in giro e metterlo in imbarazzo, ma nemmeno lei era arrivata a tanto. Era anche vero che allora, per fortuna, non era stato così male, ma per qualche motivo immaginava che non sarebbe stata la stessa cosa. Gli avevano perfino comprato un unguento balsamico per aiutarlo a respirare meglio, che si era spalmato con esitazione poco prima mentre era in bagno. Non ricordava di averne mai usato uno, ma aveva sentito subito il beneficio, nonostante l’odore pungente che all’inizio l’aveva fatto tossire.
Era stato imbarazzante quando gliel’avevano detto poco prima, facendolo protestare all’istante con fin troppa foga per un’ulteriore premura che non sapeva come gestire, ma in realtà aveva rischiato di commuoversi per quel gesto così semplice e del tutto spontaneo. Una parte di lui continuava a chiedersi cosa avessero tutti quanti in quella città per mostrarsi così gentili nei suoi confronti, ma non poteva che esserne profondamente grato, soprattutto in quel momento. Per questo si era subito pentito della sfuriata istintiva che aveva ovviamente irritato la gola una volta di più, augurandosi che avessero capito il messaggio nascosto nelle poche parole confuse che era riuscito a tirar fuori a fatica poco dopo, visto che, come al solito, non avrebbe saputo come rimediare. Ringraziando la tosse, non poteva esserne sicuro, ma i suoi compagni avevano spesso dimostrato di capirlo al volo molto più di sé stesso, per fortuna, e in quel momento non era certo in condizioni di spiegarsi meglio. Non aveva una grande autonomia con le parole ed era tutto talmente nuovo e strano per lui che il suo cervello, già messo a dura prova da tante ore di febbre molto alta, non riusciva a starci dietro.
Con le guance sempre più rosse, ricordò le sensazioni che aveva provato mentre Suo gli faceva quelle strane coccole che l’avevano aiutato a rilassarsi prima di cena, nonostante l’imbarazzo e quel timore istintivo che era andato scemando sempre di più.
Impegnato a godersi quelle insolite attenzioni, si era presto dimenticato anche del fatto che il suo vice l’avesse tenuto tra le braccia poco prima, quando aveva rischiato di strozzarsi per le sue offerte inopportune. In condizioni normali, appena ritrovato il respiro, avrebbe protestato per quel contatto fisico non richiesto – oltre che per la proposta più assurda che riuscisse a immaginare –, ma in quel momento aveva lasciato correre, ignorando perfino il fatto che, in fondo, era stata anche colpa sua se erano finiti in quella situazione. Come gli era saltato in mente di dirgli una cosa simile con tanta calma?
Di nuovo in preda all’imbarazzo, si trattenne appena in tempo dal porre la domanda a voce alta, tornando invece a concentrarsi su quelle sensazioni nuove così piacevoli. Per gli altri era normale avere qualcuno che si prendesse cura di loro in quel modo?
Sull’onda di quei pensieri, gli tornarono in mente le troppe volte in cui aveva dovuto arrangiarsi da solo. Per fortuna non era mai stato così male o dubitava che sarebbe stato ancora vivo, visto che nessuno, prima di Suo e Nirei, aveva mai provato a cercarlo a casa, e si sentì invadere da una profonda tristezza nel ripensare a sé stesso bambino avvolto per ore in quello stesso futon ad aspettare in solitudine che la febbre passasse, alternando in silenzio il sonno e la veglia per non disturbare gli adulti. Ricordava confusamente di essersi lasciato sfuggire da piccolo lamenti e richiami che dopo un po’ avevano fatto avvicinare qualcuno, ma ben presto aveva imparato a non provarci nemmeno: non aveva bisogno di peggiorare la situazione incontrando sguardi infastiditi e prendere da solo ciò che gli serviva era molto più veloce.
Non capiva cosa fosse andato storto la sera prima, visto che di solito stava attento a portare accanto a sé medicine e altre cose utili al minimo accenno di una possibile malattia, ma ringraziò che fosse accaduto a Makochi. In qualsiasi altro posto, non era difficile immaginare in che modo terribile sarebbe potuta andare a finire.
Rabbrividì all’idea e si sollevò appena per cercare a tentoni il bicchiere e la bottiglia d’acqua che gli amici gli avevano lasciato a portata di mano per qualsiasi evenienza, sforzandosi nel frattempo di pensare ad altro per non soccombere al panico e all'orrore. La gola irritata stava già iniziando a reagire al respiro più accelerato con minacciosi colpi di tosse sempre più ravvicinati e Sakura bevve lentamente, controllando nel frattempo che i suoi vice continuassero a dormire. Si meritavano una buona notte di sonno dopo tutto quello che avevano fatto per lui e in quel momento non aveva voglia di parlare del suo passato. Era abbastanza sicuro, infatti, che, se si fossero svegliati, si sarebbero accorti subito che qualcosa non andava e non si sentiva pronto a metterli al corrente di quei pensieri.
Con suo enorme sollievo, la gola si calmò senza provocare altri guai e dopo qualche minuto Sakura, esausto, si decise a sdraiarsi di nuovo, provando questa volta a concentrarsi sul racconto che gli avevano fatto durante la cena.
Sorridendo nel buio, cercò di immaginare le scene che gli erano rimaste più impresse e alla fine, cullato dai respiri di Suo e Nirei ai suoi lati e dalle voci dei loro compagni nella testa, cedette finalmente al sonno, ringraziando tra sé di aver trovato persone così strane e meravigliose da non considerarlo un mostro come tutti gli altri.
Prompt: Sudore (giorno 13, tabella Wind Breaker)