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Sulmona non è una città. È una conca. Una ciotola di pietra dove Dio ha versato un po' di umanità e poi ci ha messo sopra un coperchio fatto di montagne.
Ventiduemila anime.
Questo è il numero che leggi su Wikipedia se cerchi Sulmona. Ventiduemila persone che si conoscono per nome, cognome e soprannome ereditato dal nonno.
A diciannove anni, ventiduemila non è il numero di una popolazione. È il perimetro di una cella.
Qui la matematica è semplice e crudele.
Abbiamo uno stadio, il Pallozzi, incastrato in mezzo alle case come un cortile condominiale gigante, dove la domenica sento le urla per l'Ovidiana come se stessero giocando la finale di Champions, anche se è solo Eccellenza.
Abbiamo un cinema, il Pacifico, che è bellissimo e antico, ma se vuoi vedere un film che non sia un dramma d'autore lituano devi farti accompagnare in macchina fuori, verso i multisala di plastica sulla statale.
Abbiamo un centro commerciale, "Il Nuovo Borgo", dove andiamo a rifugiarci d'inverno come lucertole sotto una lampada riscaldante, a girare a vuoto tra negozi che vendono le stesse scarpe che hanno tutti.
E poi ci sono i bar.
Dio, quanti bar. Uno ogni dieci metri su Corso Ovidio.
La nostra vita sociale è una processione alcolica. Si parte dalla Villa Comunale, si scende fino a Piazza Garibaldi – che è immensa, troppo grande per noi, progettata per mercati medievali e non per ragazzini annoiati – e poi si risale.
Avanti e indietro. Le chiamano "le vasche".
Cammini, saluti gente che ti sta sulle palle, ti fermi a bere uno spritz, ricominci a camminare. Se lo fai per cinque anni di liceo, alla fine hai camminato abbastanza per arrivare sulla Luna, ma sei rimasto sempre nello stesso punto.
Ma la cosa peggiore, quella che mi fa mancare l'aria, è il silenzio.
Non il silenzio della montagna, quello è sacro. Parlo del silenzio musicale.
Sulmona è una città nobile, certo. Abbiamo il teatro dell'opera, abbiamo i concerti di musica classica dove le signore vanno con la pelliccia.
Ma se cerchi un buco buio dove una batteria e un basso ti spettinano i pensieri? Se cerchi un club dove si suona blues, dove si suda, dove l'amplificatore fischia e nessuno chiama i vigili?
Zero.
Non c'è un Blue Note. Non c'è un Red Zone. Non c'è nemmeno un garage scassato dove le band emergenti possono fare schifo in pace.
C'è solo il karaoke il venerdì sera o qualche cover band che suona Ligabue mentre la gente mangia gli arrosticini.
Per uno come me, che ha il delta del Mississippi nella testa, Sulmona è un deserto acustico.
È per questo che devo andare via. Perché qui, se urlo, la mia voce rimbalza sulle pietre antiche e torna indietro. E io ho bisogno di un posto dove la mia voce vada dritta e colpisca qualcuno.
Se alzi la testa, ovunque ti giri, lei è lì: la Majella. Non è una montagna come le altre. Non è una cartolina delle Alpi, tutta bianca e gentile. La Majella è una vecchia signora massiccia, scura, che ti guarda dall’alto e ti giudica. Ti ricorda che sei piccolo, che non puoi scappare.
Mia madre, Serena, dice che queste montagne sono un abbraccio. Serena Remo non è solo mia madre. È un’istituzione. È "La Dottoressa". Ha cinquant'anni, ma se la guardi di sfuggita, mentre cammina svelta sotto i portici di Corso Ovidio, gliene dai trenta. È una donna esile, costruita con ossa di uccellino e nervi d'acciaio, che conserva una bellezza ferma, quasi imbalsamata, frutto di creme costose e di una disciplina ferrea nel negarsi i carboidrati. Figlia di psicologi, nipote di medici, cresciuta nei salotti buoni della Sulmona che conta – quella che beve il tè con il mignolo alzato e giudica i peccati degli altri sorridendo – Serena sembra nata per stare seduta nel suo studio con i divani in velluto color ottanio, ad ascoltare le nevrosi eleganti delle signore perbene. Eppure, c'è stato un tempo in cui quei capelli, che oggi sono di un color cenere freddo e composto, erano una cascata d'oro californiano. C'è stato un tempo in cui Serena Remo è scappata. I miei nonni l'avevano spedita in America subito dopo il liceo. Boston, università prestigiosa, master, dottorato. Volevano che tornasse con una laurea appesa al muro e un marito diplomatico. È rimasta lì fino a trent'anni. Sembrava la carriera perfetta. Poi, una notte del '95, è entrata in un Blues Club di New Orleans. Non ci doveva andare. Non era un posto per una ragazza di buona famiglia che stava scrivendo una tesi sui disturbi cognitivi. Ma quella sera in città c’era Zucchero. E sul palco, sudato fradicio, con una Stratocaster che urlava come un animale ferito, c’era Corrado Rustico. Si sono incontrati al bancone dopo il concerto. Lei, la principessa della psicologia clinica che cercava di analizzare il caos. Lui, il chitarrista randagio che il caos lo creava. Mio padre le ha offerto un bourbon. Lei gli ha offerto un'analisi freudiana gratuita sul perché suonasse con tanta rabbia. Si sono innamorati nel tempo di un assolo. Lei ha mollato l'America, ha mollato la carriera internazionale e se l'è portato qui, a Sulmona. Come si porta a casa un trofeo di caccia, o un animale esotico da addomesticare in giardino. Ha vinto lei, alla fine. Lui ha smesso di girare il mondo e si è chiuso nel suo studio insonorizzato. Lei è diventata la regina della sanità mentale della Valle Peligna. Forse è per questo che il suo amore per me è così... totale. È una pianta rampicante. Un'edera bellissima che ti copre, ti protegge dal sole e dal vento, ma che piano piano ti stringe fino a toglierti il respiro, finché non riesci più a distinguere dove finisci tu e dove inizia lei. Quando mi parla, non sta mai ferma. Le sue mani devono toccarmi. Mi sistema il colletto della camicia anche se è dritto. Mi toglie un capello immaginario dalla spalla. Mi tocca la fronte per sentire se ho la febbre, anche se fuori ci sono trenta gradi. «Sei pallido, Elia,» mi dice sempre, con quella voce morbida che usa anche con i suoi pazienti schizofrenici. «Hai mangiato? Ti vedo consumato. È questa città... ti toglie energie. Meno male che ci sono io.» È questa la sua arma: la indispensabilità. Mamma non ti ordina di restare a casa. Lei ti convince che fuori sei troppo fragile per sopravvivere. Ti guarda con quei suoi occhi chiari, liquidi, e ti fa una diagnosi istantanea mentre ti versa il caffè. «Non uscire stasera, amore. Ho visto come muovi la gamba. Sei ansioso. Se esci con quella gente rozza ti verrà l'emicrania. Resta qui. Ci guardiamo un film. Noi due stiamo bene, no?»
Noi due.
Per Serena, io e lei siamo un nucleo indivisibile, gli unici due esseri sensibili in un mondo di bruti (incluso mio padre, che lei tratta con affetto, ma come si tratterebbe un grosso cane da guardia un po' tonto). Vuole essere lei la soluzione a ogni mio dolore, impedendomi così, giorno dopo giorno, di imparare a curarmi da solo.
«Guarda che pace, Elia,» mi ripete sempre quando apre le finestre la mattina, inspirando l'aria gelida che scende dai boschi anche a luglio. «Qui siamo protetti.»
Protetti.
Per lei, nata e cresciuta tra il Corso Ovidio e la villa comunale, "protezione" è la parola magica. Protezione significa conoscere il nome del farmacista, del prete e del macellaio. Significa che se fai uno starnuto in piazza Garibaldi, prima che tu arrivi a casa tua madre sa già che hai l'influenza.
Per me, quella protezione è una condanna all'ergastolo.
È la provincia italiana. Quella del calcio la domenica, dove se non tifi sei sospetto. Quella delle "vasche" in centro il sabato pomeriggio, avanti e indietro, a consumare le suole delle scarpe per farsi vedere da gente che ti ha già visto per diciannove anni di fila. Un acquario dove i pesci girano in tondo e si credono squali.
Io non sono uno squalo. Sono quello che sta attaccato al vetro e cerca una crepa.
Mi passo la lingua sul labbro. Sento il sapore del ferro. Sangue.
Sono seduto sul muretto dei giardini, quello che dà verso il vuoto, dando le spalle alla festa. Sento i tappi degli spumanti saltare in lontananza, le risate sguaiate dei miei compagni di classe. Hanno finito. Siamo "maturi". Liberi.
Liberi un cazzo.
«Ehi, Rustico!»
Non mi giro. Conosco quella voce. Luca. Il capitano della squadra di calcetto, il re della 5^B, quello che ha passato cinque anni a chiedermi se ero muto o solo ritardato.
«Ti sei nascosto pure oggi? Guarda che ormai è finita, puoi anche smettere di fare l'invisibile.»
Sento i passi sulla ghiaia. Sono in tre o quattro.
«Lasciami stare, Luca,» dico. La mia voce esce bassa, un ringhio sporco. È sempre stata così, fin da bambino. Una voce che sembra aver fumato due pacchetti di sigarette prima ancora che io imparassi a parlare.
«Ma senti che tono,» ride lui. Mi dà una spinta sulla spalla. Leggera. Solo per marcare il territorio. «Tuo padre ha fatto tremare gli stadi con Zucchero e tu? Tremi pure se devi ordinare un caffè.»
Mio padre. Corrado Rustico.
Eccola lì, l'ombra che copre pure la Majella.
Loro vedono il mito. Vedono i dischi d'oro appesi in corridoio, le foto con Eric Clapton, la Stratocaster del '62 che nessuno può toccare.
Io vedo l'uomo che stamattina accordava la chitarra in salotto, con quella faccia scolpita nel legno, aspettando che io scendessi per dirmi: "Allora? Stasera suoniamo?".
E io sono scappato. Come sempre.
«Non sai niente di mio padre,» dico, alzandomi.
«So che è un grande,» ribatte Luca, facendosi sotto. «E so che tu sei una delusione. Una nota stonata, Rustico. Sei un errore genetico.»
Il sangue mi sale alla testa come un feedback in un amplificatore rotto. Non penso.
Lo spingo.
Non è una spinta da rissa, è una spinta per allontanare quel rumore. Ma Luca è pronto, aspettava solo questo. Mi restituisce il colpo, più forte. Inciampo. Il labbro sbatte contro la ringhiera di ferro.
Ridono.
Mentre si allontanano, sento il vuoto nello stomaco. Non per il dolore fisico. Ma perché so che hanno ragione.
Sono un errore.
Ho una voce che potrebbe spaccare il cielo, una voce che ha fatto piangere i produttori di X Factor a Milano, tre mesi fa.
Mi rivedo lì, dietro le quinte. Il pass al collo. Martina che mi stringeva la mano fino a farmi male, sussurrando mantra buddisti che odiava ma che usava per calmarmi.
«Hai il blues nel sangue, ragazzo,» mi aveva detto il giudice.
Ma poi ho visto le telecamere. Le luci rosse. Il pubblico. E ho pensato a mio padre.
Ho finto uno svenimento. Sono scappato.
Il telefono vibra.
Martina: Dove sei? Ho visto Luca ridere con gli altri. Se ti ha toccato giuro che gli buco le gomme del motorino. O gli faccio un incantesimo, scegli tu.
Sorrido, e il labbro si apre di nuovo.
Martina non c'entra niente con questa scuola. Ha venticinque anni, ma ne dimostra cento e dieci allo stesso tempo. È l'unica persona in questa città più aliena di me.
Martina è un paradosso vivente. Ha venticinque anni ma gli occhi di chi ne ha vissuti trecento.
È rimasta fedele agli insegnamenti di Padmasambhava, il maestro che ha domato gli spiriti del Tibet, ma ha mandato al diavolo la comunità dove è cresciuta. Dice che l'Ashram aveva perso la via, che i monaci erano diventati contabili dell'anima, più interessati alle donazioni che al Risveglio. Così se n'è andata, portandosi dietro solo la disciplina e una rabbia sacra.
Vive a Pettorano sul Gizio, un grumo di case aggrappate alla montagna a dieci minuti da qui, in affitto in una stanzetta umida a casa della signora Agata, una vedova di novant'anni che è mezza sorda e non fa domande.
Lì a Pettorano, per tutti, Martina è "la strega".
La guardano male quando passa con i suoi vestiti larghi e la testa rasata ai lati. Eppure, il mondo è pieno di ipocriti.
Le vedo, le signore "perbene" di Sulmona e dintorni. La moglie del farmacista, la professoressa di latino, la madre del sindaco. Si incrociano per strada e si salutano con un cenno rigido, ma poi, il martedì o il giovedì pomeriggio, salgono di nascosto a Pettorano, l'una all'insaputa dell'altra.
Vanno dalla "strega". Si siedono sui cuscini nel suo studio che puzza di salvia bianca e incenso, e piangono. Chiedono di farsi togliere il malocchio, chiedono meditazioni per l'ansia, chiedono di essere ascoltate come i loro mariti non fanno da anni. Martina le accoglie, le svuota dal veleno, e poi le guarda tornare alle loro vite perfette, dove fingono che lei sia solo una ragazza strana da evitare.
Ci siamo conosciuti in Piazza Garibaldi, una sera d'inverno. Io ero accerchiato. Non da Luca, ma da un gruppo di ragazzi più grandi, ubriachi. Mi stavano spintonando, volevano il telefono, o forse solo divertirsi con lo "strano".
Lei è arrivata dal nulla. Non ha urlato. Si è messa in mezzo con una calma terrificante, quella calma che ti insegnano dopo diecimila ore di meditazione forzata. Li ha guardati negli occhi, uno per uno, senza sbattere le palpebre, dicendo cose assurde con voce bassissima. Quelli, spaventati da tanta pazzia controllata, se ne sono andati.
Da quella sera, è la mia ombra. La mia manager fallita. La custode del mio segreto.
Guardo le montagne che diventano viola nel tramonto.
«Elia!»
La vedo correre verso di me, con i tacchi in mano e i piedi nudi sull'asfalto, i capelli rasati da un lato che brillano sotto i lampioni.
È ora di andare. Ma non a casa.