Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo I

Copertina di La nota di mezzo

La nota di mezzo

di CopyCat@copy_cat

Originale · Classificazione: Adolescenti · Completa

2.532 parole · 1 capitolo · 1 lettura · aggiornata il 6 novembre · nessuna recensione ›

Avvertenze

Morte

Tag

Gen · Horror · Introspettivo · Mistero

Riassunto

Riassunto

Nell accorda pianoforti da vent'anni e non ha mai sbagliato una nota. Il Bechstein della signora Ashcombe è intonato in un modo che non dovrebbe esistere, e il figlio che lo ha accordato non c'è più. Nel suo quaderno, una riga: «Se tengo l'intervallo abbastanza a lungo, resta aperta».

Capitolo 1

Capitolo 1

2.532 parole, circa 13 minuti

La signora Ashcombe aprì la porta prima che Nell suonasse, come se fosse rimasta dietro il vetro ad aspettare il rumore del furgone sulla ghiaia.

«È il pianoforte di mio figlio» disse. «Nessuno lo tocca da due anni. Vorrei che tornasse a suonare come prima.»

Nell posò la borsa degli attrezzi sul pavimento dell'ingresso. La casa odorava di cera e di termosifoni accesi da poco, un odore di stagione appena cominciata. Oltre l'arco del salotto si intravedeva un verticale nero, un Bechstein di fine Ottocento, con il coperchio chiuso e sopra un centrino di pizzo con la polvere ferma ai bordi.

«Due anni senza accordatura non sono un problema» rispose. «Ci vorrà mezza giornata, ma si rimette in piedi.»

«Non è questo.» La donna si strinse nel cardigan. «Lei lo senta, prima. Poi mi dica.»

Il centrino finì su una sedia. Nell sollevò il coperchio della tastiera e appoggiò il pollice sul do centrale.

La nota uscì pulita, rotonda, con quella pasta scura che hanno solo gli strumenti vecchi e tenuti bene. Nessun ronzio di corde allentate, nessun martelletto che tocca in ritardo. Eppure il do era troppo basso, un quarto di tono abbondante sotto il diapason. Non stonato nel modo in cui stonano i pianoforti abbandonati, che cedono a chiazze, un tasto sì e due no. Era basso con precisione, come se qualcuno avesse deciso che quella fosse l'altezza giusta.

Suonò la scala. Ogni nota era bassa, ma di una misura diversa dalla precedente, un po' più o un po' meno, e proprio per questo gli intervalli tra loro erano perfetti. Troppo perfetti. Nell suonò una terza maggiore, poi una quinta, e non ci furono battimenti, nessuna di quelle oscillazioni che il temperamento equabile lascia sempre dentro gli accordi come una polvere sottile. Era un'intonazione pura, naturale, di quelle che nessun pianoforte può reggere su tutte le tonalità.

«Chi l'ha accordato l'ultima volta?» chiese.

«Thomas. Mio figlio. Aveva imparato da solo, con i libri e con un apparecchio che misurava le frequenze. Diceva che gli accordatori lo rovinavano.»

«Ha fatto un lavoro strano. Ma lo ha fatto bene.»

«Lo rimetta a posto, per favore. A quattrocentoquaranta, come si deve.»

Nell tirò fuori il diapason e la chiave. Tolse il pannello frontale e si trovò davanti il telaio, i piroli d'acciaio allineati nelle loro file, le corde che correvano in basso verso i ponticelli. Tutto in ordine. Cominciò dal la centrale, come sempre.

Il pirolo resistette più del dovuto, poi cedette con uno scatto secco e la corda salì. Nell batté la forcella sul ginocchio, portò la nota al diapason, segnò con un tratto di matita sul legno del somiere la posizione del pirolo, passò al la successivo. Il segno a matita era un'abitudine da apprendista che non aveva mai perso. Lavorò per due ore senza alzare la testa, prima l'innalzamento grossolano di tutta la tastiera, poi l'accordatura fine. La signora Ashcombe andò e venne dalla cucina, portò un tè che si raffreddò sul davanzale, uscì sul retro a dare da mangiare al cane.

Verso la fine dell'ottava di temperamento, scendendo, Nell premette un tasto e si fermò.

Era il si sotto il do centrale. Suonato da solo era un si, basso come tutte le note che non aveva ancora toccato, ma più basso degli altri, di un margine che non apparteneva alla scala di Thomas. Accanto al do appena corretto produceva un intervallo che non era né una seconda minore né altro di catalogato: una distanza senza nome, una fessura tra due note. E dentro quella fessura il pianoforte vibrava in un modo che Nell non riuscì a collocare. Non le corde. La cassa. Il legno della tavola armonica rispondeva con un suono grave, quasi sotto l'udibile, che le arrivò al petto prima che alle orecchie.

Suonò di nuovo i due tasti insieme. La vibrazione tornò, identica. Sul davanzale la tazza di tè fece un piccolo tintinnio contro il piattino.

Nell staccò le mani.

Fuori, il cane della signora Ashcombe, che aveva abbaiato a intervalli regolari da quando era arrivata, tacque.

Accordò il si al diapason. L'intervallo tornò a essere una normale seconda minore, sgradevole come ogni seconda minore, e la cassa smise di rispondere. Finì il lavoro in altre due ore, rimontò il pannello, suonò un arpeggio di prova. Il Bechstein cantava a quattrocentoquaranta, senza misteri.

«Ecco fatto» disse alla signora Ashcombe, che era ricomparsa sulla soglia. «Se vuole, tra sei mesi faccio un controllo.»

La donna annuì senza avvicinarsi allo strumento.

«Lei ha sentito?» chiese. «Prima, quando si è fermata.»

«Un intervallo un po' particolare. Suo figlio aveva accordato il tutto su una scala naturale. Se ne sente parlare, ma pochi hanno la pazienza di farlo davvero.»

«Thomas diceva che la casa aveva una nota. Che ogni casa ce l'ha, e lui aveva trovato la nostra.» La signora Ashcombe si passò una mano sul collo, dove la pelle era arrossata come se l'avesse grattata a lungo. «Diceva che bastava suonarla per farla aprire.»

Nell chiuse la borsa.

«Suo figlio adesso dov'è?»

«Non lo so.» La donna tirò fuori dal cardigan una busta con il compenso, già pronta. «Da due anni.»

*

Per tutto il tragitto fino a Barrowfield Nell tenne la radio alta. Arrivò a casa, lavò le mani con lo spazzolino per togliere il nero dei piroli, mise sul fuoco una pentola d'acqua per la pasta. Poi andò al pianoforte del soggiorno, uno Yamaha da studio che accordava ogni mese per abitudine, e suonò si e do insieme.

Una seconda minore. Nient'altro.

Prese la chiave e allentò il pirolo del si di un soffio, a orecchio, senza misuratore. Suonò di nuovo i due tasti. Una seconda minore un po' larga, sgraziata, e sotto nessuna risposta: la cassa dello Yamaha restava quello che era, una cassa. Il coperchio della pentola cominciò a battere. Nell riportò il pirolo al segno e andò a buttare la pasta.

*

La signora Ashcombe telefonò la mattina dopo, alle sette e un quarto.

«Non ha retto» disse. «È già tornato come prima.»

«Un calo c'è sempre, dopo un innalzamento così. Ma non di un quarto di tono in una notte. Se è davvero così, c'è un problema alla struttura, al telaio o al somiere. Devo guardarlo con calma.»

«Venga. Pago quello che serve.»

Nell arrivò a metà mattina. La casa odorava ancora di cera, ma sopra la cera adesso c'era un altro odore, di terra umida, come dopo che si è scavato in giardino. Il cane abbaiava dal retro. La signora Ashcombe indossava lo stesso cardigan del giorno prima.

Il Bechstein era tornato basso. Non tutto della stessa misura: i gravi di poco, gli acuti di più, come se ogni corda fosse scivolata verso un punto e non tutte avessero fatto la stessa strada. Nell tolse il pannello frontale e controllò i piroli uno per uno con la chiave in mano, senza girarli. Erano tutti nella posizione in cui li aveva lasciati, ogni tratto di matita al suo posto. Nessuno aveva toccato nulla. Le corde avevano semplicemente cambiato altezza, come fa un'orchestra che si accorda su un oboe diverso.

«Lei ha dormito qui, stanotte?» chiese.

«Dormo qui da trent'anni.»

«Ha sentito qualcosa? Il pianoforte che suonava, scricchiolii, cose così.»

La signora Ashcombe aprì la bocca e la richiuse. Poi uscì dal salotto e tornò con un quaderno a quadretti, di quelli con la copertina di cartone nero, spesso quanto un dito.

«Questo è di Thomas. Lo ha lasciato sul pianoforte, la mattina che non c'era più. Alla polizia non l'ho dato. Non l'avrebbero letto. Io non lo capisco. Forse lei.»

Nell lo aprì sulla tastiera chiusa.

Le prime pagine erano tabelle. Frequenze in hertz, misurate con tre decimali, colonna dopo colonna, con accanto la data e l'ora. Thomas aveva registrato il suono di ogni singola corda del Bechstein per mesi, ogni giorno alla stessa ora, e le frequenze non erano fisse. Scendevano. Di frazioni di centesimo di semitono al giorno, con una regolarità che non aveva nulla a che fare con l'umidità o con la temperatura. Thomas aveva disegnato le curve a matita, una per corda, e le curve non erano parallele: convergevano tutte verso lo stesso punto, come fili che si raccolgono in un nodo. Ogni corda del pianoforte stava andando, con la sua lentezza, verso un'unica nota.

Più avanti il quaderno cambiava. Le tabelle lasciavano il posto a note scritte di fretta, con una grafia che si deformava a tratti.

Le corde non scendono. È la casa che sale.

Ogni cosa costruita ha una frequenza di risonanza. Le campane. I ponti. Una casa è una campana con le pareti di mattoni.

Il si sotto il do centrale, abbassato di 38 centesimi oltre il resto della scala. Suonato con il do. Lì in mezzo c'è.

Mamma non sente. Dice che è il cane.

Ho ribattuto l'intervallo per quattro minuti. La parete di fondo del salotto si è spostata di tre centimetri. L'ho misurata. Sono tornato a misurarla il giorno dopo ed era tornata al suo posto.

Non è una stanza che si allarga. È una porta.

L'ultima pagina scritta aveva una sola riga, con la matita premuta fino a bucare la carta.

Se tengo l'intervallo abbastanza a lungo, resta aperta.

Nell chiuse il quaderno. Le mani erano asciutte, le teneva ferme senza sforzo, con la stessa fermezza con cui le teneva sui piroli. Era una cosa che aveva imparato da ragazza, quando il maestro le aveva detto che un accordatore con le mani che tremano è un accordatore che rovina gli strumenti.

«Suo figlio aveva problemi?» chiese. «Di salute, intendo.»

«Thomas era un ragazzo preciso. Troppo. Ma non era malato.» La signora Ashcombe teneva gli occhi sul quaderno come su una lettera che non si vuole riaprire. «Due anni fa, di notte, l'ho sentito suonare. Due tasti, sempre gli stessi. È andato avanti per un'ora. Poi ha smesso. La mattina il pianoforte era aperto e lui non c'era. Le scarpe erano nell'ingresso. Il cappotto era appeso. La porta era chiusa dall'interno.»

«E la polizia?»

«La polizia ha cercato nei boschi per tre settimane.»

Nell rimise il quaderno sulla tastiera.

«Perché mi ha chiamata, signora Ashcombe? Non per accordare il pianoforte.»

La donna rispose dopo un silenzio lungo.

«Perché lei lo ha sentito. Ieri, quando si è fermata. Io non lo sento.» Si grattò il collo, sopra il colletto del cardigan, con le unghie corte. «Non l'ho mai sentito, neanche quando Thomas me lo faceva ascoltare con le cuffie, tenendomi la testa con le mani. Ho pensato che se qualcuno lo sentiva, forse poteva anche capire dove è andato.»

*

Nell riportò il Bechstein al diapason, tasto per tasto, e poi abbassò il si sotto il do centrale di trentotto centesimi.

Lo fece con il misuratore elettronico, con la cura con cui avrebbe preparato uno strumento per un concerto. Poi si sedette sullo sgabello, appoggiò le dita sui due tasti e premette.

La cassa rispose subito. Il suono grave le salì dal petto alla gola, le riempì le orecchie fino a coprire l'intervallo stesso, come se le corde fossero diventate un'eco di qualcosa di più grande. Il vetro della finestra vibrò nella cornice. Il cane, fuori, tacque. Poi si spense anche il frigorifero in cucina, un ronzio che esisteva solo adesso che non c'era più. La casa stava trattenendo il fiato.

Ribatté i due tasti ogni volta che il suono calava, senza lasciare vuoti. Contò i secondi come contava i battimenti, a bassa voce.

A trenta la parete di fondo del salotto cominciò a cambiare. Non si spostò: cambiò consistenza, come la superficie dell'acqua quando sotto passa qualcosa. L'intonaco restava intonaco, i quadri restavano appesi, ma la distanza tra Nell e la parete non era più misurabile con gli occhi. Poteva essere quattro metri, poteva essere quaranta.

A sessanta, nella parete comparve una linea verticale. Sottile, scura, un'ombra dove non c'era nessuna sporgenza a gettarla. Partiva dal battiscopa e saliva fino al soffitto senza interruzioni.

A novanta la linea si allargò di un dito. Il quaderno parlava di centimetri. Questo era altro.

Nell non mosse le mani. Continuò a ribattere, le braccia stanche, il rombo che adesso le arrivava anche dai denti e dalle ossa delle guance. Dalla fessura non veniva luce. Veniva aria, ferma e fresca, con lo stesso odore di terra della casa, e dentro quell'odore qualcosa d'altro, un sentore di lana umida, di calze tenute troppo a lungo in un armadio chiuso.

A centoventi la fessura era larga una mano. Al di là non c'era nulla da distinguere. Ma dalla fessura arrivò un suono, debole, e fu suo prima ancora che avesse un nome: due note. Si e do. Lo stesso intervallo che stava ribattendo lei, suonato da un altro pianoforte, in un altro posto, con la stessa esattezza di trentotto centesimi. Qualcuno, dall'altra parte, stava facendo la sua stessa cosa.

Le due coppie di note si sovrapposero. L'intervallo di Nell e l'intervallo dell'altro erano identici, e tra due suoni identici non c'era battimento: c'era una cosa sola, più forte.

La fessura si aprì di un'altra mano.

L'ultima riga del quaderno: Se tengo l'intervallo abbastanza a lungo, resta aperta. Le scarpe di Thomas nell'ingresso, il cappotto appeso. Thomas aveva smesso di suonare dopo un'ora, e quello che era successo era successo dopo. O prima. O nel momento in cui aveva smesso.

Alzò le mani dai tasti.

Il rombo si interruppe come se qualcuno avesse chiuso una porta. Il frigorifero in cucina riprese a ronzare. La fessura nella parete si richiuse in un secondo, da fuori verso dentro, senza lasciare un segno sull'intonaco. Il cane ricominciò ad abbaiare.

Ma le due note dall'altra parte non si fermarono. Continuarono per qualche secondo, attutite, come se arrivassero attraverso uno spessore di mattoni, e poi svanirono anche quelle. Non come se l'altro avesse smesso di suonare: come se la parete fosse tornata a essere una parete.

La signora Ashcombe era in piedi sulla soglia del salotto, con le braccia strette sul petto.

«Lei ha visto» disse. Non era una domanda.

Nell non rispose. Prese la chiave di accordatura e riportò il si al diapason. Il pirolo girò senza resistenza, come se la corda non avesse mai avuto un'opinione in proposito.

*

Tornò a Barrowfield che era già buio. Non accese la radio. Guidò con i finestrini chiusi e le mani sul volante nella posizione corretta. Per tutto il viaggio le due note le rimasero nelle orecchie, non come un ricordo ma come un acufene, un fischio che si sposta quando si gira la testa.

A casa lavò le mani con lo spazzolino, mise sul fuoco l'acqua per la pasta e si sedette allo Yamaha. Suonò il la centrale. Lo confrontò con il diapason. Erano identici: quattrocentoquaranta, uno contro l'altro, senza battimenti.

Eppure il la era basso, con la stessa evidenza del pavimento sotto i piedi. Il diapason era basso. Lo Yamaha era basso. Era tutto basso rispetto a una cosa che esisteva solo nella sua testa e che non era un suono, ma il posto dove un suono doveva stare.

L'acqua cominciò a bollire. Nell non si alzò.

Appoggiò la chiave di accordatura sul primo pirolo dello Yamaha, quello del la più grave, e cominciò a girare.

Lascia un segno

Hai finito «La nota di mezzo». Una recensione è il modo migliore per dirlo a chi l'ha scritto.

Scrivi una recensione

Commenti

Sul capitolo intero. Le note ai passaggi stanno a margine del testo.

Accedi per commentare.

Caricamento…

Dello stesso autore

  1. Le storie degli altri1 capitolo
  2. Non guardare dentro1 capitolo